Un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino

Orologio astronomico di Praga

Orologio astronomico di Praga (particolare)

Ernst Jünger scriveva, nelle Riflessioni di un non astrologo sull’astrologia premesse al libro Al muro del tempo, edito da Adelphi, che l’astrologia, utilizzando un orologio cosmico basato sul ciclo delle rivoluzioni planetarie, dispone di un quadrante suddiviso in qualità che non frammenta il tempo in modo uniforme e monotono, come fanno gli orologi meccanici, ma sul quale le ore si susseguono, senza per questo essere uguali l’una all’altra, ed immagini potenti e profondamente radicate, i dodici segni zodiacali, si danno vicendevolmente il cambio, e ciò è senz’altro vero; occorre però precisare che ciascun pianeta possiede qualità proprie ed è legato ai segni zodiacali da rapporti di domicilio, esilio, esaltazione e caduta, e, tranne i luminari, assume periodicamente moto retrogrado, cosa che non accade alle lancette degli orologi meccanici, sicché la configurazione astrale disegnata in cielo in ogni istante, risultante della posizione dei pianeti lungo lo zodiaco tropico e degli aspetti angolari che si formano tra di essi, non solo misura oggettivamente il tempo, ma lo qualifica in modo unico, e, considerando la struttura delle case relativa al luogo natale, restituisce un orologio cosmico estremamente complesso che scandisce il tempo del destino individuale, ricostruibile per il passato, riconoscibile nel presente e prevedibile per il futuro.
Il tempo, immagine dell’eternità e flusso continuo che porta con sé la totalità degli eventi fisici e psichici dell’esistenza costituendo l’alveo in cui scorre il divenire, a sua volta immagine in movimento dell’essere nel quale tutto coesiste in un istante eterno, è difatti una sostanza non uniforme e neppure lineare la cui natura sfugge agli orologi moderni, che misurano un’astrazione mentale ma non l’esperienza che ne fanno gli uomini concreti, ciò che più rileva conoscere; per i cinesi esso formava un continuum contenente qualità o situazioni fondamentali che potevano presentarsi in luoghi diversi in modo relativamente simultaneo, l’I Ching era stato elaborato sul presupposto che il tempo consiste di un flusso fasi ordinate di trasformazione della totalità cosmica, ma l’astrologia è l’unica conoscenza tecnica che permette di coglierne lucidamente lo svolgimento preordinato nel moto armonico dei pianeti e di poterne ricostruire la qualità passata, presente e futura, essendo essa essenzialmente lo studio della qualità del tempo impressa su ciascuna nascita e nel corso del divenire: lo zodiaco tropico è difatti un orologio cosmico che, sotto il profilo individuale, misura il tempo del destino fissato immutabilmente nell’istante natale nei gradi di longitudine dei pianeti e dei punti fittizi del grafico astrologico della genitura e dei corrispondenti transiti planetari.
Il tempo, misurato quantitativamente dal moto preordinato dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, si disvela qualitativamente nell’interpretazione astrologica della congiuntura astrale disegnata in cielo in ogni istante, e, a differenza degli oracoli, il cui risultato, comunque ottenuto, non è ripetibile, il sistema di riferimento dell’astrologia è oggettivo nel tempo e nello spazio: disponendo delle effemeridi planetarie e di una tavola delle case chiunque, in qualunque luogo della Terra ed in qualsiasi epoca, ottiene lo stesso risultato tecnico denominato grafico astrologico della genitura, rappresentazione bidimensionale della relazione astronomica tra Cielo e Terra nel momento della nascita, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo natale, con al centro dei due centri l’uomo concreto, autentico mandala personale, simbolo dell’integrità della vita psichica e valido strumento di guarigione dal nichilismo della modernità, e, su questa base di riferimento oggettiva, si innesta una complessa simbologia la cui lettura intuitiva, integrata dall’esperienza, determina la qualità dell’interpretazione che ne fa l’astrologo, che mostra l’inquadramento dell’uomo in un disegno di proporzioni cosmiche che restituisce respiro all’essenza vitale e conferisce significato all’esistenza, prova l’unicità del carattere e, illustrando lo sviluppo preordinato degli eventi della vita nello studio dei transiti planetari, attesta la realtà del destino.
L’astrologia, difatti, ricollegando l’uomo ad un principio di ordine universale, l’effettiva corrispondenza tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale Unità del Tutto, illustra oggettivamente carattere e destino mediante un sistema di riferimento numerico, i gradi di longitudine dello zodiaco tropico dei pianeti e dei punti fittizi del tema natale e dei corrispondenti transiti planetari, che salda lo svolgersi qualitativamente preordinato del tempo allo stato del cielo nel momento della nascita e durante il dipanarsi del sentiero della vita, assumendo un valore normativo sia per quel che riguarda lo sviluppo cosciente dell’essenza vitale, rivelata intuitivamente nella forma degli elementi che lo compongono, sia per quel che riguarda lo svolgimento della trama dell’esistenza, con lo studio dei transiti planetari che ne illustrano il clima passato, presente e futuro ed aiutano ad orientarsi nel mondo in accordo con la propria legge interiore, dissolvendo così l’angusta visione nichilistica della modernità, ed è esattamente ciò che spiega, con altre parole, il seguente brano di Mircea Eliade, tratto dal libro Occultismo, stregoneria e mode culturali, pubblicato da Sansoni, nel quale mi imbattei nella seconda metà di febbraio 2005 e che ho inserito in apertura della mia autobiografia in chiave astrologica:
« Sebbene la connessione con i fenomeni astrali dia alla nostra vita un nuovo significato, gli autori di Le retour des astrologues non insistono sulla funzione parareligiosa dell’astrologia. Eppure una volta scoperta la tua relazione con gli astri, non sei più l’individuo anonimo descritto da Heidegger e Sartre, uno straniero gettato in un mondo assurdo e privo di senso; non sei più condannato a essere libero, come diceva Sartre; non sei più un individuo con una libertà limitata alla tua situazione, condizionata dal tuo momento storico. L’oroscopo ti rivela una nuova dignità, ti mostra la tua intima connessione con l’universo intero. E se è vero che la tua vita è determinata dal movimento degli astri, è però anche vero che si tratta di una determinazione eccezionalmente grandiosa. Per quanto tu sia, in definitiva, un burattino mosso da fili e corde invisibili, fai pur sempre parte del mondo celeste. Inoltre, questa predeterminazione cosmica della tua esistenza costituisce un mistero; significa che l’universo si muove secondo un piano prestabilito; che la vita umana e la storia stessa seguono un disegno e procedono progressivamente verso una meta. Una meta segreta o al di là della comprensione umana; una meta, che dà senso a quel cosmo che per la maggioranza degli scienziati è il risultato della cecità del caso; a quell’esistenza che Sartre aveva dichiarato de trop. Questa dimensione parareligiosa dell’astrologia da alcuni è addirittura messa al di sopra delle religioni esistenti in quanto non implica difficili questioni teologiche; l’esistenza di un Dio personale o sovrapersonale, l’enigma della creazione, l’origine del male; e così via. Seguendo le direttive del tuo oroscopo, ti senti in armonia con l’universo e non sei assillato da problemi astrusi, tragici o insolubili. Al tempo stesso ammetti, coscientemente o incoscientemente, che ha luogo un grande, anche se incomprensibile, dramma cosmico e che tu ne sei parte; di conseguenza non sei de trop. »

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L’esperienza del tempo

Clessidra

Nella clessidra l’ampolla inferiore mostra il dovere compiuto, quella superiore il dovere da compiere, ed in mezzo sta l’istante eterno

A cavallo tra il 2011 ed il 2012, riflettendo sulla successione dei post del blog, quando il progetto era ancora allo stadio embrionale ed i pensieri faticavano a trovare uno sbocco coerente e scorrevole per illustrare il complesso di conoscenze e riflessioni che desideravo esprimere, lessi, tra numerosi altri, tre libri riguardanti il tempo: Il libro dell’orologio a polvere ed Al muro del tempo, di Ernst Jünger, editi entrambi da Adelphi, e Tempo ed Eternità, di Ananda K. Coomaraswamy, pubblicato da Luni Editrice, del quale ho scritto nel post omonimo.
Il primo libro di Ernst Jünger, dedicato ad uno specifico strumento di misurazione del tempo, la clessidra, il cui significato etimologico è ladra d’acqua, in quanto le prime clessidre adoperavano quell’elemento naturale, affronta un lunghissimo excursus storico che ne descrive l’evoluzione fino all’invenzione dell’orologio meccanico, che, con il meccanismo a scatto dello scappamento, interrompe la continuità del moto e rende l’oggetto misurato tanto razionale quanto artificiale, puntualizzando che l’orologio a polvere, più che misurare il tempo, misura una durata prestabilita, mezz’ora, un’ora, quattro ore, otto ore, e così via, ed anticamente veniva usato per scandire i turni di guardia delle sentinelle e delle vedette marittime, in quanto l’ampolla inferiore mostrava il dovere compiuto e quella superiore il dovere da compiere; il volume, ricco di note, disegni e fotografie, testimonia l’interesse per il tempo nutrito da un uomo che, avendo attraversato indenne le tempeste d’acciaio di due guerre mondiali, è vissuto tanto a lungo da assistere due volte al passaggio della cometa di Halley.
Nel libro Al muro del tempo, invece, incentrato sui cambiamenti epocali legati al passaggio dall’era dei Pesci all’era dell’Acquario, di cui potevano scorgersi già i sintomi, Jünger, con la tipica prosa lenta e dilatata dalla quale emergono all’improvviso verità impronunciabili, dedica un capitolo, intitolato Riflessioni di un non astrologo sull’astrologia, all’astrologia, la cui rinascita, avvenuta intorno alla fine dell’Ottocento, non cessava di turbare gli spiriti moderni, che, utilizzando un orologio cosmico basato sul ciclo delle rivoluzioni planetarie, dispone di un quadrante suddiviso in qualità che non frammenta il tempo in modo uniforme e monotono, come fanno gli orologi meccanici, ma sul quale le ore si susseguono, senza per questo essere uguali l’una all’altra, ed immagini potenti e profondamente radicate, i dodici segni zodiacali, si danno vicendevolmente il cambio; l’autore era consapevole che la diffusione dell’astrologia, contraddicendo i presupposti razionalistici del paradigma corrente e minando le fondamenta della scienza, costituiva un segno premonitore dell’avvicendamento dell’era precessionale.
Inoltre, insistendo sulla singolarità del destino e sull’innata ineguaglianza degli uomini, l’astrologia combatte il livellamento dell’epoca moderna, sicché, di fronte al minaccioso appiattimento dei tempi moderni, l’astrologo non perde mai di vista l’innata dignità umana e non presta orecchio ad astratte formule di uguaglianza e libertà, è l’essere-così dell’uomo a fungere da presupposto imponendogli limiti temporali e spaziali e facendogli evitare o scegliere tempi e luoghi della vita secondo una modalità che trova radici nella propria legge interiore, nel suo habitus e nel suo carattere intesi nel senso più largo, perciò assegna all’individuo concreto un rango superiore rispetto a quello che gli possono accordare il pensiero astratto ed un’astratta regola distributiva, e, rincarando la dose, Jünger concludeva che qualsiasi dottrina affermi che l’uomo a priori nasce per lo stato o per la società, è una falsa dottrina: l’uomo nasce per vivere il proprio destino e procede su questa via, tutti gli altri obblighi sopraggiungono a posteriori, sono la conseguenza di qualità particolari come l’essere uomo, donna, padre, il far parte di un popolo e di una comunità.
Jünger distingueva un tempo misurabile ed un tempo del destino: il primo, astronomico, determinato quantitativamente in base al ciclo delle rivoluzioni planetarie, il secondo, ciclico, soggetto all’interpretazione astrologica, e poiché l’orologio che li scandisce è uno solo, concludeva, logos e nomos vengono posti in relazione reciproca, anzi scambiati, e si fondono l’uno nell’altro per lo sguardo che interpreta; l’astrologia, proseguiva l’autore, costituisce un metodo di indagine che connette la vita a più ampi processi, la sua rappresentazione, il suo simbolo, l’oroscopo, è ciclico, e poiché esso si richiama alla più grande e più antica rotazione che ci è dato conoscere, ad essa basta un solo ed immutabile orologio per decifrare ciò di cui è suonata l’ora; ad ogni nuova nascita una nuova, piccola ruota comincia il corso che le è prescritto all’interno dell’immensa rivoluzione cosmica, l’oroscopo dell’uomo funge da immagine dell’orologio cosmico, la sua configurazione decreterà la legge secondo la quale egli è entrato nel gioco, il suo carattere ed il suo destino.
Jünger affrontava poi il tema centrale del libro, la concezione del tempo quale sostanza non uniforme e neppure lineare che ne avevano le civiltà tradizionali, sottolineando che, ovunque, i passaggi d’epoca sono stati intesi come chiusure ed aperture di cicli, e che il mondo stava vivendo uno di questi momenti, con il passaggio dall’era precessionale dei Pesci a quella dell’Acquario, riferendosi al fenomeno astronomico della precessione degli equinozi: ogni anno l’equinozio di primavera si verifica in anticipo rispetto all’anno precedente, spostandosi di un grado ogni settantadue anni, sicché l’anno platonico dura 25920 anni ed il mese platonico 2160 anni, ed il susseguirsi di questi mesi, denominati ere precessionali, produce effetti psicologici importanti sulla popolazione, come notava Carl Gustav Jung, tanto che nei monumenti delle civiltà del passato si riscontra la serie di animali rappresentata dal toro, dall’ariete e dai pesci, quest’ultima propria del cristianesimo, segno che ogni civiltà, osservando l’orologio cosmico, identificava se stessa con la costellazione che sorgeva al momento dell’equinozio di primavera.
Ma al di là dell’incertezza su dove si trovi il grado zero dello zodiaco siderale, che rende incerto l’inizio delle ere precessionali, l’età dell’Acquario si preannuncia con molti sintomi che fanno presagire un mutamento di clima, e, considerate le caratteristiche di questo segno zodiacale, è pressoché certo che nel prossimo mese platonico gli uomini non saranno fratelli tra loro: a ciò ha già pensato il cristianesimo, e se ne sono visti i risultati; Jünger e Coomaraswamy concludono dunque la mia ricerca sul tempo, ma fu nel lontano 1993, leggendo la prefazione all’I Ching di Carl Gustav Jung, che incontrai per la prima volta il concetto di tempo qualitativo riscontrabile praticamente nell’uso dell’oracolo cinese, che lo stregone svizzero sosteneva non sbagliasse mai, e con la nozione di sincronicità, espressione di una sostanziale identità tra psiche e materia che collega eventi esterni e condizioni psicologiche superando l’angusto principio di causalità: difatti non esiste un ordinamento causale del mondo, esso è dato così com’è, senza causa, pertanto non ha senso ragionarci sopra in termini esclusivamente causali.
Nel saggio La sincronicità come principio di nessi acausali (1952), pubblicato da Bollati Boringhieri, Carl Gustav Jung indicava con quel termine una coincidenza significativa, ossia un rapporto acausale tra eventi esterni e condizioni psicologiche avente carattere numinoso, tale per cui si avverte chiaramente che quel che è accaduto non può essere un puro caso, rifacendosi in ciò all’antico paradosso greco Εν τò πάν (En to pán), Uno è il Tutto, dell’universo inteso allo stesso tempo come unità e molteplicità, sicché la sincronicità veniva definita come relatività di tempo e spazio condizionata psichicamente, secondo le parole dello psicologo svizzero: “Io impiego dunque in questo contesto il concetto generale di sincronicità nell’accezione speciale di coincidenza temporale di due o più eventi non legati da un rapporto causale, che hanno uno stesso o un analogo contenuto significativo. Sincronicità significa allora anzitutto la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi esterni, che paiono paralleli significativi della condizione momentaneamente soggettiva e – in certi casi – anche viceversa.”
Il fenomeno della sincronicità, proseguiva Jung, è quindi la risultante di due fattori: un’immagine inconscia si presenta direttamente o indirettamente alla coscienza come sogno, idea improvvisa o presentimento ed un dato di fatto obiettivo coincide con questo contenuto, ma considerare l’ipotesi che un medesimo significato possa manifestarsi nella psiche umana e al tempo stesso nell’ordinamento di un evento contemporaneo esterno e indipendente contrasta con le tradizionali visuali scientifiche e teorico-conoscitive, perciò lo stregone svizzero ricordava di non perdere mai di vista che la validità delle leggi naturali è puramente statistica, ed il metodo statistico, per sua natura, stempera gli eventi rari per concentrarsi sull’evento medio, che finisce per divenire l’unico davvero esistente; fenomeni sincronistici si verificano con relativa regolarità e frequenza nei casi di procedure intuitive o magiche, ed io, negli anni in cui leggevo Jung, dopo essermi rifugiato nella foresta del Ribelle, ne sperimentavo in continuazione, come continuo a viverne ancor oggi, sia pure con minor stupore, e furono proprio tali fatti a convincermi ad abbandonare tutto e ad affidarmi alla corrente del tempo.
Marie-Louise von Franz, allieva di Jung, nel libro Psiche e materia, pubblicato da Bollati Boringhieri, sosteneva, citando il maestro, che psiche e materia esistono in un unico ed identico mondo, e ciascuna partecipa dell’altra, altrimenti qualsiasi azione reciproca sarebbe impossibile, e ciò, per una mente razionale plagiata dalla modernità, costituisce uno spiraglio di luce nell’angusto mondo della ragione: quando un archetipo viene attivato nell’inconscio del soggetto che lo esperisce, producendo così uno stato di forte tensione emotiva, psiche e materia sembrano non esistere più come entità separate, bensì coordinate ad una sola situazione simbolica piena di senso; in simili condizioni mondo fisico e mondo psichico costituiscono due facce della stessa realtà, che lo psicologo svizzero denominò unus mundus, e gli eventi sincronistici, espressione di un ordine acausale, rappresentano singolarità in cui si manifesta sporadicamente l’unità di psiche e materia e rinviano ad un aspetto unitario cosciente trascendente dell’essere, sicché psiche e materia sarebbero due volti dello stesso segreto vivente, il mondo unico.
Il ruolo ricoperto dall’affetto nel sorgere di eventi sincronistici non era affatto di un’idea nuova, ricordava Jung: già Avicenna ed Alberto Magno se ne resero conto chiaramente, e, proprio di quest’ultimo, citava un brano del De mirabilibus mundi, che faceva riferimento al Liber sextus dei Naturalia di Ibn Sina, che, nel XII e XIII secolo, esercitò un influsso decisivo sul pensiero dei grandi scolastici, come lo stesso Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Ruggiero Bacone ed altri: “(…) dopo la lettura dei libri negromantici e che hanno per tema immagini magiche (imaginum) e magia, ho trovato che [realmente] l’emotività (affectio) dell’anima umana è la radice principale di tutte le cose. […] Chi vuole quindi conoscere il segreto di questo fatto per provocarlo e scatenarlo, deve sapere che chiunque può influenzare magicamente ogni cosa, se cade preda di un grande accesso… e allora lo deve fare precisamente in quell’ora in cui l’accesso lo aggredisce e agire con le cose che l’anima gli prescrive”; esiste dunque una forza immaginativa nella psiche dell’uomo che, nello stato di alta tensione affettiva e nella costellazione astrologica adeguata, produce mutamenti concreti nel mondo materiale.
Nel corso dei suoi studi Marie-Louise von Franz proseguì la ricerca sul tempo, intrapresa da Jung in relazione all’I Ching, approfondendo la conoscenza delle tecniche divinatorie, che traggono responsi sul futuro sulla base di atti apparentemente scollegati dalla realtà che si propongono di indagare, esponendone i risultati nei saggi L’esperienza del tempo: il dio arcano che presiede alla vita, pubblicato da RED, e Le tracce del futuro: divinazione e tempo, edito da TEA, partendo dai greci, che identificavano il tempo, percepito come un costante fluire di eventi esterni ed interni, con Oceano, fiume divino che circondava la terra inglobando il cosmo o serpente che si morde la coda recante sulla schiena lo zodiaco, intuizione sottesa a tutte le teorie che misurano il tempo mediante il flusso di una sostanza; anche per i cinesi il tempo formava un continuum contenente qualità o situazioni fondamentali che potevano presentarsi in luoghi diversi in modo relativamente simultaneo, ed il Libro dei Mutamenti era stato elaborato proprio sul presupposto che il tempo consiste di un flusso fasi ordinate di trasformazione della totalità cosmica.
Marie-Louise von Franz illustrava le caratteristiche dei sistemi di predizione del futuro basandosi sulla definizione junghiana del numero quale elemento d’ordine più primitivo dello spirito umano, archetipo dell’ordine divenuto cosciente, sottolineando il duplice carattere complementare del numero naturale, che è assieme quantità e qualità e consente di rappresentare la compenetrazione del mondo della materia, rappresentato dalla quantità, e di quello della psiche, rappresentato dalla qualità, la cui serie infinita mostra fasi temporali qualitative nell’esserci della totalità cosmica; in tutte le forme di divinazione numerica, che rappresentano tentativi primitivi dell’umanità di contare l’energia psichica e le sue costellazioni, si conta in senso retrogrado per sfuggire alla confusione della molteplicità, i cinesi utilizzavano i numeri, con la loro natura irrazionale ed abissale, per indovinare la realtà, in Cina la matematica era usata soltanto a fini divinatori, Richard Wilhelm, poi, il traduttore dell’I Ching, spiegava l’idea cinese della divinazione dicendo che, se sapessimo contrarre l’albero nel seme, sapremmo pronosticare il futuro.
L’attenzione di Marie-Louise von Franz si appuntò dapprima sugli oracoli divinatori che operano per mezzo di numeri, ossia sui sistemi di divinazione nei quali un numero viene prodotto attraverso qualche gesto arbitrario, e, sulla base del risultato ottenuto, si trae il responso al quesito del consultante, quindi precisò la differenza esistente tra oracoli numerici ed altre tecniche di divinazione, che catalizzano le conoscenze inconsce tramite l’osservazione di un qualche tipo di struttura caotica, esattamente come avviene nel test di Rorschach, nel quale, osservando il disegno caotico, il completo disordine della forma confonde la mente cosciente e fa sorgere improvvisamente una fantasia, ed avanzò l’ipotesi che potremmo essere tutti dei medium, ed avere quindi una conoscenza assoluta, se la luce abbagliante della coscienza egoica non la offuscasse, per questo il medium ha bisogno di un abaissement du niveau mental, di un abbassamento del livello mentale che gli consenta di vedere oltre, e, per ottenerlo, deve immergersi in trance, in uno stato simile al sonno, per far emergere le proprie conoscenze.
Jung affermava che era notorio che l’affetto emotivo produce tale abaissement du niveau mental, una sopraffazione della coscienza da parte di contenuti inconsci, per cui la percezione di spazio e tempo si riduce completamente e regna soltanto un continuum spazio-temporale che rende possibile la coincidenza e la simultaneità di eventi psichici e non-psichici, eventi che manifestano un legame fra di loro basato su una comunanza di significato, e non su un meccanismo di causa-effetto, ossia di sincronicità; Marie-Louise von Franz attribuiva questa conseguenza anche all’osservazione di una forma caotica, oppure alla stanchezza, testimoniando che lei stessa, trovandosi fisicamente esausta, aveva lampi di coscienza assoluta che, dopo aver dormito bene alcune notti, svanivano, in quanto la conoscenza assoluta è come la luce di una candela, e se la luce elettrica della coscienza egoica è accesa è impossibile vederne il lume, così, osservando un disegno caotico, si rimane confusi e non ci si riesce a raccapezzare, il funzionamento della mente cosciente si inceppa ed emerge una fantasia inconscia.
Marie-Louise von Franz si domandò allora quale differenza vi fosse fra un moderno esperimento scientifico ed un oracolo divinatorio, e rispose che nell’esperimento scientifico il caso è un elemento di disturbo che viene eliminato, scacciato il più lontano possibile, ne rimane soltanto una piccola parte che non si può sopprimere e che infastidisce lo scienziato, che tende a trascurarlo ed a fare come se non si fosse mai verificato, per non screditare la perfezione formale delle sue teorie, mentre l’oracolo adotta un approccio diverso, complementare, che mette il caso al centro di tutto: si prende una moneta, la si lancia ed il fatto casuale che esca testa o croce è la fonte stessa dell’informazione; sono due approcci assolutamente complementari: l’esperimento scientifico tende ad eliminare il caso, l’oracolo gli assegna un ruolo centrale, e difatti l’esperimento si basa sulla ripetizione, l’oracolo sul gesto unico, l’esperimento si basa sul calcolo delle probabilità, l’oracolo si serve del singolo, unico numero come fonte di informazione, in questo modo il risultato casuale diviene il centro della riflessione.
L’esperimento fisico viene ripetuto nel tempo allo scopo di ottenere informazioni relative ad un pezzetto di realtà, non è possibile sperimentare se non si definisce prima l’angolo di universo che si vuole studiare, per l’oracolo è esattamente il contrario: esso è un evento unico sotto il profilo temporale, in quanto viene interrogato una volta sola, ed il suo scopo non è quello di ottenere informazioni su un frammento della realtà, bensì sull’intera situazione psicologica esterna, interna, presente e futura del consultante, e, sotto questo profilo, è del tutto complementare rispetto all’esperimento fisico; la ripetizione è il segreto della probabilità: più volte si ripete la situazione, più è possibile formulare esattamente la probabilità dell’esito, finché alla fine, e questa è la formulazione statistica del concetto di probabilità, si può dire che, se si fanno infinite prove, è possibile definirne il valore limite; tutta la matematica, e l’uso che ne viene fatto nella fisica moderna, è basata sull’incapacità di prevedere eventi singoli e sul tentativo di prevedere invece con notevole precisione migliaia o milioni di eventi.
L’interpretazione probabilistica della fisica quantistica afferma che, in certi esperimenti, il risultato è, nel caso singolo, essenzialmente imprevedibile, mentre la distribuzione statistica dei risultati relativi all’esperimento ripetuto numerose volte riproduce una distribuzione di probabilità che può essere calcolata, in certi casi, con precisione estrema; la scienza, pertanto, odia le tecniche divinatorie e l’astrologia, che ha una base scientifica nello zodiaco tropico, nei sistemi di domificazione e nella posizione dei pianeti, in quanto il metodo statistico elimina il caso singolo, l’annulla come se non avesse importanza, mentre per l’uomo concreto il caso singolo è tutto, coincidendo con la sua stessa unica ed irripetibile esistenza, ed esse trattano esclusivamente il caso unico e non ripetibile, ciò che è precluso alle osservazioni scientifiche, incentrate sulla ripetizione di eventi in quantità tale da escludere i casi estremi, perciò la scienza non ha niente di interessante da dire all’uomo reale, nessun significato da trasmettere, nessuna certezza utile, nessun tipo di orientamento, nessun appiglio nel mare caotico della vita.
A tale riguardo Marie-Louise von Franz citava Jung, che illustrava questo paradosso prendendo ad esempio un cumulo di pietre, delle quali si può dire, con assoluta precisione statistica, che la loro dimensione media sia di tre centimetri cubi, ma, per quanto questa misurazione sia vera, si tratta soltanto di un’astrazione mentale: tra le pietre del mucchio, infatti, potrebbe non esservene nessuna che misuri esattamente tre centimetri cubi, l’informazione, pertanto, pur essendo corretta sotto il profilo scientifico, è del tutto inutile ai fini pratici e conoscitivi della realtà, mentre soddisfa appieno il desiderio di razionalizzazione del mondo che tende ad eliminarne il significato per restituirne un modello meccanico privo di senso; il caso unico, o il caso individuale, non riguarda la scienza perché non esiste alcun mezzo matematico per descriverlo, e difatti gli scienziati si irritano quando glielo si fa notare e dicono che la pietra unica non esiste, o che esiste, sì, ma non ha nulla a che fare con la scienza, essendo legati emozionalmente all’idea che solo il calcolo delle probabilità e la statistica siano la verità.
Marie-Louise von Franz affrontò dunque la questione dell’origine del calcolo delle probabilità, ideato dal matematico e filosofo Blaise Pascal e dal matematico Pierre de Fermat, che, stimolati da un giocatore che domandò al primo un sistema infallibile per vincere, intrapresero una corrispondenza epistolare dalla quale nacque il calcolo delle probabilità, la cui radice è il gioco; la psicologa junghiana ammetteva che c’erano molti scienziati che si rendevano perfettamente conto del fatto che, attraverso la statistica ed il calcolo delle probabilità, ricostruivano soltanto un modello mentale della natura che non copre l’intera realtà, e difatti l’ipotesi dell’assoluta validità delle leggi di causalità durò sino agli inizi della fisica quantistica, quando la ricerca sul comportamento delle particelle elementari costrinse i fisici a sostituire il concetto di causalità con il concetto di probabilità matematica, da allora il comportamento di una particella elementare non può più essere previsto ed è retto dal caso, si può prevedere solo la probabilità del comportamento di molte particelle, il resto rimane un mistero insondabile.
I paradossi del principio di indeterminazione di Heisenberg hanno attirato l’attenzione dei fisici sui processi mentali dell’osservatore, poiché l’osservazione dipende dall’influenza del mezzo di osservazione sull’oggetto, così i fisici moderni hanno dovuto riflettere su che cosa facciano realmente, in quanto, con i loro strumenti di indagine, costringono la natura a rispondere in un determinato modo, ma non otterrebbero quella risposta se non l’osservassero con quei mezzi, e qui si riaffaccia prepotentemente l’unus mundus junghiano, un universo che include eventi fisici e psichici in cui acquistano valore preminente i casi singolari di sincronicità; la stima delle probabilità, invece, può dare informazioni solo sulle medie e sulle misure valutabili come regolari, ma non può dare alcuna informazione su ciò che avviene una sola volta, perciò, quando i fisici sostengono che l’evento occasionale non cade nell’ambito dell’indagine fisica, lo sottraggono al campo della ricerca in quanto non si lascia cogliere con questi strumenti matematici, dunque viene esclusa ogni informazione sull’esperienza unica.
Eppure, proseguiva Marie-Louise von Franz, nonostante avvengano di continuo eventi sincronistici, ossia coincidenze significative, nella storia occidentale è stato osservato solo un tipo di costellazione del genere, e cioè il fatto che, quando uno scienziato fa una scoperta, o quando viene realizzata un’invenzione che cambia la situazione dell’umanità, tende a succedere che diversi scienziati abbiano la stessa idea nel corso dello stesso anno, indipendentemente l’uno dall’altro, oppure che due persone, che non sanno nulla l’una dell’altra, inventino la stessa cosa nello stesso anno, ne segue una disputa in merito alla possibilità di plagio, ci si chiede se essi non sapessero l’uno dell’altro e se uno dei due non abbia rubato l’idea all’altro, ma in molti casi è effettivamente dimostrabile che non c’era alcun rapporto fra di loro, hanno semplicemente scoperto la stessa cosa nello stesso tempo; questo è il modo cinese di guardare le cose, e la storia della scienza è il solo campo in cui tale modo di pensare sia stato riconosciuto dalla mente occidentale, in quanto la scienza moderna è sostanzialmente una religione dogmatica ed autoreferenziale.
La scienza, dunque, adottando il calcolo delle probabilità, raccoglie una massa enorme di dati su eventi ripetibili un numero considerevolmente elevato di volte, dopodiché ne trae un valore medio che tende a realizzarsi nel caso di ripetizione dell’osservazione all’infinito, ma non dice assolutamente nulla, e perciò non ha alcun valore per l’uomo concreto che vive la sua vita unica ed irripetibile e deve prendere decisioni importanti sulla sua esistenza in assenza di dati completi sulla realtà, sul caso singolo, allora diventa pienamente comprensibile il valore degli oracoli e degli eventi sincronistici, come evidenzia la storia, riportata da Marie-Louise von Franz, di undici generali cinesi che, durante una battaglia, si trovarono a dover decidere se attaccare o ritirarsi; ne seguì una discussione strategica che si protrasse a lungo, nella quale alcuni erano favorevoli all’attacco ed altri alla ritirata, senza che si trovasse un accordo, allora i generali misero la questione ai voti: tre di loro votarono per l’attacco ed otto per la ritirata, ed a quel punto attaccarono, perché il numero tre, in Cina, possiede la qualità dell’unanimità, e vinsero.
Agli undici generali, interessati a risolvere una questione pratica della massima importanza, non sarebbe stata ovviamente di nessun aiuto la scienza, che, al massimo, avrebbe offerto loro una probabilità di riuscita dell’impresa bellica, qualora fosse stata ripetuta un numero abbastanza elevato di volte, oppure ne avrebbe registrato l’esito a posteriori, dimostrando così la sua inutilità, ed infatti fu un episodio sincronistico, l’apparizione del numero tre in una delle due opzioni di scelta, a far rompere gli indugi ed a renderli effettivamente unanimi, tanto che attaccarono e vinsero; ma, nella divinazione, è necessario che chi la pratica sia dedito ad una totale sincerità, sottolineava Marie-Louise von Franz: se essa fallisce è infatti possibile constatare che l’indovino aveva un problema nevrotico personale che ha proiettato sul materiale in questione, oscurando la preoccupazione del consultante, perciò, per conoscere il futuro, occorre prima di tutto spogliarsi di ogni illusione, ed in tal senso ricordava che Jung, alla fine della sua vita, affermava di non usare più l’I Ching, in quanto conosceva in anticipo l’esito della consultazione.
Nella divinazione rientra dunque la questione del tempo, immagine dell’eternità e flusso continuo che porta con sé la totalità degli eventi fisici e psichici dell’esistenza costituendo l’alveo in cui scorre il divenire, a sua volta immagine in movimento dell’essere nel quale tutto coesiste in un istante eterno; esperienza del tempo e tracce del futuro sono intimamente legate tra loro, negli episodi di sincronicità, nel funzionamento degli oracoli e nell’astrologia, che, nei gradi di longitudine dello zodiaco tropico dei pianeti e dei punti fittizi del tema natale e dei corrispondenti transiti planetari, rappresenta un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino individuale, e sono queste le cose che interessano l’uomo concreto, cosciente di vivere un’esistenza unica, che ha bisogno di basi oggettive per conoscere se stesso, nel grafico astrologico della genitura, ed il clima in cui ha vissuto, vive e vivrà, nello studio dei transiti planetari, nonché di ottenere risposte articolate su come prendere una decisione, nel caso dell’I Ching, oppure dirette e specifiche, nel caso di altre tecniche di divinazione, ad esempio i tarocchi.
Ripercorrendo il lungo cammino che mi ha portato a conoscere la sostanza del tempo, iniziato con l’acquisto dell’oracolo cinese dell’I Ching, nel lontano 1993, e conclusosi di recente, con la lettura del libro Tempo ed Eternità di Ananda K. Coomaraswamy, mi sorprendo a considerare come sia curioso che, ad occuparsene, siano stati scrittori eminenti come Ernst Jünger, autori tradizionali come Coomaraswamy e psicologi come Carl Gustav Jung, lo stregone di Bollingen, e la sua allieva Marie-Louise von Franz, ciascuno interessato a trovarvi le tracce di un mondo negato dal razionalismo moderno che pure riconosceva nella propria esperienza quotidiana, ma non astrologi, che invece dovrebbero interessarsene in quanto l’astrologia è essenzialmente lo studio della qualità del tempo impressa su ciascuna nascita e nel corso del divenire, e ciò attesta lo stato di abbandono in cui versa questa conoscenza tradizionale che ricollega Macrocosmo e Microcosmo in un unico respiro e restituisce senso, significato e scopo all’uomo smarrito nell’angoscia del nichilismo della modernità.

Cicli cosmici e tempo lineare

L’ouroboros nel manoscritto alchemico di Sinesio

L’ouroboros, serpente che si morde la coda, simbolo della ciclicità del tempo

Nel saggio Il mito dell’eterno ritorno, pubblicato da Borla, Mircea Eliade presenta l’immagine che l’uomo delle società arcaiche e tradizionali aveva di se stesso e del posto che occupava nel mondo, e, paragonandola a quella dell’uomo delle società segnate dal giudeo-cristianesimo, spiega che ciò che li differenzia consiste nel fatto che il primo si sentiva solidale con il cosmo e con i ritmi cosmici, mentre il secondo si considera solidale soltanto con la storia.
Anche per l’uomo delle società arcaiche il cosmo aveva una storia, essendo stato creato da dèi ed organizzato da esseri soprannaturali o da eroi mitici, ma questa storia del cosmo e della società umana era una storia sacra, conservata e trasmessa da miti che servivano da modelli per cerimonie che riattualizzavano periodicamente gli avvenimenti accaduti agli inizi del tempo, e, in virtù dell’imitazione rituale di questi modelli paradigmatici, il cosmo e la società venivano rigenerati rendendo impossibile il sorgere di una coscienza storica intesa in senso moderno.
L’eminente storico delle religioni, stupito della rivolta delle società tradizionali contro il tempo concreto e della nostalgia di un ritorno periodico al tempo mitico delle origini, al grande tempo, rivela che solamente quando colse quella volontà di rifiutare il tempo concreto, l’ostilità ad ogni tentativo di storia autonoma concepita senza regolazione archetipica, comprese appieno il senso e la funzione degli archetipi e delle ripetizioni, ed allora ritenne del tutto fondato leggere nel deprezzamento della storia e nel rifiuto del tempo profano, continuo, una valorizzazione metafisica dell’esistenza umana.
Il mito ed il rito esprimono, su piani diversi e con i mezzi che sono loro propri, un complesso sistema di affermazioni sulla realtà ultima delle cose che equivale ad una vera metafisica: gli oggetti del mondo esteriore, come gli atti umani propriamente detti, non hanno valore intrinseco autonomo, ma acquistano un valore, e diventano reali, in quanto partecipano di una realtà che li trascende; l’uomo arcaico non conosce atto che non sia stato posto e vissuto anteriormente da un altro, da un altro che non era un uomo, ciò che egli fa è già stato fatto, la sua vita è la ripetizione ininterrotta di gesti inaugurati da altri.
Gli strumenti di rigenerazione tendono verso il medesimo fine: annullare il tempo trascorso, abolire la storia con un ritorno continuo in illo tempore mediante la ripetizione dell’atto cosmogonico, in quanto il primitivo, come il mistico e l’uomo religioso in generale, vive in un continuo presente, l’istante, luogo-non luogo in cui tempo ed eternità si incontrano; si precisano per la prima volta due orientamenti distinti: l’uno tradizionale, presentito in tutte le culture primitive, del tempo ciclico che si rigenera periodicamente ad infinitum; l’altro, moderno, del tempo finito, frammento tra due infiniti atemporali.
Le civiltà tradizionali, dunque, rifuggono la storia e l’azione insensata e cercano l’essere, essendo fondate sulla pura intellettualità che coglie la realtà metafisica; con gli ebrei, invece, che, con il sacrificio di Isacco da parte di Abramo, hanno inventato la fede, non capisco ma mi adeguo, scadimento dall’essere che si può conoscere al Dio personale che pone un abisso tra sé e l’uomo, smarrita la possibilità di identificarsi con il principio primo, la storia diventa una teofania, manifestazione della divinità che interviene nei destini degli uomini e retribuisce le loro azioni secondo i concetti morali di bene e male.
A tal proposito René Guénon precisava che l’azione appartiene al mondo del mutamento, del divenire, e che la conoscenza sola permette di uscire da tale mondo e dalle limitazioni che gli sono inerenti, e, quando essa raggiunge l’immutabile, possiede essa stessa l’immutabilità, poiché ogni conoscenza è essenzialmente identificazione con il proprio oggetto, concetto mancante nel giudeo-cristianesimo, la cui divinità è distante, irraggiungibile, e, perciò, l’unica cosa che rimane da fare per compiacerla e riceverne  il premio è seguirne la Legge ed i comandamenti, pur senza comprenderne il fondamento.
L’autore tradizionale era perfettamente cosciente che la concezione della realizzazione dell’essere attraverso la conoscenza risulta del tutto estranea al pensiero occidentale moderno, il quale non va oltre la conoscenza teorica, o, più esattamente, oltre una modesta parte di questa, e che oppone artificialmente il conoscere all’essere, come se queste non fossero le due facce inseparabili di una medesima e sola realtà, e sottolineava che non potrà mai esservi vera metafisica per chiunque non comprenda veramente che l’essere si realizza con la conoscenza, e che non può realizzarsi in altro modo.
Guénon precisava poi che la scienza, idolo dei moderni, è una conoscenza razionale, discorsiva, indiretta e sempre riflessa, mentre la metafisica è una conoscenza super-razionale, intuitiva ed immediata, e che l’effettiva presa di coscienza degli stati super-individuali è il reale oggetto della metafisica, anzi, meglio ancora, è la conoscenza metafisica stessa: la realizzazione metafisica è la presa di coscienza di ciò che è, in modo permanente ed immutabile, al di fuori di ogni successione temporale o di qualsiasi altro genere; infatti gli stati dell’essere, considerati nel loro principio, sono in perfetta simultaneità nell’eterno presente.
Le civiltà tradizionali, dunque, avevano come fondamento il ciclo dei giorni e delle stagioni, della luce e dell’oscurità, della nascita e della morte, la vita si svolgeva secondo dei ritmi e tendevano all’essere fuggendo la storia, ma il cristianesimo, con l’affermazione di un’ora irripetibile, la crocifissione di Gesù, ha interrotto la ciclicità del tempo, e, da allora, ciò che è stato non può più tornare, e, ponendo il Giudizio Universale alla fine dei tempi, fa sì che tutto quanto accade si svolga lungo una linea che unisce questi due punti, negando i cicli cosmici e la possibilità di rigenerare ritualmente il mondo.
Con gli ebrei prima, e con il cristianesimo poi, tutto ciò che accade si trasforma in storia, ossia in un insieme di situazioni che si verificano una volta sola e non potranno più ripetersi; l’orientamento lineare del tempo fa sorgere l’idea di un progresso inarrestabile verso un futuro migliore, ed è indifferente che si proceda lungo la via cristiana del Regno di Dio o verso una società perfetta senza classi sociali e senza stato; il cristianesimo, dunque, come una maledizione, ha impresso il proprio marchio sul destino dell’Occidente, e, con la sua forma secolarizzata e le scienze progressiste, ha creato il mondo moderno.
Il giudeo-cristianesimo ha allontanato dalla conoscenza metafisica un numero esorbitante di uomini dotati della pura intellettualità, gettandoli in un mondo nel quale l’esistenza è soltanto mutamento insensato, e, negli ultimi due secoli e mezzo, pura economia: la rottura della ciclicità del tempo, divenuto lineare e finalistico, ha sottratto l’uomo all’essere e l’ha indotto all’azione volta ad un fine escatologico, e ciò nonostante il messia, il successore di Davide, sia atteso invano dagli ebrei da ben tremila anni, mentre il Regno di Dio, che Gesù dava per imminente nella sua predicazione, realisticamente non verrà mai.
Parlare di eterno ritorno, dunque, come fa Mircea Eliade richiamandosi a Nietzsche, l’anticristiano par excellence, che vedeva nell’eterno ritorno dell’identico l’uscita dalla prigione del tempo lineare, significa indicare una via per il superamento del giudeo-cristianesimo e delle sue aberrazioni; René Guénon proponeva qualcosa di simile esponendo la dottrina indù dei cicli cosmici, nel libro Forme tradizionali e cicli cosmici, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, e, parzialmente, ne Il re del mondo, edito da Adelphi, ma poi fece la scelta esistenziale di aderire all’esoterismo islamico ed abbandonò l’Occidente.
Ma al di là delle scelte individuali, dettate dalle circostante storiche e dall’equazione personale con la quale ciascun uomo si avvicina all’essere, la dottrina indù dei cicli cosmici fornisce un’idea dello sviluppo preordinato del tempo nell’ambito del divenire, qualora si abbia ben presente la differenza tra tempo ed eternità, e si sappia, dunque, che il tempo è un’imitazione dell’eternità e che esso scorre come un fiume lungo un corso prestabilito che si ripete identico ad ogni ciclo, essendo il divenire un’immagine in movimento dell’essere che l’essere contempla per conoscere se stesso.
Nella dottrina indù dei cicli cosmici, esposta nel Mānavadharmaśāstra e nel Mahâbhârata, il Kalpa rappresenta lo sviluppo totale di un mondo, vale a dire di uno stato o grado dell’esistenza universale, ed è suddiviso in quattordici Manvantara, o ere dei successivi Manu, legislatori di ciascuna epoca, cicli di carattere sia cosmico che storico che formano due distinte serie settenarie, la prima comprende i Manvantara trascorsi e quello presente, la seconda i Manvantara futuri, suddivisi a loro volta in quattro Yuga, equivalenti alle quattro età dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro narrate da Esiodo.
Se la durata complessiva del Manvantara, o Mahā-Yuga, è rappresentata dal numero 10, quella del Krita-Yuga, o Satya-Yuga, lo è dal numero 4, quella del Trêta-Yuga dal 3, quella del Dwâpara-Yuga dal 2 e quella del Kali-Yuga dall’1; un Mahā-Yuga dura dodicimila anni, in quanto ogni Yuga è preceduto e seguito da un’aurora e da un crepuscolo, entrambi della durata di un decimo dell’era corrispondente, che uniscono tra loro le quattro età: il Krita-Yuga, o Satya-Yuga, dura quattromila anni, il Tretâ-Yuga tremila anni, il Dwâpara-Yuga duemila anni ed il Kali-Yuga mille anni, più le aurore ed i crepuscoli corrispondenti.
Ciascuno Yuga è caratterizzato da un processo di degenerazione e materializzazione progressiva risultante dall’allontanamento dal Principio che accompagna lo sviluppo della manifestazione ciclica nel mondo corporeo a partire dallo stato primordiale, e, alla diminuzione della loro durata, corrisponde, sul piano umano, una riduzione della durata della vita, accompagnata dal rilassamento dei costumi e dal declino dell’intelligenza; il ciclo completo termina con una dissoluzione, un Pralaya, che si ripete in modo più radicale con il Mahâpralaya, la grande dissoluzione, alla fine del millesimo ciclo.
L’unica possibilità di spezzare il ciclo continuo delle esistenze e di uscire dal tempo è abolire la condizione umana conquistando il Nirvâna, ma il Dharma, tradotto impropriamente come religione, nel Krita-Yuga, o Satya-Yuga, l’età vincente, si tiene sulle quattro zampe del toro, nel Tretâ-Yuga, l’età del tre, soltanto su tre, nel Dwâpara-Yuga, l’età del due, su due, e nel Kali-Yuga, l’età perdente, o età oscura in cui viviamo, su una sola, e difatti il mondo non ha mai conosciuto una civiltà priva di dimensione spirituale come quella sorta in Occidente con la modernità, rendendo il compito assai più arduo che in passato.
Nel VI secolo a.C. avvenne una frattura nel tempo: l’anno 576 a.C. si verificò la triplice congiunzione tra i pianeti lenti Urano, Nettuno e Plutone nel segno zodiacale del Toro, la prossima si verificherà l’anno 3369 d.C. nel segno zodiacale dei Gemelli, ed apparvero Lao-tze, Confucio, Buddha, Zoroastro e Mosè; a Roma iniziò il periodo storico, dopo quello leggendario dei re, ed in Grecia nacque la filosofia, termine che René Guénon ricordava significare, in senso legittimo, amore per la sapienza, studio preliminare e preparatorio di avviamento ad essa, corrispondente ad un grado inferiore di quest’ultima.
La sostituzione della filosofia greca alla sapienza, però, fece nascere la filosofia profana, ossia una pretesa sapienza puramente umana di ordine semplicemente razionale che prese il posto della vera sapienza tradizionale, superumana e non-umana, ossia della conoscenza metafisica; inoltre il logos, sapere discorsivo che trova in se stesso la propria legittimazione, cominciò a scalzare il mythos, parola veritativa che non necessita di argomentazioni per affermare se stessa, essendo il mezzo precipuo con il quale si esprime la divinità, che venne progressivamente svilito dalla critica e ridotto al rango di fabula.
Con gli ebrei che, secondo la profezia di Natan, attendono il successore di Davide che regnerà per sempre sul trono di Gerusalemme, inizia la concezione lineare e finalistica del tempo fatta propria dagli occidentali, con la caduta dell’uomo primordiale dallo stato edenico, con Iahvè che stringe l’Alleanza con il popolo eletto ed interviene nella storia punendo chi non rispetta il patto, con i figli d’Israele che hanno la missione di riportare l’umanità nello stato antecedente la caduta, essendo un regno di sacerdoti ed una nazione santa; la storia ha una direzione predeterminata ed un fine che non può essere modificato.
La venuta di Gesù, una volta e per sempre, sostituisce il patto stretto dalla divinità del deserto con gli ebrei ma mantiene inalterata la concezione lineare e finalistica della storia: ora la meta ultima dell’umanità intera è il Giudizio Universale; qui ha luogo un’esplicita svalutazione del mondo e del tempo, che si manterrà intatta nelle degenerazioni successive: non si presta più attenzione alla saggezza del passato, alla tradizione, né, tanto meno, al presente, ma lo sguardo è rivolto unicamente al futuro, un tempo inesistente, nel quale si realizzerà la promessa del ritorno di Cristo e della salvezza per chi crede.
Dopo l’Umanesimo e la Riforma, che intaccarono le fondamenta della Chiesa di Roma, la rivoluzione della fisica newtoniana trasformò la concezione del mondo in un orologio inanimato privo di orologiaio che l’uomo ha il dovere di indagare per mezzo della scienza quantitativa e di trasformare per mezzo della tecnologia industriale, nel quale il tempo è una semplice coordinata lineare su un diagramma cartesiano: la storia conserva un senso unico e predeterminato, un percorso assunto assiomaticamente come positivo ed in continuo miglioramento, che di lì a poco prenderà il nome di progresso.
Con il materialismo storico di Marx ed Engels, ricalcato sul modello dell’Antico Testamento, inizialmente l’uomo viveva in uno stato di pace ed armonia, ma la divisione involontaria del lavoro suddivise l’umanità in sfruttati e sfruttatori, allora al proletariato, la classe eletta, laddove gli ebrei erano il popolo eletto, venne assegnato, dalla storia innalzata al rango di una divinità necessitante, il dovere di assumere su di sé la missione di trasformare ontologicamente il mondo, superare la divisione del lavoro, estinguere lo stato e tornare nella situazione edenica antecedente la caduta, la storia assume un carattere mobilitante definito, secondo il gusto dell’epoca ottocentesca, scientifico.
Nel mondo borghese il concetto di tempo degrada progressivamente fino ad identificarsi con il motto del capitalismo, il tempo è denaro, proprio dell’homo œconomicus del pensiero liberale, concepito astrattamente come nato libero da qualsiasi vincolo comunitario ed eguale ai suoi simili, dotato di perfetta razionalità ed orientato al perseguimento del suo miglior interesse economico, spronato ad agire dall’intenzione cosciente di massimizzare utilità e profitto, che, assegnando al genere umano la missione universale di arricchirsi, fa dell’economia il plumbeo destino dell’uomo della modernità.