La fabbrica dei deficienti

L’orgoglio dell’ultimo uomo

L’orgoglio dell’ultimo uomo

Gli ultimi uomini hanno qualcosa di cui vanno fieri, scriveva nella seconda metà dell’Ottocento Friedrich Nietzsche nel libro Così parlò Zarathustra, la chiamano istruzione, ed ciò che li distingue dai caprai, o almeno così piace credere loro; negli spiriti immaturi ed ambiziosi di tutte le classi, infatti, si è fatta strada la convinzione che solo un indirizzo di vita riconosciuto ed omologato dallo stato procuri distinzione sociale, la fede negli esami e nei titoli aventi valore legale è talmente radicata che perfino gli uomini affermatisi in virtù del commercio o di un mestiere rimangono insoddisfatti finché la loro posizione non viene riconosciuta dall’alto con un grazioso conferimento di rango, e ciò perché il Leviatano ha collegato gli uffici e gli impieghi di sua spettanza all’obbligo di farsi educare e classificare dalle scuole statali, perciò ci si assoggetta al plagio in cambio di onore in società, pane per sé, possibilità di farsi una famiglia, protezione pubblica, solidarietà da parte di chi è stato educato allo stesso modo, il sistema scolastico, poi, amplia e diffonde quanto più è possibile la cultura, per estenderla ad una platea sempre più vasta di persone da rendere funzionali alle esigenze della moderna produzione industriale, ma, nello stesso tempo, la restringe e l’indebolisce, facendole abbandonare le sue più alte, più nobili e più sublimi pretese per porla al servizio dello stato, tanto che, concludeva il professore di Basilea, una vera cultura, ormai, è possibile soltanto al di fuori di esso.
Scuola significa, etimologicamente, libera e piacevole applicazione delle proprie disposizioni intellettuali indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico, e, per estensione, il luogo ove si svolge tale attività, mentre educare significa, sempre in senso etimologico, tirar fuori quel che si trova nell’educando, attività che implica una sorta di assistenza al parto praticata sulla base della natura peculiare dell’individuo concreto, di cui bisognerebbe almeno avere una vaga idea prima di mettersi all’opera, entrambi i termini, poi, implicano un rapporto elettivo tra docente e discente analogo a quello che lega maestro e discepolo, invece gli scolari sono costretti ad apprendere pedestremente e mnemonicamente l’insieme delle nozioni inutili da conoscere riversate su di loro da insegnanti assegnati casualmente dalla burocrazia ministeriale a classi di elementi eterogenei che, se fossero stati liberi di scegliere, ne avrebbero fatto volentieri a meno; la scuola moderna, dunque, conserva un nome antico ma ha smarrito la funzione che dovrebbe svolgere per onorarlo degnamente, in quanto omologa i giovani ad un modello medio e mediocre docile e funzionale alle esigenze dell’economia allo scopo di offrire a tutti eguali opportunità di elevazione sociale, intesa come il raggiungimento di una posizione lavorativa che permetta di conseguire la più alta retribuzione possibile, tanto che, una volta adulti, guardando ad altre esperienze, si è costretti a riconoscere che la propria educazione è stata determinata essenzialmente dal caso.
La scuola di massa, infatti, non ha la funzione di educare i giovani, ma di uniformarli il più possibile, sacrificando la qualità alla quantità, per inserirli in una graduatoria numerica stilata in base alla votazione finale del corso di studi dalla quale lo stato, poi, trae i suoi organici senza distinzioni di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, lo stesso fanno le burocrazie aziendali, che regolano impersonalmente assunzioni e carriere sulla scorta dei certificati scolastici, deformando in tal modo la gerarchia naturale dei talenti e degli intelletti con il privilegiare coloro che sono plasmabili e cedevoli, e, pertanto, assorbono acriticamente ciò che viene riversato su di loro, mentre gli elementi migliori vengono penalizzati dall’uniformità della didattica, tarata sul livello dei più lenti della classe, e dagli espedienti burocratici del valore legale del titolo di studio e del voto massimo che equipara l’ottuso volenteroso al genio, in ossequio al modello antropologico della modernità che valuta positivamente soltanto lo sforzo prodotto per finalità economiche, tanto che il vanto dell’epoca ultima consiste nella realizzazione degli impossibili, ossia nel far ricoprire posizioni di rilievo alle persone più improbabili per dimostrare che chiunque, in un sistema democratico, può farsi strada nella vita ed emergere socialmente; quest’istituzione aberrante, che nulla ha a che vedere con l’educazione, viene frequentata massivamente, con enorme sacrificio di tempo e spreco di risorse, al solo scopo di conquistare l’agognato pezzo di carta, con tutto ciò che un titolo di studio dovrebbe rappresentare in termini di possibilità lavorative e retributive.
Lo scienziato inglese Hans Jurgen Eysenck, che si dedicò con passione agli studi sull’intelligenza umana, trattando di scuola rilevava che se i metodi di insegnamento e le condizioni degli istituti scolastici sparsi nel territorio nazionale fossero uniformi, ciò che farebbe la differenza, in termini di rendimento, sarebbe il livello dell’indice QI degli studenti, e, dunque, a parità di condizioni, emergerebbero i ragazzi migliori, qualunque sia la loro provenienza sociale, e verrebbe così assicurata quella mobilità sociale che, in un’epoca in cui l’economia è un plumbeo destino collettivo, rappresenta la ragion d’essere dei cittadini della moderna società degli eguali: farsi strada nel mondo svolgendo un lavoro, essendo una professione, per guadagnare il denaro necessario ad acquistare la felicità della piccola gente; per illustrare il valore predittivo dell’indice QI, Eysenck menzionava uno studio longitudinale effettuato su un gruppo di studenti universitari dotati di elevate capacità intellettive, i quali si laurearono tutti con voti eccellenti tranne tre, il primo perché, in seguito alla morte del padre, fu costretto a trovarsi un lavoro, il secondo, invece, fu espulso dall’università per aver rubato nelle stanze dei colleghi, il terzo, infine, scappò con la moglie di un professore, deducendone che sarebbe possibile selezionare a priori gli elementi più promettenti, inserirli in classi dedicate e destinare loro programmi di studio specifici, avendo la ragionevole certezza di ottenere esiti eccellenti, anziché far correre tutti assieme, mischiandoli in una confusione senza limiti, ragazzi dotati e non dotati, penalizzando i primi con vicinanze intollerabili ed illudendo i secondi che potranno riuscire laddove difettano dell’intelligenza necessaria per farcela, ma questo, per motivi ideologici, non lo si può neppure pensare.
Eysenck, infatti, si rammaricava dell’abolizione dell’esame undici più, cui venivano sottoposti obbligatoriamente tutti i bambini al termine dell’istruzione primaria, che, a seconda del risultato, veicolava quelli più intelligenti nella grammar-school, con indirizzo classico, o nella secondary technical-school, con indirizzo tecnico ed industriale, mentre i più tardi affluivano nella secondary modern-school, che poneva fine al loro percorso di studi avviandoli al lavoro, tanto più che tale decisione era stata presa da un governo laburista, teoricamente sensibile alle esigenze delle fasce sociali più deboli, che, così facendo, negò ai figli più intelligenti della classe lavoratrice un’istruzione migliore privandoli della possibilità di emergere grazie alle proprie capacità; conseguenza della creazione di classi miste composte di elementi dotati, mediocri ed ottusi, fu il crollo dello standard del rendimento scolastico, la situazione peggiorò ulteriormente quando le università aprirono le porte a chiunque avesse conseguito un diploma di scuola media superiore, senza valutarne le capacità intellettive e la coerenza dell’indirizzo di studi con la facoltà prescelta: l’effetto più drastico si ebbe in Italia, dove migliaia di studenti con scarsa preparazione e pochi mezzi affollarono gli atenei, rendendo impossibile il normale insegnamento, e promossero un clima sub-accademico ed un livello di istruzione disastrosi, molti di loro, incapaci di superare gli esami di profitto, crearono, minacciando e sequestrando i professori finché non cedevano alle loro richieste, una situazione in cui tutti ottenevano la sufficienza indipendentemente dalla loro preparazione, il famoso diciotto politico assegnato per meriti rivoluzionari di cui beneficiarono anche i professori del mio liceo, che, peraltro, ne andavano molto fieri, ed i risultati di questo abbattimento di livello, concludeva profeticamente lo psicologo inglese, erano destinati a gravare sullo stato italiano nei decenni a venire, in quanto ogni nazione che trascuri talento, merito e capacità scade inevitabilmente ad un livello morto ed uniforme di mediocrità quale si riscontra attualmente nel nostro Paese.
Quando ricevetti la missiva del Mensa Italia che certificava la misurazione scientifica del mio indice QI, valutato in 160 punti della scala Cattell, equivalente al 99° percentile della distribuzione dell’intelligenza nella popolazione adulta, che mi collocava nell’insieme ristretto ed elitario dell’1% degli individui più intelligenti della collettività, era il 12 luglio 2000, l’aprii con trepidazione, la lessi, rimasi immobile per un istante, quindi la gettai sul letto ed imprecai a denti stretti che avrei dovuto ricevere una pensione di invalidità per quel risultato, poi mi tornarono in mente gli episodi più assurdi vissuti nella scuola ed all’università, ma, soprattutto, ebbi la certezza oggettiva che il limite intellettivo dei miei compagni di classe aveva reso insopportabile la mia condizione di alunno massificato in un meccanismo livellante ed inumano; le classi miste, infatti, sottopongono studenti ed insegnanti ad uno sforzo inutile in quanto i ragazzi brillanti afferrano tutto al volo, i mediocri hanno bisogno di chiarimenti e gli ottusi necessitano di corsi extrascolastici, così i primi si annoiano ascoltando la ripetizione delle medesime cose, perdono interesse, saltano le lezioni oppure pensano ad altro, si demotivano e vivono la scuola come un sacrificio, mentre gli ultimi si scoraggiano e cominciano a odiare la scuola e lo studio, non sorprende, dunque, che marinassi continuamente le lezioni, accumulando decine di giorni di assenza l’anno, senza che peraltro il mio rendimento scolastico ne soffrisse, andavo bene in matematica, per la quale Eysenck rilevava che alcuni studenti molto svelti, esercitandosi con un corso adeguatamente programmato, potevano svolgere il lavoro di un anno in due giorni, io assimilavo il programma di un quadrimestre in un pomeriggio, e l’indomani, nel compito in classe, ottenevo risultati eccellenti.
Eysenck aggiungeva che, specialmente nei bambini altamente intelligenti, l’insegnamento delle materie scolastiche impartito al livello del QI medio della loro classe li rendeva ribelli al punto che preferivano fare di testa propria, leggendo ciò che li interessava e non prestando attenzione agli insegnanti, e che in tali condizioni il bambino molto intelligente poteva non brillare agli esami ed ottenere ciò che gli spettava nella vita soltanto più tardi, quando capacità e motivazioni venivano indirizzate verso uno scopo vitale; approfondendo la letteratura scientifica sui bambini plusdotati, estremamente limitata in quanto gli sforzi degli psicologi dell’infanzia sono dedicati ai ragazzi con handicap o altro tipo di disagio sociale, ho scoperto di non essere l’unico ad aver patito vent’anni di plagio scolastico, e, riconoscendomi nelle caratteristiche tipiche dei gifted, come vengono definiti i bambini dotati di capacità intellettive superiori alla media, ho recuperato la piena legittimità del mio modo d’essere qualitativamente differenziato, ma ho scoperto anche che a molti di loro, incompresi dalla famiglia e dalla scuola, vengono diagnosticate erroneamente malattie quali l’ADHD, sindrome da deficit di attenzione ed iperattività, e, pertanto, vengono medicalizzati con psicofarmaci nonostante la loro colpa sia quella di non sopportare un ambiente inadatto alle loro elevate capacità intellettive, che determina spesso l’abbandono scolastico o, nel caso arrivino a frequentare l’università, la rinuncia agli studi per non aver maturato una costanza nell’impegno a causa della facilità con la quale hanno superato le scuole elementare, media e superiore, con la conseguenza sociale indesiderabile che proprio gli elementi più promettenti divengono inspiegabilmente criminali altamente intelligenti.
Ne ho concluso che il sistema scolastico italiano, soffocato dall’egalitarismo di matrice cattolica e comunista, costituisce un portentoso ostacolo all’affermazione dei migliori talenti di natura: in esso vanno avanti gli elementi più ottusi, sospinti dal vento favorevole delle ideologie egalitarie che hanno fatto della laurea un diritto soggettivo da assicurare a tutti, allo scopo di consentire l’elevazione sociale dei meno dotati per mezzo dell’inganno del titolo di studio avente valore legale, altrimenti per loro non ci sarebbe speranza; dalla metà degli anni Settanta, poi, nelle classi scolastiche devono essere ammessi obbligatoriamente gli handicappati, i bambini plusdotati non vengono neppure menzionati dalla legge, come se non esistessero, o, meglio, come se non dovessero esistere, per loro non è previsto alcun programma di studi, vengono considerati in tutto e per tutto eguali ai loro compagni medi e mediocri, secondo un pregiudizio ideologico avverso alla qualità volto a fare degli ultimi i primi, così viene negata loro la possibilità di essere se stessi, nel paradiso artificiale dell’eguaglianza nato dai fumi psichedelici degli anni Sessanta del Novecento le loro peculiarità ed i loro bisogni non sono riconosciuti, farlo significherebbe violare il paradigma dominante, pertanto in Italia non esistono né una pedagogia dell’intelligenza che si occupi di chi è dotato di capacità intellettive superiori alla media, né classi speciali composte di ragazzi di intelligenza elevata, né programmi didattici differenziati, né, tanto meno, una preparazione specifica per gli insegnanti, raccattati a casaccio sulla base dei titoli di studio ed assunti ope legis, mediante sanatorie in forza della legge, sistema di reclutamento dei docenti con il quale lo stato, in qualità di datore di lavoro di ultima istanza, garantisce l’assorbimento dei laureati più scadenti senza far sostenere loro alcun concorso, scaricando poi sulla nazione i guasti della loro pochezza.
Non so cosa accada ai miei fratelli, creati col fuoco anziché da semplice fango modellato, quando vengono schiacciati fin dall’infanzia da un sistema meccanico ed inumano teso a livellarli al livello medio e mediocre della massa informe che li circonda, quando non degli handicappati, se abbandonino gli studi per diventare fuorilegge, oppure se attuino il passaggio al bosco, aspettando silenziosamente di raccogliersi attorno ad un disegno unitario allo scoccare del segnale convenuto, o, infine, se, sovrastati dal dolore e dall’insensatezza che vengono imposti loro, si tolgano la vita; io ho sorriso quando ho appreso dello stupore dei responsabili delle istituzioni ideate per far emergere gli elementi migliori, qualunque sia la loro provenienza sociale, nel trovarsi di fronte a casi inspiegabili di abbandono scolastico da parte di studenti altamente intelligenti che sfociano in comportamenti antisociali, una splendida forma di contrappasso per un paradigma assurdo qual è quello corrente, poi mi è venuta in mente l’istintiva ammirazione che provo per tutti coloro che, nel corso dei secoli, hanno abbattuto un regime politico per edificarne uno nuovo, così ho realizzato che, nel mio caso, la tortura pluridecennale riservatami da questo sistema massificante mi ha portato a ritirarmi nella foresta del Ribelle per recuperare le forze, e, riflettendo sulla mia storia personale, quasi senza accorgermene, ho finito per pianificare l’estinzione di due dei tre monoteismi abramitici, con conseguente ribaltamento della morale del risentimento e conclusione dell’eone cristiano, e, sul piano politico, l’uscita dalla modernità mediante il recupero della nozione smarrita della qualità, per cui, a pensarci bene, sì, sono un criminale, ma, per vastità e portata delle mie intenzioni, lo sono in grande stile.

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L’ultimo uomo

L’ultimo uomo: l’inventore della felicità!

L’ultimo uomo: l’inventore della felicità!

Fin dai primi giorni trascorsi in banca mi ero accorto che, nella formazione dell’organico, non v’era stata altra selezione che quella attuata sulla base dei titoli di studio, così replicai al vicedirettore del personale della filiale capogruppo, che, per ammonirmi a stare attento a quel che dicevo, minacciò di non confermarmi nell’impiego al termine del periodo di prova, che non avevo nulla di cui preoccuparmi, tanto lì prendevano tutti, com’era accaduto a scuola, dove, soprattutto al liceo, durante l’intero ciclo scolastico non bocciarono nessuno, non in ragione del valore dei miei compagni di classe, quanto perché la docenza, laureatasi grazie alla pratica livellante ed egalitaria del diciotto politico, riversava sugli studenti il beneficio del sei politico confidando nel fatto che lo stato li avrebbe assunti come datore di lavoro di ultima istanza obbligato a riconoscere il valore legale dei titoli di studio che esso stesso emette, mentre quando abbandonai tutto, dopo aver esercitato un’attività professionale autonoma, avevo ormai maturato la certezza che, in Italia, lavorano davvero tutti, non essendovi alcuna corrispondenza tra la posizione occupata e l’essenza di chi la ricopre.
Rifugiatomi nella foresta del Ribelle, seguendo il filo di Arianna delle mie letture, ho scoperto, con un certo sollievo, di non essere l’unico a considerare aberrante la condizione lavorativa: Alain de Benoist, citando frequentemente autori di sinistra per i quali il lavoro è un destino, essendo l’unica cosa che possono dare gli uomini ai quali si sentono affini, critica l’ideologia del lavoro sottolineando come non vi sia niente di naturale, e men che meno di morale, nel fatto di lavorare, ricordando che nell’Antichità il lavoro era considerato un’attività inferiore che aveva a che fare con la sfera della necessità, opposta a quella della libertà, ed era pertanto antitetico ai valori aristocratici di autocostruzione ed affinamento della persona affermati dalla civiltà classica; Julius Evola, dal canto suo, vedeva nel lavoro una superstizione moderna, un mito plebeo indotto dalla demonìa dell’economia, sia che costituisse un fine in sé, una via di redenzione o di giustificazione dell’esistenza, sia che si parteggiasse per un umanesimo del lavoro, sia, infine, che ci si accontentasse di associarlo ad un attivismo produttivo tanto parossistico quanto insensato, vedendovi una specie di autosadismo consistente nel glorificarlo come valore etico e dovere essenziale e nel concepire qualsiasi forma di attività umana sotto specie di lavoro.
Nell’accezione moderna del termine, il lavoro è un’attività caratterizzata da una penosità sopportata unicamente in vista della remunerazione monetaria che ne consegue, patimento di cui si trova eco nella radice latina labor, che, ricordava Evola, esprime fatica, affanno, sforzo sgradevole, con sfumature negative quali disgrazia, molestia, peso, pena; il lavoro, infatti, corrisponde alle forme oscure, materiali, servili, anodine dell’attività umana, e, come tale, veniva riferito espressamente a coloro che agivano spinti dal bisogno, dalla necessità o dall’infausta sorte della schiavitù, mentre nei confronti di chi agiva in senso proprio, svolgendo forme di attività libere, non fisiche, consapevoli, volute, in certa misura disinteressate, veniva utilizzato il termine agere, l’agire in senso superiore del capo, dell’esploratore, dell’asceta, dello scienziato puro, del guerriero, dell’artista, del diplomatico, del teologo, di chi pone una legge o di chi la infrange, di chi è spinto da una passione elementare o guidato da un principio, del grande imprenditore e del grande organizzatore.
Nel denunciare l’idea moderna dell’economia quale fondamento della vita individuale e collettiva, Evola stupiva che la fissazione di ogni valore ed interesse sul piano economico e produttivo non venisse considerata un’aberrazione senza precedenti, bensì una cosa normale che andava accettata, voluta, sviluppata ed esaltata, rammentando che, in epoche anteriori, il lavoro era volto ad assicurare quella sussistenza che, poi, permetteva di seguire interessi più degni dell’uomo, ai quali, nella Roma antica, era riservato l’otium, inteso come tempo libero corrispondente ad uno stato di raccoglimento, calma, trasparente contemplatività, controparte sana e normale di tutto ciò che è attività, mentre il negotium, prima assumere il significato di accordo commerciale e di attività precipua dell’uomo moderno, costituiva la semplice negazione dell’otium, essendovi alla base della gerarchia dei valori di ogni civiltà normale l’opposizione fra il polo spirituale dell’esistenza, libero e perfetto, culminante nella pura attività del pensatore, del contemplatore, dell’eroe, dell’asceta, del creatore, e quello materiale, greve ed imperfetto, sfociante, appunto, nel lavoro, che, ormai, non veniva più avvertito come ripugnante e contro natura, tanto che neppure ci si vergognava di essere retribuiti per svolgerlo.
Anche René Guénon affrontò il tema dell’esaltazione tutta moderna del lavoro, con particolare riferimento alle iniziazioni di mestiere quali il compagnonaggio e la massoneria, denunciando come ad esso venisse attribuito un valore eminente indipendentemente da considerazioni di altro ordine, e come, alla glorificazione di un’attività tanto inferiore, fosse associata una parallela svalutazione della contemplazione, l’attività più elevata che si possa concepire, la quale ha il compito fondamentale di fornire la legge all’azione; gli uomini moderni, sottolineava l’autore tradizionale, ignorano completamente che un lavoro non ha valore reale se non quando è conforme alla natura dell’essere che lo compie, se non risulta in certo qual modo spontaneo e necessario, così da essere il mezzo che essa impiega per realizzarsi il più perfettamente possibile, ricollegandosi in tal modo a quel che Aristotele definiva l’atto proprio di ciascun essere, inteso come l’esercizio di un’attività conforme alla propria natura, che, come diretta conseguenza, consente il passaggio dalla potenza all’atto delle sue possibilità: il lavoro, dunque, inteso in senso normale, dovrebbe corrispondere ad una vocazione, ed il profitto materiale che ne consegue assume carattere secondario e contingente rispetto al compimento in atto della natura stessa dell’essere umano, che ne costituisce il fine principale.
Ma nell’epoca moderna, sottolineava Friedrich Nietzsche, le idee generali sono fissate non già dall’uomo superiore, bensì dallo schiavo, il quale, per sua natura, deve designare tutti i suoi interessi con nomi ingannevoli, dignità dell’uomo e dignità del lavoro, miseri prodotti di una schiavitù che vuole nascondersi a se stessa, mentre i greci non avevano bisogno di tali allucinazioni concettuali, essi dichiaravano con terribile franchezza che il lavoro è un’onta, e che soltanto l’ozio con tranquilla coscienza, dalle origini immemorabili e connaturato al temperamento, era un’attività degna di un uomo; prima dell’ossessione per l’oro, che dall’America andava propagandosi nella vecchia Europa, era il lavoro che dava rimorso, un uomo ben nato, se la miseria lo costringeva a lavorare, nascondeva il suo lavoro, lo stesso schiavo lavorava oppresso dalla convinzione di fare qualcosa di spregevole, mentre ormai ci si vergognava del riposo, il lungo meditare creava rimorsi di coscienza e l’inclinazione alla gioia assumeva la veste giustificatoria di bisogno di ricreazione, tanto che, se si veniva sorpresi da un conoscente durante una gita in campagna, ci si scusava appellandosi al compimento di un dovere verso la propria salute, per potersi rimettere al più presto e tornare a guadagnare denaro: una volta era il lavoro ad avere su di sé la cattiva coscienza!
L’artefice di tale diabolica inversione nella gerarchia dei valori, ritratto icasticamente nel libro Così parlò Zarathustra di Nietzsche, è l’ultimo uomo, modello antropologico della modernità, l’essere più spregevole che sia mai apparso sul globo terrestre, quegli che non sa disprezzare se stesso e che, con il rapportare ogni cosa alla propria natura, tutto rimpicciolisce; “Che cos’è amore? E creazione? E Anelito? E stella?” – così domanda l’ultimo uomo, e strizza l’occhio; con la sua apparizione la terra si è fatta piccola, ed egli vi saltella giocondo come una pulce; la sua genia, indistruttibile, campa più a lungo di tutti; dopo aver abbandonato le contrade dove la vita è dura, ormai asserviti al ciclo abbruttente lavoro-intrattenimento, gli ultimi uomini sono tutti eguali e desiderano tutti le stesse cose; strizzano l’occhio, danno di gomito ed esclamano: “Noi abbiamo inventato la felicità!”; razionalizzando e sterilizzando l’esistenza, facendo dell’economia un plumbeo destino collettivo allo scopo di procurarsi quel benessere materiale che li pone al riparo dall’asprezza della vita, gli ultimi uomini hanno esteso a tutti quella che, in ogni civiltà normale, fu un’attività riservata esclusivamente agli schiavi, individui disprezzati perché non potevano dare altro che il lavoro, ma ciò è accaduto non senza resistenza, e per piegare gli elementi migliori alla propria condizione gli ultimi uomini hanno creato un’istituzione livellante ed egalitaria che agisce fin dall’infanzia come un rullo compressore su qualità ed aspirazioni superiori: la scuola di massa.

Lascia tutto e seguiti

In quegli anni avevo ormai raccolto prove schiaccianti del fatto che il paradigma corrente considerava illegittimo il mio modo d’essere qualitativamente differenziato, era pertanto inutile continuare a resistergli dall’interno, così, mentre maledicevo il mio destino per gli ambienti in cui mi aveva precipitato, assecondai istintivamente l’accorato appello contenuto nel brano musicale Il mantello e la spiga, tratto dall’album Gommalacca di Franco Battiato, ad abbandonare tutto per seguire le orme lasciate nel tempo nelle quali riconoscermi per ricongiungermi alle memorie del futuro, ed intanto risuonava beffarda nei miei ricordi l’osservazione di quanti, fin dall’infanzia, mi avevano detto che ero fortunato ad essere com’ero, che non avevo ragione di lamentarmi, ed io reagivo ogni volta stupito e sdegnato considerando che, se davvero ero stato baciato dalla sorte, non mi spiegavo il motivo per cui fossi costretto a stare assieme a loro.
Finii così per incarnare la figura delineata da Ernst Jünger nel Trattato del ribelle, ossia di colui che, nel corso degli eventi, si è trovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento, ma, ciononostante, è ancora deciso ad opporre resistenza, a dare battaglia, sia pure in forma disperata, essendo caratterizzato da un profondo, nativo rapporto con la libertà che lo porta a contrapporsi ad ogni forma di automatismo, consapevole che ogni razionalismo sfocia nel meccanismo e, conseguentemente, nella tortura, ed a scegliere da sé se avere un proprio destino oppure essere soltanto un numero; il Ribelle, infatti, non si lascia imporre la legge da nessuna forma di potere superiore, affida le sue conclusioni all’autorità del proprio foro interiore, affronta il rischio del passaggio al bosco allo scopo di definire una libertà valida a dispetto del Leviatano, ma, prima di tutto, ha la necessità di maturare un’idea precisa di sé, se davvero vuole compiere ardue imprese, dopodiché è sufficiente che tocchi l’essere in un solo punto perché ne nascano ripercussioni tali da datare il tempo.
Ma il passaggio al bosco non va inteso in senso letterale, la foresta è ovunque, sottolineava Jünger, ciò che conta è l’atteggiamento mentale con il quale si attua la ribellione, così il 22 luglio 2003 mi ritirai nella biblioteca nazionale centrale di Roma, e, dimorandovi in solitudine, circondato da oltre sette milioni di libri, ho sfatato il nichilismo che mi pervadeva, recuperato la piena legittimità della mia natura qualitativamente differenziata e definito lo scopo della mia vita, diventando infine come coloro che, da bambino, mi incutevano timore per aver steso arcobaleni di parole capaci di condurre i lettori nei luoghi remoti ed inaccessibili del loro essere, e, per una curiosa coincidenza, il mio rifugio ha dei tratti in comune con la selva del Ribelle, con i giardini tematici adiacenti le sale di lettura, i tre alberi antistanti l’ingresso dai tronchi maestosi e dai rami scheletriti dall’inverno che, in primavera, in poche settimane si rivestono di vaste chiome verdeggianti, le magnolie dalle foglie lucide ed oleose, gli abeti dai rami penduli e tristi, l’ulivo striminzito, i sempreverdi senza nome, i rampicanti, i cespugli di rose rosse e fiori selvatici.
Ho scoperto di amare gli alberi soltanto dopo aver abbandonato il meccanismo infernale che razionalizza e sterilizza l’esistenza riducendola ad insensata economia, e di aver bisogno, di tanto in tanto, della loro compagnia paziente, silenziosa e rassicurante, mi ritempra osservarne le chiome, ne apprezzo l’ombra, il riverbero della luce estiva tra le foglie, la frescura che rende sopportabile la stagione calda ed afosa; venerato in tutte le culture per la sua forma verticale, l’albero collega ciò che è in alto con ciò che è in basso, partecipa delle nature terrestre e celeste, da cui assorbe il nutrimento ed in cui rilascia l’ossigeno necessario alla vita, attraversa un ciclo ininterrotto di morti e rinascite con l’alternarsi delle stagioni e la sua parte visibile si specchia simmetricamente in quella nascosta nel terreno, simboleggiando in tal modo l’uomo nel rapporto tra ciò che custodisce dentro di sé e ciò che manifesta all’esterno, per cui, parafrasando un antico detto alchemico, quanto più le radici della sua ribellione affondano all’inferno, tanto più i rami della sua azione si ergono imperiosamente a sfidare il cielo.