La nozione taoista del wu wei


Lao-tze, l’autore del Tao Tê Ching

Lao-tze, l’autore del Tao Tê Ching

Ventisei secoli fa un vecchio saggio varcò la frontiera cinese per non far più ritorno in patria; di lui si dice che fosse il direttore degli archivi reali di Chou, e che, a causa della decadenza della dinastia e della dissolutezza della vita di corte, aveva deciso di abbandonare per sempre il paese, ma, mentre attraversava il confine, una guardia addetta al passo, riconosciutolo, lo pregò di scrivere un libro affinché la sua saggezza non andasse perduta, così Lao-tze, era questo il suo nome, trascorse la notte a dettargli il Tao Tê Ching, dopodiché, l’indomani mattina, partì e di lui non si seppe più nulla.
Si narra anche che, in veste di archivista reale, un giorno Lao-tze ricevette la visita di Confucio, venuto ad apprendere la sua dottrina.
« Hai scoperto il Tao? », gli domandò Lao-tze.
« L’ho cercato ventisette anni, rispose Confucio, e non l’ho trovato. »
Allora Lao-tze gli disse: « Il saggio ama l’oscurità; non si apre al primo venuto: studia i tempi e le circostanze. Se il momento è propizio parla; se no, tace. Colui che è possessore di un tesoro non lo mostra a tutti; così, chi è veramente saggio non svela la sua saggezza a tutti. Ecco tutto ciò che ti dovevo dire; fanne profitto. »
E Confucio, ritornando da quell’incontro, diceva: « Ho visto Lao-tze; egli somiglia al drago. Quanto al drago, io ignoro come esso possa essere portato dai venti e dalle nubi ad elevarsi fino al cielo. »
Acquistai il Tao Tê Ching, Libro della Via e della Virtù, a cura del sinologo J.J.L. Duyvendak, edito da Adelphi, nell’autunno del 1994, dopo aver familiarizzato con l’I Ching ed aver letto il volume che mi illuminò sul significato delle linee tracciate sui palmi delle mie mani, mentre la congiunzione celeste tra Urano e Nettuno, che si verifica all’incirca ogni 171 anni, transitava in aspetto angolare di congiunzione con il mio Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, imponendomi di rivitalizzare l’immagine della mia realizzazione con un progetto che tenesse conto della dimensione trascendente, quand’ero ancora prigioniero dello stato, che mi obbligava a svolgere il servizio militare mischiato con i liquami di fogna del genere umano sulla base del falso presupposto che gli uomini siano eguali tra loro, come mi era già accaduto per due decenni frequentando la scuola di massa, e che, dunque, i migliori debbano essere ridotti al livello degli ultimi affinché questi non abbiano a risentirsene, come raccomandano i predicatori dell’eguaglianza, gente maledetta alla quale non fa difetto soltanto il miele, e quel testo, conciso ed oscuro, rappresentò per me una sorta di rivelazione, il riconoscimento di realtà evidenti ma mai affrontare prima con tanta chiarezza, per quanto le parole di Lao-tze appaiano paradossali.
Nell’introduzione il curatore dell’edizione pubblicata da Adelphi spiegava che i libri cinesi antichi erano scritti su tavolette di legno o di bambù, come quelle che il vecchio saggio tiene nelle mani nell’immagine di questo post, sulle quali era incisa una sola linea di testo ciascuna, tenute insieme da lacci che scorrevano in fori praticati sui bordi delle lamelle, così, se il laccio si spezzava, le linee si sparpagliavano e correvano il rischio di essere sistemate in ordine diverso dall’originale, tanto più che il testo era oscuro e, a prima vista, l’organizzazione contestuale delle sue parti non era sempre chiara, da qui il lavoro di riordino, oltre che di traduzione, fatto da Duyvendak.
La suddivisione del Tao Tê Ching in ottantuno brevi capitoli, numero sacro per il taoismo, fatta durante o poco dopo la dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.), spiegava il sinologo, deve dunque ritenersi artificiosa, ciononostante il testo contiene una sintesi, mirabile per concisione ed oscurità, del Tao, la Via, idea dominante della filosofia cinese, che considera l’universo un’unità indissolubile dove cielo, terra ed uomo sono correlati tra loro: sulla volta celeste si muovono il sole, la luna ed i pianeti, questo movimento è la Via, Tao, del cielo; la Via, Tao, della terra e la Via, Tao, dell’uomo vi corrispondono, e non appena c’è un ostacolo su una Via, ce n’è anche sulle altre.
In quest’ottica le qualità proprie di ciascuna cosa prendono il nome di , Virtù, forza spirituale, potenza magica che si dispiega completamente quando nella Via tutto si sviluppa spontaneamente: nel mondo naturale, infatti, tutte le cose vengono formate in modo impercettibile, e l’uomo, soprattutto l’uomo per eccellenza, il principe, deve comportarsi in questo modo, affinché tutto possa svilupparsi liberamente e spontaneamente; se invece non si conforma alla condotta rituale corretta ne risulteranno fenomeni naturali anormali e gli affari del mondo umano verseranno nel disordine, perciò egli deve controllarsi in tutte le sue azioni, più precisamente deve non agire, cioè non deve fare coscientemente niente che possa contravvenire alla natura delle cose, questo viene chiamato wu wei, il non-agire, l’inattività.
Il principe, lasciando operare liberamente la Virtù, , del cielo e della terra, evita di compiere azioni sconsiderate e favorisce lo sviluppo della realtà, il non-agire è dunque una condizione del più alto potenziale magico; il wu wei viene identificato con la Via, intesa come un’idea formale e non come una Causa Prima o un Logos: essa è semplicemente il processo del cambiamento e della crescita in se stessi, analogamente all’I Ching, il libro oracolare di saggezza cinese in cui i simboli di tutte le cose sono costituiti da combinazioni di linee continue e spezzate, i sessantaquattro esagrammi in mutazione perpetua dove l’alternanza tra i poli yin, l’oscurità, il freddo, la femmina, la passività, il pari, la linea spezzata, e yang, la luce, il calore, il maschio, l’attività, il dispari, la linea intera, è la Via, in quanto le situazioni rappresentate da essi sono stati di aggregazione temporanea destinati a ritornare nel loro contrario.
Nella Via tutto è costantemente incostante: essere e non-essere, fiorire ed appassire, vivere e morire, si succedono l’un l’altro e si alternano incessantemente, è costante soltanto la mutevolezza, l’alternanza; tutte le cose sono potenzialmente presenti nella Via e si sviluppano del tutto spontaneamente, non c’è dunque sforzo, la Via è costantemente inattiva, eppure non c’è niente che non si faccia, né scopo, qualsiasi azione cosciente in vista di un fine è cattiva, tutto ciò che si espande e raggiunge la propria pienezza è destinato a perire, perciò c’è più potenzialità di vita e di sviluppo in ciò che è ancora debole, vuoto, vile, che in ciò che è forte, pieno, nobile, il debole prevale sul forte ed il molle sul duro, ed il Santo, che si identifica con la Via, resta inattivo, passivo, come un lattante, portatore ideale del , forza vitale, potenziale magico, Virtù.
L’obiettivo del Santo taoista è coltivare questo seguendo la Via, attenendosi al debole ed al vile ed astenendosi da ogni sforzo volto a raggiungere un fine; egli sceglie questo atteggiamento nella convinzione che lo sviluppo naturale di tutte le cose lo favorirà, così potrà premunirsi dai pericoli inerenti alle azioni e portare a compimento l’esistenza senza perire prematuramente, anzi, diventerà addirittura invulnerabile e raggiungerà la longevità, ideale cinese al quale i taoisti si dedicarono sviluppando un’ascesi ed altre tecniche particolari: vi furono una disciplina della respirazione che permetteva di far circolare il ch’i, il soffio, nel corpo intero con la maggiore intensità possibile, si imparava a respirare dai talloni, come si soleva dire, un’igiene sessuale che nell’unione dello yin e dello yang mirava a conservare la forza vitale facendo circolare lo sperma nel corpo, la ricerca di erbe medicamentose atte a mantenere la vitalità, e, infine, l’alchimia, per preparare la pillola dell’immortalità.
La Virtù derivante dal wu wei è dunque puramente vitalistica ed amorale, e difatti i taoisti si scagliavano violentemente contro tutto ciò che veniva considerato virtù, polemizzando soprattutto con la scuola di Confucio, che inculcava umanità, giustizia, condotta rituale e conoscenza, e tentava di fare della Via una nozione etica; il Tao Tê Ching conduce un’aspra polemica contro tali tendenze, ed il Santo taoista è l’esatto contrario del Santo confuciano, che si assoggetta a sforzi per riformare il mondo mediante un’educazione ispirata alle virtù morali, mentre egli si comporta come un folle ispirato, un idiota, un arci-individualista che si tiene lontano dal mondo e dalle sue attività, e che, in modo mistico, raggiunge direttamente l’unità con la Via.
Ma il Tao Tê Ching si rivolge in primo luogo al Santo inteso in quanto principe, fornendogli delle regole di vita valevoli per l’intera comunità, mostra una semplicità naturale ed aggrappati a ciò che è senza artificio, diminuisci gli interessi privati ed attenua i desideri, in tal caso l’applicazione del wu wei al governo del paese implica ridurre al minimo l’ingerenza della politica negli affari, se io pratico il non-agire, il popolo si trasforma da solo, nella consapevolezza dell’inutilità di controllare la società, se il popolo è difficile da governare, ne è causa l’attività dei suoi superiori, la sua azione deve limitarsi ad individuare i momenti propizi per esercitare una pressione minima ottenendo l’effetto massimo, governare un grande paese è come far cuocere dei pesciolini, allora il popolo, constatando che il lavoro è ben compiuto, si convince di averlo svolto da solo, senza ingerenze esterne, ed il sovrano riesce in tale arte non esaltando gli uomini di talento e non dando valore ai beni difficili da ottenere, che ostacolano la condotta degli uomini inducendoli ad agire per procurarseli.
Quando lessi il Tao Tê Ching per la prima volta, diciotto anni fa, mi colpì la descrizione dell’uomo che ha realizzato il Tao, la Via, indicato, per difetto di proprietà di linguaggio, con il termine Santo, quanto di più diverso vi sia da ciò che il cristianesimo intende con tale parola: egli, come il cielo e la terra, che sono inumani e trattano i diecimila esseri come cani di paglia, fantocci che, prima di essere impiegati nei riti sacrificali, erano trattati con ogni riguardo, dopodiché venivano presi a calci ed adoperati come combustibile, tratta il popolo allo stesso modo, e, raggiungendo un vuoto estremo e conservando una rigorosa tranquillità, mentre i diecimila esseri si dibattono attivamente, contempla il loro ritorno nel nulla; difatti gli esseri fioriscono e poi tornano alla propria radice, deponendo il proprio compito, legge costante della natura, e chi la conosce viene chiamato illuminato e sino alla fine dell’esistenza non è in pericolo, mentre chi non la conosce agisce da stolto ed attira su di sé la disgrazia.
Lao-tze utilizza poi l’immagine dell’acqua, alla quale attribuisce la bontà suprema, in quanto essa arreca profitto ai diecimila esseri senza lottare, restando nel posto più basso che ogni uomo detesta, così il Santo, non lottando, evita il biasimo; egli conosce se stesso ma non si fa conoscere, è parsimonioso della sua persona ma non si attribuisce alcun valore, si riconosce gallo ma si comporta come una gallina, conosce il bianco ma si attiene al nero, conosce l’onore ma resta nella vergogna, in tal modo ridiventa come un lattante ed il , la Virtù, potenza magica, non l’abbandona mai, perciò ritorna allo stato in cui non ci sono poli di opposizione, come un legno non tagliato che non viene usato per qualcosa in particolare, ma potrebbe essere impiegato per tutto, e poiché il legno grezzo, quand’è tagliato, forma gli utensili specializzati, i piccoli funzionari dello stato, allorché il Santo se ne serve diventa il capo di tutti gli organi amministrativi, perché un grande tagliatore di legno non taglia.
Il Santo, conformandosi alla Via del Cielo, agisce ma non ne trae nessuna sicurezza, e, quando un’opera è compiuta, non vi si sofferma, ritirare il proprio corpo quando l’opera è compiuta, tale è la Via del cielo, e, soprattutto, non lotta, in quanto possiede tre tesori: la mansuetudine, che gli permette di essere coraggioso, la moderazione, che gli permette di essere liberale, il non osare essere il primo nel mondo, che gli permette di diventare padrone di tutti gli strumenti; difatti, colui che combatte per mezzo della mansuetudine trionfa, colui che si difende per mezzo di essa è salvo, colui che il Cielo vuol salvare, il Cielo lo protegge per mezzo della mansuetudine, perciò non incontra pericoli, colui che ha buona presa sulla vita non ha alcun luogo di trapasso, e, appunto perché non lotta, non c’è nessuno nell’Impero che possa lottare contro di lui.
Il Santo pone il suo corpo nell’ultima fila, eppure viene messo davanti, pone il suo corpo ai margini, eppure è protetto, non è forse perché egli è senza preferenze personali che le sue preferenze si compiono?, e non ha preferenze personali perché sa che favore e disgrazia sono entrambe come cose spaventose, il favore è cosa alta e la disgrazia è cosa bassa, imbattersi in questa è cosa spaventosa e perdere quello è cosa spaventosa, perciò, agendo in conformità con la Via si identifica con essa, quando riesce si identifica con il successo, rallegrandosi dell’acquisizione del successo, e quando fallisce si identifica con la sconfitta, rallegrandosi dell’acquisizione della sconfitta, così egli non fa niente e non rovina niente, non trattiene niente e non perde niente, evitando un’enfasi troppo grande evita di prodigarsi e sfugge tutto ciò che è eccessivo, consapevole che forzando le cose si va contro il loro sviluppo naturale e le si perde.
Il Santo è attento a quella fase dello sviluppo delle cose in cui tutto è ancora tranquillo e debole, considera il piccolo come grande ed il poco come molto, intacca il difficile là dove è facile e fa grande ciò che è minuto, poiché le cose più difficili del mondo prendono avvio da ciò che è facile e quelle più grandi prendono avvio da ciò che è minuto, perciò, non facendo mai niente, può compiere il grande, e, pur considerando tutto difficile, alla fine non troverà difficoltà; egli agisce prima che qualcosa sia, crea l’ordine prima che ci sia il disordine, mentre gli uomini, nel trattare i loro affari, spesso li rovinano quando sono sul punto di riuscire, così veglia sulla fine come sull’inizio, allora nessun affare rovinerà, desidera di non-desiderare e non dà valore ai beni difficili da ottenere, si applica a non studiare e torna nel punto che tutti oltrepassano, sostenendo il corso naturale dei diecimila esseri senza osare agire.
Lao-tze rammenta infine di aver visto che coloro che volevano impadronirsi dell’Impero con l’azione sono caduti nell’imbarazzo, e, ricordando che il debole prevale sul forte ed il molle sul duro, spiega, con le parole di un Santo, che colui che raccoglie le immondizie di uno stato viene nominato signore dell’altare del suolo e delle messi e colui che raccoglie le disgrazie di uno stato diventa re di tutto l’Impero, le parole rette sembrano paradossali, quindi aggiunge: « L’uomo capace è risoluto, ecco tutto. Non osa essere violento impadronendosi (dell’impero). Che sia risoluto, ma non millantatore; che sia risoluto, ma non fanfarone; che sia risoluto, ma non altero. Che sia risoluto per necessità. Che sia risoluto senza violenza. », perché, conclude il vecchio saggio, che gli uomini violenti non muoiono di morte naturale, di questa dottrina sarò io il padre.
Successivamente, in occasione dell’organizzazione del materiale necessario per svolgere la conferenza sulla sostanza del tempo, per averne una lettura maggiormente in ordine sotto il profilo tradizionale, il 7 gennaio 2010, nella foresta del Ribelle, presi in lettura il Tao Tê Ching a cura di Julius Evola, pubblicato da Edizioni Mediterranee, contenente le versioni tradotte dallo stesso autore nel 1923 e nel 1959 ed un saggio introduttivo di Silvio Vita, il quale spiegava che il nome di Lao-tze, all’inizio della dinastia Han, veniva accoppiato a quello di Huang Ti, l’imperatore giallo, modello archetipico della figura regale, e che i due trasmisero gli elementi di un’arte che fonda la sovranità su un principio spirituale e non sulla semplice manipolazione brutale degli strumenti del potere, contrariamente a Confucio, che insegnava valori e riti cui far ricorso quando veniva meno il carisma sacrale del sovrano, dono del Cielo e Virtù, , potenza magica, che muove e costringe senza bisogno di ricorrere all’azione.
Vita suggeriva una lettura del Tao Tê Ching articolata su più livelli, politico, metafisico, cosmologico, di addestramento spirituale, in quanto il taoismo comprende in sé una teoria della sovranità che, oltre ad essere un modello simbolico ed evocativo del governo di se stessi, si rivolge al sovrano sviluppando il tema dell’efficacia di un potere proveniente da un addestramento interiore al quale non sono estranee tecniche fisiche quali il controllo del respiro; la sovranità sul mondo è vista come analoga alla sovranità su se stessi, secondo il principio della corrispondenza tra Macrocosmo e Microcosmo e della fondamentale unità del Tutto: all’ordine del mondo esterno corrisponde un ordine interno, e lungo queste due direttrici si sviluppano le tradizioni interpretative del testo, dove la complessa simbologia legata all’arte del governo serve anche ad evocare un percorso di ascesi interiore e viceversa.
Evola, nell’introduzione alla prima traduzione del Tao Tê Ching, quella giovanile del 1923, definiva la Via, Tao, come la legge essenziale del reale, ed ogni agire secondo il Tao come un agire senza forza né dominio, con un atteggiamento tale da agire sulle cose senza che le cose possano agire su di noi, ponendosi oltre quella reciprocità inevitabile in ogni agire umano per cui l’agente, a causa del suo agire, è tanto passivo quanto l’agito: il principio primo in sé dev’essere non-essere, non-agire, non-volere, poiché tutto ciò che è essere, agire e volere è immerso nel divenire ed è destinato a scomparire nel nulla; strettamente connessa alla dottrina della Via, è poi la dottrina del , tratteggiante una metodologia di perfezione che tende a spostare l’uomo dalla coscienza fenomenica, dalla vita nel fatto, alla coscienza attuale, alla fonte originaria del reale, che non è fuori di lui, ma è la sua stessa intimità.
Nell’appendice alla prima traduzione Evola delineava le caratteristiche dell’iniziazione taoista, che consiste di tre momenti cui corrispondono altrettanti gradi gerarchici: nel grado di Tong-sang il contenuto metafisico dei testi taoisti viene penetrato in sede razionale ed integrato con i princìpi fondamentali dell’esoterica; nel grado di Phü-tüy, caratterizzato dall’isolamento totale nello studio e nel silenzio, si deve conquistare la conoscenza mediante la concentrazione delle potenze individuali fino a vivere secondo la sapienza di quei testi; il grado di Phap compete infine a colui che ha realizzato pienamente la dialettica del Tao, divenuto ormai un essere oscuro e potente, venerato ed ignorato, errante, distaccato da tutto, signore dei segreti e delle forze della natura, onde può assolutamente comandare al proprio corpo così come alle altre cose del mondo esteriore.
Evola, nell’introduzione alla seconda traduzione del Tao Tê Ching, quella più matura del 1959, affermava che il testo di una tradizione che ha contato menti di altissima levatura non poteva non avere una sua unità interna ed una sua sensatezza, e che era attestato che in alcune scuole taoiste il segno della maturità di un discepolo, per il passaggio di grado iniziatico, dipendeva dalla capacità di scoprire significati sempre più profondi nel testo del maestro, quindi ricordava che, secondo quel che si tramandava, Lao-tze e Confucio sarebbero stati contemporanei, e che le loro dottrine non rappresentavano qualcosa di nuovo, bensì una riformulazione, o adattamento, della tradizione primordiale estremo-orientale, basata sull’I Ching e sui suoi commentari, resasi necessaria a causa di un suo parziale oscuramento, intrapresa dai due maestri su due piani distinti ma non antitetici.
La dottrina di Lao-tze è infatti di ordine essenzialmente metafisico ed iniziatico, sebbene contenga applicazioni etiche e sociali, quella di Confucio è incentrata nell’ambito morale e politico: la prima ha per ideale l’adepto che è ed agisce di là da ogni condizionalità, a partire da quelle del suo stesso Io, la seconda persegue un ideale di cultura umana, ha di mira il nobile, l’uomo che nella società politica si dà uno stile ed una dirittura con l’esercizio di determinate virtù positive e con l’adeguarsi a date forme, e mentre Confucio predilige una linea di razionalità, Lao-tze utilizza il paradosso, si tiene a linee di vetta anticonformiste, professa una sapienza sottile espressa in termini spesso enigmatici, elusivi e sconcertanti; questi due tipi non entravano in contraddizione che nel punto in cui l’uno o l’altro veniva assolutizzato, e solo il confucianesimo degenerato in un formalismo mandarinico ed in una precettistica esteriore risultava in antitesi con la dottrina, essenzialmente metaforica, di Lao-tze.
Evola, dopo aver ricordato che la designazione Tao Tê Ching non è quella originaria, il libro fu chiamato così sotto gli Han posteriori, o Hou Han (25 – 220 d.C.), diversi secoli dopo la sua redazione, precisava che la traduzione corrente del titolo, che egli stesso aveva seguito nella sua precedente versione, è Il Libro (Ching) della Via (Tao) e della Virtù (Tê), che aveva ritenuto opportuno cambiare in Il Libro del Principio e della sua azione, che indica le idee fondamentali del testo, il quale comprende una metafisica, un’etica, una dottrina politica e, infine, elementi di una dottrina esoterica dell’immortalità; la concezione estremo-orientale ivi contenuta, precisava l’autore tradizionale, ha una purezza trans-umana ed un carattere essenzialmente metafisico, ma ignora il dualismo di un sovramondo opposto al mondo e riconosce un’unità fondamentale in una sorta di trascendenza immanente: il Tao del Cielo è inafferrabile e, insieme, realmente pensato ed agente fra le trame della realtà fenomenica.
Nel Tao Tê Ching l’aspetto trascendenza del Principio è messo in risalto con l’uso specifico dei concetti di vuoto, non-essere, non-agire e senza-forma, per indicare la suprema, distaccata essenzialità del Grande Uno e del Grande Inizio, superiore ed anteriore all’essere delle teologie teistiche e religiose, mentre la Virtù, , è data come l’aspetto immanente ed agente del Principio, essendo il potere che sviluppa la manifestazione eterna della Perfezione, manifestazione che non ha un carattere creazionistico nel senso teistico, non si lega, cioè, ad una volontà e ad un’intenzione ma fa parte della logica eterna, immutabile ed impersonale del divino; in Lao-tze, dunque, l’uso del termine Via si riferisce alla concezione dell’Uno non in termini statici ma in quelli di un eterno processo nel quale immanenza e trascendenza non solo coesistono ma si intercondizionano, si generano da un unico atto.
La Virtù, , potenza magica del Principio intesa nel suo aspetto di potere ordinatore, rappresenta l’azione del Cielo, e, per la presenza reale della trascendenza nell’immanenza, realizza nel mondo un ordine superiore in modo invisibile e spontaneo, in un certo senso magico, definito dal taoismo non-agente; il è concepito come un potere di presenza del quale esseri e cose possono essere centri, soprattutto gli Uomini Reali e gli Uomini Trascendenti, che agiscono senza agire, ad immagine del Tao, esercitando un’influenza efficace ed irresistibile con il loro solo esserci, impersonalmente, fuori da ogni fare e da ogni intenzione particolare, da qui il passaggio dalla metafisica del Tao all’etica ed alla politica secondo il Tao; il quadro cosmico complessivo è dunque quello di un inesauribile scorrere e produrre permeato dal Vuoto, e di una legge eterna ed immutabile che attraverso la magia della Virtù opera in ogni cambiamento dirigendo senza toccare, dominando senza costringere, portando a termine senza fare, secondo il principio delle azioni e delle reazioni concordanti contenuto nella metafisica dell’I Ching.
La manifestazione del Tao si sviluppa attraverso il gioco alterno di yang e yin, princìpi opposti e, nel contempo, complementari ed inseparabili, significanti l’eterno maschile e l’eterno femminile, l’attivo ed il passivo, il Cielo e la Terra, il luminoso e l’oscuro, il creativo ed il ricettivo, e via dicendo; l’I Ching aveva ricondotto la struttura di ogni processo, essere e fenomeno a varie combinazioni dinamiche di questi due poteri o qualità, fissandole nel sistema delle immagini dei trigrammi e degli esagrammi, segni composti appunto dallo yin e dallo yang: è dunque attraverso lo yin e lo yang che opera la Via del Cielo, e nel Tao Tê Ching ricorre frequentemente l’idea della conversione degli opposti: non esiste accrescimento o sviluppo indefinito di una data qualità, yin o yang che sia: raggiunto l’apice, si ha anche il limite di là dal quale avviene il capovolgimento, il trapasso nella qualità opposta.
Alla teoria tradizionale della diade metafisica di yin e yang si aggiunge quindi il concetto di mutamento, i, nel quale sia nell’I Ching che nel taoismo si riassumono quelli di produzione, creazione, sviluppo e divenire: gli esseri e le cose appaiono, divengono, scompaiono per mutazione di stato, in tutto ciò che accade, sorge, tramonta, in nascita, vita, morte, non si hanno che dei cambiamenti di stato; è questa la visione fondamentale della metafisica estremo-orientale, dalla quale deriva direttamente quella che per gli uomini del Tao dev’essere la Via: escludere tutto ciò che è azione estroversa procedente dal centro periferico o volta a potenziare ed irrigidire il centro periferico, quello dell’esistenza formale esteriorizzata, il comune Io individuale, per essere ed agire mantenendosi nella trascendenza, nella dimensione metafisica, vuota, sempre presente di là da tutte le modificazioni di stato, dove si trova la radice vera ed il centro essenziale immutabile ed inattaccabile.
Riguardo al dominio della realizzazione personale, al centro del Tao Tê Ching sta la figura dello sheng-jên, di cui viene descritto il tipo, il comportamento, il modo di agire, la sovranità; nel testo la dipendenza dell’etica dalla metafisica è esplicita: vengono quasi sempre prima gli enunciati metafisici, poi, con la particella così, o con un’altra analoga, si indica quanto è proprio allo sheng-jên,  un essere che si modella sulla Via e non su di un ideale morale umano, che Evola, fra le varie designazioni taoiste, traduce con Uomo Reale o Uomo Realizzato, essendo un’idea generale che il possesso del Tao conferisca una forza magica, e difatti i maestri taoisti vengono definiti tê-jên, uomini del potere; l’Uomo Reale è dunque colui che riproduce in sé la legge metafisica del Tao, e che, per essere, non è, che negandosi si afferma, che con lo scomparire si conserva al centro, che è pieno con l’essere vuoto, che oscurandosi risplende, che abbassandosi sovrasta, da ciò discende che l’etica di Lao-tze è sostanzialmente un’etica iniziatica.
Circa il non-agire taoista, wu-wei, la sua controparte positiva è l’agire senza agire, wei-wu-wei; wu-wei vuol dire non-intervento dell’Io periferico, esclusione del fare in senso diretto e materiale e dell’uso del potere esteriorizzato come condizione per il manifestarsi di una forma superiore di azione, che è appunto l’agire senza agire, wei-wu-wei, il quale subentra come la stessa azione del Cielo nel suo carattere di , di potere spirituale invisibile che porta tutto a compimento, irresistibilmente ma anche naturalmente, e difatti Evola ricorda che Lao-tze, utilizzando formule paradossali, torna sempre su questo concetto: distacco, abbandono, non-agire per poter liberare il vero agire, in identità con la stessa Via, in quanto, essendo l’elemento celeste sinonimo di quello naturale, e contrapposto all’elemento umano, secondo un detto taoista occorre che l’elemento celeste predomini affinché l’azione sia conforme alla perfezione originaria.
Riferito all’Uomo Reale, il non-agire, per un altro verso, riguarda chi si sottrae al gioco delle interazioni, delle azioni e delle reazioni concordanti per agire, invece, sul piano invisibile e preformale delle cause e dei processi allo stato nascente; in ciò il Tao Tê Ching riprende l’idea fondamentale dell’I Ching considerato nel suo aspetto di libro oracolare: quella di prevenire la coazione degli avvenimenti e delle situazioni, di portare l’azione su quel che è ancora in divenire in base alla conoscenza delle immagini, i sessantaquattro esagrammi, di ciò che accade in cielo ed in terra, per prevedere, controllare e dirigere il concatenarsi delle azioni e delle reazioni, dello yin e dello yang nel mondo delle forme e degli esseri, di là dal principio immobile ed impersonale di cui l’agente riproduce la natura, aspetto del non-agire taoista che Evola descrive come non mettersi sullo stesso piano delle forze o delle cose di cui si vuol venire a capo.
Come nelle arti marziali, che impongono di non opporre forza a forza ma di abbattere l’avversario utilizzando la sua sola forza, l’Uomo Reale non agisce, cede, si ritira, si piega per assicurarsi l’iniziativa della vera azione, alla quale Lao-tze si riferisce parlando di un vincere senza combattere, di un legare senza usare nodi, di un attirare a sé senza che si chiami e ci si muova, analogamente a quanto è proprio della magia quando si riconduce il wu-wei all’azione impercettibile su ciò che è ancora debole o molle, ossia nello stato di germe, per prevenire i successivi sviluppi, per arrestarli o per condurli nel senso voluto, evoluzione che al profano sembrerà invece del tutto naturale, perciò nel Tao Tê Ching è detto che il debole trionfa sul forte, il minuto sul grande, il molle sul rigido, e si usa l’immagine dell’acqua, la quale prende la forma di tutto ma non ha pari nel corrodere il duro ed il rigido.
Nel Tao Tê Ching lo sheng-jên appare in due modi distinti, non senza che vi siano interferenze: quello dell’iniziato sconosciuto, un arci-individualista che sfugge il mondo e le sue attività e non si lascia conoscere dagli uomini, e quello riconducibile a situazioni in cui una data struttura della società e della civiltà rende possibile la corrispondenza della qualità interna e segreta con un’autorità ed una dignità esteriori, nell’esercizio delle funzioni visibili proprie ad un capo, ad un ordinatore e ad un sovrano; in tal caso la figura dello sheng-jên si confonde con quella del Wang e del Ti, del Figlio del Cielo delle dinastie estremo-orientali, ed i riferimenti all’Uomo Reale in tale veste sono, nel testo di Lao-tze, non meno numerosi di quelli all’altro suo modo di apparire, e ciò porta a considerare il terzo aspetto dell’insegnamento taoista, ossia l’applicazione della metafisica del Tao alla politica.
Lao-tze si mantiene rigorosamente nella linea della Tradizione primordiale cinese, che ignorava la divisione dei poteri in autorità spirituale ed autorità politica ed associava gli insegnamenti della sapienza trascendente, a partire dall’I Ching e dai suoi commentari, a figure di imperatori e principi, Fo-hi, l’Imperatore Giallo, Wen-Wang e così via, e non ad una linea sacerdotale, o, peggio, filosofica, in quanto i sovrani furono considerati dispositori della dottrina e sembrò naturale che a chi possedeva la conoscenza ed era nella Via spettasse il comando e la funzione del regere secondo il mandato del Cielo; in questo contesto assume un significato fondamentale la concezione estremo-orientale della Grande Triade, costituita dal Cielo, dalla Terra e dall’Uomo: l’Uomo, come mediatore fra Cielo e Terra, è inteso qui come sovrano, ed il sovrano come Uomo Reale, la cui funzione eminente è mantenere il contatto tra Cielo e Terra, e tale insegnamento, che è anche confuciano, si ritrova nel Tao Tê Ching.
L’essenza della politica taoista, in maniera analoga all’etica, consiste nell’imitazione del Principio, ossia nel non-agire; il sovrano deve costituire l’invariabile mezzo, idea comune a Confucio, e, come il Grande Principio, dev’essere assente e ciononostante presente in modo impersonale: l’essenziale, per il regere, non sono specifiche azioni materiali, non un fare e nemmeno una cura umana, ma, per l’unione con il Principio, per la distruzione in sé di ogni particolarità e di ogni moto irrazionale, per l’adeguamento della propria natura a quella del centro, possedere ed alimentare il , la Virtù, allora il sovrano irradierà un’influenza che risolve tensioni, modera, compone invisibilmente ed impercettibilmente il gioco delle forze nell’equilibrio totale, che vince senza combattere, che piega senza usare la violenza, che rettifica e propizia un clima ove tutto può svilupparsi in modo naturale, conforme alla Via, però, affinché ciò avvenga, è necessario, oltre al non-agire del sovrano, che il popolo si attenga alla semplicità originaria.
Un ultimo aspetto della dottrina del Tao riguarda la nozione iniziatica dell’immortalità, compromessa, sottolineava Evola, dallo stesso processo di degradazione subito dal buddhismo, che, agli inizi, come dottrina del risveglio e dell’illuminazione, aveva avuto un carattere esclusivamente iniziatico, ma con la divinificazione di Buddha, e di Lao-tze, emersero le forme costanti di ciò che è semplice religione: il rimettersi agli dèi per ottenere la salvezza, il bisogno di un aiuto spirituale esterno, la fede, la devozione, il culto con riti e cerimonie anche collettive; il cristianesimo, ad esempio, considera ogni anima immortale, l’immortalità le è consustanziale e garantita, quindi la questione non è il sopravvivere dell’anima alla morte del corpo fisico ma esclusivamente il modo in cui essa sopravviverà, se otterrà la beatitudine del paradiso o se dovrà soffrire i tormenti eterni dell’inferno, perciò la preoccupazione del credente è quella evitare all’anima immortale l’aldilà tormentoso ed assicurarle quello beatifico.
Secondo la dottrina iniziatica, invece, le cose stanno in modo molto diverso: il problema non è come si sopravvive, bensì se si sopravvive, l’alternativa è tra effettiva sopravvivenza e non-sopravvivenza, la sopravvivenza e l’immortalità non venendo concepite come un dato ma come una semplice, non ordinaria possibilità; un secondo punto discordante rispetto all’essoterismo religioso è che, mentre per questo l’anima si rende immortale con lo staccarsi dal corpo, nel taoismo vi è invece l’idea, in apparenza bizzarra, di un’immortalità da elaborarsi già in vita nel corpo e per trasformazione del corpo, mediante tecniche ascetiche che mirano a frenare la tendenza estroversa di immedesimazione nella vita e di dissipazione dell’essenza nella vita: nel Tao Tê Ching sono molte le massime suscettibili ad essere assunte operativamente in questo senso, per generare ed alimentare ciò che viene chiamato l’embrione immortale o embrione misterioso, sciogliendo così la coagulazione dell’esistenza formale.
Ricapitolando, il Tao è il corso naturale dell’universo, il , Virtù e potenza magica, è il modo in cui il Principio agisce nella realtà senza agire, ed il wu wei, modalità di azione propria dell’Uomo Reale, secondo la denominazione che ne dà Evola, presuppone un’attenzione costante al mondo per evitare di interferire con l’insieme delle azioni e delle reazioni concordanti che caratterizza il divenire, unita ad una lucidità mentale ed all’assenza di regole fisse di comportamento e di categorie di giudizio stabilite secondo canoni esclusivamente umani che altrimenti, dirigendo l’azione, ostacolerebbero il fluire spontaneo degli eventi naturali; non-agire significa dunque adattarsi alle situazioni come l’acqua si adatta al terreno nel quale scorre, senza rigidità, senza pregiudizi, senza trattenere nulla, reagendo di volta in volta nella piena consapevolezza della situazione e rispettando lo svolgersi spontaneo di tutte le cose, senza voler conseguire obiettivi personali.
Il wu wei è un’azione non-duale in cui non esiste separazione tra soggetto ed oggetto, il wei wu wei, l’agire senza agire, si realizza dunque quando non c’è alcuna differenza tra sé ed il mondo, tra la consapevolezza di un soggetto che compie l’azione e l’azione oggettiva che viene compiuta: l’agire risulta di conseguenza senza sforzo perché l’agente coincide con l’azione stessa, senza interferenze dovute a preferenze personali; il dualismo sorge infatti quando l’agire tende ad uno scopo personale, perciò l’unica via per trascendere la dualità del sé e dell’altro è di agire senza intenzionalità, senza attaccamento ad un fine progettato, allora la frattura tra la mente che si prefigge una meta ed il corpo utilizzato per ottenere quel risultato svanisce ed il paradosso apparente del wei wu wei si risolve alla luce della non-dualità dell’agente e dell’azione oggettiva, il senso di consapevolezza dell’ego al di fuori dell’azione scompare e ci si adegua automaticamente al corso naturale degli eventi.
Osservando lucidamente la realtà si scopre infatti che essa non offre opzioni multiple tra le quali scegliere la più vantaggiosa, ma una ed una sola possibilità di azione per ogni situazione data, compiuta la quale, in accordo con la Via, bisogna ritirare il proprio corpo senza trattenere nulla, soltanto allora si è liberi dalle conseguenze delle azioni e si vive al riparo da ogni pericolo; il problema sorge quando prevale la dicotomia tra soggetto ed oggetto, allora l’agente comincia a porre le alternative ed a chiedersi quale sia la soluzione migliore, mentre l’Uomo Reale, davanti ad una situazione particolarmente intricata, si ferma, assimila le informazioni necessarie ed agisce con un solo abile tocco sciogliendo d’incanto tutti i nodi reagendo in modo automatico nell’unica direzione possibile, in quanto è la realtà stessa a fornirgli la risposta alla quale attenersi per risolvere la questione che l’angoscia, e difatti l’ideale taoista è non avere scelte.
L’Uomo Reale si adegua al Principio e lo riproduce nella sua duplice natura, non-agente, il Tao in senso proprio, ed agente, la Virtù del Tao; il suo compito essenziale è preservare ed accrescere la Virtù, il , potenza magica, allora tutto andrà in ordine grazie ad uno sviluppo naturale, ma l’azione risulta spontanea ed efficace soltanto se è presente un’assenza di scopi che si traduce nel vuoto, una delle condizioni necessarie del wu wei, che si ottiene purificando la mente da ogni intenzione personale, così, nel momento in cui svanisce l’idea di ottenere qualcosa e si realizza un vuoto di finalità, l’intervento di chi agisce è minimo; il vuoto dunque è il presupposto necessario per la realizzazione dell’essere, essenziale per riuscire a vedere le cose come sono oggettivamente e non come si vorrebbe che fossero, perciò Lao-tze, riferendosi all’Uomo Reale, afferma: non è forse perché egli è senza preferenze personali che le sue preferenze si compiono?

Info Domenico Coluccio
Domenico Coluccio, astrologo e scrittore – Roma

One Response to La nozione taoista del wu wei

  1. Roberto says:

    Bellissimo, anche se non ho avuto il tempo di leggere tutto. Complimenti continuate a seminare letture interessanti e profonde. Grazie!!

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