La favola del libero arbitrio


Al-Khidr, il Verdeggiante, vertice spirituale dell’esoterismo islamico e guida degli Afrâd, gli iniziati non appartenenti ad un alcuna catena formale

Al-Khidr, il Verdeggiante, vertice spirituale dell’esoterismo islamico e guida degli Afrâd, gli iniziati non appartenenti ad un alcuna catena formale

Il 15 dicembre 2005, mentre cercavo di comprendere il significato della breve esperienza vissuta nella libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, ritrovo di squilibrati, perditempo, millantatori, maestri nell’arte dell’inganno ed uomini usi a ben mangiare ed ancor meglio bere, che, con sommo sprezzo del ridicolo, si reputano migliori dei profani, pur non essendovi in loro nulla di essenziale che li distingua da quelli, presi in prestito, nella foresta del Ribelle, il libro di René Guénon Iniziazione e realizzazione spirituale, pubblicato da Edizioni Studi Tradizionali di Torino, che spiegava lucidamente la realtà dell’iniziazione, consistente essenzialmente nella trasmissione di una certa influenza spirituale, operata mediante un rito, con il quale si effettua il ricollegamento ad un’organizzazione avente lo scopo precipuo di conservarla e di trasmetterla.
Nel capitolo V, intitolato A proposito del ricollegamento iniziatico, Guénon accennava ad un caso particolare di iniziazione, che avviene in casi assolutamente eccezionali senza ricollegamento ad un’organizzazione tradizionale, quando le circostanze rendono impossibile la trasmissione normale, e coinvolge individualità aventi qualificazioni di gran lunga superiori all’ordinario ed aspirazioni così forti da attirarsi l’influenza spirituale che non possono ricercare con i propri mezzi; il discorso proseguiva in appendice, con la citazione di un passaggio delle Pagine dedicate a Mercurio di Abdul-Hâdi, pubblicate nel numero di agosto 1946 degli Études Traditionelles, il quale distingueva due catene iniziatiche, una storica e l’altra spontanea: la prima si comunica in santuari stabiliti e noti sotto la direzione di uno Sheykh (Guru) vivente, autorizzato, che possiede le chiavi del mistero, la seconda avviene sotto la guida di un maestro che può essere assente, sconosciuto, o addirittura morto da parecchi secoli, e, mediante essa, si può trarre dal presente la stessa sostanza spirituale che altri traggono dall’antichità.
Guénon, in una nota esplicativa a questo testo, dopo aver accennato al fatto che nella seconda catena si coglieva un’allusione alla funzione del vero Guru interiore, come lo si ritrova nell’insegnamento della tradizione indù, spiegava che dal punto di vista del Tasawwuf, l’esoterismo islamico, queste cose appartengono alla via degli Afrâd, il cui maestro è Seydna El Khidr, e che esse sono al di fuori della giurisdizione del « Polo » (El Qutb), che comprende soltanto le vie regolari ed abituali dell’iniziazione, ma si tratta di casi eccezionali che si verificano in circostanze che rendono impossibile la trasmissione normale, per esempio in mancanza di qualsiasi organizzazione iniziatica regolarmente costituita; in una lettera sull’argomento, riportata in appendice, Guénon spiegava che El-Khidr è propriamente il maestro degli Afrâd, i quali sono indipendenti dal Qutb e possono anche non esserne conosciuti, si tratta dunque di qualcosa di più diretto, e che in certo qual modo è fuori da funzioni definite e delimitate, anche se molto elevate, ed è per questa ragione che il numero degli Afrâd è indeterminato.
Al-Khidr, il Verdeggiante, che attinse l’acqua della giovinezza alla sorgente della Vita, prolungando così la propria esistenza fino alla fine dei tempi, e, vestito di verde, colore dell’islam, fa verde la natura intorno a sé, è la designazione data dall’esoterismo islamico al personaggio anonimo ed enigmatico che compare nella sura XVIII del Corano, avente titolo Al-Kahf, La Caverna, con il quale Mosè, che pure viene considerato dall’Islam come inviato legiferante e polo spirituale della sua epoca, appare in rapporto di subordinazione sia di ordine gerarchico che conoscitivo, in quanto il santo profeta senza nome è presentato come detentore di una scienza proveniente da Allah, ma sarebbe più appropriato dire da Iahvè, essendo questo il nome della divinità unica dei tre monoteismi abramitici utilizzato dagli ebrei, ed egli gli domanda di trasmettergli soltanto una porzione di ciò che gli è stato insegnato.
L’episodio è narrato nei versetti 61-83 della sura XVIII, che riporto di seguito nella traduzione del Corano pubblicata da UTET a cura di Martino Mario Moreno, che ne spiega anche l’antefatto: secondo un hadîth del profeta, Mosè, interrogato dagli israeliti su chi fosse il più sapiente degli uomini, asserì di essere lui stesso, così Dio, dopo averlo rimproverato per la sua superbia, gli rivelò che alla confluenza dei due mari, quello dei romani e quello dei persiani, c’era un uomo assai più dotto, e, per trovarlo, era necessario che partisse portando del pesce in un canestro: il giorno in cui avesse perso il pesce, avrebbe trovato l’uomo; il profeta partì su una piccola imbarcazione con il suo aiutante Giosuè, e, giunti ad una roccia, si ancorarono, fu allora che il pesce guizzò via dal canestro, ma se ne accorsero soltanto la sera, dopo aver fatto un altro tratto di navigazione.
61. Ricorda quando Mosè disse al suo garzone: « Dovessi camminare per anni, non mi fermerò finché non giungerò alla confluenza dei due mari ».
62. Quando giunsero alla confluenza, si dimenticarono del loro pesce, che prese, libero, la via del mare.
63. Quando furono passati oltre, Mosè disse al suo garzone: « Dacci la nostra colazione, ché il viaggio ci ha stancati ».
64. Disse l’altro: « Lo sai? Quando siamo giunti alla roccia, mi son dimenticato (è Satana che me l’ha fatto dimenticare) del pesce, e questo ha preso miracolosamente la via del mare ».
65. Disse Mosè: « E’ proprio quello che volevamo ». E ritornarono sui loro passi.
66. E trovarono un nostro servo al quale avevamo concesso misericordia da parte nostra e insegnata una scienza da noi promanata.
67. « Posso accompagnarti – gli chiese Mosè – per imparare da te, per mia direttiva, un po’ di quello che ti è stato insegnato? »
68. « Non riuscirai, con me, ad aver pazienza – rispose quello –.
69. Come potrai, infatti, essere paziente in ciò che sfugge alla tua esperienza? »
70. « Se Dio vuole mi troverai paziente e obbediente in ogni cosa » assicurò Mosè.
71. « Va bene – disse. – Se mi accompagni, non mi fare domande intorno ad alcuna cosa, se non te ne parlo io per primo ».
72. Partirono dunque. E quando furono montati sulla nave, quello la bucò. « Come? – disse Mosè –. Ne vuoi dunque far annegare l’equipaggio, che l’hai bucata? E’ ben grave quello che hai fatto! »
73. « Non te l’ho detto – rispose l’altro – che con me non avresti avuto pazienza? »
74. « Non mi rimproverare della mia dimenticanza – si scuso Mosè – e non essere troppo severo con me ».
75. Proseguendo incontrarono un giovane, e quello l’uccise. « Hai tolto la vita, non in cambio di un’altra vita, ad un innocente? Hai commesso un atto nefando » scattò Mosè.
76. « Non ti avevo detto che non saresti stato capace di pazientare con me? »
77. « Se ti domando ancora qualche cosa, non ti accompagnare più con me, ché te ne avrei veramente data ragione ».
78. Proseguendo, giunsero a una città e chiesero ai suoi abitanti da mangiare, ma quelli si rifiutarono di ospitarli. Vi trovarono un muro che stava per sfasciarsi: quello lo raddrizzò. « Se volessi, potresti anche farti dare un compenso » osservò Mosè.
79. « Stavolta ci separiamo – rispose l’altro. – Ma prima ti spiegherò le cose per le quali tu non hai avuto pazienza.
80. La nave apparteneva a dei poveri lavoratori del mare. L’ho voluta lesionare perché li attendeva un re che si appropria con la forza di ogni nave.
81. Quanto al giovane, i suoi genitori erano dei credenti, e noi tememmo che egli imponesse loro la sua oltracotanza e miscredenza;
82. e volemmo che il nostro Signore desse loro in cambio un figlio più puro ed affezionato.
83. Quanto al muro, esso apparteneva a due adolescenti orfani della città. Sotto c’era un tesoro di loro spettanza. Il loro padre era un uomo dabbene. Ora il tuo Signore, nella sua misericordia, ha voluto che, pervenuti alla maggiore età, essi estraggano il tesoro. Tutto ciò non l’ho fatto di mia iniziativa. Eccoti le spiegazioni che tu non hai avuto la pazienza di attendere. »
Allora mi colpirono la figura enigmatica di al-Khidr ed il riferimento all’iniziazione effettuata al di fuori di qualsivoglia catena iniziatica, unica strada percorribile nel mondo moderno per l’uomo qualitativamente differenziato, non essendovi in Occidente organizzazioni tradizionali degne di questo nome ed essendo la massoneria una società pseudo-iniziatica che storicamente ha sempre perseguito un disegno di chiara matrice contro-iniziatica, mentre ora, dopo aver letto le opere di Friedrich Nietzsche, la collego naturalmente alla morale eteronoma ed agli errori logici di bene e male: Mosè, infatti, che secondo il Pentateuco parlava faccia a faccia con Iahvè ed emanò per suo conto la Legge, nel Corano non riesce a comprendere la conoscenza posseduta dal Verdeggiante, il quale compie atti contrari alle norme divine emanate dall’inviato legiferante, suscitandone la riprovazione, ed al materialismo che permea l’Antico Testamento, riparando un muro a coloro che gli hanno rifiutato l’ospitalità.
L’incontro tra al-Khidr e Mosè si conclude poi con l’affermazione sconcertante del Verdeggiane che tutto ciò che ha fatto non l’ha fatto di sua iniziativa, che si spiega soltanto considerando che, possedendo egli una conoscenza proveniente da Allah, è libero di agire in contrasto con la morale della Legge, che è la medesima travasatasi nel cristianesimo e nell’islam, che esalta gli ultimi e condanna i potenti, essendo stata concepita da un uomo tardo di parola e tardo di lingua, un handicappato che, per risentimento nei confronti dei migliori di natura, ha invertito il paradigma naturale del genere umano obbligando gli uomini all’amore fraterno, sia pure limitato al prossimo, termine che, nell’Antico Testamento, indica il correligionario ebreo: la morale ebraica, difatti, è una morale doppia che impone due generi di comportamenti, a seconda che l’altro sia un fratello oppure un gentile, come quando dispone di non prestare ad usura al fratello ma ordina di prestare ad usura al gentile (Deuteronomio 23, 20-21).
Al-Khidr, che nella sura XVIII del Corano appare come l’iniziatore di Mosè, contravviene dunque alla legge mosaica, dimostrandosi superiore ad essa e comportandosi come un immoralista, e certamente fu tale Nietzsche, che si domandò chi avesse posto i valori cristiani, e, applicando il metodo genealogico, andando a ritroso nel tempo si imbatté nel genio ebraico nel campo della morale, in quanto fu Mosè ad invertire i normali rapporti tra gli uomini e le cose ideando la Legge ed affermando che fosse emanazione di Iahvè, che inizialmente era il dio nazionale degli ebrei e soltanto in seguito ebbe pretese universalistiche, incentrandola sulla legge del taglione, già contemplata nel codice di Hammurabi del XVIII secolo a.C., che conferiva alla vendetta una dimensione ed un controllo sociali impedendo così che la punizione superasse l’offesa, mitigandola però con la compensazione in denaro del torto subito.
Se Mosè si fosse trovato a legiferare soltanto per i casi di omicidio, o per altri reati contro la persona ed il patrimonio, non ci sarebbe stato alcun bisogno di chiamare in causa una divinità che emanasse la Legge e punisse ogni sua violazione, non a caso nell’Antico Testamento Iahvè viene considerato il giudice di tutta la terra (Genesi, 18, 25), ma il punto centrale del sistema morale ebraico, la genialità di quest’opera contro natura, consiste nel precetto dell’amore per il prossimo (Levitico 19, 18) e nell’obbligo di prestare soccorso al forestiero, all’orfano ed alla vedova (Deuteronomio 24, 17-22), ossia ai soggetti più deboli, quelli maggiormente somiglianti al profeta del Pentateuco, e ciò per consentirne la sopravvivenza, questi sì atti innaturali che nessuna persona sana compirebbe spontaneamente, perciò era necessario attribuirne l’origine al volere di una divinità creata appositamente a sua immagine e somiglianza: il Dio degli oppressi.
Inoltre, per convincere i figli d’Israele ad adottare comportamenti contro natura, quali l’amore per il prossimo, soprattutto quando lo si odia, ed il soccorso economico al forestiero, all’orfano ed alla vedova, che, se fossero stati agiti spontaneamente, non ci sarebbe stato bisogno di inventare la morale, occorreva costruire un sistema di retribuzione incentrato sulla ricompensa per chi osservava la Legge e sulla punizione per chi la violava, che, affidato alla divinità del deserto il compito di valutare la giustezza di ciascun uomo, ne faceva per l’appunto il giudice di tutta la terra, oltre che un fattore di intimidazione atto a garantirne il rispetto; il risultato fu raggiunto instillando, fin dalla più tenera età, il senso di colpa per la violazione delle regole divine, un’offesa nei confronti di Iahvè, in tal modo è stata costruita dall’uomo una morale che ha come modello antropologico di riferimento gli ultimi, gli infelici, i malriusciti, i condannati dalla vita, gli esseri che maggiormente somigliavano al legislatore Mosè.
La retribuzione aveva inizialmente carattere collettivo e riguardava l’intera nazione ebraica: se il popolo eletto seguiva la Legge, i comandamenti e gli statuti emanati da Iahvè, allora otteneva vittoria sui nemici e prosperità materiale, altrimenti pativa sciagure e sconfitte; poi, con il trascorrere del tempo, constatata la rovina dei regni di Israele e di Giuda e la deportazione degli israeliti nella cattività babilonese, divenne progressivamente individuale ma pur sempre limitata all’esistenza terrena, però sorse la questione del giusto che soffre mentre l’ingiusto prospera, ossia del debole che patisce con la disgrazia gli effetti della propria inabilità di natura e del potente che ottiene quello che vuole in virtù della propria vitalità traboccante, sicché, contro ogni promessa di giustizia, chi seguiva le regole della divinità del deserto non otteneva la retribuzione sperata e chi faceva da sé otteneva ricchezza ed opulenza.
Gli israeliti, anziché dedurne l’inesistenza del giudice di tutta la terra, trasposero la retribuzione nell’al dl là, ma gli ebrei conoscevano soltanto lo Sceol, dimora di tutti i defunti simile all’Ade greco, così ci pensò Gesù, dopo aver universalizzato il vincolo dell’amore per il prossimo e dichiarato decaduta la legge del taglione, ad inventare il paradiso e l’inferno, luoghi ultraterreni di beatitudine eterna e di tormento eterno nei quali sarebbero andati rispettivamente i giusti ed i malvagi, e, per accentuare il timor di Dio, esaltò a dismisura la figura del Diavolo, cui vennero attribuiti superbia, volontà di potenza e lussuria sfrenata, tutto ciò che una genia di impotenti non può permettersi, deformando grottescamente i tratti dell’uomo ben nato allo scopo di demonizzarlo, dopodiché intervenne Maometto, che sigillò la tendenza egalitaria insita nei tre monoteismi abramitici con Iblis, l’angelo creato col fuoco scacciato dal paradiso per essersi rifiutato di prosternarsi davanti all’uomo, creato da semplice fango modellato.
I tre monoteismi abramitici, essendo stati concepiti appositamente per rivolgersi agli ultimi, ai mal riusciti, ai condannati dalla vita, deplorano moralmente la qualità allo scopo di legittimare la preminenza dell’inabilità di natura, e difatti ciascuno di essi è stato divulgato da esemplari perfetti di predicatori dell’eguaglianza: Mosè, un handicappato, portò la Legge di Iahvè ai figli d’Israele, e chiunque abbia letto l’Antico Testamento sa di che materiale umano si tratti; Gesù, criticato aspramente dai farisei perché si avvicinava a gente ladra, bugiarda ed assassina, predicò la lieta novella dell’avvento del regno di Dio ai pubblicani, ai malati, agli infermi, alle prostitute, ai peccatori, alle donne, agli schiavi, ai poveri, agli indemoniati muti e ciechi e muti, ai lebbrosi, ai paralitici, agli idropici, ai ciechi, agli storpi, ai sordomuti ed anche agli uomini con la mano inaridita, il sale della terra; Maometto, nato orfano e disagiato, dopo una profonda crisi spirituale passò dal politeismo patrio ad una nuova dottrina mutuata dal giudeo-cristianesimo e basata sull’eguaglianza, che predicò inizialmente ai poveri, agli schiavi ed agli ebrei.
La morale serve a regolare i comportamenti degli uomini ed a farli convivere pacificamente in società, ma non esiste una morale assoluta, ciascun popolo ha un proprio modo di vivere e propri usi e costumi, perciò i valori che l’informano sono sempre puramente umani, contingenti e transeunti, lo stesso accade per la morale ebraica, divenuta poi cristiana ed infine mussulmana, lo si realizza appieno indagandone le origini e scoprendo che la formazione dei testi biblici, aventi carattere compilatorio pasticciato ed abborracciato, si è protratta per secoli, sovrapponendosi e contraddicendosi, ciononostante si è preteso che essa fosse stata emanata da una divinità piuttosto bizzarra che crea gli uomini ineguali ma pretende che si considerino eguali, che pone inimicizia tra di loro ma pretende che si amino fraternamente, e, per costringerli ad agire contro natura, ha ideato un sistema retributivo che punisce coloro che violano le sue leggi e premia quanti le seguono fedelmente.
Nella morale comune sottostante i tre monoteismi abramitici è evidente la matrice egalitaria originata dall’odio nei confronti della qualità, dal risentimento proprio degli ultimi nei confronti dei potenti, dei felici, dei ben nati, che porta a svalutarli per esaltare gli inabili di natura, eppure di ogni cosa esistente, appartenga essa al mondo minerale, vegetale o animale, si apprezzano universalmente gli esemplari migliori, pietre preziose, piante, fiori e frutti pregiati, animali di razza con tanto di pedigree, soltanto degli uomini si supervalutano gli esemplari peggiori, i mal riusciti, i condannati dalla vita, e si promette loro il regno dei cieli, perciò Nietzsche addebitava al cristianesimo la décadence della specie umana, il progressivo indebolimento del genere umano ottenuto selezionando sistematicamente gli uomini all’incontrario, reprimendo le energie dei migliori per favorire l’esistenza dei condannati dalla vita.
Esattamente ciò che fa la Repubblica Italiana, la cui costituzione è stata scritta con il dito di Iahvè, come le tavole della testimonianza consegnate a Mosè sul monte Sinai, ad opera dei tre maggiori partiti di massa, democrazia cristiana, partito socialista e partito comunista, che, assieme, raccolsero il 75% dei suffragi nell’assemblea costituente, e, pertanto, vi infusero i loro princìpi invertiti, con tutte le contraddizioni tra l’economia sociale di mercato dei cattolici e l’anticapitalismo di socialisti e comunisti, fondandola sul lavoro, ciò che caratterizza l’ultimo uomo, ed imponendo, con l’articolo 3, non soltanto lo pseudo-principio dell’eguaglianza formale degli uomini, comune alle democrazie liberali, ma anche quello dell’eguaglianza sostanziale, mai realizzato sul piano pratico, perché chi nasce ricco rimane ricco, ma applicato alla perfezione laddove si dovrebbero selezionare gli elementi migliori della nazione, nella scuola di massa, perciò i migliori emigrano all’estero, oppure, come nel mio caso, attuano il passaggio al bosco e si rifugiano nella foresta del Ribelle per preparare la vendetta.
Iahvè per gli ebrei, Signore Iddio per i cristiani ed Allah per i mussulmani, tre nomi diversi che indicano una medesima divinità che ha in odio la qualità e predilige l’inabilità di natura, un Dio morale giudice di tutta la terra che presuppone l’esistenza di un ordinamento morale del mondo che stabilisca immutabilmente cos’è bene e cos’è male, nonché di fatti morali tali per cui chi operi il bene venga premiato con la prosperità materiale o con la beatitudine eterna, e chi operi il male venga punito con la sciagura terrena o con la dannazione eterna; il tema della scelta dell’uomo, già presente nell’Antico Testamento, si impose prepotentemente in ambito cristiano a causa dell’attesa del giorno del Giudizio, quando tutti gli uomini vissuti ovunque ed in qualunque tempo saranno giudicati per l’osservanza o l’inosservanza della Legge divina, sulla base della banale considerazione che, poiché esiste il male, un Dio onnipotente non può che essere anche malvagio, mentre un Dio completamente buono non può essere onnipotente, così, per superare questa contraddizione irrisolvibile del monoteismo, fu inventato il libero arbitrio.
Escamotage utilizzato per trasferire la responsabilità del male dalla divinità agli uomini, libero arbitrio significa che ciascun uomo, ovunque nel mondo ed in qualunque tempo storico, posto di fronte alla realtà, comprende perfettamente qual è l’azione giusta e qual è quella sbagliata, e, con la sua sola volontà, sceglie di compiere il bene o il male, e ciò perché i tre monoteismi abramitici presuppongono l’esistenza di un ordinamento morale del mondo, un’organizzazione della realtà basata sulla morale di Iahvè, travasatasi poi nel cristianesimo ed infine nell’islam, cosa palesemente falsa: non esistono alcun bene o male stabiliti una volta per tutte tali che l’intelletto dell’uomo possa discernerli e poi scegliere liberamente cosa fare, come pretendono i cristiani, e la vicenda di al-Khidr e Mosè, narrata nella sura XVIII del Corano, costituisce la dimostrazione migliore dell’impossibilità di agire seguendo rigide categorie di comportamento che determinino aprioristicamente bene e male sulla base di una morale eteronoma.
Il libero arbitrio è la favola escogitata dai cristiani per giustificare l’esistenza del male in presenza di un Dio onnipotente dichiarato totalmente buono, che viene dunque trasferito sull’uomo, che, supposto in grado di conoscere l’esito delle proprie azioni, essendo bene e male conseguenze dell’azione, sceglie con la propria ragione come comportarsi, e non si comprende perché mai un essere razionale dovrebbe volere coscientemente il male, se non per vendicarsi, così al-Khidr, agendo in maniera contraria alla Legge ebraica ed attirandosi la riprovazione di Mosè, il quale parlava faccia a faccia con Iahvè ma si dimostra incapace di comprendere le ragioni del Verdeggiante, conferma a fortiori che l’uomo comune non può stabilire quale sia il comportamento migliore da tenere, essendo per lui impossibile conoscere chiaramente le conseguenze delle proprie azioni, non essendo dotato di una scienza trascendente.
Secondo la favola del libero arbitrio chiunque abbia tendenze innate contrarie all’ordine morale stabilito da Iahvè è malvagio per scelta, e non a causa della propria natura, perciò, per essere come lo vuole la divinità del deserto, deve introvertite i propri impulsi vitali, farsi pecora, animale da armento, snaturarsi, essere altro da se stesso; dinanzi a tale orrore, mostruosa costruzione del risentimento degli ultimi nei confronti dei potenti, spicca per chiarezza intellettuale la nozione indù del dharma, natura essenziale di ogni essere senziente, compito che gli sta fitto nel cuore e non abbisogna di forzature per essere eseguito; osservando l’uomo per ciò che è, e non come astrazione mentale scollegata dalla realtà, si scopre infatti che è la sua natura a sancirne il comportamento, e che non esistono bene e male validi in senso assoluto nei confronti di ogni essere umano, tutto si riduce ad una questione di efficacia: è bene ciò che consente di essere se stessi, male ciò che non adempie il proprio dharma.
L’azione pura costituisce dunque il rimedio all’eterotelìa, eterogenesi dei fini che colpisce l’agire umano, in quanto, nel momento in cui si agisce con intenzione, in vista del conseguimento di un dato frutto, l’azione, entrando nel mondo del divenire, si confonde con il movimento mutando direzione in maniera imprevedibile e producendo effetti spesso sorprendenti in termini di scostamento degli esiti rispetto ai propositi originari; solamente chi non ha forma, né un ethos, si fa dettare la legge del proprio comportamento dall’esterno, così come soltanto chi non è un destino trova la propria dimensione nel lavoro, ciò che di più basso l’uomo può dare, e difatti i fedeli dei tre monoteismi abramitici agiscono per finalità egoistiche, anelando la ricompensa della beatitudine eterna, perciò seguono la Legge di Iahvè, del Signore Iddio e di Allah, una morale eteronoma che non sta loro fitta nel cuore, come il dharma indù, che impone di agire senza tenere in conto i frutti della propria azione, dalla quale discende un’azione non conforme al fluire degli eventi, al Tao, al quale si dovrebbe reagire mediante il wu wei taoista, l’unico modo coerente di comportarsi di fronte ad una realtà in gran parte ignota.

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Info Domenico Coluccio
Domenico Coluccio, astrologo e scrittore – Roma

2 Responses to La favola del libero arbitrio

  1. Annalisa says:

    Articolo estremamente, estremamente interessante. Che arricchisce le mie personali ricerche (il maestro interiore sa sempre indicarmi la strada…).

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