Cicli cosmici e tempo lineare


L’ouroboros nel manoscritto alchemico di Sinesio

L’ouroboros, serpente che si morde la coda, simbolo della ciclicità del tempo

Nel saggio Il mito dell’eterno ritorno, pubblicato da Borla, Mircea Eliade presenta l’immagine che l’uomo delle società arcaiche e tradizionali aveva di se stesso e del posto che occupava nel mondo, e, paragonandola a quella dell’uomo delle società segnate dal giudeo-cristianesimo, spiega che ciò che li differenzia consiste nel fatto che il primo si sentiva solidale con il cosmo e con i ritmi cosmici, mentre il secondo si considera solidale soltanto con la storia.
Anche per l’uomo delle società arcaiche il cosmo aveva una storia, essendo stato creato da dèi ed organizzato da esseri soprannaturali o da eroi mitici, ma questa storia del cosmo e della società umana era una storia sacra, conservata e trasmessa da miti che servivano da modelli per cerimonie che riattualizzavano periodicamente gli avvenimenti accaduti agli inizi del tempo, e, in virtù dell’imitazione rituale di questi modelli paradigmatici, il cosmo e la società venivano rigenerati rendendo impossibile il sorgere di una coscienza storica intesa in senso moderno.
L’eminente storico delle religioni, stupito della rivolta delle società tradizionali contro il tempo concreto e della nostalgia di un ritorno periodico al tempo mitico delle origini, al grande tempo, rivela che solamente quando colse quella volontà di rifiutare il tempo concreto, l’ostilità ad ogni tentativo di storia autonoma concepita senza regolazione archetipica, comprese appieno il senso e la funzione degli archetipi e delle ripetizioni, ed allora ritenne del tutto fondato leggere nel deprezzamento della storia e nel rifiuto del tempo profano, continuo, una valorizzazione metafisica dell’esistenza umana.
Il mito ed il rito esprimono, su piani diversi e con i mezzi che sono loro propri, un complesso sistema di affermazioni sulla realtà ultima delle cose che equivale ad una vera metafisica: gli oggetti del mondo esteriore, come gli atti umani propriamente detti, non hanno valore intrinseco autonomo, ma acquistano un valore, e diventano reali, in quanto partecipano di una realtà che li trascende; l’uomo arcaico non conosce atto che non sia stato posto e vissuto anteriormente da un altro, da un altro che non era un uomo, ciò che egli fa è già stato fatto, la sua vita è la ripetizione ininterrotta di gesti inaugurati da altri.
Gli strumenti di rigenerazione tendono verso il medesimo fine: annullare il tempo trascorso, abolire la storia con un ritorno continuo in illo tempore mediante la ripetizione dell’atto cosmogonico, in quanto il primitivo, come il mistico e l’uomo religioso in generale, vive in un continuo presente, l’istante, luogo-non luogo in cui tempo ed eternità si incontrano; si precisano per la prima volta due orientamenti distinti: l’uno tradizionale, presentito in tutte le culture primitive, del tempo ciclico che si rigenera periodicamente ad infinitum; l’altro, moderno, del tempo finito, frammento tra due infiniti atemporali.
Le civiltà tradizionali, dunque, rifuggono la storia e l’azione insensata e cercano l’essere, essendo fondate sulla pura intellettualità che coglie la realtà metafisica; con gli ebrei, invece, che, con il sacrificio di Isacco da parte di Abramo, hanno inventato la fede, non capisco ma mi adeguo, scadimento dall’essere che si può conoscere al Dio personale che pone un abisso tra sé e l’uomo, smarrita la possibilità di identificarsi con il principio primo, la storia diventa una teofania, manifestazione della divinità che interviene nei destini degli uomini e retribuisce le loro azioni secondo i concetti morali di bene e male.
A tal proposito René Guénon precisava che l’azione appartiene al mondo del mutamento, del divenire, e che la conoscenza sola permette di uscire da tale mondo e dalle limitazioni che gli sono inerenti, e, quando essa raggiunge l’immutabile, possiede essa stessa l’immutabilità, poiché ogni conoscenza è essenzialmente identificazione con il proprio oggetto, concetto mancante nel giudeo-cristianesimo, la cui divinità è distante, irraggiungibile, e, perciò, l’unica cosa che rimane da fare per compiacerla e riceverne  il premio è seguirne la Legge ed i comandamenti, pur senza comprenderne il fondamento.
L’autore tradizionale era perfettamente cosciente che la concezione della realizzazione dell’essere attraverso la conoscenza risulta del tutto estranea al pensiero occidentale moderno, il quale non va oltre la conoscenza teorica, o, più esattamente, oltre una modesta parte di questa, e che oppone artificialmente il conoscere all’essere, come se queste non fossero le due facce inseparabili di una medesima e sola realtà, e sottolineava che non potrà mai esservi vera metafisica per chiunque non comprenda veramente che l’essere si realizza con la conoscenza, e che non può realizzarsi in altro modo.
Guénon precisava poi che la scienza, idolo dei moderni, è una conoscenza razionale, discorsiva, indiretta e sempre riflessa, mentre la metafisica è una conoscenza super-razionale, intuitiva ed immediata, e che l’effettiva presa di coscienza degli stati super-individuali è il reale oggetto della metafisica, anzi, meglio ancora, è la conoscenza metafisica stessa: la realizzazione metafisica è la presa di coscienza di ciò che è, in modo permanente ed immutabile, al di fuori di ogni successione temporale o di qualsiasi altro genere; infatti gli stati dell’essere, considerati nel loro principio, sono in perfetta simultaneità nell’eterno presente.
Le civiltà tradizionali, dunque, avevano come fondamento il ciclo dei giorni e delle stagioni, della luce e dell’oscurità, della nascita e della morte, la vita si svolgeva secondo dei ritmi e tendevano all’essere fuggendo la storia, ma il cristianesimo, con l’affermazione di un’ora irripetibile, la crocifissione di Gesù, ha interrotto la ciclicità del tempo, e, da allora, ciò che è stato non può più tornare, e, ponendo il Giudizio Universale alla fine dei tempi, fa sì che tutto quanto accade si svolga lungo una linea che unisce questi due punti, negando i cicli cosmici e la possibilità di rigenerare ritualmente il mondo.
Con gli ebrei prima, e con il cristianesimo poi, tutto ciò che accade si trasforma in storia, ossia in un insieme di situazioni che si verificano una volta sola e non potranno più ripetersi; l’orientamento lineare del tempo fa sorgere l’idea di un progresso inarrestabile verso un futuro migliore, ed è indifferente che si proceda lungo la via cristiana del Regno di Dio o verso una società perfetta senza classi sociali e senza stato; il cristianesimo, dunque, come una maledizione, ha impresso il proprio marchio sul destino dell’Occidente, e, con la sua forma secolarizzata e le scienze progressiste, ha creato il mondo moderno.
Il giudeo-cristianesimo ha allontanato dalla conoscenza metafisica un numero esorbitante di uomini dotati della pura intellettualità, gettandoli in un mondo nel quale l’esistenza è soltanto mutamento insensato, e, negli ultimi due secoli e mezzo, pura economia: la rottura della ciclicità del tempo, divenuto lineare e finalistico, ha sottratto l’uomo all’essere e l’ha indotto all’azione volta ad un fine escatologico, e ciò nonostante il messia, il successore di Davide, sia atteso invano dagli ebrei da ben tremila anni, mentre il Regno di Dio, che Gesù dava per imminente nella sua predicazione, realisticamente non verrà mai.
Parlare di eterno ritorno, dunque, come fa Mircea Eliade richiamandosi a Nietzsche, l’anticristiano par excellence, che vedeva nell’eterno ritorno dell’identico l’uscita dalla prigione del tempo lineare, significa indicare una via per il superamento del giudeo-cristianesimo e delle sue aberrazioni; René Guénon proponeva qualcosa di simile esponendo la dottrina indù dei cicli cosmici, nel libro Forme tradizionali e cicli cosmici, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, e, parzialmente, ne Il re del mondo, edito da Adelphi, ma poi fece la scelta esistenziale di aderire all’esoterismo islamico ed abbandonò l’Occidente.
Ma al di là delle scelte individuali, dettate dalle circostante storiche e dall’equazione personale con la quale ciascun uomo si avvicina all’essere, la dottrina indù dei cicli cosmici fornisce un’idea dello sviluppo preordinato del tempo nell’ambito del divenire, qualora si abbia ben presente la differenza tra tempo ed eternità, e si sappia, dunque, che il tempo è un’imitazione dell’eternità e che esso scorre come un fiume lungo un corso prestabilito che si ripete identico ad ogni ciclo, essendo il divenire un’immagine in movimento dell’essere che l’essere contempla per conoscere se stesso.
Nella dottrina indù dei cicli cosmici, esposta nel Mānavadharmaśāstra e nel Mahâbhârata, il Kalpa rappresenta lo sviluppo totale di un mondo, vale a dire di uno stato o grado dell’esistenza universale, ed è suddiviso in quattordici Manvantara, o ere dei successivi Manu, legislatori di ciascuna epoca, cicli di carattere sia cosmico che storico che formano due distinte serie settenarie, la prima comprende i Manvantara trascorsi e quello presente, la seconda i Manvantara futuri, suddivisi a loro volta in quattro Yuga, equivalenti alle quattro età dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro narrate da Esiodo.
Se la durata complessiva del Manvantara, o Mahā-Yuga, è rappresentata dal numero 10, quella del Krita-Yuga, o Satya-Yuga, lo è dal numero 4, quella del Trêta-Yuga dal 3, quella del Dwâpara-Yuga dal 2 e quella del Kali-Yuga dall’1; un Mahā-Yuga dura dodicimila anni, in quanto ogni Yuga è preceduto e seguito da un’aurora e da un crepuscolo, entrambi della durata di un decimo dell’era corrispondente, che uniscono tra loro le quattro età: il Krita-Yuga, o Satya-Yuga, dura quattromila anni, il Tretâ-Yuga tremila anni, il Dwâpara-Yuga duemila anni ed il Kali-Yuga mille anni, più le aurore ed i crepuscoli corrispondenti.
Ciascuno Yuga è caratterizzato da un processo di degenerazione e materializzazione progressiva risultante dall’allontanamento dal Principio che accompagna lo sviluppo della manifestazione ciclica nel mondo corporeo a partire dallo stato primordiale, e, alla diminuzione della loro durata, corrisponde, sul piano umano, una riduzione della durata della vita, accompagnata dal rilassamento dei costumi e dal declino dell’intelligenza; il ciclo completo termina con una dissoluzione, un Pralaya, che si ripete in modo più radicale con il Mahâpralaya, la grande dissoluzione, alla fine del millesimo ciclo.
L’unica possibilità di spezzare il ciclo continuo delle esistenze e di uscire dal tempo è abolire la condizione umana conquistando il Nirvâna, ma il Dharma, tradotto impropriamente come religione, nel Krita-Yuga, o Satya-Yuga, l’età vincente, si tiene sulle quattro zampe del toro, nel Tretâ-Yuga, l’età del tre, soltanto su tre, nel Dwâpara-Yuga, l’età del due, su due, e nel Kali-Yuga, l’età perdente, o età oscura in cui viviamo, su una sola, e difatti il mondo non ha mai conosciuto una civiltà priva di dimensione spirituale come quella sorta in Occidente con la modernità, rendendo il compito assai più arduo che in passato.
Nel VI secolo a.C. avvenne una frattura nel tempo: l’anno 576 a.C. si verificò la triplice congiunzione tra i pianeti lenti Urano, Nettuno e Plutone nel segno zodiacale del Toro, la prossima si verificherà l’anno 3369 d.C. nel segno zodiacale dei Gemelli, ed apparvero Lao-tze, Confucio, Buddha, Zoroastro e Mosè; a Roma iniziò il periodo storico, dopo quello leggendario dei re, ed in Grecia nacque la filosofia, termine che René Guénon ricordava significare, in senso legittimo, amore per la sapienza, studio preliminare e preparatorio di avviamento ad essa, corrispondente ad un grado inferiore di quest’ultima.
La sostituzione della filosofia greca alla sapienza, però, fece nascere la filosofia profana, ossia una pretesa sapienza puramente umana di ordine semplicemente razionale che prese il posto della vera sapienza tradizionale, superumana e non-umana, ossia della conoscenza metafisica; inoltre il logos, sapere discorsivo che trova in se stesso la propria legittimazione, cominciò a scalzare il mythos, parola veritativa che non necessita di argomentazioni per affermare se stessa, essendo il mezzo precipuo con il quale si esprime la divinità, che venne progressivamente svilito dalla critica e ridotto al rango di fabula.
Con gli ebrei che, secondo la profezia di Natan, attendono il successore di Davide che regnerà per sempre sul trono di Gerusalemme, inizia la concezione lineare e finalistica del tempo fatta propria dagli occidentali, con la caduta dell’uomo primordiale dallo stato edenico, con Iahvè che stringe l’Alleanza con il popolo eletto ed interviene nella storia punendo chi non rispetta il patto, con i figli d’Israele che hanno la missione di riportare l’umanità nello stato antecedente la caduta, essendo un regno di sacerdoti ed una nazione santa; la storia ha una direzione predeterminata ed un fine che non può essere modificato.
La venuta di Gesù, una volta e per sempre, sostituisce il patto stretto dalla divinità del deserto con gli ebrei ma mantiene inalterata la concezione lineare e finalistica della storia: ora la meta ultima dell’umanità intera è il Giudizio Universale; qui ha luogo un’esplicita svalutazione del mondo e del tempo, che si manterrà intatta nelle degenerazioni successive: non si presta più attenzione alla saggezza del passato, alla tradizione, né, tanto meno, al presente, ma lo sguardo è rivolto unicamente al futuro, un tempo inesistente, nel quale si realizzerà la promessa del ritorno di Cristo e della salvezza per chi crede.
Dopo l’Umanesimo e la Riforma, che intaccarono le fondamenta della Chiesa di Roma, la rivoluzione della fisica newtoniana trasformò la concezione del mondo in un orologio inanimato privo di orologiaio che l’uomo ha il dovere di indagare per mezzo della scienza quantitativa e di trasformare per mezzo della tecnologia industriale, nel quale il tempo è una semplice coordinata lineare su un diagramma cartesiano: la storia conserva un senso unico e predeterminato, un percorso assunto assiomaticamente come positivo ed in continuo miglioramento, che di lì a poco prenderà il nome di progresso.
Con il materialismo storico di Marx ed Engels, ricalcato sul modello dell’Antico Testamento, inizialmente l’uomo viveva in uno stato di pace ed armonia, ma la divisione involontaria del lavoro suddivise l’umanità in sfruttati e sfruttatori, allora al proletariato, la classe eletta, laddove gli ebrei erano il popolo eletto, venne assegnato, dalla storia innalzata al rango di una divinità necessitante, il dovere di assumere su di sé la missione di trasformare ontologicamente il mondo, superare la divisione del lavoro, estinguere lo stato e tornare nella situazione edenica antecedente la caduta, la storia assume un carattere mobilitante definito, secondo il gusto dell’epoca ottocentesca, scientifico.
Nel mondo borghese il concetto di tempo degrada progressivamente fino ad identificarsi con il motto del capitalismo, il tempo è denaro, proprio dell’homo œconomicus del pensiero liberale, concepito astrattamente come nato libero da qualsiasi vincolo comunitario ed eguale ai suoi simili, dotato di perfetta razionalità ed orientato al perseguimento del suo miglior interesse economico, spronato ad agire dall’intenzione cosciente di massimizzare utilità e profitto, che, assegnando al genere umano la missione universale di arricchirsi, fa dell’economia il plumbeo destino dell’uomo della modernità.

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Info Domenico Coluccio
Domenico Coluccio, astrologo e scrittore – Roma

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