Il Folle

Il Folle nei tarocchi di Aleister CrowleyAssieme al Diavolo ed all’Eremita, infine, usciva sempre il Folle, arcano maggiore che testimoniava lo stato di smarrimento esistenziale nel quale versavo in quegli anni.
Il Folle, carta senza numero priva di ratio, mostra un giovane dal volto sorridente che, come Parzival agli esordi, veste l’abito dei pazzi e guarda il mondo con sguardo attonito, senza avvedersi dei pericoli rappresentati dal coccodrillo ai suoi piedi e dal cucciolo di leone che gli morde la coscia, portando in spalla un sacco trasparente pieno di monete effigiate con i simboli dei pianeti e dei segni zodiacali e tenendo nella mano sinistra un fascio di fiamme ed in quella destra una coppa rovesciata, rappresentanti rispettivamente gli elementi Terra, Fuoco ed Acqua, al quale manca però l’elemento Aria, il seme di spade, quel pensiero logico-razionale necessario per mettere ordine nella realtà, perciò i due gemelli, che danno nome al segno zodiacale governato da Mercurio, giacciono dormienti sul fondo dello zero in cui è inscritta la figura.
Ma il Folle, pur possedendo soltanto tre dei quattro elementi costitutivi la realtà, ed essendo perciò incapace di realizzare una conoscenza efficace, ha sulla sommità del capo una piramide di cristallo e due corna d’oro che lo mettono in contatto con la dimensione ultraterrena, attestando così il possesso dell’intuizione intellettuale che lo rende idoneo a forzare il passo al guardiano della soglia: egli è pronto a risvegliarsi, ha soltanto bisogno di un dramma personale che squarci il velo della finzione e gli lasci contemplare la verità del suo essere.

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L’Eremita

L'Eremita nei tarocchi di Aleister CrowleyIl Diavolo, poi, era accompagnato puntualmente dall’Eremita, che si aggira solitario nell’oscurità della notte alla ricerca della verità invisibile ai profani indossando un semplice mantello rosso, simbolo della vita, illuminato dalla luce di una lanterna magica in cui arde indomito il suo fuoco interiore, accompagnato dal fedele cane con tre teste Cerbero, guardiano della soglia che respinge i vivi ed impedisce il ritorno dei morti dal Tartaro, mentre si librano nell’aria un uovo cosmico avvolto nelle spire di un serpente ed uno spermatozoo che vorrebbe fecondare il sole.
L’Eremita scava dentro se stesso spogliandosi del superfluo, incurante dei richiami del mondo esterno, circondato da spighe di grano maturo, promessa di rinascita a nuova vita, nutrendosi del viaggio, perché è il viaggio che lo tiene in vita, senza trattenere nulla, tranne la conoscenza che l’innalza e lo trasforma, unico bagaglio di cui accetta di sopportare il peso.
Questo arcano maggiore si accorda perfettamente alla mia dominante saturnina, che, posta alla levata, mi spinge solitario alla ricerca di un sapere autentico ed efficace e non mi fa sviare da questo compito, cosicché, etimologicamente, non diverto mai da ciò che sono, e, me ne accorgo con sempre maggior chiarezza, riesco a parlare soltanto con chi sa quel che dice, gli altri mi precipitano nell’inferno della loro limitatezza e mi opprimono con un senso di orrore per l’abisso di vuoto di cui sono fatti, ma non se ne avvedono in quanto, non potendo cogliere la vastità della mia natura, mi credono eguale a loro sulla base del comune sembiante umano, ed io lo trovo intollerabile.

Il Diavolo

Il Diavolo nei tarocchi di Aleister CrowleyE, a proposito del Diavolo, neppure ricordo più quante volte è uscito questo arcano maggiore, da quando, nel 1993, acquistai un mazzo di tarocchi di Marsiglia e cominciai ad interrogarli, cosa che, a dire il vero, mi accade di fare sempre più di rado, sostituito poi, nell’aprile 2005, con quello dipinto da Lady Frieda Harris su progetto di Aleister Crowley, un sulfureo iniziato di mano sinistra che aveva però il merito di essere operativo.
Sarà che, battezzato proditoriamente subito dopo la nascita, ho sempre provato un’avversione istintiva e viscerale nei confronti del cristianesimo, di cui mi ripugna la natura infida e malata dei suoi fedeli, tanto da essere stato scomunicato latae sententiae per apostasia ai sensi del canone 1364 del codex iuris canonici della Chiesa cattolica apostolica romana, pena medicinale che mi esclude dai sacramenti e comporta il divieto di sepoltura in terra consacrata, interdizione che mi aspetto venga eseguita puntualmente quando abbandonerò le mie spoglie mortali.
Ma è molto più probabile che la ricorrente insistenza del XV arcano maggiore dei tarocchi fosse dovuta al ristagno delle potenti energie sessuali identificate dall’opposizione tra Venere e Marte dinamizzata dagli aspetti angolari di opposizione/congiunzione con Nettuno retrogrado e di trigono/sestile con la congiunzione tra Giove ed Urano, rappresentanti il fardello del sesso o, per dirla in termini orientali, la kundalini, serpente dormiente che giace attorcigliato alla base della colonna vertebrale, nel chakra radice, e, ridestato, la percorre fino al chakra corona dando luogo all’illuminazione.
Nel mazzo dei tarocchi di Crowley, infatti, il Diavolo è rappresentato come un capro, animale collegato al segno zodiacale del Capricorno, con un terzo occhio posto al centro della fronte e due possenti corna che lo mettono in contatto con la dimensione ultraterrena, mentre il riferimento alla sessualità è evidente negli uomini bianchi galleggianti nei testicoli posti alla base della carta, potenziali nascituri espulsi dal fallo rappresentato dal tronco d’albero circondato dagli anelli di Saturno, divinità che siede in trono in quel settore astrologico, mentre le ali di pipistrello stilizzate sono una concessione all’iconografia medioevale del maligno, giacché il demonio non è altro che la grottesca deformazione dell’uomo ben nato come appare alla piccola gente, che gli attribuisce superbia, volontà di potenza e lussuria sfrenata, tutto ciò che una genia di impotenti non può permettersi neppure di sognare.

Le nuvole non possono annientare il sole

Un balzo in avanti di dieci anni mi riporta a quando, nell’agosto 2003, dopo essermi lasciato tutto alle spalle, vagavo nella distesa verdeggiante di Villa Pamphili portando con me, tra gli altri, il libro “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” di Ouspensky, incentrato sulla figura di Gurdjieff, da cui Franco Battiato ha tratto i concetti di centro di gravità permanente e shock addizionale, volume che riecheggia nella mia memoria più per la narrazione della Rivoluzione russa che per un reale interesse nei confronti degli insegnamenti di monsieur G., di cui René Guénon invitava, non a caso, a diffidare.
Vagavo, dunque, solitario nell’ampia distesa di verde, un’oasi di silenzio lontana dalla civiltà, portando su di me il peso incoerente delle mie macerie esistenziali, ed intanto mi tornava in mente il brano musicale di Battiato Lode all’inviolato, contenuto nell’album Caffé de la paix, che era poi il locale parigino dove un Gurdjieff invecchiato ed appesantito riceveva i discepoli, ed era stato proprio G., così appare nel mio manoscritto, a prestarmi i CD di “Francuzzo”, come lo chiama affettuosamente.
Erano gli anni in cui, dopo aver letto quasi tutti i libri di astrologia che avevo trovato in commercio o in biblioteca, cominciavo ad approfondire la conoscenza degli autori tradizionali, tra i quali meritano un posto d’onore René Guénon e Julius Evola, gli unici che valga davvero la pena leggere, e nel frattempo prendevo commiato dal mondo, ed il mondo mi sembrava non esistere più nell’ampia distesa ovattata in cui mi immergevo in quella torrida estate, non piovve per cento giorni filati e la terra era solcata da ferite vaste e profonde, quando ne varcavo i confini impenetrabili dai rumori del traffico cittadino.
Quel brano musicale riassumeva le mie esperienze di allora: le tempeste che tempeste non sono, come i proiettili che sfiorano i combattenti lasciandoli in vita, tranne l’ultimo, destinato a loro fin dal principio; l’aiuto chiaro da un’invisibile carezza di un custode, di cui avevo sperimentato il tocco delicato e soffuso durante l’incidente automobilistico cui ero scampato miracolosamente nel maggio 2000; il tentativo disperato di raddrizzare la mia esistenza recuperando una dimensione spirituale, annaspando affannosamente per uscire dal nichilismo che mi pervadeva; la pletora di personaggi inutili che avevo indossato, costretto nei ruoli assegnatimi da istituzioni e burocrazie aziendali; l’aridità infernale della strada che mi ero lasciato alle spalle e le sorprendenti sincronicità che, nei momenti più cupi della mia vita, l’illuminavano mostrandomi l’Unità del Tutto; la sofferenza che rende ciechi, nonché la certezza interiore che le nuvole, per quanto spesse, minacciose ed oscure, non possono annientare il sole; e, infine, il Diavolo, la cui ombra mi seguiva festante danzando attorno a me con passi scostanti mentre vagavo nel verde maledicendo il mio destino, e che, ogni volta che ci pensavo, mi accadeva di incontrare storpi e zoppi, ché il Diavolo non solo è mancino e subdolo e suona il violino, ma ha anche lo zoccolo fesso a causa della lotta con gli angeli avvenuta nell’istante fatale della caduta nel Tempo.
Da allora sono trascorsi otto anni, e quanti miracoli, disegni e ispirazioni…, e mi capita ancora di trascorrere qualche giorno d’estate vagando solitario per i sentieri sterrati di Villa Pamphili, portando con me il fardello dei ricordi del passato e gli immancabili libri, quest’anno è toccato a Friedrich Nietzsche, di cui ho completato finalmente la lettura dell’opera completa, e di sedermi a leggere sulle panchine che li costeggiano, sotto l’ombra degli alberi, oppure di guardare il lago con i cigni e le tartarughe pensando ai tanti uomini che hanno affrontato l’incomprensione del mondo prima di riuscire ad esprimere compiutamente il loro pensiero.
Soltanto, a differenza di allora, percorro la strada che avrei preso fin dall’infanzia, se non fossi stato deformato dagli obblighi e dai divieti del paradigma corrente, ed intanto sono invecchiato, spuntano qua e là dei capelli bianchi e si scorge qualche ruga sottile sotto gli occhi, e nel frattempo il mio fuoco interiore ha bruciato parte delle scorie che mi opprimevano e cristallizzato il mio pensiero in uno scritto che ne mantiene inalterata la forza, ma non tutto è stato steso sulla carta, pronto per essere compreso, così continuo a camminare in silenzio, solitario e scostante, nei luoghi abituali della mia vita, intabarrato in un cappotto nero carico di inverni, occultando la luminosità naturale che si oscura bruscamente di fronte allo squallore della realtà umana che mi circonda, in attesa di ricongiungermi con le salde compagnie smarrite di cui porto il ricordo nostalgico nella struttura della VII casa natale del grafico astrologico della mia genitura. Ed intanto questo brano musicale riesce ancora a darmi i brividi…