Un arcobaleno di parole


arcobalenoMimetizzato nel silenzio operoso della foresta del Ribelle, dissimulati pensieri ed intenzioni nel distacco educato della forma, mi muovo invisibilmente in un territorio interiore generato dal linguaggio, parole fulminanti che mi pervadono e rendono cristallini i contenuti strappati al serbatoio di verità eterna dell’essere, con le quali conferisco forma al mio pensiero e percorro le menti di coloro che mi hanno preceduto in questo viaggio terreno, uomini che preferirono interrogarsi sulla loro condizione esistenziale e pensare, piuttosto che vivere, un demone tirannico li inchiodava alla penna oltre ogni umano dolore; dimorando in solitudine nella lingua italiana mi confronto con gli spiriti eminenti del passato, ripercorrendo una catena ininterrotta di eletti che trascorsero l’esistenza a condensare un pensiero, arcobaleni di parole disegnati in cielo per trasmettere un segno del loro passaggio terreno, mappe del loro universo interiore che mostrano a sprazzi potenti intuizioni, uomini che trascorsero i giorni veloci assecondando il bisogno di comprendere la realtà e di comprendersi, ponti rilucenti gettati oltre l’abisso dell’incomunicabilità umana per esplorare le segrete lande della loro visione interiore, topografie dei luoghi remoti dell’essere invisibili all’occhio nudo ed all’intelletto limitato ed opaco dell’osservatore razionale, sentieri che svelano l’identità e le esperienze umane come non riescono a fare gli sguardi, che rispecchiano l’anima ma non la rivelano, parole gettate l’una di seguito all’altra per tracciare un cammino alla scoperta di se stessi, itinerari contorti disseminati di indizi lasciati da pensatori resi solitari dall’aver voluto scostare il velo e vedere.
Ogni scrittore lo sa: esiste un luogo eterno dal quale, fresche e limpide come acqua di fonte, scaturiscono scroscianti le parole della propria verità interiore, che, rilette a distanza di tempo, procurano, assieme al riconoscimento della paternità dello scritto, la sensazione indefinita che, nel contempo, partecipino di qualcosa di più grande di lui che vigila discretamente standogli alle spalle, imponente e terribile, e conosce da cima a fondo la sua vita da prima che nascesse, intervenendo con modalità sorprendenti, nei momenti di stasi, per rammentargli l’importanza della sua missione, e ne consuma l’esistenza con un fuoco interiore che si fissa nel testo scaturito dalla penna, pronto ad incendiare altre menti in luoghi ed epoche per lui irraggiungibili; ogni giorno mi stabilisco saldamente nel luogo eterno dell’intuizione, uno stato di coscienza superiore nel quale, sollevato dalla contingenza di esistere in forma terrena, attingo dal serbatoio universale dell’essere i tasselli della conoscenza, per poi comporli a formare un disegno organico, ripulendone lo stile affinché splendano di chiarezza adamantina, e, non più padrone del compito che porto avanti con tutto me stesso, ho scoperto che l’attività dello scrittore è affine a quella dello scultore, che, scolpendo pazientemente la pietra grezza, riporta alla luce la statua imprigionata nel blocco di marmo, e che un testo è perfetto quando, leggendolo e rileggendolo fino allo sfinimento, colpisce per la descrizione puntuale di quel che volevo esprimere, come se fosse stato vergato da un’entità estranea capace di sondarmi l’anima con lo sguardo freddo e distaccato dello scienziato puro, sicché l’opera finisce per acquistare vita propria e parlare da sé.
Cominciai a scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica nel marzo 2006, constatata l’impossibilità di comunicare efficacemente, con i limitati mezzi tecnici a mia disposizione, l’utilizzo dell’astrologia nell’ambito di una visione qualitativa della realtà, riordinando il materiale raccolto negli anni precedenti in seguito all’intuizione di una lontana sera autunnale del 2003, quando, esaminando un tema natale, venni risucchiato all’interno dell’immagine ed esplorai l’esistenza che rappresentava, identificandomi completamente in essa; quella stessa notte sognai di sfogliare un enorme volume dalle pagine patinate nere, che ipotizzai rappresentassero quel che sentivo oscuramente di dover scrivere fin da piccolo, all’epoca in cui, temendo di dover raccontare della mia infanzia, cercavo invano riscontri alla mia visione del mondo, poi i pensieri mi sono sfuggiti di mano ed ho finito per vergare su carta, e trasferire su file, centinaia e centinaia di pagine Word, partendo dagli episodi che più mi avevano avvilito, che emergevano dolorosamente dall’oblio della memoria trascinando con sé la rabbia per l’incomprensione subita, dopodiché, approfondendo le cause che hanno impedito la mia realizzazione, ho inserito la descrizione oggettiva del paradigma contro il quale mi scontravo esprimendo la mia natura, così la narrazione, per un processo alchemico di solve et coagula legato alla necessità di rivedere il testo per renderlo perfettamente aderente all’esperienza vissuta, ha prodotto un effetto terapeutico che mi ha mostrato la strada per liberarmi del passato e realizzare il mio destino.
Essere contemporaneamente soggetto ed oggetto di indagine presenta difficoltà enormi, non essendo possibile una presa di distanza da se stessi neppure riguardo agli eventi più remoti della propria storia personale, il cui carico emotivo mantiene intatta la propria forza nonostante siano svanite da tempo le ragioni che l’hanno originato, poi c’è da considerare il carattere, che determina la risposta innata agli accadimenti della vita ed il modo in cui essa viene compresa e raccontata, pertanto non avrei mai potuto intraprendere la stesura della mia autobiografia senza l’ausilio del grafico astrologico della mia genitura, immagine cosmica di me stesso e mappa oggettiva della mia interiorità, che ha elevato il punto di vista dell’indagine scientifica su me stesso e sul mio destino ricomponendo la frattura tra realtà oggettiva e sentire soggettivo: di tutti gli eventi fondamentali della mia esistenza ho trovato infatti chiara indicazione nel tema natale e nei transiti planetari ad essi sincronici, riconoscendo così di essere parte integrante di un cosmo che, oltre tutto, conferma la legittimità del compito che mi sta fitto nel cuore, che non ho potuto realizzare a causa dell’oppressione esercitata su di me da un paradigma fondato su un principio nettamente antiqualitativo che mi ha impedito di esprimermi, facendomi sentire in colpa per la mia natura qualitativamente differenziata, per la spiccata intelligenza che non trova riconoscimento in un mondo creato a misura dell’uomo medio e mediocre della modernità, sollevato unicamente dalla tendenza naturale, abbandonato a me stesso, a rifugiarmi tra i libri e nelle biblioteche, nel cui silenzio carico di concentrazione ricompongo i frammenti della visione del futuro che mi assilla dall’infanzia.
Sapevo infatti fin da piccolo che sarei diventato uno scrittore, non per una sorta di preveggenza incompresa, come credevo fino a qualche anno fa, ma in quanto tale sarei stato sin da subito se avessi potuto esprimermi liberamente in accordo con la mia natura, eppure, quando cominciai a scrivere, non avrei mai immaginato che la scrittura mi avrebbe portato tanto lontano, verso il compimento del mio destino; inizialmente riponevo grandi aspettative nella stesura della mia opera, vedendovi il consolidamento delle innumerevoli ricerche, riflessioni, intuizioni ed anticipazioni del futuro che costellano la mia esistenza, quel che facevo mi sembrava talmente risolutivo che fremevo per mostrarlo al mondo, pensando a volte, con un senso di urgenza, che se fossi morto prima di aver terminato nessuno avrebbe mai saputo ciò che avevo scoperto, e nel frattempo vivevo isolato in una bolla di non essere per non farmi investire da un paradigma ostile e dalle persone che l’incarnano, poi, affrontando le difficoltà della scrittura, ho dimenticato le mie intenzioni ed ho compreso che finirò per fare come il Buddha, che, sedutosi in meditazione all’ombra di un albero di fico, perdette tutti gli attaccamenti materiali tranne uno, quello di voler raggiungere l’illuminazione, che ottenne quando dimenticò il motivo per cui si trovava lì, così, partito con il proposito di infondere coscientemente delle influenze nel mio scritto, ora desidero soltanto che sia perfettamente aderente a ciò che sono, dopodiché, come un frutto, si staccherà da me per percorrere la sua strada in completa autonomia, non potendo pretendere, io, di sottrarmi all’eterogenesi dei fini che, come una maledizione, colpisce ogni azione umana.

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Info Domenico Coluccio
Domenico Coluccio, astrologo e scrittore – Roma

2 Responses to Un arcobaleno di parole

  1. laura says:

    Bellissimi Pensieri. Resi ancor più splendenti dal ricercato uso delle Parole. Laura

  2. Mariano says:

    Chi pretende musica invece di miagolio, gioia invece di divertimento, anima invece di denaro, lavoro invece di attività, passione invece di trastullo, per lui questo bel mondo non è una patria.

    Hermann Hesse, Il lupo della steppa, 1927

    Un abbraccio e a presto, amico mio.

    Mariano

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