Intuizione intellettuale e conoscenza metafisica


René Guénon

René Guénon: Blois, 15 novembre 1886 – Il Cairo, 7 gennaio 1951

Il giorno 2 dicembre 2004, in un periodo non propriamente esaltante della mia esistenza segnato dai transiti di Plutone, che formava un aspetto angolare di quadratura con se stesso radix, e di Urano, che formava un aspetto angolare di doppia quadratura rispetto all’opposizione radicale tra Marte e Venere, che rendevano difficili i miei rapporti con gli altri a causa della mancata definizione del profilo dei miei alleati, le persone rappresentate da Plutone, pianeta governatore del Discendente nel segno zodiacale dello Scorpione, e di Saturno, che transitava nella IV casa natale precipitandomi nella riconsiderazione delle mie origini, mentre mi trascinavo dietro la questione del significato della breve esperienza nella libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, l’ultima delle mie illusioni associative, con la mente dinamizzata dal transito di Urano in aspetto angolare di trigono con Mercurio radix, l’unico favorevole in quell’epoca di quadrature, presi in lettura, nella foresta del Ribelle, il libro di René Guénon La crisi del mondo moderno, pubblicato da Edizioni Mediterranee nella traduzione e con un’introduzione di Julius Evola, e fu allora che feci l’incontro fulminante con la nozione della pura intellettualità, che permea l’intera opera dell’autore tradizionale francese.
Quello fu il primo libro di Guénon che mi capitò tra le mani, e, leggendolo, cominciai a comprendere le ragioni del mio disagio per il mondo moderno, il cui paradigma è incentrato sullo pseudo-principio dell’eguaglianza degli uomini e sulla razionalizzazione della realtà attuata per finalità economiche, e se all’inizio rimasi perplesso dall’esposizione di concetti diametralmente opposti a quelli instillati dalle istituzioni politiche e dai media, la civiltà attuale si sostiene sulla menzogna, sul plagio e sul contenimento delle cose che non si possono dire, quando lo ripresi in lettura, il 19 luglio 2007, mi accorsi di quanto descrivesse fedelmente quel tragico accidente della storia che è l’epoca moderna, la quale sta esplorando le possibilità più infime della condizione materiale, quelle rifiutate da ogni civiltà normale che l’ha preceduta, considerazioni affrontate anche da Julius Evola, autore, nel 1934, dell’opera Rivolta contro il mondo moderno, ma nessuno dei due ha esposto la questione dal punto di vista interiore, descrivendo cosa produce una civiltà del genere sull’uomo qualitativamente differenziato partendo dalle proprie vicende personali, come faccio io nella mia autobiografia in chiave astrologica.
Nel suo libro, pubblicato nel 1927, nel periodo tra le due guerre mondiali, conseguenza logica delle forze telluriche scatenatesi con la modernità, Guénon indicava nel razionalismo, attitudine specificamente moderna consistente nel negare dogmaticamente qualsiasi realtà di ordine superrazionale, il limite della modernità, alla quale, continuava, a partire dal Rinascimento non è rimasto altro che la filosofia e la scienza profana, negazione dell’intellettualità vera e limitazione della conoscenza al piano più inferiore, lo studio empirico ed analitico di fatti non più ricondotti ad alcun principio, la dispersione in una moltitudine indefinita di dettagli insignificanti, l’accumulazione di ipotesi infondate distruggentesi incessantemente a vicenda, e vedute frammentarie che a nulla possono condurre, salvo che a quelle applicazioni pratiche che costituiscono la sola effettiva superiorità della civiltà moderna: superiorità, invero, poco invidiabile e che nello svilupparsi fino a soffocarne ogni altra preoccupazione ha conferito a tale civiltà quel carattere puramente materiale che fa di essa una vera mostruosità.
Guénon menzionava poi la dottrina indù dei cicli cosmici, e, considerando lo stato in cui versava allora il mondo moderno, si domandava retoricamente se non fosse giunta l’epoca temibile accennata nei libri sacri di quella tradizione, il Kali-Yuga, l’era oscura che precede il passaggio da un Manvantara ad un altro, nella quale le caste saranno mescolate e la stessa famiglia non esisterà più; tutto faceva infatti presagire che quella che la tradizione nordica definisce l’età del lupo fosse prossima, in quanto quel che caratterizza l’ultima fase del ciclo è lo sfruttamento di ciò che è stato trascurato o respinto nelle fasi precedenti, e la civiltà moderna vive manifestamente solo di quel che le civiltà precedenti non vollero per se stesse, quelle conoscenze inferiori, così vane per chi possiede una conoscenza di altro ordine, che dovevano tuttavia essere realizzate nell’ambito del Mahā-Yuga e non potevano esserlo che in uno stadio in cui l’intellettualità vera era di fatto scomparsa, ossia verso la fine del ciclo cosmico.
Guénon vedeva nella confusione che, partendo dall’Occidente, invadeva l’Oriente di allora, attualmente ancor più simile al nostro modo di vivere di quanto si potesse ipotizzare in quegli anni, il segno precursore del momento in cui, secondo la tradizione indù, la dottrina sacra dovrà essere chiusa tutta in una conca per riapparire intatta all’alba del nuovo mondo, poiché il punto più basso del Kali-Yuga corrisponde necessariamente al punto più alto del Satya-Yuga del Manvantara successivo, e, per prepararsi agli eventi, auspicava la formazione di un’élite intellettuale che operasse un raddrizzamento della mentalità collettiva, perché se tutti capissero cos’è veramente il mondo moderno esso cesserebbe immediatamente di esistere, la sua esistenza, come quella dell’ignoranza e di tutto quel che è limitazione, essendo puramente negativa e derivata dalla negazione della verità tradizionale e super-umana, ed allora si produrrebbe un mutamento benefico non catastrofico, per ottenere il quale occorrerebbe per l’appunto un’élite poco numerosa ma abbastanza salda da dare la direzione alla massa, che obbedirebbe alle sue suggestioni senza nemmeno sospettarne l’esistenza ed i mezzi di azione.
Quella del raddrizzamento della mentalità collettiva, attuata da un’élite intellettuale allo scopo di instaurare una civiltà tradizionale, era la motivazione fondamentale che spingeva Guénon ad esporre la conoscenza metafisica agli occidentali, correggendone nel contempo gli errori in ambito spirituale; ne trattano in particolare tre suoi libri, che lessi in ordine inverso rispetto alla loro data di pubblicazione, secondo una logica dettata dalla facilità di approccio che può averne un lettore privo di qualsivoglia preparazione teorica, in quanto il primo descrive lo sfacelo del mondo moderno, il secondo mette a confronto Oriente ed Occidente indicando una possibilità di restaurazione tradizionale di quest’ultimo, ed il terzo risale ai princìpi universali ai quali ricollegare la civiltà tradizionale auspicata dall’autore francese: La crisi del mondo moderno (1927), pubblicato da Edizioni Mediterranee nella traduzione e con un’introduzione di Julius Evola, preso in lettura il 2 dicembre 2004 e riletto il 19 luglio 2007; Oriente e Occidente (1924), pubblicato da Edizioni Studi Tradizionali di Torino, preso in lettura il 6 giugno 2006; Introduzione generale allo studio delle dottrine indù (1921), edito da Adelphi, preso in lettura il 25 giugno 2007.
In
Oriente e Occidente Guénon definiva la civiltà tradizionale come una civiltà fondata sul riconoscimento di un ordine superiore a tutto ciò che è umano e temporale, sulla presenza e sull’autorità esercitata da élite che traggono da questo piano trascendente i princìpi metafisici ed i valori necessari per raggiungere un più alto sistema di conoscenza, nella quale tutto è ordinato e disposto gerarchicamente in conformità ad essi, in modo che ogni cosa vi appaia come l’applicazione ed il prolungamento di una dottrina puramente intellettuale o metafisica nella sua essenza, ed in cui la sfera intellettuale domini tutte le altre, cosicché tutto proceda direttamente da essa, e, si tratti di scienze o di istituzioni sociali, ciò non rappresenterà in definitiva altro che applicazioni contingenti, secondarie e subordinate delle verità puramente intellettuali, ragion per cui ritorno alla tradizione e ritorno ai princìpi costituiscono, per l’autore tradizionale francese, la medesima cosa.
Per Guénon, dunque, l’
élite intellettuale ha il compito di preparare il ritorno dell’Occidente ad una civiltà tradizionale nei suoi princìpi e nelle sue istituzioni, sia indipendentemente sia in collaborazione con esponenti dell’Oriente ancora tradizionale, attuando un cambiamento nella mentalità collettiva che arresti il processo di dissoluzione in atto prima che contagi il mondo intero, ma il suo appello rimase inascoltato e nel frattempo le cose sono peggiorate, il modello occidentale si è propagato come un’infezione virale tanto da teorizzare e praticare l’esportazione della democrazia, come corollario della diffusione del capitalismo; i suoi membri sono caratterizzati dall’intellettualità pura, attitudine che, secondo l’autore tradizionale, non può essere determinata mediante criteri esteriori, mentre io ritengo possa essere individuata mediante l’indice QI, e devono essere stabiliti nei princìpi della conoscenza metafisica, che riguarda l’essere, ciò che è e non diviene, e perciò è immutabile, poiché per dirigere veramente ciò che è mobile non bisogna essere a propria volta trascinati nel movimento.
Il percorso per attuare il ritorno ad una civiltà tradizionale deve compiersi partendo dai princìpi metafisici per dedurne poi le conseguenze, discendendo così fino alle applicazioni più contingenti, integrando con dati orientali gli elementi tradizionali rimasti in Occidente, per conferirgli il senso più profondo della loro ragione d’essere, perciò Guénon lanciò un appello al cattolicesimo, affinché si facesse promotore della restaurazione, che però rimase incompreso, e difatti chiunque abbia letto gli autori tradizionali sa quanto egli sia chiaro ed illuminante nella definizione di concetti e nella confutazione di errori, ma, passando nell’ambito delle soluzioni pratiche, rimangono inaccettabili le sue proposte di affiliarsi al compagnonaggio o alla massoneria, o, peggio ancora, di cambiare mentalità e costumi per aderire all’esoterismo islamico, e qui subentra Evola, che indica alcune vie per forzare il passo al guardiano della soglia senza doversi ricollegare ad organizzazioni tradizionali ormai inesistenti.
Nel periodo di costituzione dell’élite, proseguiva Guénon, coloro che saranno chiamati a farne parte potranno acquistare e sviluppare in se stessi la pura intellettualità attraverso lo studio delle dottrine orientali, poiché in Occidente non gli sarebbe dato di trovarla, e chiunque conosca la nozione indù del dharma e la nozione taoista del wu wei sa come esse rettifichino permanentemente la mentalità ed il comportamento occidentali, ma, aggiungeva, finché non si sarà giunti al momento adatto le considerazioni che si riferiscono ai punti di vista secondari non dovranno intervenire se non a titolo di esempio: infatti, quando siano presentate opportunamente ed in forma appropriata, esse possono avere il vantaggio di facilitare la comprensione di verità più essenziali, fornendo una specie di punto d’appoggio, così come possono destare l’attenzione di persone che, per un errato apprezzamento delle proprie facoltà, potrebbero credersi incapaci di attingere alla pura intellettualità, non sapendo di cosa si tratti.
L’intuizione intellettuale è infatti la più immediata fra le conoscenze, come pure la più alta, ed è assolutamente indipendente dall’esercizio di ogni facoltà di ordine sensibile o perfino razionale; essa significa conoscenza diretta e non mediata, percezione immediata o innata di un insieme complesso di dati che prescinde dal pensiero ma non è uno stato emotivo, bensì una comprensione chiara, fulminea e completa, essendo l’immediatezza del processo il suo tratto distintivo: l’intuizione arriva tutta in una volta, istantaneamente, come una rivelazione, senza che vi siano passaggi logici coscienti o processi di pensiero riflessivo, perciò usano l’intuizione tutti coloro che sono capaci di rintracciare le informazioni pertinenti e che riescono a scorgere il significato invisibile in una massa nebulosa di dati, in quanto l’intuizione percepisce l’immagine, il paradigma, e senza di essa nessuna metafisica reale è possibile, mentre al di fuori di essa non si può cogliere che un’ombra della verità.
Se un’idea è vera, proseguiva Guénon, appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla, se invece è falsa non c’è da gloriarsi di averla inventata: un’idea vera non può essere nuova, in quanto la verità non è un prodotto dello spirito umano, ma esiste indipendentemente dagli uomini, che devono solo conoscerla; tutto ciò che è, qualunque sia il suo modo d’essere, partecipa necessariamente dei princìpi universali, e nulla esiste se non per partecipazione a tali princìpi, i quali sono le essenze eterne ed immutabili contenute nella permanente attualità dell’intelletto divino, si può quindi affermare che tutte le cose, per quanto siano contingenti in se stesse, traducono o rappresentano i princìpi al loro modo ed al loro livello di esistenza, altrimenti non sarebbero che puro e semplice nulla, ne consegue che la conoscenza dei princìpi, che è la conoscenza per eccellenza, la conoscenza metafisica nel vero senso della parola, è universale come questi stessi princìpi, dunque interamente libera da tutte quelle contingenze individuali che intervengono non appena si passi alle applicazioni.
La conoscenza vera implica essenzialmente un’identificazione del soggetto conoscente con l’oggetto conosciuto, cosa che si può esprimere dicendo che nel rapporto e nella misura in cui vi è conoscenza, l’essere conoscente è l’essere conosciuto, cosicché l’oggetto conosciuto diviene un attributo, cioè una modalità, del soggetto conoscente, e difatti la realizzazione metafisica è la presa di coscienza di ciò che è, in modo permanente ed immutabile, al di fuori di ogni successione temporale o di qualsiasi altro genere, in quanto gli stati dell’essere, considerati nel loro principio, coesistono in perfetta simultaneità nell’eterno presente; a questo punto Guénon, considerata l’estraneità del pensiero occidentale moderno all’idea che la realizzazione dell’essere avvenga attraverso la conoscenza, ribadiva fermamente che non potrà mai esservi vera metafisica per chiunque non comprenda veramente che l’essere si realizza con la conoscenza, e che non può realizzarsi in altro modo.
La partecipazione alla tradizione non è pienamente effettiva che nella misura in cui implica la comprensione della dottrina, e questa consiste anzitutto nella conoscenza metafisica, poiché nell’ordine metafisico si trova il principio donde tutto il resto deriva; nel libro Introduzione generale allo studio delle dottrine indù Guénon espose la conoscenza metafisica ad un pubblico occidentale, la cui mentalità è deformata da suggestioni instillate di continuo mediante un processo ipnotico di indottrinamento che tacita bruscamente chiunque ne metta in discussione gli idola, precisando che il dominio di ogni scienza è sempre circoscritto dall’esperienza, mentre il dominio della metafisica è costituito essenzialmente da ciò per cui non può esserci esperienza possibile, in quanto si trova al di là della fisica, di conseguenza l’ambito di ogni scienza particolare può estendersi indefinitamente, se ne è suscettibile, senza mai giungere ad avere il sia pur minimo punto di contatto con quello della metafisica.
Guénon precisava poi che l’oggetto della metafisica non è assimilabile all’oggetto particolare di una qualsiasi scienza, in quanto esso deve essere sempre assolutamente lo stesso, non potendo in alcun modo essere qualcosa di mutevole e soggiacente alle influenze di tempo e di luogo, poiché il contingente, l’accidentale, il variabile appartengono all’ambito dell’individuale; perciò, quando si tratta di metafisica, con il tempo ed il luogo possono cambiare solo i modi di esposizione, vale a dire le forme più o meno esteriori che la metafisica può assumere e che sono suscettibili di adattamenti diversi, ma essa resta sempre perfettamente identica a se stessa, il suo oggetto essendo essenzialmente uno, o, più esattamente, senza dualità, come dicono gli indù, e questo oggetto, sempre per il suo essere al di là della natura, è anche al di là del cambiamento: la metafisica, dunque, non tratta di credenze o opinioni, ma esclusivamente di certezza permanente ed immutabile, e non ha a nulla a che fare con le “scoperte”, perciò nei suoi confronti non è applicabile l’idea di evoluzione, e, dunque, nemmeno il metodo storico.
Le conoscenze metafisiche oltrepassano le formule in cui il linguaggio vorrebbe chiuderle, formule sempre inadeguate che tendono a restringerle ed a snaturarle, e poiché la metafisica si trova al di sopra della ragione, essa interviene in modo del tutto secondario per la formulazione e l’espressione esteriore di quelle verità che vanno al di là della sua sfera e della sua portata, in quanto le verità metafisiche possono essere concepite unicamente dall’intuizione intellettuale, che non è più dell’ordine individuale e che si può definire intuitiva per il carattere immediato della sua operazione, di cui la filosofia moderna ha negato l’esistenza perché non la capiva, quando non preferì semplicemente ignorarla; Guénon la designava con il nome di intelletto puro, seguendo Aristotele ed i suoi continuatori scolastici, per i quali l’intelletto è ciò che possiede immediatamente la conoscenza dei princìpi.
Aristotele dichiara espressamente che l’intelletto è più vero della scienza, vale a dire, in definitiva, della ragione che costruisce la scienza, ma che nulla è più vero dell’intelletto, il quale è necessariamente infallibile proprio perché la sua operazione è immediata e perché, non essendo distinto dal proprio oggetto, si confonde con la verità stessa; tale è il fondamento essenziale della certezza metafisica, e da questo si vede che l’errore può introdursi soltanto con l’uso della ragione, vale a dire nella formulazione delle verità concepite dall’intelletto, e ciò perché la ragione è evidentemente fallibile a causa del suo carattere discorsivo e mediato; pertanto, essendo ogni espressione necessariamente imperfetta e limitata, l’errore, nella forma se non nella sostanza, vi è inevitabile: per quanto rigorosa si voglia rendere l’espressione, quel che essa esclude è sempre molto più di quel che può includere.
Diviene così evidente quale sia, nel suo significato più profondo, la distinzione tra conoscenza metafisica e conoscenza scientifica: la prima dipende dall’intelletto puro, il cui dominio è l’universale, la seconda dipende dalla ragione, il cui dominio è il generale; la metafisica pura esclude il sistema, in quanto ogni sistema si presenta come una concezione chiusa ed angusta, come un insieme più o meno strettamente definito e limitato, ciò che è assolutamente incompatibile con l’universalità della metafisica, e poi tutti i sistemi sono invenzioni puramente umane nel senso più limitato della parola, invenzioni cioè di una ragione individuale che, disconoscendo i propri limiti, crede di essere capace di abbracciare l’intero universo e di poterlo riedificare secondo la propria fantasia, ponendo come principio la negazione assoluta di tutto quel che le è superiore, ed inoltre ogni sistema fonda su premesse specifiche e relative, essendo in definitiva soltanto lo sviluppo di un’ipotesi, mentre la metafisica, la quale ha un carattere di certezza assoluta, non può ammettere nulla di ipotetico.
L’enfasi posta da Guénon sulla pura intellettualità, il nous dei greci che coglie i noemi della conoscenza che poi la ragione, il logos, organizza discorsivamente per mezzo di un processo dianoetico, mi liberò dall’oppressione della gabbia del razionalismo, che riduce la realtà in sterili schemi mentali che inaridiscono la vita togliendole senso, e ciò fu per me determinante, considerata la struttura delle case VI e XII del grafico astrologico della mia genitura, che cadono rispettivamente nei segni zodiacali della Vergine e dei Pesci, indicando, nel primo caso, un’attitudine alla razionalizzazione del quotidiano, e, nel secondo caso, l’esigenza di un’apertura alla dimensione trascendente, e si estendono per quasi 49° di longitudine intercettando l’asse dei segni zodiacali Ariete-Bilancia, con il Nodo Lunare Nord nel segno zodiacale dei Pesci e ben tre pianeti nella VI casa natale, Plutone e Giove nel segno zodiacale della Vergine ed Urano nel segno zodiacale della Bilancia: tutto, nel mio carattere e nel mio destino, complottava affinché subissi la razionalizzazione dell’esistenza fin quasi a morirne, per poi cercare nella trascendenza la liberazione dall’oppressione della ragione discorsiva e dell’eguaglianza.
Guénon ricordava infatti che in ogni dottrina che sia metafisicamente completa, come lo sono le dottrine orientali, la teoria è sempre accompagnata o seguita da una realizzazione effettiva, della quale essa non è che la base necessaria: nessuna realizzazione può essere affrontata senza una sufficiente preparazione teorica, ma l’intera teoria è ordinata in vista della realizzazione, come il mezzo in vista del fine, e questa prospettiva è supposta, almeno implicitamente, persino nell’espressione esteriore della dottrina, in quanto conoscere ed essere sono in fondo un’unica e stessa cosa, rappresentano due aspetti inseparabili di un’unica realtà, aspetti che non si possono neppure più distinguere realmente là dove tutto è senza dualità, dal che discende l’identità dell’essere e del conoscere, e difatti le dottrine orientali sono unanimi nell’affermare che la contemplazione è superiore all’azione, allo stesso modo che l’immutabile è superiore al mutamento; l’azione, non essendo che una modificazione transitoria e momentanea dell’essere, non può avere in sé il proprio principio e la propria ragione sufficiente.
Essa può avere conseguenze solo nell’ambito dell’azione e la sua efficacia cessa là dove si arresta il suo influsso, perciò, come conseguenza del suo carattere momentaneo, i risultati dell’azione sono sempre staccati da chi li produce, l’azione non può dunque far uscire dalla sfera dell’azione ed ottenere la liberazione, ciò che invece implica, nel suo fine autentico, una realizzazione metafisica: un’azione, quale che sia, potrà tutt’al più portare a realizzazioni parziali, corrispondenti a certi stati superiori, ma ancora determinati e condizionati; l’azione, s
e non si riconnette ad un principio che vada al di là del suo dominio contingente, non è che illusione pura, ed il principio donde essa può trarre tutta la realtà di cui è suscettibile, la sua esistenza e la sua stessa possibilità, si trova solo nella contemplazione, o, se si preferisce, nella conoscenza, i due termini essendo sinonimi o almeno coincidenti, dato che la conoscenza stessa e l’operazione con cui la si raggiunge non possono in alcun modo venire separate.
La conoscenza sola permette di uscire dal mondo del mutamento e dalle limitazioni che gli sono inerenti, e, quando essa raggiunge l’immutabile, possiede essa stessa l’immutabilità, poiché ogni conoscenza è essenzialmente identificazione con il proprio oggetto; l’azione, invece, si perde nel mondo generando eterotelìa, eterogenesi dei fini che colpisce l’agire umano, in quanto essa, entrando nel divenire, si confonde con il movimento mutando direzione in maniera imprevedibile e producendo effetti spesso sorprendenti in termini di scostamento degli esiti rispetto ai propositi originari, mentre la conoscenza intellettuale rimane avvinghiata all’essere che la possiede e lo trasforma: il frutto della conoscenza si trova in se stesso, contrariamente a quello dell’azione, che, non essendo opposta all’ignoranza, non può allontanarla, ne consegue che la conoscenza per identificazione, ossia l’Identità Suprema, costituisce il fine ultimo del percorso iniziatico, la realizzazione effettiva dell’essere.
Riferendosi al fenomeno delle religioni, che tanta rilevanza riveste nella mentalità occidentale, Guénon spiegava che le verità religiose o teologiche, non essendo formulate da un punto di vista puramente intellettuale, e non possedendo l’universalità che appartiene esclusivamente alla metafisica, sono princìpi soltanto in un senso relativo, ciò che le caratterizza è difatti qualcosa di inferiore, poiché la religione comporta l’unione di tre elementi di ordine diverso: un dogma, che ne costituisce la parte intellettuale, necessario in quanto la fede devozionale, non potendo concepire l’essere, che può essere conosciuto soltanto mediante l’intuizione intellettuale, scade, per difetto di intelligenza, nell’invenzione di un Dio personale che esiste fuori dall’uomo, irraggiungibile ed inconoscibile con le sue sole forze; una morale, che ne costituisce la parte sociale, che regola il comportamento dei fedeli in vista della retribuzione delle loro azioni, a seconda dell’osservanza o meno delle leggi e dei comandamenti divini; un culto, che è l’elemento rituale e partecipa al tempo stesso di entrambi.
I tre monoteismi abramitici promettono la salvezza, uno stato inferiore alla liberazione, in cambio di buone azioni, dove la bontà dell’azione dipende dall’adesione alla morale evangelizzata dai predicatori dell’eguaglianza, gente alla quale non fa difetto soltanto il miele, ma l’azione non può liberare l’uomo dal mutamento, come invece fa la conoscenza, perciò, nonostante Guénon ponesse la conoscenza metafisica al di sopra della teologia e delle fedi devozionali, la sua equazione personale, che lo portò ad abbracciare l’esoterismo islamico, e, con esso, l’exoterismo che ne costituisce la base dottrinale, gli impedì di trarre la conseguenza logica che la conoscenza dei princìpi metafisici ha a che fare con la verità, che è una ed immutabile, coincidendo con la conoscenza dell’essere, mentre gli errori logici di bene e male, assieme alla favola del libero arbitrio, sono espressione della convenienza di chi ha posto i valori sottostanti la morale, nel caso dei tre monoteismi abramitici Mosè, un handicappato; il male non è dunque una privatio boni, come sostengono i cristiani, ma l’oscuramento della pura intellettualità dovuto all’ignoranza, all’incapacità di conoscere il vero aderendo intuitivamente alla realtà, cosa che si traduce nei fatti nell’imposizione dell’eguaglianza e nel dominio incontrastato della ragione discorsiva.

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Info Domenico Coluccio
Domenico Coluccio, astrologo e scrittore – Roma

One Response to Intuizione intellettuale e conoscenza metafisica

  1. emmanuelstorage says:

    Credo le abbia bene presente il concetto di “amicizia stellare”. Incredibile (ma forse no) che io sia capitato su questo blog proprio ora. Pensi che l’ho trovato facendo una ricerca incrociata: “guénon nietzsche”.

    Non credevo che nel marasma di pseudo-orientalismi corrotti dal pensiero occidentale avrei trovato riflessioni del genere. Non ho parole

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