I predicatori dell’eguaglianza


La tarantola, immagine nietzschiana dei predicatori dell’eguaglianza

La tarantola, immagine nietzschiana dei predicatori dell’eguaglianza

Nel capitolo Delle tarantole del libro Così parlò Zarathustra Friedrich Nietzsche invitava gli uomini di valore a diffidare di tutti coloro nei quali è forte l’istinto di punire, gente di qualità ed origine scadente dai cui volti occhieggia il carnefice ed il segugio, e di tutti quelli che parlano della loro giustizia, poiché alle loro anime non manca soltanto il miele, e, come nella tarantola, che reca nero sul dorso il suo triangolo e distintivo, così nei predicatori dell’eguaglianza si annida la vendetta dell’inferiore nei confronti del superiore, dove essa morde si forma una nera schianza ed il veleno della rivalsa procura le vertigini a coloro che ne vengono infettati, perciò essi rivolgono le loro parole di libertà, eguaglianza e fratellanza agli scarti del genere umano, gli unici disposti ad accoglierle, iniettandovi la tossina di un impossibile riscatto dalla loro infima condizione di natura; in tal modo il filosofo spregiatore degli uomini affrontava la tematica del risentimento che logora la gente dappoco, alla quale, lamentava, si era dato ragione per fin troppo tempo, tanto che ormai essa insegnava che è buono ciò che la piccola gente approva, tutto rimpiccioliva paurosamente dinanzi all’avanzata delle masse, e si era finito per darle anche il potere politico, ed ora, divenuta padrona, predicava rassegnazione, modestia, senno, diligenza, riguardo e tutto il lungo eccetera delle piccole virtù cristiane, ma, proclamava temerario l’annunciatore dell’anticristo, gli uomini non sono eguali tra loro, né debbono diventarlo: le figure ed i tipi superiori della vita sono solo felici casi sporadici che non danno luogo ad alcuna continuità, trattandosi anzi di esseri esposti più degli altri ai pericoli ed alla distruzione, e sono proprio quelli che la gente meschina invidia ed odia, in quanto, con la loro esistenza, ne evidenziano la bruttezza.
Nietzsche lanciava i suoi strali antiegalitari contro i babbuassi socialisti dalle teste vuote del suo tempo, che annunciavano l’uomo dell’avvenire degenerato ed immeschinito in perfetta bestia nana da armento fornita di eguali diritti ed esigenze, evento che il filosofo riteneva possibile, senza dubbio, però, aggiungeva, chi avesse meditato sino in fondo questa possibilità conosceva un disgusto di più rispetto agli altri uomini, e forse anche un nuovo compito, quello, del tutto conseguente, di formare un’élite che si contrapponesse allo sfacelo democratico, ma i predicatori dell’eguaglianza non nascono dal nulla, come i funghi dopo un acquazzone, essi hanno origini antiche e lontane, provengono dalla sterile monotonia del deserto, dove, oltre tre millenni fa, Mosè, un profeta tardo di parola e tardo di lingua, proclamò la Legge di Iahvè, divinità livida e rancorosa timorosa degli uomini che si innalzano grazie alle proprie forze, che elegge gli ultimi a scapito dei migliori elementi di natura e preferisce il debole al potente, il secondogenito al primogenito, invertendo in tal modo i normali rapporti tra gli uomini e le cose; Dio morale che retribuisce il bene con la prosperità materiale ed il male con sciagure e disgrazie, giudice supremo di tutta la terra che fa giustizia al forestiero, alla vedova ed all’orfano, e che agli uomini di ingegno preferisce gli umili, gli inabili e gli indifesi, Iahvè strinse un’Alleanza unilaterale con Abramo, pastore seminomade fuoriuscito da Ur dei Caldei, culla della civiltà, per stabilirsi nell’arida steppa e divenire capostipite di una genia di donne sterili ed uomini litigiosi dai quali discesero le dodici tribù di Israele, popolo che Egli liberò dalla casa di schiavitù d’Egitto e condusse in una terra dove scorrevano latte e miele per dargli un ordinamento giuridico egalitario scritto con il suo dito sulle tavole della testimonianza, un ammasso di detriti umani privi di forma eletto a nazione santa di sacerdoti la cui infedeltà nei confronti del Patto da esso liberamente contratto oltrepassa il ridicolo.
La Legge mosaica comandava l’amore per il prossimo, inteso come quello del proprio stesso popolo, il dovere di prestare soccorso al forestiero, alla vedova ed all’orfano, la cura dei poveri ed il rispetto per gli schiavi ed i lavoratori salariati, ed in tali prescrizioni Nietzsche scorgeva la rivolta degli schiavi nella morale, in quanto, per la prima volta, gli oppressi, i mal riusciti, quelli che soffrono da sé, oltre ai mediocri, introducevano apprezzamenti di valore loro favorevoli; i grandi ideali, gli interessi decisivi, infatti, presuppongono uomini che stanno dietro di essi, piccoli o grandi, inferiori o superiori, e la morale è precisamente la valutazione di quel che un determinato tipo umano, in una determinata epoca storica, venera come bene e condanna come male: ne consegue che esiste una morale dei signori ed una morale degli schiavi, una valutazione del bene e del male fatta dai nobili, dai migliori, dai ben riusciti, che avvertono gli stati di elevazione e fierezza dell’anima come il tratto distintivo e qualificante della gerarchia, che sentono se stessi come determinanti il valore, che proclamano dannoso in se stesso ciò che lo è per loro e riconoscono doveri unicamente verso i propri simili, ed una morale del gregge che esalta le qualità che alleviano l’esistenza ai sofferenti, la pietà, la mano compiacente e soccorrevole, il calore del cuore, la pazienza, l’operosità, l’umiltà, la gentilezza, giacché sono le più utili e quasi gli unici mezzi per sopportare il peso della vita; in tal modo gli ebrei hanno operato una radicale trasvalutazione dei valori rivalendosi dei propri nemici e dominatori, realizzando così la vendetta più spirituale, essendo riusciti a rovesciare, con terrificante consequenzialità, stringendola ben salda con i denti dell’odio più abissale, l’odio dell’impotenza, l’equazione di valore aristocratica che vedeva coincidere buono, nobile, potente, bello, felice, caro agli dèi, proclamando che soltanto i miserabili sono buoni; solo i poveri, gli impotenti, gli umili, i sofferenti, gli indigenti, gli infermi, i deformi sono gli unici devoti, gli unici uomini pii, per i quali soli esiste una beatitudine, mentre invece i nobili ed i potenti saranno per l’eternità malvagi, crudeli, lascivi, insaziabili, empi, e saranno anche eternamente sciagurati, maledetti e dannati!
La rivolta degli schiavi nella morale cominciò quando il risentimento degli ultimi nei confronti dei primi insuperbì fino a diventare creatore di valori, sovvertendo l’ovvia constatazione che, in ogni epoca normale, l’uomo comune era soltanto ciò che veniva considerato, furono infatti i buoni, i nobili, i potenti, quelli che avevano avuto dei doni dalla vita, ma anche maggiori responsabilità, che, prendendo le mosse dal pathos della distanza fondatore di ranghi e gerarchie, coniarono l’opposizione tra buono e cattivo, dove il secondo termine costituiva soltanto una pallida postuma immagine antagonistica, in quanto i migliori non avevano bisogno di costruire artificialmente la loro felicità rivolgendo lo sguardo ai loro nemici, né di imporsela con la forza della persuasione e della menzogna, come sono soliti fare gli uomini del ressentiment, che concepiscono il malvagio come idea di base a partire dalla quale fabbricano, come sua contraffazione ed antitesi, un buono, ossia propriamente se stessi, di cui esaltano le qualità che servono a sostenere l’esistenza malandata di un’umanità piccina, paurosa e sofferente, avendo la morale servile carattere essenzialmente utilitaristico, così il nobile diviene, agli occhi della massa, un essere inutile e pericoloso, l’orgoglio aristocratico snatura agli occhi del gregge nel peccato di superbia, giacché il malvagio, nella morale del ressentiment, è, propriamente, il buono dell’altra morale, solamente dipinto con altri colori, interpretato in guisa opposta, guardato di sbieco dall’occhio torvo del risentimento, tuttavia, essendo la loro natura falsa ed obliqua, non hanno il coraggio di affermare le cose come sono, perciò si proclamano buoni e giusti, ed a quel che pretendono non danno il nome di rivalsa, bensì di trionfo della giustizia; non dicono di odiare il loro nemico, ma l’ingiustizia, l’empietà; non ammettono di cercare la vendetta, bensì la vittoria del Dio giusto sugli empi; quel che resta loro da amare sulla terra non sono i loro fratelli nell’odio, ma i loro fratelli nell’amore, come affermano mentendo.
Un Dio morale presuppone un ordinamento morale del mondo che stabilisca immutabilmente cos’è bene e cos’è male, nonché l’esistenza di fatti morali tali per cui chi operi il bene venga premiato in vita con la prosperità materiale e chi operi il male venga punito con la sciagura, gli ebrei non conoscevano l’al di là, ma soltanto lo Sceol, dimora dei defunti simile all’Ade dei greci, da qui discende la definizione di Iahvè come giudice di tutta la terra che fa giustizia al forestiero, alla vedova ed all’orfano, la cui retribuzione aveva originariamente carattere collettivo, al popolo d’Israele spettavano premi o punizioni a seconda che rispettasse o meno la Legge divina, da questa credenza si sviluppò la teologia della storia che impregna l’Antico Testamento, poi, con il trascorrere dei secoli ed il reiterarsi dell’infedeltà degli israeliti al Patto da essi liberamente contratto, essa si trasformò in retribuzione personale, ma questo ribaltamento di prospettiva pose drammaticamente la questione del giusto che soffre mentre il malvagio prospera, esito inconcepibile per una divinità che si pretendeva intervenisse davvero nella realtà per premiare e punire gli uomini per le loro azioni, sicché, per far quadrare le cose, venne elaborata una dottrina della retribuzione per il bene e per il male dopo la morte, in un mondo ultraterreno, che trovò completa espressione nel libro della Sapienza, databile attorno al 50 a.C., che, assieme all’attesa messianica del successore di Davide sul trono di Israele ed all’apocalittica sviluppata dai profeti, preparò il terreno per la venuta di Gesù, che dichiarò superata la Legge mosaica ed enunciò la Nuova Alleanza fondata sull’amore incondizionato verso Dio e verso gli altri uomini, indipendentemente dall’appartenenza al popolo ebraico, annunciando inoltre l’imminenza del giorno del Giudizio nel quale i buoni ed i giusti avrebbero finalmente trionfato; questi deboli, ironizzava l’anticristiano par excellence, attendono l’avvento del loro regno, che chiamano né più né meno regno d’Iddio, essi sono invero così umili in tutto!
Il cristianesimo, seduzione diabolica che promette beatitudine e vittoria ai poveri, agli infermi, ai peccatori, veleno sottile distillato nelle viscere dei deboli attingendo alle cime più alte della falsificazione e della menzogna, strumento di rivalsa di tutti i reietti spacciato come religione dell’amore, rappresenta la rivolta dei calpestati, dei miserabili e dei malriusciti contro i migliori di natura; con esso la debolezza diviene un ideale, ciò che è basso e vile assume forma di distinzione e di bellezza, tutto ciò che è di estrazione infima e malata elabora la sua filosofia arrogandosi il diritto di giudicare e condannare, cosicché i piccoli ed i superflui trovano finalmente il coraggio di parlare per calunniare la vita che li ha esclusi dalle prospettive più alte, tutto ciò che l’afferma e l’irrobustisce viene ricondotto sotto il segno del peccato e richiamato alle regole di un’obbedienza che pone la sua giustificazione in cielo, ma ha la sua vera ispirazione in terra, tra il gregge e dal gregge; la religione cristiana ha avvelenato la coscienza del tipo nobile costringendolo a reprimere i suoi istinti più forti, è riuscita a confondere così bene i concetti di inferiore e superiore che non solo ha insinuato nella povera gente un rancore sordido verso i migliori, ma ha gettato il germe della sfiducia nell’animo dell’uomo superiore insegnandogli a dubitare del suo diritto, essa è infatti un no detto alla vita, il rifiuto della bellezza, della potenza, della gioia, della felicità che si ripercuote in maniera decisiva sulla selezione della specie dando luogo alla décadence, degenerazione della qualità complessiva degli uomini ottenuta favorendo sistematicamente l’animale da gregge, l’umile, l’impotente, l’inabile, conservando ciò che è maturo per il tramonto ed opponendo resistenza ai migliori a favore dei diseredati e dei condannati dalla vita, elemento che conferisce all’esistenza un aspetto fosco e problematico per la quantità di mal riusciti che mantiene in vita.
I malati, gli inabili, i mal riusciti manifestano una superbia luciferina nel reclamare l’eguaglianza con i migliori di natura, cui aggiungono un egoismo crudele nel volerli costringere ad occuparsi di loro, la loro pretesa di rappresentare una qualsiasi forma di superiorità, assieme al loro istinto per le vie traverse, conducono ad una tirannide sui sani che porta questi ultimi a provare sfiducia nei confronti della vita, in quanto le loro esuberanti tendenze vitali vengono considerate profondamente immorali, sicché la morale cristiana rappresenta un ostacolo contro tutti gli sforzi della natura per giungere ad un tipo umano più alto, rivolgendosi espressamente contro gli istinti vitali e giungendo all’assurdo di fare della sessualità qualcosa di impuro, così la vita, infangata nell’atto stesso della procreazione, finisce precisamente laddove ha inizio il regno di Dio, ed infatti l’al di là è stato concepito come mezzo per insozzare l’al di qua, essa esalta l’altruismo mentre ogni morale sana è sempre stata dominata da un istinto della vita che si manifesta sotto forma di consapevole egoismo connaturato all’anima aristocratica, quell’orgogliosa autosufficienza del nobile capace di bastare soltanto a se stesso unita alla fede irremovibile che ad uomini come lui altri debbano essergli sottomessi per natura, perciò i cristiani hanno inventato il paradiso, terra promessa degli umili e dei mediocri, e l’inferno, dove saranno precipitati e dannati per l’eternità i nobili ed i potenti, ed hanno inflazionato la figura del Diavolo deformando grottescamente i tratti dell’uomo superiore, il buono della morale dei signori, al quale attribuiscono superbia, volontà di potenza e lussuria sfrenata, tutto ciò che una genia di impotenti non può permettersi, che nell’islam ha assunto forma di condanna definitiva con l’attribuzione ad Iblis del peccato di orgoglio, essendosi rifiutato di prosternarsi, lui, creato col fuoco, davanti all’uomo, creato da semplice fango modellato, sigillando in tal modo l’odio nei confronti della qualità proprio dei tre monoteismi abramitici.
Il cristianesimo, infine, instillò negli ultimi la convinzione luciferina che gli uomini fossero dotati di un’anima eguale di fronte a Dio, mentre l’antichità conosceva l’iniziazione riservata agli elementi maggiormente qualificati che, in tal modo, creavano dentro di sé la possibilità di un’esistenza dopo la morte, che con l’agonizzare della divinità del deserto si laicizzò nell’ideale filosofico dell’uomo dotato di eguale razionalità, fisima cartesiana negata dall’evidenza scientifica dell’ineguaglianza delle capacità intellettive individuali misurata dall’indice QI, che, sul piano politico, fu proclamato detentore di diritti universali garantiti dal Leviatano, quella moltitudine di individui riuniti in un’unica persona che chiamiamo stato, per dirla con le parole del suo massimo teorico, o piuttosto quel dio mortale cui dobbiamo la nostra pace e sicurezza, guardiano notturno della proprietà privata rassomigliante in maniera inquietante a Iahvè, che, soprattutto nel libro della Genesi, interviene a protezione della vita e dei beni dei suoi figliuoli prediletti, espressione giuridica dell’eguaglianza predicata in chiave polemica contro l’Ancien Régime dai liberali, ai quali premeva abolire le rigidità normative che impedivano ai più intraprendenti di competere per raggiungere le posizioni di vertice in ambito economico, scavalcati a sinistra dai socialisti, che predicavano l’eguaglianza nei punti di partenza per consentire a tutti di arricchirsi nella lotta per la vita fondando sul presupposto erroneo che gli uomini siano eguali tra loro se vengono trattati come tali, e, infine, dai comunisti, che intercettarono il risentimento degli ultimi, degli inabili, dei mal riusciti predicando loro l’eguaglianza degli esiti, promettendo il livellamento economico mediante la soppressione della libertà personale, e tutti e tre gli orientamenti politici moderni assicuravano di agire in nome della giustizia.
La modernità poté così dispiegarsi sfruttando il vuoto di senso lasciato dall’agonizzante Dio della Bibbia, che, per un paio di millenni, tre considerando il giudaismo, era riuscito ad imporre la morale degli schiavi promettendo ai trasgressori la dannazione eterna, ed allora tutti coloro che, nei tempi andati, sarebbero stati dei pii cristiani anelanti la Gerusalemme celeste, divennero degli spietati fautori del bene e del progresso dell’umanità, nel cui nome compirono i più orrendi massacri che la storia ricordi al fine di consentire la trasposizione laica e materialistica del precetto evangelico secondo cui gli ultimi sarebbero divenuti i primi e fare così giustizia sociale, ma quel tentativo è fallito miseramente, è ormai evidente a tutti che gli uomini non sono mai stati tanto ineguali sotto il profilo economico come da quando sono stati dichiarati eguali tra loro, così, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, le società occidentali sono state travolte dalla nuova frontiera dei predicatori dell’eguaglianza, che, non potendo agire sulla realtà della naturale ineguaglianza degli uomini, hanno sterilizzato il linguaggio mediante l’ideologia del politicamente corretto, instillando un rispetto artificiale nei confronti di qualunque cosa avesse sembiante umano per non farla risentire, ed imposto politiche di affirmative action volte a promuovere l’educazione e l’impiego delle minoranze socialmente svantaggiate, identificate in termini di razza, genere, etnia o disabilità, facendole preferire a coloro che meritano tramite reclutamenti mirati o sistemi di quote, inserendole cioè nelle posizioni di rilievo in ragione della semplice appartenenza a gruppi considerati discriminati, privando così i migliori della possibilità di esprimere se stessi e danneggiando nel contempo la nazione con l’immissione in posti di responsabilità di elementi scadenti in virtù della loro appartenenza di genere, rendendo evidente che la divinità dei tre monoteismi abramitici non ha mai avuto tanto potere sugli uomini come da quando esiste lo stato moderno.
Ma gli uomini nascono ineguali, e, con il passare del tempo, lo diventano ancora più di quanto non lo fossero al momento della nascita, eppure lo stato persegue accanitamente quella giustizia che Iahvè non è mai stato in grado di assicurare agendo sulle finzioni che determinano la posizione economica degli individui concreti nella società, sostituendo alle distinzioni naturali di intelligenza e carattere attribuzioni artificiali quali i titoli di studio aventi valore legale e le riserve di legge, sovvertendo la gerarchia naturale dei talenti con la forza oppressiva e coercitiva della legge; la Repubblica Italiana, poi, nata dal compromesso tra il partito dei cattolici, viziati dalla preferenza innaturale per tutto ciò che è malato, mal riuscito ed inabile alla vita, ed i partiti socialista e comunista, che avevano come modello di riferimento l’uomo che non può dare altro che il lavoro, in assenza di una cultura liberale favorevole al merito, reca inciso nella sua costituzione, scritto con il dito di Dio, l’aberrante principio dell’eguaglianza sostanziale degli uomini, che opera coattivamente in ogni norma di legge affinché tutti i cittadini vengano costretti ad essere eguali nelle situazioni soggettive, sicché in essa hanno pieno diritto di cittadinanza unicamente gli scarti del genere umano, rendendo illegittima la mia natura qualitativamente differenziata e privandomi di una patria: essa, infatti, seleziona gli uomini all’incontrario, esattamente come la divinità del deserto dei tre monoteismi abramitici, ragion per cui non ha alcun senso viverci, ed allora non posso che rallegrarmi con me stesso per essermi rifugiato nella foresta del Ribelle, non potendone più della pressione esercitata su di me dal paradigma corrente, per recuperare le forze e pianificare la mia vendetta, presentendo quella verità aurea enunciata nelle parole di fuoco del profeta nietzschiano Zarathustra che scoprii soltanto molti anni dopo: là dove lo stato finisce, comincia l’uomo che non è superfluo: là comincia il canto della necessità, la melodia unica e insostituibile.

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Info Domenico Coluccio
Domenico Coluccio, astrologo e scrittore – Roma

2 Responses to I predicatori dell’eguaglianza

  1. Mariano says:

    Splendido Domenico !!!

  2. emmanuelstorage says:

    Grazie, mi sto liberando…da un sacco di cose, soprattutto quello che ho scritto finora. Ma immagino fosse necessario arrivarci così. E dire che pensavo di aver scardinato tutti i meccanismi della razionalità che mi impastoiavano.

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