I Ching e qualità del tempo

Il pa-kua illustra il mutamento ciclico degli stati del divenire

Il pa-kua illustra il mutamento ciclico degli stati del divenire

Presi confidenza con la sostanza del tempo nei primi mesi del 1993, poco prima di acquistare il libro che mi illuminò sul significato delle linee tracciate sui palmi delle mie mani, quando la congiunzione celeste tra Urano e Nettuno, che si verifica all’incirca ogni 171 anni, transitava in aspetto angolare di congiunzione con il mio Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, imponendomi di rivitalizzare l’immagine della mia realizzazione con un progetto che tenesse conto della dimensione trascendente, collegamento che riesco a ricostruire a posteriori, dopo circa vent’anni, grazie alle date di pubblicazione dei libri ed al fatto che lo zodiaco tropico è un orologio cosmico che, sotto il profilo individuale, misura il tempo del destino fissato immutabilmente nell’istante della nascita.
Seguendo l’intuizione, che mi proiettava verso strumenti di conoscenza della realtà fondati sul principio dell’Unità del Tutto e della corrispondenza di ogni parte con la totalità cosmica, acquistai una copia dell’I Ching, edito da Adelphi, che si apriva con una prefazione di Carl Gustav Jung, datata Zurigo 1949, che, pur non essendo un sinologo, aveva comunque molto da dire su quel libro, che definiva grande e straordinario, potendone testimoniare l’esperienza personale nell’uso, e, nel contempo, rendeva omaggio alla memoria dell’amico Richard Wilhelm, scomparso il 1 marzo 1930, cui, nel discorso commemorativo pronunciato per la sua morte, aveva attribuito il raro carisma della maternità spirituale, autore di una traduzione dell’oracolo cinese rimasta senza rivali in Occidente, della quale lo stesso traduttore conosceva il valore culturale, avendo appreso la filosofia e l’uso del Libro dei Mutamenti dal venerabile saggio Lao Nai-hsüan, ed avendone messo in pratica la tecnica per molti anni.
Nella prefazione lo psicologo svizzero rivelava di essersi interessato a quella tecnica oracolare, o metodo di esplorazione dell’inconscio, per circa trent’anni, e di aver già maturato una certa dimestichezza con l’I Ching quando conobbe Wilhelm, poco dopo il 1920, che gli confermò ciò che già sapeva e gli insegnò molte altre cose, così, supportato dalla teoria e dall’esperienza, poteva affermare che, alla base della mentalità cinese quale la si scorgeva all’opera nel libro, c’era esclusivamente l’aspetto accidentale degli eventi, la sola cosa che interessasse era ciò che l’Occidente definiva coincidenza, mentre la causalità, idolo degli occidentali, passava quasi inosservata; l’istante sotto osservazione, infatti, appariva all’antica visione cinese più come un colpo di fortuna che come il risultato ben definito di catene causali concorrenti, ciò che rilevava era la configurazione che gli eventi accidentali assumevano al momento dell’osservazione, in quanto l’istante osservato è il totale di tutti gli ingredienti.
Quando si gettano le tre monete, o si contano i quarantanove steli di millefoglio, tutti i dettagli casuali entrano nel quadro dell’attimo sotto osservazione formandone una parte, in quanto qualunque cosa avviene in un dato momento possiede inevitabilmente la qualità peculiare di quell’istante, ed a riprova di ciò Jung citava esperti enologi che dall’aspetto, gusto e comportamento di un vino sapevano individuarne luogo di origine ed annata, antiquari ai quali bastava un’occhiata per indicare l’epoca, la provenienza e l’autore di un oggetto d’arte o di un mobile, ed astrologi che sapevano dire, senza nessuna previa informazione, quale fosse la posizione del Sole, della Luna e del segno zodiacale che sorgeva al momento della nascita dell’individuo, per non citarne altri che, come me, riescono ad affrescare il ritratto caratteriale di una persona senza averla mai vista, semplicemente dando uno sguardo al grafico astrologico della sua genitura, a dimostrazione che i momenti lasciano tracce di lunga durata.
Tale principio è alla base del funzionamento del libro oracolare dell’I Ching: l’esagramma elaborato in risposta al quesito del consultante coincide con il momento del lancio delle tre monete non soltanto nel tempo, ma anche nella qualità, essendo concepito come un indicatore della situazione essenziale prevalente nell’istante della sua origine, e tale visione delle cose sottintende quel che Jung definiva sincronicità, concetto che formula un punto di vista diametralmente opposto a quello della causalità, che, al di là della venerazione religiosa che gli viene tributata in Occidente, è soltanto una verità statistica che non regge la prova della vita reale, fuori dai laboratori degli scienziati, dove non c’è spazio per l’astrazione razionale; la sincronicità considera particolarmente importante la coincidenza degli eventi nello spazio e nel tempo, scorgendovi qualche cosa di più del mero caso, e cioè una peculiare interdipendenza degli eventi oggettivi tra loro, come pure tra essi e le condizioni soggettive dell’osservatore.
L’antica mentalità cinese, proseguiva lo psicologo svizzero, contemplava il cosmo in una maniera paragonabile a quella del fisico moderno, il quale non può negare che il suo modello dell’universo sia una struttura decisamente psicofisica: l’evento microfisico include l’osservatore esattamente come la realtà che forma il sostrato dell’I Ching abbraccia le condizioni soggettive, ovvero psichiche, nella totalità della situazione momentanea; come la causalità descrive la sequenza degli eventi, così per la mentalità cinese la sincronicità considera la loro coincidenza, focalizzandosi sulla considerazione che gli eventi fisici sono della medesima qualità degli eventi psichici e presupponendo che la situazione configuri un quadro leggibile o comprensibile, di cui i sessantaquattro esagrammi sono lo strumento mediante il quale si può determinare il significato di altrettante situazioni differenti ed insieme tipiche, e queste interpretazioni sono l’equivalente delle spiegazioni causali.
Il nesso causale è statisticamente necessario e può quindi essere sottoposto ad esperimento, mentre con la sincronicità, in condizioni normali, sembra impossibile fare esperimenti, in quanto le situazioni sono ogni volta uniche e non possono essere ripetute, sicché, nell’I Ching, il solo criterio di validità della sincronicità è l’opinione dell’osservatore, per il quale il testo dell’esagramma corrisponde ad una fedele riproduzione del suo stato psichico; si presuppone che la caduta delle monete o il risultato ottenuto con la divisione del mazzo di steli di millefoglio sia proprio quale deve essere necessariamente in una data situazione, poiché ogni cosa che avviene in quel momento vi appartiene quale indispensabile elemento del quadro, ma una verità ovvia come questa rivela la sua natura significativa soltanto nel caso sia possibile leggere il disegno e verificarne l’interpretazione, in parte mediante ciò che l’osservatore conosce della situazione soggettiva ed oggettiva, in parte mediante il carattere degli eventi successivi.
Poiché l’antica mentalità cinese considerava il Libro dei Mutamenti permeato da entità spirituali operanti in modo misterioso alle quali si potevano porre domande nella fiducia di ottenere risposte intelligenti, Jung, per mostrare al lettore non iniziato la maniera in cui operava l’oracolo, decise di condurre un esperimento in armonia con la concezione cinese, personificando l’I Ching e chiedendogli il suo giudizio sulla sua situazione attuale, ossia sull’intenzione dello psicologo svizzero di presentarlo alla coscienza occidentale nella sua nuova veste, in occasione dell’uscita nel mercato librario della traduzione inglese, secondo un modo di procedere che rientrava nella filosofia taoista, tentando un dialogo con un libro che pretendeva di essere animato, ripetendo così un procedimento psicologico che era stato reiterato per millenni dalla civiltà cinese, e che per Confucio o Lao-tze rappresentava da un lato una suprema espressione dell’autorità spirituale e dall’altro un rompicapo filosofico.
Lanciando le tre monete Jung ottenne l’esagramma n° 50, “Il Crogiolo”, e ne dedusse che l’I Ching definiva se stesso come un recipiente rituale contenente cibo cotto, nutrimento spirituale che, stando al nove al secondo posto, generava invidia tra la gente, ma l’oracolo si mostrava certo che nessuno potesse sottrargli il proprio valore, mentre il nove al terzo posto indicava che il manico del crogiolo era alterato, cosicché non lo si poteva più afferrare nella maniera originaria, non se ne poteva comprendere il contenuto e perciò si era impediti nel progredire, non essendo più sostenuti dal saggio consiglio del libro e dalla sua profonda intelligenza, perciò il grasso del fagiano, la parte migliore della portata, non veniva mangiata, tuttavia la pioggia, cadendo sulla terra, scacciava la condizione di indigenza ed il pentimento svaniva, e, finalmente, veniva la salute: era la risposta di qualcuno che aveva una buona opinione di sé, ma il cui valore non era generalmente apprezzato e non era neppure molto noto.
Jung riconosceva trattarsi di una reazione perfettamente comprensibile, quale ci si potrebbe aspettare da un essere umano che si trovasse in una situazione simile, e ricapitolava il modo in cui aveva ottenuto il responso, lanciando in aria per sei volte le tre monete, lasciandole cadere sul tavolo, rotolare a piacimento e poi fermarsi formando combinazioni di testa e croce che restituivano le linee dell’esagramma, e, sottolineava, ciò che rendeva affascinante un libro come l’I Ching era il fatto che una reazione sensata sgorgasse da una tecnica che in apparenza escludeva fin dall’inizio ogni senso, per concludere assicurando che, sulla base della sua esperienza, l’esempio appena citato non costituiva un’eccezione: le risposte sensate e piene di significato erano la regola, e quando conseguivano da domande rivolte da persone, coincidevano in larga misura con il punto debole psicologico di chi aveva consultato l’oracolo ponendo il problema che l’angustiava in quel momento.
Jung proseguiva poi menzionando il significato delle restanti linee dell’esagramma, procedimento contrario alla prassi degli antichi cinesi, che interpretavano soltanto il significato delle linee mutevoli, se ve n’erano, come conferma una nota del testo, confondendo il lettore con un’interpretazione eterodossa e fuorviante, sostenendo che, nella sua esperienza, tutte le linee assumono significato nella maggioranza dei casi, dopodiché si concentrava sull’esito del responso: benché l’I Ching si fosse dimostrato soddisfatto della nuova edizione, quello non era ancora un pronostico circa l’effetto che il libro avrebbe avuto sul pubblico al quale era destinato; poiché nell’esagramma ottenuto c’erano due linee yang messe in evidenza dal valore numerico nove, che, assieme a quelle designate da un sei, hanno in sé una tensione interna così forte da provocarne il mutamento nei loro opposti, lo yang si tramutava in yin, e, per effetto di questo mutamento, si otteneva l’esagramma n° 35, “Il Progresso”.
Anche in questo caso la lettura di Jung era viziata dal fatto di non interpretare la sentenza e l’immagine dell’esagramma che forniva l’esito della situazione, rappresentanti rispettivamente un uomo di valore accolto a corte ed onorato come collaboratore del re, comportamento esente da invidia che arreca progresso sociale, e dal sole che si leva al di sopra della terra, esce dalla foschia e splende nella sua purezza originaria, depurato dal legame con l’elemento terrestre, indice che l’I Ching era pronto ad affrontare serenamente il proprio destino nel mercato librario anglosassone, dove pensava di affermarsi quanto più si elevava in alto il suo nome, ma unicamente i significati della progressione delle linee mobili, per poi concludere che l’oracolo si era espresso più o meno come avrebbe fatto qualsiasi persona assennata a proposito del futuro di un’opera tanto controversa, e questa predizione era così ragionevole e piena di buon senso che sarebbe stato difficile pensare ad una risposta più pertinente.
Quanto sopra riportato, precisava Jung, accadeva prima che egli avesse scritto quei paragrafi, così, avendo alterato la situazione di fatto, ora si aspettava di sentire dall’oracolo qualcosa che si riferisse alla sua azione personale, ma prima teneva a precisare, essendo uno scienziato, di non essersi sentito troppo a proprio agio nel presentare ad un pubblico moderno e non privo di senso critico quelle che venivano considerate una raccolta di formule magiche arcaiche con l’idea di renderle più o meno accettabili; se aveva acconsentito a farlo era perché riteneva che nel modo di pensare degli antichi cinesi vi fosse ben più di quanto potesse sembrare a prima vista, e perché l’I Ching insiste continuamente sull’importanza di conoscere se stessi, anche se il metodo con cui si dovrebbe arrivare a questa conoscenza non è fatto per le persone frivole ed immature, o per gli pseudointellettuali ed i razionalisti: è adatto solo per persone ponderate e riflessive che si soffermano a pensare su ciò che fanno e sulle esperienze che vivono.
Jung era profondamente convinto del valore della conoscenza di sé, ma si domandava che senso avesse raccomandarla quando i maggiori saggi di ogni tempo ne avevano predicato la necessità senza successo; ciononostante si era assunto l’impegno della prefazione, mentre in precedenza si era espresso a riguardo dell’oracolo una sola volta, nel discorso in memoria di Richard Wilhelm, nel quale aveva affermato che a chi era toccata la rara fortuna di sperimentare il potere divinatorio dell’I Ching, alla lunga non poteva restare celato il fatto di trovarsi in presenza di un punto d’appoggio archimedeo a partire dal quale si poteva scardinare l’atteggiamento mentale degli occidentali, per il resto aveva sempre mantenuto un silenzio discreto, eppure non si potevano mettere da parte alla leggera uomini della statura di Confucio e Lao-tse dopo averne apprezzato la qualità del pensiero, e meno ancora si poteva sorvolare sul fatto che il Libro dei Mutamenti fu la loro principale fonte di ispirazione.
Poiché la personalità del singolo individuo è spesso coinvolta nel responso dell’oracolo, Jung formulò una domanda che l’invitava a commentare espressamente la sua azione, e dal lancio delle tre monete scaturì l’esagramma n° 29, “L’Abissale”, del quale lo psicologo svizzero non menzionò né la sentenza né l’immagine, rappresentanti una situazione di pericolo oggettivo nella quale si sta come l’acqua in una gola montana e dalla quale si esce comportandosi come l’acqua, che continua a scorrere e riempie tutti i punti che tocca senza rifuggire da nessun punto pericoloso, da nessuna caduta, e non perde per nessun motivo la sua natura essenziale, rimanendo fedele a se stessa in qualunque condizione, perciò, contando sulla veracità del cuore, che fa sì che si penetri la situazione fino in fondo e si abbia successo, il nobile trae dall’acqua l’ammaestramento a mantenersi saldo nella virtù e ad insegnare agli altri tutto ciò che dipende dalla costanza, per focalizzarsi invece sull’unica linea mobile yin.
Il sei al terzo posto, nell’esagramma n° 29, “L’Abissale”, descriveva una situazione in cui era necessario fermarsi finché non si palesasse una via di uscita, per quanto fosse penoso permanere nell’immobilismo, e Jung confessava che, in passato, avrebbe accettato incondizionatamente il monito rivoltogli a non agire così, ed avrebbe rifiutato di manifestare la sua opinione sull’I Ching, per la sola ragione che non ne aveva alcuna, ma, nella condizione attuale, il suggerimento poteva servire come esempio del modo in cui funziona il Libro dei Mutamenti, e, aggiungeva lo psicologo svizzero, doveva ammettere che quella linea rappresentava molto appropriatamente i sentimenti con i quali aveva scritto quel che precedeva, e trovava altrettanto pertinente il confortante inizio dell’esagramma, se sei verace hai riuscita nel cuore; perché stava ad indicare che l’elemento decisivo della questione non era il pericolo esterno, quello oggettivo, ma la condizione soggettiva, cioè se si credeva di essere veraci oppure no.
Jung proseguiva poi con l’abitudine, contraria alla mentalità cinese, di leggere la sequenza di significato delle rimanenti linee mobili dell’esagramma, saltando l’unica che effettivamente lo era, e che, per effetto del mutamento in una linea yang, restituiva l’esagramma n° 48, “Il Pozzo”, con il quale l’I Ching, dopo il monito a non agire così rivolto allo psicologo svizzero che, inizialmente, aveva pensato di scrivere un commento psicologico all’intero libro, gli ricordava di essere un pozzo, sempre uguale a se stesso se si cambia città, paese, lingua, e, perciò, traduzione, e che da esso si attinge la vita, soltanto, però, può farlo chi ha la corda abbastanza lunga e la brocca intatta, altrimenti lo colpisce la sciagura di non potersi abbeverare alla fonte di saggezza, e poi menzionava di nuovo le linee mobili, anziché l’immagine e la sentenza dell’esagramma che forniva l’esito della sua domanda: meglio lasciar fare all’oracolo, al quale attingerà chi ha abbastanza intelligenza e sensibilità per comprenderne la profondità.
Era chiaro che in questa prognosi chi parlava era di nuovo l’I Ching, che presentava se stesso come una sorgente d’acqua viva, mentre l’esagramma precedente descriveva il pericolo cui si esponeva chi cadeva accidentalmente dentro l’abisso, per scoprire che si trattava soltanto di un pozzo in disuso; Jung ricapitolava poi le operazioni svolte, ricordando che alla prima domanda l’oracolo aveva risposto paragonando se stesso ad un crogiolo, un recipiente rituale bisognoso di restauri, mentre la risposta alla seconda domanda diceva che si era messo in una situazione difficile, perché il Libro dei Mutamenti rappresentava una cavità profonda e pericolosa in cui si poteva restare facilmente impantanati; tuttavia la buca si rivelava alla fine un vecchio pozzo che aspettava solo di essere restaurato per svolgere di nuovo la sua funzione, e, giunto a questo punto, lo psicologo svizzero riconosceva che, come psichiatra, se un essere umano avesse dato quelle risposte, avrebbe dovuto dichiararlo sano di mente.
Seguiva poi la prefazione di Richard Wilhelm, che narrava le vicissitudini in cui si era formata la traduzione, elaborata a Tsingtao, divenuta rifugio di dotti tra i più rinomati dopo la rivoluzione cinese, dove incontrò il suo venerato maestro Lao Nai-hsüan: ad un’accurata traduzione del testo ne seguiva una nuova dalla versione tedesca in cinese, fin quando il senso originario risultava espresso con esattezza, ma allo scoppio della guerra mondiale i sapienti cinesi furono dispersi ai quattro venti, il signor Lao si rifugiò a Ch’ü-fu, patria di Confucio, e Wilhelm, pur dirigendo la Croce Rossa durante l’assedio, continuò ad occuparsi dell’antica saggezza cinese; quando la città venne espugnata i due ripresero gli studi e la traduzione fu portata a termine, allora il destino richiamò lui in Germania ed il vecchio maestro si accomiatò dalla vita, quindi, tornato a Pechino, il lavoro di traduzione fu concluso nelle calde giornate estive del 1923, raggiungendo una forma tale da poter essere mandata nel mondo.
Nell’introduzione al Libro dei Mutamenti Wilhelm sottolineava che esso era indiscutibilmente uno dei libri più importanti della letteratura mondiale, le sue origini appartenevano all’antichità mitica ma i sapienti più illustri avevano sempre continuato ad occuparsene, e quasi tutto ciò che in più di tremila anni di storia cinese era stato pensato in fatto di idee grandi ed importanti era in parte stato suscitato da questo libro ed in parte aveva influito sulla sua interpretazione, sicché si poteva tranquillamente affermare che nell’I Ching era contenuta l’elaborazione più matura della saggezza di millenni, e che qui avevano le loro radici comuni i due rami della filosofia cinese, confucianesimo e taoismo, ma anche la scienza e l’arte del governare avevano attinto costantemente a questa fonte di saggezza, difatti questo libro sfuggì, unico tra gli antichi scritti confuciani, al grande rogo di tutti i libri voluto da Ch’in Shih Hiang Ti, ed il suo influsso sulle vicende quotidiane dei cinesi continuava ad essere ancora molto forte.
Il Libro dei Mutamenti fu in primo luogo una raccolta di segni destinata a servire come oracolo, che, nella forma più primitiva, rispondeva affermativamente o negativamente alla domanda posta, il veniva indicato da una linea intera ed il no da una linea spezzata; successivamente le linee furono combinate a coppie, formando quattro combinazioni di linee intere e spezzate, e, infine, venne aggiunto un terzo elemento che diede origine agli otto trigrammi, o otto segni, concepiti come immagini di ciò che avveniva in cielo ed in terra, trapassanti continuamente l’uno nell’altro, proprio come nell’universo ogni fenomeno trapassa in un altro: l’idea dominante del Libro dei Mutamenti, infatti, è che gli otto trigrammi sono segni di mutevoli stati di trapasso, immagini che mutano incessantemente, dunque l’attenzione non è diretta alle cose nel loro essere, bensì ai moti delle cose nel loro mutamento, sicché gli otto segni sono immagini delle tendenze motorie delle cose, e non delle cose stesse.
Per ottenere una molteplicità ancora maggiore, queste otto immagini furono combinate a coppie e ne risultò così un totale di sessantaquattro segni composti ciascuno da sei linee positive o negative immaginate come mutevoli; ogni qual volta una linea muta lo stato rappresentato da un segno, esso si trasforma in un altro, ma non tutte le linee devono mutare, ciò dipende dal loro carattere: le linee positive in movimento sono designate da un nove, quelle negative in movimento da un sei, mentre le linee in quiete, che quindi servono solo come materiale per la costruzione dei segni senza possedere un particolare significato intrinseco, sono rappresentate da un sette o da un otto, e soltanto le linee mobili vanno prese in considerazione nella consultazione dell’oracolo; abbiamo pertanto una serie di sessantaquattro stati espressi simbolicamente che possono trapassare l’uno nell’altro per il moto delle loro linee, ma che restano immobili qualora l’esagramma sia composto di soli sette ed otto.
Con il trascorrere del tempo l’I Ching, da oracolo divinatorio basato sulla legge del mutamento e delle immagini dei sessantaquattro stati di mutamento, si arricchì dell’elemento morale, ossia di indicazioni pratiche sul modo di operare nella situazione evidenziata dall’esagramma o dagli esagrammi ottenuti, divenendo così un libro di saggezza; nel XII secolo a.C. re Wen e suo figlio, il duca di Chou, munirono i segni ed i tratti, fino ad allora muti, dai quali si doveva caso per caso dedurre il futuro per mezzo della divinazione, di consigli per un comportamento opportuno, di conseguenza l’uomo cominciò a partecipare alla formazione del proprio destino, poiché le sue azioni interferivano nel divenire universale tanto più quanto prima si potevano individuare i germi del divenire; fintanto che stavano ancora divenendo, le situazioni si potevano guidare, ma una volta che si fossero dispiegate nelle loro conseguenze, diventavano entità soverchianti di fronte alle quali gli uomini rimanevano inermi.
Seguiva poi la traduzione del Libro dei Mutamenti di Richard Wilhelm, suddivisa nell’esposizione, nel libro primo, del testo dei sessantaquattro esagrammi, mentre il secondo ed il terzo contenevano rispettivamente il materiale ed i commenti, che non ho mai letto per intero, essendomi focalizzato essenzialmente sulla dimensione oracolare e di saggezza del libro, per la quale risulta fondamentale l’appendice, che spiega le modalità di consultazione dell’I Ching, un testo sempre attuale: quando l’interrogo mi chiarisce la realtà che vivo e mi fornisce consigli operativi su come agire, invitandomi a maturare un atteggiamento consapevole di me stesso e delle azioni da compiere, perciò non vorrei mai separarmene; colgo la sua presenza discreta e rassicurante ogni qual volta alzo lo sguardo in direzione della libreria, dov’è esposto in bella vista da circa vent’anni per ricordarmi la mutevolezza ciclica della qualità del tempo e la necessità di affrontare la realtà comportandomi come l’acqua.

Annunci

Il dodicesimo anniversario

Palla da biliardo numero 12Esattamente dodici anni fa, intorno all’una di notte, mentre percorrevo in automobile una delle strade più pericolose d’Italia, accadde un evento che mutò drasticamente il corso della mia esistenza: uscii illeso da un incidente dalle conseguenze potenzialmente mortali, e, ripensando alla massa ubriaca di metallo che aveva urtato ripetutamente, come una palla da biliardo in un macabro gioco di sponda, il new jersey ed il guardrail che delimitavano la via, lasciandomi spettatore attonito di quel fatto destinico, mi convinsi che mi era stata concessa una seconda possibilità di rimettermi in carreggiata, dopo tanto insensato nichilismo, come narro nel capitolo primo della mia autobiografia in chiave astrologica; tutto, infatti, ricomincia da lì, come in una seconda nascita.
Quando iniziai a scrivere il racconto della mia vita, nel marzo 2006, l’ambientai nella vigilia del sesto anniversario di quell’incidente, credendo che l’avrei terminato in pochi mesi, poi la scrittura mi ha preso la mano e si è inoltrata lungo sentieri imprevedibili, svelandomi la mia natura e delineando chiaramente il compito che mi sta fitto nel cuore, così, superata la boa dei quarant’anni, ho spostato l’ambientazione temporale nella sera del mio quarantesimo genetliaco, avverando la convinzione che avevo fin da piccolo che la mia vera esistenza sarebbe iniziata in quel momento; in conseguenza di tale mutamento ho modificato l’incipit del capitolo primo del manoscritto, senza però cancellare quello precedente, che pubblico ora, nel dodicesimo anniversario di quell’evento destinico, non fosse altro che per testimoniare il senso di urgenza determinato dai transiti di Urano:
« Roma, sera del 16 maggio 2006. E’ l’ora planetaria di Saturno, il mio padre celeste. Osservo nel monitor del computer il grafico astrologico della mia genitura, immagine cosmica di me stesso, come ho fatto innumerevoli altre volte, nel corso degli ultimi anni. Urano transita ora nel 15° del segno zodiacale dei Pesci, formando aspetti angolari di sestile con la Luna natale e di trigono con il Sole natale, quest’ultimo con orbita applicativa di poco più di 2°. Da quando, spazzato via dal transito del Sole, ha accelerato il suo moto volgendo rapidamente in direzione dei luminari, mi sento pervaso dalla sua energia elettrizzante, avvolto in un flusso inarrestabile di pensieri, intuizioni, visioni, resi ancor più significativi dal fatto di essere sorti in seguito al sorprendente mutamento di orientamento interiore avvenuto lo scorso mese di dicembre, nei giorni immediatamente precedenti il trionfo del sole invitto, dandomi spesso la sensazione che la mia mente potesse esplodere, incapace di accoglierli tutti nello stesso istante. Saturno transita invece nella IV casa natale, come accadeva trent’anni fa, all’epoca della mia seconda caduta, e si mostra disponibile a lasciarmi esaminare il vissuto personale degli ultimi sette anni della mia esistenza ed a farmi fare i conti con le vicende accadute a partire dall’aprile 1999, epoca del suo ritorno nella posizione radicale. E’ la notte adatta per fare bilanci, per indagare sulle ragioni remote della mia esistenza, sul suo significato ultimo, sulle lampanti sincronicità che ne hanno costellato il percorso tortuoso. Stanotte, forse, potrei riuscire ad afferrarne l’intero disegno, potrei riuscire a cogliere in un unico colpo d’occhio l’intricato intreccio delle cause e delle concause che ne hanno generato gli eventi, potrei riuscire ad osservarla nella sua globalità con distacco impersonale, come fosse altro da me. Se vi riuscissi, se riuscissi a riconoscerla, comprenderla ed accettarla per ciò che è, so che potrei liberarmi del suo peso sfiancante e librarmi in cielo come una stella danzante… »

L’Astrologo

L'Astrologo nei Tarocchi di Aleister CrowleyNonostante le privazioni degli ultimi anni rimango convinto che il compenso materiale sia una conseguenza naturale dell’azione, e non la motivazione che spinge ad agire, nel qual caso risulta più appropriato il termine lavoro, e che la vocazione, che in epoche normali indirizzava il corso dell’esistenza, debba prevalere sulla logica dei titoli di studio, così, consapevole della lontananza dalla meta ma sollevato dal cammino percorso fino ad oggi, ogni mattina mi sveglio animato dal senso di una missione da compiere e riprendo il filo dell’attività interrotta la sera precedente, arrovellandomi sulla maniera più efficace di esporre i miei progetti al fine di realizzarli, perciò scrivo.
Ma, ancor prima di essere uno scrittore, sono un astrologo: conosco la sostanza del tempo ed il suo legame con l’eternità, di cui rappresenta un’imitazione, così come il divenire è un’imitazione dell’essere, e, avendo a disposizione i dati di nascita di una persona, posso delinearne carattere e destino, affrescandone la personalità con pochi tratti netti e decisi ed illustrando la successione delle tappe fondamentali della sua vita, in virtù della corrispondenza esistente tra la posizione dei pianeti e dei punti fittizi del grafico astrologico della genitura lungo i gradi di longitudine dello zodiaco tropico e lo svolgersi qualitativamente preordinato degli eventi nel fiume del divenire, e, mostrando tale realtà oggettiva, restituisco senso all’esistenza e guarisco dal nichilismo dell’epoca moderna.
L’Astrologo, infatti, rappresenta lo stadio finale dell’iniziato, del Mago, che, al termine del percorso iniziatico, contempla serenamente la legge che ne guida l’azione conformandola alla qualità del tempo: la postura eretta e composta sullo sfondo sidereo, lo sguardo oggettivo aperto lucidamente sulla realtà metafisica, il corpo color sole ed oro, testimonianza della raggiunta perfezione nell’opera alchemica, le ali ai piedi ed il simbolo dell’infinito sulla sommità del capo, in corrispondenza del chakra corona, indice dell’avvenuta illuminazione, gli otto raggi che escono dalle sue spalle e tengono in mano gli oggetti che, nella carta del Mago, si libravano disordinatamente attorno alla sua figura, ne attestano la sovrana padronanza delle leggi dell’universo.
L’Astrologo tiene un bastone sprizzante folgori ed una spada dall’elsa leonina alla sua destra, il lato attivo, rappresentanti Fuoco ed Aria, elementi che hanno la punta del triangolo equilatero rivolta verso l’alto, ed un vaso in guisa di civetta ed una moneta d’oro alla sua sinistra, il lato passivo, rappresentanti Acqua e Terra, elementi che hanno la punta del triangolo equilatero rivolta verso il basso, e, in corrispondenza di essi, alla sua destra, la bacchetta magica con i simboli di Giove e del Sole sormontato da una falce di Luna nascente e la freccia utilizzata come penna per descrivere la realtà metafisica, e, alla sua sinistra, il papiro fissato alla bacchetta con il simbolo di Mercurio, sul quale ha svelato i segreti della creazione tracciandovi l’albero cabalistico delle Sepiroth, e l’uovo cosmico con le ali.
A differenza del Mago, che ha due serpenti attorcigliati sulla testa che guardano in direzioni opposte, e, oltre il suo capo, un sole alato contenente una colomba che precipita in picchiata, a rimarcare la distanza dal principio metafisico al quale, tuttavia, sta per congiungersi in quanto esso muove verso di lui, l’Astrologo ha l’astro diurno alato in corrispondenza degli organi genitali, sede della potenza generatrice della vita, sostenuto dal caduceo, il bastone di Mercurio attorno al quale stanno due serpenti intrecciati che si fronteggiano sibilando, simbolo della composizione equilibrata della polarità degli opposti che dissolve il caos nel cosmos, ed ha alle sue spalle la scimmia del logos, non più nemica, ma docile serva, che ne ricalca la postura.
Domata ed in posizione eretta, la bestia immonda del logos ha gli occhi aperti e si mostra consapevole del suo ruolo subordinato, fecondata felicemente dalla colomba bianca impressa sulla sua fronte, pronta ad eseguire i compiti della propria condizione obbedendo agli ordini dell’iniziato, cui si adegua coprendo gli oggetti che egli afferra con le mani, tranne quelli rappresentanti Fuoco ed Acqua, essendo impossibile che una funzione puramente umana possa cogliere i princìpi primi della realtà metafisica; l’Astrologo, dotato dell’intuizione intellettuale, vede lucidamente il corso degli eventi, ne comprende le cause nascoste, afferra saldamente i simboli del suo potere e li padroneggia sovranamente, utilizzando il pensiero logico-razionale per tradurre le sue intuizioni in un linguaggio accessibile ai profani.
Come astrologo, dunque, oltre ad illuminare carattere e destino dissolvendo la confusione nelle esistenze altrui, ho l’obbligo di realizzare compiutamente me stesso secondo il disegno racchiuso nel grafico astrologico della mia genitura, concordemente allo svolgersi della qualità del tempo rivelata nella sequenza preordinata dei transiti planetari rispetto al mio tema natale; l’esperienza degli ultimi anni, infatti, mi ha dimostrato che è possibile sciogliere i nodi del passato, partendo da quelli più esterni, rappresentati dalle condizioni economiche, sociali e politiche, e, attraversando le origini, arrivare al cuore del carattere che forgia il destino, e, da lì, recuperato il significato della propria esistenza, costruire attorno a sé l’ambiente necessario per realizzare il compito che sta fitto nel cuore.
Spesse volte ho ipotizzato vite parallele, immaginando cosa sarebbe accaduto se fossi stato collocato fin da subito nel posto che mi compete in base a ciò che sono, se, ad esempio, vi fosse stata una selezione della qualità all’origine, nell’istituzione scolastica, nel qual caso avrei trovato la mia strada già alcuni decenni fa, ne ho la conferma ora, che, vivendo da parecchi anni nella foresta del Ribelle, so quanto sia salda la mia attitudine alla conoscenza, ed avrei alle spalle vent’anni di produzione intellettuale e letteraria, con i riconoscimenti conseguenti, ma questo significherebbe negare la storia d’Italia; anche se avessi avuto altre origini familiari, più omogenee rispetto alla mia natura qualitativamente differenziata, le cose sarebbero potute andare diversamente, nel qual caso, però, non sarei stato più io.
Sarebbe infatti svanita la pesantezza del macigno karmico rappresentato dalla congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna, che attesta la persistenza dell’impronta familiare sulla mia vita, mentre i tre pianeti lenti nella VI casa natale, soprattutto Urano, che indica cambiamenti repentini e ripetuti di ambienti quotidiani, testimoniano l’andamento tortuoso della mia storia personale e professionale, ed allora comprendo che tutto, infine, dipende da me, da ciò che sono, dal carattere incoercibile che determina il destino; ne ho trovato conferma nelle linee tracciate sui palmi delle mie mani, che, nella diversità tra destra e sinistra, non solo rivelano la dicotomia tra genetica ed ambiente, ma, superandola, evidenziano l’esistenza oggettiva del destino riconoscibile ancor prima che esso si compia.
Eppure, nella mia vita c’è un ampio margine di miglioramento: compreso come evitare le illusioni associative, l’attenzione si concentra sulle persone indicate da Plutone, che, comprendendomi ed aiutandomi ad attuare i miei progetti, conferirebbero compiutezza alla mia esistenza e favorirebbero la mia realizzazione, stante l’aspetto angolare di trigono che il pianeta forma con il Mediocielo, dando così corpo ad un elemento del grafico astrologico della mia genitura che solo marginalmente ha trovato attuazione in passato; allora, ricomponendo consapevolmente il quadro completo, potrei agire per realizzare l’immagine achetipica racchiusa nel mio tema natale, rimettendo in sesto la mia esistenza e dimostrando che tutto esiste in origine, nell’essere, perfettamente compiuto in un’immagine eterna.
Passato e futuro si fondono stabilmente nel mio presente, come attesta la congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna, pianeti governatori della X e della IV casa natale, la meta e l’origine; è nel mio destino piegare il corso del tempo, farlo convergere su di me e ricomporne la ciclicità, ed allora rivedo, come nell’infanzia, il bambino che fui ed il vecchio che sarò, e mi trovo nel mezzo, corda tesa tra i due estremi della mia vita, e, guardandomi alle spalle e ripensando alle difficoltà del cammino, mi rendo conto di quanto coraggio, e di quanta testardaggine, abbia dato prova quel ragazzo, solo ed impaurito, nel contemplare il suo futuro, quando rifiutava di piegarsi ai tentativi di uniformarlo alla massa dei mediocri, e l’ammiro per essersi ribellato a chi l’avrebbe voluto piccolo e miserabile come loro.

I giorni dell’avverso fato

Mi divora una furia anticipatrice che mi proietta stabilmente in luoghi remoti del futuro, ricordandomi cosa devo diventare prima di cominciare ad esistere, vivo sempre un passo avanti rispetto a dove mi trovo, inseguo l’immagine perfetta e compiuta di me stesso intuita fin dall’infanzia, pervaso da una tensione al miglioramento che mi logora con un ininterrotto lavorio interiore; scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica è il modo in cui esploro le mie possibilità e giungo alla completa autocoscienza di me stesso e del mio destino, tessere un arcobaleno di parole mi aiuta a ricomporre il quadro frammentario di pensieri e ricordi in una visione completa della realtà dalla quale, poi, agire efficacemente per operare il cambiamento.
I contenuti e le intuizioni della mia mente, che soltanto a prezzo di un’intensa attività di lettura, riflessione e documentazione, divengono chiaramente comprensibili quando precipitano lucidamente su carta recuperando oggettività, sono pressoché invisibili a chi mi osserva dall’esterno senza conoscermi, ed io soffro la nostalgia di non potermi manifestare compiutamente per ciò che sono in un’opera finita, così vago nel mondo incrociando gli sguardi degli sconosciuti con la certezza che, se li avvicinassi, mi tratterebbero come uno di loro precipitandomi in una dimensione profana fatta di nulla, allora mi convinco che soltanto l’isolamento in cui mi sono ritirato mi consente di perseguire il mio fine senza dover dare spiegazioni a nessuno, sapendo che, comunque, non verrei compreso.
Quando abbandonai tutto, uscendo dalla gabbia della razionalizzazione dell’esistenza, provai un senso di sgomento per il vuoto di significato che coglievo attorno a me, che superai facendo un atto di fede nel mio destino, dopo aver ripercorso la sequenza di accadimenti eccezionali che costellavano la mia vita, che, considerati l’uno di seguito all’altro, formavano un sentiero invisibile sul quale avevo mosso incerto i miei passi scostanti; ne conclusi che c’era un disegno sulla mia esistenza che richiedeva di essere attuato senza tener conto delle conseguenze delle mie azioni, e da allora tutto, in me e fuori di me, si è andato sfaldando, e l’abbandono fiducioso alla corrente del divenire mi ha dimostrato che nella vita non esistono altri punti fermi che noi stessi ed il compito per cui siamo nati.
Prima di cominciare a scrivere vivevo giorni in cui venivo colto da un profondo senso di vuoto esistenziale: sapevo di sprecare la vita vagando per il mondo senza meta, avvertivo lo scollamento abissale tra realtà esteriore ed interiorità, rammentatomi dal richiamo angosciante del mio daimon, che cercava di risvegliarmi al dovere del mio destino; nelle giornate più cupe, le giornate senza speranza, quando la stanchezza fisica distruggeva l’argine della coscienza e la certezza del futuro non era più in grado di contenere il dilagare del passato, mi assalivano ricordi dimenticati, momenti di straordinaria lucidità durante i quali avevo colto l’essenza del reale e misurato la distanza dalla mia meta, ed allora, sgomento, scoprivo quanto gravasse su di me il fardello delle origini, e quanto fosse arduo il cammino.
Poi, una giornata qualunque, mi accorsi che bastava una buona nottata di sonno per recuperare fiducia nella vita; durante la notte l’anima si ricongiunge all’essere e ritrova la certezza della propria strada, ma un giorno è troppo breve per fare qualsiasi cosa utile, me ne accorgo quando leggo, penso, scrivo e correggo le pagine del mio manoscritto: la coscienza è troppo debole per sopportare il peso di ventiquattro ore, la mente non è in grado di dominare tutti i suoi contenuti in un solo sguardo ed un solo istante, ha bisogno di sminuzzare, vagliare, aggregare, limare, così ogni scritto conserva qualcosa di artificiale, non essendo stato creato di getto nella forma in cui viene letto, allora, quando ho dei cedimenti interiori, realizzo che è il giorno che vivo, l’istante presente, quello che può spezzarmi.
Questi lunghi anni di solitudine hanno logorato quel poco che rimaneva delle mie sostanze; la conclusione della prima parte del manoscritto, che, sola, conferirebbe visibilità alla mia azione, per quanto mi appaia vicina rimane ancora troppo lontana, ed io, pur padroneggiando una conoscenza straordinaria qual è l’astrologia, con la quale potrei uscire dalla condizione in cui mi trovo, non riesco a praticarla come vorrei per mancanza di persone adeguate, ma, soprattutto, perché mi sarebbe impossibile esprimermi ad un solo livello, ignorando la totalità degli elementi che formano la mia complessità, perciò trovo così difficile manifestarmi compiutamente in maniera comprensibile agli estranei, e ciò riduce al lumicino la probabilità di trovare chi supporti la realizzazione dei miei progetti.
Il mio modo di vivere, e la situazione in cui mi trovo, rispecchia completamente me stesso: l’orgoglio che mi caratterizza, la propensione a voler fare tutto da solo ricorrendo a mezzi risicati ed impropri pur di non dover dare spiegazioni, che, comunque, non verrebbero comprese, da un lato facilita il mio compito, dall’altro lo complica, soprattutto quando l’azione viene impedita o ritardata da contrattempi banali e facilmente risolvibili, qualora avessi già trovato gli alleati rappresentati da Plutone e fossi uscito dalla condizione di isolamento in cui mi condanna l’incomprensione generata dai valori che incarno, che sono antitetici rispetto al paradigma corrente e rendono illegittima la mia natura qualitativamente differenziata, così vago solitario nel mondo, anonimo e scostante, nemico degli uomini.
Quando mi vedo riflesso nelle vetrine dei negozi, mentre cammino per la mia strada con passo determinato, affamato come un lupo di tutto ciò che mi è stato negato a causa dell’odio nei confronti della qualità proprio del paradigma corrente, provo un senso di inquietudine nel trovarmi di fronte alla mia figura, lo stesso che, ne sono certo, avvertono gli estranei che incrocio lungo la via quando li fisso negli occhi e procedo oltre, tormentato come sono dalla necessità vitale di realizzare l’immagine di me stesso che presentivo fin dall’infanzia, la cui grandezza mi impone di maturare un distacco, un controllo, una signoria, su di me e sulla potente natura di desiderio che incarno, prima di poter riuscire ad imprimere il movimento sulla realtà e farla girare al ritmo della musica che ho scritto per essa.
Il recupero dell’oggettività sugli impedimenti esterni del passato, che dimostra che non avrei potuto avere altra storia personale che quella che conosco, l’insieme logico e coerente dei contenuti del manoscritto, l’impegno totale profuso nella scrittura, il cui risultato mi conferisce un senso di identità, la certezza dell’esistenza del destino, hanno fatto scemare l’angoscia con la quale affrontavo i contrattempi che impedivano o ritardavano la mia attività: subisco meno le avversità, ho imparato a sciogliere le abitudini e ad organizzare gli impegni quotidiani seguendo le esigenze del tempo, sono diventato cedevole e duttile come l’acqua, che, nel percorso tortuoso verso il mare, colma pazientemente ogni avvallamento ed aggira gli ostacoli che non riesce a superare tenendo lo sguardo puntato sulla meta.
Nei giorni dell’avverso fato, quando un contrattempo mi costringe a rivedere programmi ed abitudini, ripenso al brano musicale Conforto alla vita, tratto dall’album Dieci stratagemmi di Franco Battiato: nella sventura non ti colga sgomento, per te non sorga il giorno che alla tua gioia sia compenso di dolore, e ricordo a me stesso quanto sia inutile angosciarsi per i fatti, che, per loro natura, accadono, e non vanno discussi, e, anzi, spesso vengono appesantiti da fattori umorali che prefigurano gli scenari peggiori, eppure quante volte un malefico vento fu scacciato da un soave profumo che risaturò l’aria, o il nembo spesso che sovrastò minaccioso fu disperso prima che dal grembo oscuro si scatenasse orribile tempesta, e quanto fumo si levò che non fu fiamma, ed allora mi convinco che le nuvole non possono annientare il sole.
Eppure, in occasioni del genere, quando un impedimento, non importa quanto stupido esso sia, intralcia il mio cammino distogliendomi dalla mia attività, riprendo improvvisamente coscienza della mia condizione, ed allora, non essendo ancora riuscito a penetrare ed a sciogliere le cause più profonde della mia storia personale, ogni qual volta tento di farlo una resistenza dolorosa e vibrante mi opprime il petto e mi ricaccia all’indietro, dall’abisso sgorga, come magma incandescente vivido e pulsante, il ricordo degli eventi e degli incontri disastrosi del passato, così l’odio distillato nei lunghi decenni della mia esistenza cristallizza nei miei scritti, ed è aggregando il materiale lavico eruttato dalla profondità del mio essere che traggo da me stesso i frammenti della visione che porto dentro da sempre.