I giorni dell’avverso fato


Mi divora una furia anticipatrice che mi proietta stabilmente in luoghi remoti del futuro, ricordandomi cosa devo diventare prima di cominciare ad esistere, vivo sempre un passo avanti rispetto a dove mi trovo, inseguo l’immagine perfetta e compiuta di me stesso intuita fin dall’infanzia, pervaso da una tensione al miglioramento che mi logora con un ininterrotto lavorio interiore; scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica è il modo in cui esploro le mie possibilità e giungo alla completa autocoscienza di me stesso e del mio destino, tessere un arcobaleno di parole mi aiuta a ricomporre il quadro frammentario di pensieri e ricordi in una visione completa della realtà dalla quale, poi, agire efficacemente per operare il cambiamento.
I contenuti e le intuizioni della mia mente, che soltanto a prezzo di un’intensa attività di lettura, riflessione e documentazione, divengono chiaramente comprensibili quando precipitano lucidamente su carta recuperando oggettività, sono pressoché invisibili a chi mi osserva dall’esterno senza conoscermi, ed io soffro la nostalgia di non potermi manifestare compiutamente per ciò che sono in un’opera finita, così vago nel mondo incrociando gli sguardi degli sconosciuti con la certezza che, se li avvicinassi, mi tratterebbero come uno di loro precipitandomi in una dimensione profana fatta di nulla, allora mi convinco che soltanto l’isolamento in cui mi sono ritirato mi consente di perseguire il mio fine senza dover dare spiegazioni a nessuno, sapendo che, comunque, non verrei compreso.
Quando abbandonai tutto, uscendo dalla gabbia della razionalizzazione dell’esistenza, provai un senso di sgomento per il vuoto di significato che coglievo attorno a me, che superai facendo un atto di fede nel mio destino, dopo aver ripercorso la sequenza di accadimenti eccezionali che costellavano la mia vita, che, considerati l’uno di seguito all’altro, formavano un sentiero invisibile sul quale avevo mosso incerto i miei passi scostanti; ne conclusi che c’era un disegno sulla mia esistenza che richiedeva di essere attuato senza tener conto delle conseguenze delle mie azioni, e da allora tutto, in me e fuori di me, si è andato sfaldando, e l’abbandono fiducioso alla corrente del divenire mi ha dimostrato che nella vita non esistono altri punti fermi che noi stessi ed il compito per cui siamo nati.
Prima di cominciare a scrivere vivevo giorni in cui venivo colto da un profondo senso di vuoto esistenziale: sapevo di sprecare la vita vagando per il mondo senza meta, avvertivo lo scollamento abissale tra realtà esteriore ed interiorità, rammentatomi dal richiamo angosciante del mio daimon, che cercava di risvegliarmi al dovere del mio destino; nelle giornate più cupe, le giornate senza speranza, quando la stanchezza fisica distruggeva l’argine della coscienza e la certezza del futuro non era più in grado di contenere il dilagare del passato, mi assalivano ricordi dimenticati, momenti di straordinaria lucidità durante i quali avevo colto l’essenza del reale e misurato la distanza dalla mia meta, ed allora, sgomento, scoprivo quanto gravasse su di me il fardello delle origini, e quanto fosse arduo il cammino.
Poi, una giornata qualunque, mi accorsi che bastava una buona nottata di sonno per recuperare fiducia nella vita; durante la notte l’anima si ricongiunge all’essere e ritrova la certezza della propria strada, ma un giorno è troppo breve per fare qualsiasi cosa utile, me ne accorgo quando leggo, penso, scrivo e correggo le pagine del mio manoscritto: la coscienza è troppo debole per sopportare il peso di ventiquattro ore, la mente non è in grado di dominare tutti i suoi contenuti in un solo sguardo ed un solo istante, ha bisogno di sminuzzare, vagliare, aggregare, limare, così ogni scritto conserva qualcosa di artificiale, non essendo stato creato di getto nella forma in cui viene letto, allora, quando ho dei cedimenti interiori, realizzo che è il giorno che vivo, l’istante presente, quello che può spezzarmi.
Questi lunghi anni di solitudine hanno logorato quel poco che rimaneva delle mie sostanze; la conclusione della prima parte del manoscritto, che, sola, conferirebbe visibilità alla mia azione, per quanto mi appaia vicina rimane ancora troppo lontana, ed io, pur padroneggiando una conoscenza straordinaria qual è l’astrologia, con la quale potrei uscire dalla condizione in cui mi trovo, non riesco a praticarla come vorrei per mancanza di persone adeguate, ma, soprattutto, perché mi sarebbe impossibile esprimermi ad un solo livello, ignorando la totalità degli elementi che formano la mia complessità, perciò trovo così difficile manifestarmi compiutamente in maniera comprensibile agli estranei, e ciò riduce al lumicino la probabilità di trovare chi supporti la realizzazione dei miei progetti.
Il mio modo di vivere, e la situazione in cui mi trovo, rispecchia completamente me stesso: l’orgoglio che mi caratterizza, la propensione a voler fare tutto da solo ricorrendo a mezzi risicati ed impropri pur di non dover dare spiegazioni, che, comunque, non verrebbero comprese, da un lato facilita il mio compito, dall’altro lo complica, soprattutto quando l’azione viene impedita o ritardata da contrattempi banali e facilmente risolvibili, qualora avessi già trovato gli alleati rappresentati da Plutone e fossi uscito dalla condizione di isolamento in cui mi condanna l’incomprensione generata dai valori che incarno, che sono antitetici rispetto al paradigma corrente e rendono illegittima la mia natura qualitativamente differenziata, così vago solitario nel mondo, anonimo e scostante, nemico degli uomini.
Quando mi vedo riflesso nelle vetrine dei negozi, mentre cammino per la mia strada con passo determinato, affamato come un lupo di tutto ciò che mi è stato negato a causa dell’odio nei confronti della qualità proprio del paradigma corrente, provo un senso di inquietudine nel trovarmi di fronte alla mia figura, lo stesso che, ne sono certo, avvertono gli estranei che incrocio lungo la via quando li fisso negli occhi e procedo oltre, tormentato come sono dalla necessità vitale di realizzare l’immagine di me stesso che presentivo fin dall’infanzia, la cui grandezza mi impone di maturare un distacco, un controllo, una signoria, su di me e sulla potente natura di desiderio che incarno, prima di poter riuscire ad imprimere il movimento sulla realtà e farla girare al ritmo della musica che ho scritto per essa.
Il recupero dell’oggettività sugli impedimenti esterni del passato, che dimostra che non avrei potuto avere altra storia personale che quella che conosco, l’insieme logico e coerente dei contenuti del manoscritto, l’impegno totale profuso nella scrittura, il cui risultato mi conferisce un senso di identità, la certezza dell’esistenza del destino, hanno fatto scemare l’angoscia con la quale affrontavo i contrattempi che impedivano o ritardavano la mia attività: subisco meno le avversità, ho imparato a sciogliere le abitudini e ad organizzare gli impegni quotidiani seguendo le esigenze del tempo, sono diventato cedevole e duttile come l’acqua, che, nel percorso tortuoso verso il mare, colma pazientemente ogni avvallamento ed aggira gli ostacoli che non riesce a superare tenendo lo sguardo puntato sulla meta.
Nei giorni dell’avverso fato, quando un contrattempo mi costringe a rivedere programmi ed abitudini, ripenso al brano musicale Conforto alla vita, tratto dall’album Dieci stratagemmi di Franco Battiato: nella sventura non ti colga sgomento, per te non sorga il giorno che alla tua gioia sia compenso di dolore, e ricordo a me stesso quanto sia inutile angosciarsi per i fatti, che, per loro natura, accadono, e non vanno discussi, e, anzi, spesso vengono appesantiti da fattori umorali che prefigurano gli scenari peggiori, eppure quante volte un malefico vento fu scacciato da un soave profumo che risaturò l’aria, o il nembo spesso che sovrastò minaccioso fu disperso prima che dal grembo oscuro si scatenasse orribile tempesta, e quanto fumo si levò che non fu fiamma, ed allora mi convinco che le nuvole non possono annientare il sole.
Eppure, in occasioni del genere, quando un impedimento, non importa quanto stupido esso sia, intralcia il mio cammino distogliendomi dalla mia attività, riprendo improvvisamente coscienza della mia condizione, ed allora, non essendo ancora riuscito a penetrare ed a sciogliere le cause più profonde della mia storia personale, ogni qual volta tento di farlo una resistenza dolorosa e vibrante mi opprime il petto e mi ricaccia all’indietro, dall’abisso sgorga, come magma incandescente vivido e pulsante, il ricordo degli eventi e degli incontri disastrosi del passato, così l’odio distillato nei lunghi decenni della mia esistenza cristallizza nei miei scritti, ed è aggregando il materiale lavico eruttato dalla profondità del mio essere che traggo da me stesso i frammenti della visione che porto dentro da sempre.

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Info Domenico Coluccio
Domenico Coluccio, astrologo e scrittore – Roma

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