La chiave del destino


Mandala ruota del tempo

Il mandala, figura archetipica composta dal cerchio e dal quadrato (o dalla croce), costituisce un simbolo della totalità psichica che sorge spontaneamente nella coscienza nei periodi di disgregazione della personalità, rappresentando il centro attorno al quale ricostruirla secondo il proprio disegno interiore

Carl Gustav Jung mostrò particolare interesse nei confronti dell’astrologia fin dagli esordi della sua vita professionale, come testimonia la lettera del 12.VI.1911 indirizzata al professor Sigmund Freud, contenuta nell’epistolario curato da Aniela Jaffé in collaborazione con Gerhard Adler e pubblicato in tre volumi dalle Edizioni Scientifiche Ma.Gi. Srl con il titolo Lettere, nella quale scrisse che impegnava le serate facendo calcoli oroscopici, per scoprirne il contenuto psicologico di verità, e che, fino a quel momento, aveva trovato alcune cose notevoli, che certamente sarebbero sembrate incredibili al suo maestro, come il caso di una signora della quale aveva delineato un quadro caratteriale nettissimo, con alcuni eventi precisi del suo destino, che però non apparteneva a lei, bensì alla madre, deducendo dalle configurazioni astrali caratteristiche che le andavano a pennello, in quanto soffriva di uno straordinario complesso materno, concludendone che in tale disciplina un giorno si sarebbe potuta scoprire un bel po’ di scienza giunta in cielo per via di intuizione.
Diciannove anni dopo, nel discorso commemorativo in memoria di Richard Wilhelm tenuto il 10 maggio 1930 e pubblicato nel volume tredicesimo delle sue opere complete, edite in Italia da Bollati Boringhieri, intitolato Studi sull’alchimia, Jung definì l’astrologia come la summa di tutte le conoscenze psicologiche dell’antichità, della quale lo psicologo doveva per forza di cose interessarsi, e, trentasei anni dopo la testimonianza datane a Freud, nella lettera del 6.IX.1947 indirizzata al professor Raman, che gli aveva scritto da Bangalore in India, confidò che erano più di trent’anni che se ne interessava, l’appassionava soprattutto la questione di come determinate complicazioni caratteriali potessero essere spiegate ricorrendo all’oroscopo, tanto che, in caso di diagnosi psicologiche difficili, faceva sempre redigere il tema natale del paziente, in modo da acquisire un nuovo punto di vista, ricavandone spesso una spiegazione per fatti che altrimenti non avrebbe potuto comprendere, e ne trasse quindi la conclusione che l’astrologia rivestiva un particolare interesse per gli psicologi.
Essa, proseguì Jung, si fonda su una realtà psichica di tipo empirico denominata proiezione: si tratta cioè di contenuti per così dire psichici che si ritrovano poi nelle costellazioni, da qui derivò l’idea che tali contenuti provenissero dalle stelle, con le quali invece sono semplicemente in rapporto sincronico, considerazione già espressa nella lettera inviata il 29.I.1934 al professor Baur di Zurigo, nella quale spiegò che lo studio accurato dell’inconscio mostra una strana coincidenza con il tempo, ne discende che gli antichi furono in grado di proiettare una serie di contenuti interiori, percepiti inconsciamente, nelle determinanti esterne di natura astronomica del tempo, e questo fatto è il fondamento della correlazione degli avvenimenti psichici con le determinanti cronologiche, ossia della corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo attestata oggettivamente dall’astrologia, che, nello zodiaco tropico, riconosce il quadrante di un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino.
Infine, cinquant’anni dopo la lettera indirizzata a Freud, Jung ribadì, poco prima di morire, in una conversazione intercorsa il 23 gennaio 1961 tra lui ed il diplomatico e scrittore cileno Miguel Serrano riportata nel libro Jung parla, Interviste e incontri a cura di William Mc Guire e R.F.C. Hull, edito da Adelphi, che è talmente forte la corrispondenza tra l’universo e la psiche, che potrebbe perfino darsi che le invenzioni e le idee di un tempo a tre dimensioni siano semplicemente il riflesso della nostra struttura mentale, e, dopo aver raccomandato all’ambasciatore di fare quel che gli aveva consigliato l’I Ching, perché quel libro non sbaglia mai, sentenziò che esiste senz’altro un nesso preciso tra la psiche individuale e l’universo, e che quando gli riusciva difficile classificare un paziente lo mandava a farsi fare l’oroscopo, che corrispondeva sempre al suo carattere, che poi interpretava psicologicamente.
Da queste brevi note, tratte dal suo epistolario, si comprende che Jung si interessò di astrologia perlomeno per mezzo secolo, affascinato dalla questione di come determinate complicazioni caratteriali potessero essere spiegate ricorrendo al tema natale, problematica affrontata da André Barbault nel libro Dalla psicoanalisi all’astrologia, edito da Nuovi Orizzonti, che presi in lettura il 25 gennaio 2005 nella foresta del Ribelle, nel quale l’astrologo francese accostò psicoanalisi ed astrologia, ritenendo che nel Novecento quest’ultima dovesse rivestirsi di un linguaggio psicologico, distinguendo così un determinismo psichico ed un determinismo cosmico: il cielo di nascita sarebbe il testimone del piano strutturale dell’individuo e la personalità che a quest’ultimo spetta di sviluppare nel corso della vita sarebbe conforme alla sua formula astrale, considerazione che, esposta in questi termini, ignora completamente il fondamento ontologico del carattere, racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della genitura, e del destino, rivelato nello svolgimento preordinato dei transiti planetari.
La psicoanalisi, argomentava Barbault, rivela che la psiche è spinta a realizzare il proprio destino da un dinamismo interiore, pertanto l’uomo si indirizza istintivamente verso ciò che è in lui sotto forma di immagini o simboli, perciò il suo divenire non dipende in misura così marcata dalle circostanze esterne, in quanto egli sceglie, fra le occasioni che gli si offrono, quelle più conformi alla propria natura, e questo perché nessuna forza esterna può agire stabilmente ed intensamente sull’animo senza avere la complicità di una forza interiore; carattere e destino sono dunque due aspetti di uno stesso determinismo naturale, nella vita non incontriamo altri che noi stessi, ed il destino è ineluttabile solo nella misura in cui è impossibile sfuggire a se stessi: ne consegue che l’esistenza non si compie a dispetto degli sforzi e delle aspirazioni umane, ma piuttosto a causa di questi sforzi e di queste aspirazioni, e che per l’uomo non c’è nulla di più salutare che riconoscere ed accettare questo destino interiore.
Barbault collegava poi il fenomeno psicologico dell’automatismo di ripetizione alle posizioni planetarie ed alle configurazioni astrali del tema natale, in quanto ogni pianeta, nel settore astrologico in cui si trova, si presenta come un fattore sul quale si edificano una serie indefinita di costruzioni dello stesso tipo: esso rappresenta un principio da cui si sviluppa la costante espressione di uno stato che resta invariato per tutta la vita e che si traduce in una serie di situazioni apparentemente diverse ma sostanzialmente identiche; sotto questa luce, il destino appare come una potenza evolutiva che ciascuno porta dentro di sé, da qui il termine destino interiore: a seconda che l’uomo persegua un’immagine di successo o insuccesso, fortuna o disgrazia, viene attratto in direzione di tutto ciò che è misteriosamente legato alla felicità o all’infelicità e si costruisce da sé il proprio paradiso o il proprio inferno.
Barbault, riprendendo l’ipotesi secondo la quale gli astri inclinerebbero in quanto immanenti alla natura umana, affermava, conformemente al vero, che nella carta del cielo non sono inscritti gli avvenimenti del destino, malattia, matrimonio, fortuna, viaggi e via enumerando, ma le forze profonde che li determinano e li condizionano, anche se, nella mia esperienza personale, ho riscontrato accadimenti segnati inequivocabilmente da transiti planetari eccezionali per intensità e precisione rispetto ai punti transitati, i quali, com’è noto, discendono rigidamente dalle posizioni radicali dei pianeti, essendo fissati una volta per tutte nell’atto d’esser nati, scandendo così lo svolgersi preordinato del tempo del destino individuale; l’ipotesi dell’astrologo francese riguardo il determinismo psichico appare dunque insufficiente ad illustrare la totalità del destino dell’uomo concreto, non potendo spiegare psicologicamente eventi le cui determinanti sono estranee alla sua volontà e non si sarebbero potuti produrre in alcun modo ricorrendo ad azioni consce o inconsce, essendo stabiliti da soverchianti cause esteriori.
Secondo Barbault, l’interpretazione astrologica pone l’osservatore di fronte alla configurazione di una condizione umana, sia essa una tendenza psichica, un tratto caratteriale oppure il dinamismo del comportamento, ottenuta considerando l’aspetto planetario come un rapporto ben definito che si stabilisce fra due pianeti, la cui rappresentazione tipo è data dalla Luna nelle sue differenti fasi di allontanamento dal Sole, e, solo secondariamente, dinnanzi ad un destino possibile e probabile, in quanto conseguente, essendo strettamente connesso a quell’interno umano che è la replica dell’esterno astronomico; però, e qui, per l’autore, interviene un margine di azione consapevole, più ci si innalza nella scala umana più si sfugge al determinismo cosmico, poiché questo determinismo esiste allo stato inferiore dello psichismo, nell’inconscio, alla radice degli istinti, per quanto, a livello metafisico, esso sia riconducibile all’essere, che contiene simultaneamente lo sviluppo preordinato di tutto ciò che, riversandosi nel tempo e nello spazio, dà luogo al divenire, argomento che l’astrologo francese non considera affatto.
La psicoanalisi, proseguiva Barbault, ci ha aperto gli occhi non solo su quella specie di complicità che si stabilisce fra le nostre più recondite aspirazioni e le opportunità che l’ambiente esterno ci offre, ma anche sulla contabilità della nostra economia affettiva, la quale decide tutta la gamma di soluzioni possibili, dal trionfo alla catastrofe: tutto ciò che ci capita porta infatti l’impronta caratteristica della nostra personalità; tuttavia essa ha affrontato solo in modo occasionale i problemi intersoggettivi, e quindi non è ancora in grado di darci una soluzione di insieme al problema, anche se, sulla base di un’ampia ricerca statistica e con il sostegno del calcolo delle probabilità, Michel Gauquelin è in grado di affermare che i bambini nascono, con maggiore frequenza rispetto alla media, alla levata o al culmine di quello stesso astro che si levava o culminava alla nascita del padre o della madre, per cui si può ammettere che in una certa misura le astralità dei genitori determinano i figli a subire talune avversità.
Barbault, riprendendo il concetto psicologico della proiezione, spiegava che ciò di cui non si è preso coscienza viene trasferito su un oggetto esterno ed interpretato come fatto esteriore, pur trattandosi in realtà di una condizione interna, perciò, nella misura in cui l’uomo concreto si rifiuta di riconoscere questi fattori soggettivi e li esclude dal suo mondo cosciente, essi continuano ad insinuarsi ed a frapporsi fra lui e gli oggetti che esamina, che risultano modificati dall’immagine deformante proveniente dal suo inconscio, costringendolo alla ripetizione dei suoi errori; ne discende il riconoscimento implicito dell’utilità di una mappa oggettiva del proprio carattere, racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della genitura, e della conoscenza dello sviluppo prestabilito delle tappe fondamentali dell’esistenza indicato dallo svolgimento preordinato dei transiti planetari rispetto al tema natale, dal quale discendono rigorosamente essendone lo spiegamento nel tempo, che dimostrano l’oggettività del destino.
Barbault, invece, nel libro L’astrologia e la previsione dell’avvenire, edito da Armenia, che presi in lettura il 23 settembre 2005, non concependo il destino come qualcosa di definito nella sua compiutezza ed ignorando la sostanza del tempo ed il particolare rapporto che lo lega all’eternità, di cui costituisce un’immagine come il divenire rappresenta un’immagine in movimento dell’essere in cui tutto coesiste simultaneamente in un istante eterno, dava una lettura puramente psicologica anche dei transiti planetari, i quali, stabilendo un rapporto fra la posizione di un pianeta nel circuito celeste ed un punto sensibile della carta del cielo natale, mettono in relazione l’essere con l’attuale, costituendo la condizione del passaggio attraverso il quale l’essere sbocca nel divenire: in quest’ottica il pianeta transitato rappresenta una tendenza che si esprime attivamente o passivamente, passando dallo stato latente allo stato manifesto, come se uscisse da una pausa o si risvegliasse, trasformando così quel che sei in quel che divieni.
Si verifica perciò l’attualizzazione di una potenzialità della natura intrinseca dell’essere che diviene oggetto di attivazione o di riattivazione di una corrente interiore, che si manifesta comunemente, a livello elementare di un potenziale inferiore, sotto l’aspetto di uno stato d’animo, un sentimento si anima e contraddistingue il clima, o di uno stato di coscienza, un pensiero contribuisce a tonalizzare l’umore, anche se la cosa più frequente è un insieme dell’uno e dell’altro che viene vissuto sotto forma di emotività cerebralizzata, ma, fintantoché si esprime in tal modo, la tendenza resta contenuta; ad un livello più elevato, però, questo fermento interiore sfocia nell’atto, per cui il soggetto tende a manifestare attivamente questo stato onde soddisfare positivamente il bisogno sorto dentro di lui.
Soltanto ad un livello superiore, e qui l’autore francese non spiega come ciò avvenga, in cui il transito prende una certa corposità, l’attivazione della tendenza comporta un evento, generando una data situazione o un avvenimento propriamente detto, ossia un accadimento non dipendente da azioni consce o inconsce dell’uomo concreto, che, per così dire, lo vive come assolutamente esterno, come il clima che si trova a vivere ogni giorno, pioggia o bel tempo, freddo o caldo, non dipende in alcun modo dalla sua volontà, dimostrando l’insufficienza dell’interpretazione puramente psicologica del tema natale e dei transiti planetari; Barbault precisava poi, sotto il profilo tecnico, che, dato che quanto accade ad ogni uomo in un qualsiasi momento della sua esistenza è conforme alla sua natura, e proviene da lui stesso, l’azione di un pianeta nel suo transito non può differire da quella di nascita.
Tradotto in termini più comprensibili, il pianeta transitante assume, nell’interpretazione astrologica, lo stesso significato che ha nel tema natale, governando una o più case e trovandosi in una di esse, e poiché ogni avvenimento dell’esistenza è espressione di una composizione originale in cui interviene una data formula, il fenomeno del transito planetario è tanto più importante quanto più si accresce la concomitanza dei suoi partecipanti, sia per il numero dei pianeti transitanti sia per quello dei punti sensibili transitati: più è grande il connubio dell’uomo con il cielo, più è alta l’onda di Universo che lo sostiene; per Barbault, dunque, la previsione astrologica è essenzialmente una previsione psicologica insieme ad una psicologia previsiva, punto di vista che rinuncia fatalmente a spiegare la dimensione destinica degli eventi.
Il fatto che si possano individuare i periodi in cui si verificheranno eventi futuri di una data specie, con tanta più precisione quanto più è stato sviscerato il passato dell’uomo concreto mediante lo studio dei transiti planetari rispetto ai medesimi punti sensibili transitati del suo tema natale, scoprendone così il comportamento effettivo ogni qual volta vengono sottoposti a sollecitazione, attesta invece la realtà del destino, inteso letteralmente come lo sviluppo prestabilito delle tappe fondamentali dell’esistenza, riconoscibile nella corrispondenza tra eventi esteriori ed interiori e moto preordinato dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, che dimostra altresì che il tempo scorre come un fiume lungo un alveo predeterminato portando con sé l’insieme concorde degli eventi fisici e psichici dell’esistenza, ma questo Barbault, con la sua interpretazione puramente psicologica dell’astrologia, non può considerarlo.
L’autore francese affermava infine che ogni previsione è informazione, ed ogni informazione servizio, perciò il miglior passaporto per superare una prova è quello di avere un destino, di vivere per uno scopo superiore o di mettersi al riparo nella fede, e l’astrologo deve aiutare coloro che gli si rivolgono a scoprire questo genere di risorse attraverso un approccio che punti a provocare una luce nuova, ma per farlo occorrerebbe disporre di un quadro generale oggettivo dell’esistenza nel quale inserire l’uomo concreto, conferendo senso alla sua vita, cosa che Barbault, con il suo razionalismo, rinuncia a fare, in quanto la sua concezione dell’astrologia fornisce soltanto la chiave di lettura del destino interiore, mancando di spiegare quegli accadimenti che, pur fondamentali nell’esistenza umana, non dipendono in alcun modo dalla volontà conscia o inconscia di chi li vive, limitandone così la portata conoscitiva.
Considerando invece che l’astrologia ricollega oggettivamente l’uomo concreto ad un principio di ordine universale, la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, ed il particolare rapporto evidenziato dalla metafisica tra essere e divenire, per il quale ogni cosa coesiste simultaneamente nell’essere in un istante eterno e si svolge diacronicamente nel divenire precipitando nel tempo, che ha natura di un flusso continuo che scorre come un fiume lungo un alveo prestabilito portando con sé l’insieme concorde degli eventi fisici e psichici dell’esistenza, la cui mutevole qualità si disvela nell’interpretazione astrologica del moto preordinato dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, sistema convenzionale di misurazione del tempo e quadrante di un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino, la sua esistenza acquista allora una chiarezza cristallina, trovando la sua collocazione naturale nel cosmo e la definizione oggettiva del compito per cui è nato.
Nell’essere, infatti, esiste, già perfettamente compiuto in un’immagine eterna, lo svolgimento prestabilito dell’esistenza dell’uomo concreto, il quale, non essendo egli causa sufficiente di se stesso, in quanto non si è creato da solo, agisce sempre secondo il proprio carattere, che non si è dato da sé ma lo determina in maniera incoercibile, racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della sua genitura, immagine archetipica del dovere assegnatogli dall’essere, che rivela inoltre la qualità della sua nascita ed il compito che gli sta fitto nel cuore, mentre lo studio dei transiti planetari, che discendono rigidamente dalle posizioni radicali dei pianeti, illustra lo sviluppo prestabilito delle tappe fondamentali della sua esistenza, ossia il modo in cui si svolge effettivamente il suo destino, avvolgendolo così in un quadro generale oggettivo dell’esistenza che conferisce senso al suo esserci nel mondo e, rispecchiando l’ordine armonioso del cielo, l’aiuta ad orientarsi nel caos apparente che lo circonda.
In quest’ottica, il grafico astrologico della genitura rappresenta un mandala personale, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita, simbolo della totalità psichica, supporto oggettivo per la meditazione su se stessi che consente dapprima di riconoscere le singole componenti del carattere nelle configurazioni planetarie che lo compongono, dopodiché, scavando dentro di sé per mezzo dell’acquisita consapevolezza, di sviscerare le zone d’ombra del proprio essere, per aderire così al disegno complessivo rappresentato in esso, e, infine, dopo aver ricostruito la propria biografia ed averla messa in relazione con i transiti planetari del passato, di attuare consapevolmente il proprio destino, delineato nello sviluppo preordinato dei transiti planetari rispetto al tema natale, che illustrano la sequenza prestabilita dei climi futuri della propria vita.
Riconosciuta la configurazione astrologica che indica il punto dolente dell’esistenza, vedendola in azione ogni qual volta venga stimolata da transiti planetari, si possono erigere difese tali da impedire la ripetizione di comportamenti nocivi e migliorare la propria vita, sconfiggendo così i fenomeni psicologici della proiezione e dell’automatismo di ripetizione; conoscendo il proprio tema natale, sentendone la corrispondenza delle singole componenti con le proprie azioni e reazioni, è possibile, determinando in anticipo, mediante lo studio dei transiti planetari, i periodi più insidiosi per la propria sicurezza, erigere difese adeguate contro i pericoli derivanti da cedimenti interiori riguardo i propri punti deboli, com’è accaduto a me con le mie illusioni associative e come accade a chiunque si riconosca in esso, sappia leggere la qualità del tempo e ne tragga insegnamenti utili per stabilire come comportarsi.
L’astrologia, dunque, oltre a far riconoscere se stessi nel proprio tema natale, per raggiungere così un livello più elevato di consapevolezza, consente, per quel che riguarda il fluire del tempo, di individuare i periodi favorevoli o sfavorevoli dell’esistenza, coniugando necessità cosmica e decisione umana, quanto di esterno è già stabilito che accada ed il modo in cui l’uomo concreto reagisce agli eventi, per alzare la guardia quando è in gioco la propria incolumità; emerge allora l’utilità dell’interpretazione psicologica datane da Barbault: se conosco me stesso e le mie debolezze, e so che vivrò giorni nei quali potrei cedere, come ho ceduto in passato guastandomi l’esistenza, allora posso elevare l’attenzione ed erigere difese contro me stesso e le mie tendenze nocive, mentre per quel che riguarda gli accadimenti esterni, totalmente indipendenti dalla mia volontà conscia o inconscia, essa, riscontrandoli oggettivamente nella corrispondenza sincronica con transiti planetari eccezionali, attesta la realtà del destino.
Inquadrata la propria esistenza nello svolgersi qualitativamente preordinato del tempo, illustrato oggettivamente dal moto prestabilito dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, quadrante di un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino, riconosciuta la corrispondenza degli eventi fondamentali della propria vita con i transiti planetari rispetto ai medesimi punti sensibili transitati, si può vivere in base alla conoscenza della qualità del tempo presente e futura, seguendo così il libretto di istruzioni personale rappresentato dal grafico astrologico della genitura, che, fissato una volta per tutte nell’atto d’esser nati, come lo sono i transiti planetari che ne discendono rigidamente, essendone lo sviluppo progressivo nel tempo, consente di agire secondo l’insegnamento esposto nella Bhagavadgītā, nella quale sono illustrate la nozione indù del dharma e l’azione svolta senza tenerne in conto i frutti.
Il grafico astrologico della genitura rappresenta dunque un autentico mandala personale, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita, supporto oggettivo per la meditazione su se stessi e sul proprio destino, figura archetipica composta dal cerchio e dal quadrato (o dalla croce), che Jung, oltre a riscontrarne la presenza in ogni cultura, constatò sorgere spontaneamente nei casi di disgregazione della personalità, presentandosi come un fattore unificante, centro a partire dal quale ricostruirla secondo il proprio disegno interiore; il mandala, termine che in sanscrito significa cerchio magico, simboleggia infatti il centro, la meta ed il Sé come totalità psichica, costituendo l’autorappresentazione di un processo centripeto, della creazione di un nuovo centro della personalità a partire dalla dispersione del soggetto.
Secondo l’esperienza professionale di Jung, il mandala sorge per lo più in situazioni caratterizzate da disorientamento e perplessità, e l’archetipo che ne è costellato rappresenta uno schema ordinatore che si sovrappone al caos psichico come una trama psicologica, rispettivamente come un cerchio suddiviso in quattro, grazie al quale ogni contenuto riceve il proprio posto ed il tutto che tende a dissolversi nell’indefinito mantiene la sua coesione mediante la circonferenza che lo custodisce e lo protegge, testimonianza che acquista maggior valore se si considera che proviene non tanto da uno scienziato, quanto da uomo che, nella sua autobiografia Ricordi, Sogni, Riflessioni raccolti ed editi da Aniela Jaffé, pubblicata da BUR saggi, affermava: “La mia vita è la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio”, in quanto egli viveva concretamente le proprie scoperte, soprattutto quelle relative agli studi sull’alchimia.
E difatti, nell’introduzione al testo alchemico cinese Il segreto del fiore d’oro, contenuto nel volume tredicesimo delle sue opere complete, intitolato Studi sull’alchimia, Jung spiegava di aver imboccato una nuova via, nell’ambito delle pratiche di guarigione, ricorrendo a discipline poste al di fuori del paradigma corrente, quali l’alchimia, che, nel processo di trasmutazione dei metalli, illustra simbolicamente come ottenere un mutamento interiore e realizzare la Grande Opera, avendo spesso constatato quanto facilmente alcuni individui riuscivano a superare un problema nel quale altri fallivano completamente, e questo superamento risultava, se ne accorse poi, da un innalzamento del livello della coscienza: quando, cioè, nell’orizzonte del paziente compariva un qualsiasi interesse più elevato e più ampio, il problema insolubile perdeva tutta la sua urgenza; non veniva risolto in modo logico, ma sbiadiva di fronte ad un nuovo e più forte orientamento dell’esistenza, e neppure veniva rimosso e reso inconscio, ma appariva semplicemente sotto un’altra luce, diventando così realmente diverso.
Il paziente riusciva a superare se stesso grazie a potenzialità a lui sconosciute, e Jung, interrogandosi su cosa avesse fatto per provocare tale processo risolutivo, citando la nozione taoista del wu wei, l’azione nella non-azione, concludeva che non aveva fatto proprio niente, aveva semplicemente lasciato accadere, come insegnava il maestro Lao-tze, poiché, se non si abbandonano le proprie occupazioni abituali, la luce circola secondo le sue leggi, e, come ammoniva il vecchio saggio: « Se ci capitano degli affari, dobbiamo accettarli; se ci attendono cose, dobbiamo conoscerle a fondo »; il lasciare agire, il fare nel non-fare, l’abbandonarsi del Maestro Eckhart diventò allora, per lo psicologo svizzero, la chiave che dischiude la porta verso la via: bisogna essere psichicamente in grado di lasciare accadere, questa è un’arte che quasi nessuno conosce, perché la coscienza interviene continuamente ad aiutare, correggere e negare, e non è capace di lasciare che il processo psichico si svolga indisturbato.
Nell’osservare il processo di sviluppo dei pazienti che tacitamente, quasi senza rendersene conto, erano riusciti a superare se stessi, Jung constatò che i loro destini avevano tutti un elemento comune, in quanto il nuovo giungeva loro dalla sfera delle potenzialità nascoste, o dall’esterno o dall’interno, ed essi l’accettavano e crescevano con il suo aiuto, e gli parve tipico che gli uni lo ricevessero dall’esterno e gli altri dall’interno, o meglio che agli uni esso si sviluppasse dall’esterno ed agli altri dall’interno, pur non essendo mai il nuovo una cosa soltanto esterna o soltanto interna: se proveniva da fuori, diventava una profonda esperienza interiore, se invece proveniva dall’interno si trasformava in un evento esterno, però in nessun caso era stato procurato intenzionalmente e consciamente, ma sembrava piuttosto essere generato dal fluire del tempo, come il mio incontro con l’astrologia, avvenuto nell’anno 2000, punto di svolta della mia esistenza.
A questo punto, proseguiva Jung, le vie percorse dai due tipi menzionati prima parevano dividersi; entrambi avevano imparato ad accettare ciò che capitava loro, ed il rovesciamento della loro natura comportava un ampliamento, un’elevazione ed un arricchimento della personalità, purché venissero conservati i valori precedenti, a patto che non fossero delle semplici illusioni, ma la via non è priva di pericoli, ogni bene ha un prezzo, e lo sviluppo della personalità è tra le cose più preziose, si tratta di dire di sì a se stessi, di porsi dinanzi a se stessi come il compito più grave, un compito che richiede un impegno totale, ma mentre il cinese può appellarsi all’autorità di tutta la sua cultura, e, se si incammina sulla lunga via, compie la migliore tra le cose che potrebbe fare, l’occidentale che voglia veramente imboccare questa via ha invece contro di sé ogni autorità intellettuale, morale e religiosa, e, considerato che l’accedere ad una coscienza superiore ci priva di ogni copertura e di ogni sicurezza, l’individuo deve impegnarsi totalmente, in quanto solo in virtù della sua integrità può procedere oltre, e soltanto la sua integrità può essergli garanzia che la sua vita non si tramuti in un’avventura assurda.
Per Jung il principio di individuazione, consistente essenzialmente nel differenziarsi dalla massa per seguire la propria legge interiore, processo che crea un “individuo” psicologico, vale a dire un’unità separata ed indivisibile capace di diventare se stessa e di realizzare il proprio Sé, e, oltrepassando l’angusto orizzonte scientifico, se possiede le capacità intellettive, di forzare il passo al guardiano della soglia per divenire come l’essere, per identificazione tra soggetto conoscente ed oggetto conosciuto ottenuta mediante l’intuizione intellettuale, organo della conoscenza metafisica, costituiva un’esperienza concreta, e difatti, nel saggio Il divenire della personalità, contenuto nel volume diciassettesimo delle sue opere complete, intitolato Lo sviluppo della personalità, che, originariamente, costituiva il testo di una conferenza intitolata Die Stimme des Inners (La voce interiore), tenuta nel novembre 1932 al Kulturbund di Vienna, lo psicologo svizzero se ne occupò estesamente, intendendolo come il fine supremo dell’esistenza.
In quel saggio, che si apriva con la considerazione che, allora, sembrava che il fine ultimo ed il supremo desiderio di ognuno fosse sviluppare quella totalità della natura umana che si definisce personalità, tanto che educare alla personalità era diventato un ideale pedagogico alla moda, contrapposto a quello dell’uomo-massa o uomo-medio standardizzato richiesto dalla generale massificazione, Jung ricordava che, secondo una giusta valutazione del dato storico, le grandi gesta di riscatto della storia del mondo hanno avuto costantemente origine da personalità eminenti, e mai dalla massa inerte e sempre subordinata, che anche per il minimo gesto ha bisogno del demagogo, e, polemizzando contro l’abuso di pedagogia, spiegava che ciò che comunemente si intende con personalità è una totalità psichica definita, salda e vigorosa, e che senza fermezza, integrità e maturità non si rivela personalità alcuna: tale arduo compito, pertanto, può riguardare gli adulti, non i bambini.
Nessuno può aiutare ad acquisire una personalità se non la possiede egli stesso, ma per riuscirvi è necessaria una vita intera, in tutti i suoi aspetti biologici, sociali e psicologici, in quanto essa è la suprema realizzazione dell’indole innata al singolo essere vivente, è l’atto di supremo coraggio di fronte alla vita, l’affermazione assoluta dell’essere individuale ed il più riuscito adattamento alle condizioni universali dell’esistenza, unito alla maggiore libertà possibile di autodeterminazione: educare qualcuno a questo non è cosa da poco; oltretutto la personalità si sviluppa nel corso della vita da tendenze in nuce che è difficile o addirittura impossibile decifrare, e solo le nostre azioni riveleranno chi siamo: dapprima non sappiamo quali atti o misfatti, quale destino, quale bene e quale male sia racchiuso in noi, soltanto l’autunno mostrerà cosa ha generato la primavera, e solo a sera si vedrà cosa ha inaugurato il mattino.
Lo sviluppo della personalità non ubbidisce a nessun desiderio, a nessun ordine, a nessuna considerazione, ma solo alla necessità, gli è infatti indispensabile la spinta motivante di eventi interni o esterni; lo sviluppo della personalità, dalle sue tendenze in nuce fino alla completa consapevolezza, è al tempo stesso un dono ed una disgrazia: la sua prima conseguenza è il consapevole ed inevitabile distacco dell’individuo dalla dimensione indifferenziata ed inconsapevole della massa, e ciò significa patire un isolamento che neppure il più riuscito adattamento, né il più felice inserimento nel proprio ambiente, né la famiglia, né la società, né la posizione possono evitare: lo sviluppo della personalità è una fortuna che si può pagare solo a caro prezzo, chi ne parla a sproposito pensa pochissimo alle sue conseguenze, che bastano a destare il più profondo sgomento in spiriti indubbiamente più deboli.
Sviluppo della personalità significa fedeltà alla propria legge, bisogna dunque avere fiducia in essa, provare per essa una leale perseveranza ed una fiduciosa speranza; la personalità non può mai svilupparsi senza che l’individuo scelga, coscientemente e con una decisione morale consapevole, di seguire la propria strada, perciò non solo la motivazione causale, cioè la necessità, ma anche la decisione morale consapevole deve dare il proprio impulso: senza la necessità, il cosiddetto sviluppo sarebbe una pura e semplice acrobazia della volontà, senza la decisione consapevole, lo sviluppo finirebbe per arenarsi in un ottuso, inconsapevole automatismo, ma si può decidere intimamente di seguire la propria strada solo quando la si ritenga la migliore, le altre strade essendo rappresentate dalle convenzioni di natura morale, sociale, politica, filosofica e religiosa, che dimostrano che la stragrande maggioranza degli uomini sceglie di seguire un metodo, e quindi una dimensione collettiva, a spese della propria interezza.
Le convenzioni sono una necessità collettiva, un espediente, non un ideale in senso etico e religioso: accettarle significa sempre rinunciare alla propria integrità e sfuggire alle conseguenze ultime del proprio essere; sviluppare la propria personalità, pertanto, è un’impresa impopolare che dal di fuori sembra un irritante rifiuto della strada maestra, un’eccentricità da eremiti, non c’è da meravigliarsi perciò che fin dai tempi più remoti solo pochi si siano votati a questa straordinaria avventura: se fossero stati tutti pazzi potremmo liquidarli come idiotai, come menti particolari che esulano dall’ambito del nostro interesse, sfortunatamente, però, in genere le personalità sono degli eroi leggendari dell’umanità, ammirati, amati, venerati, la vera prole divina, il cui nome dura in eterno, i fiori ed i frutti, i semi fecondi dell’albero dell’umanità, e questo accenno alle personalità storiche è sufficiente a chiarire perché lo sviluppo della personalità è un ideale, e perché l’accusa di individualismo è un’ingiuria.
La grandezza delle personalità storiche non è mai consistita nella loro incondizionata sottomissione alle convenzioni, ma al contrario nella loro capacità di affrancarsi dalle convenzioni; esse si sono stagliate come vette al di sopra della massa, che si aggrappava a paure, convenzioni, leggi e metodi collettivi, hanno scelto la propria strada ed all’uomo comune è sempre parso sorprendente che a vie già battute e con destinazioni note qualcuno sia destinato a preferire un sentiero erto e stretto che conduce verso l’ignoto, perciò si è sempre ritenuto che un individuo del genere, se non è matto, sia posseduto da un demone o da un dio, perché questo evento prodigioso, il fatto che un uomo sia capace di agire altrimenti da come ha sempre agito l’umanità, poteva essere spiegato solo con il dono di un potere demoniaco o di uno spirito divino: chi altro poteva in fondo controbilanciare il peso schiacciante dell’umanità intera e dell’eterna abitudine se non un dio?
Questo dimostra che per l’uomo comune la personalità d’eccezione costituisce sempre un fenomeno soprannaturale, e difatti quel che fa pendere inesorabilmente la bilancia a favore dell’inconsueto è ciò che comunemente si definisce vocazione, un fattore irrazionale che, fatalmente, spinge ad emanciparsi dalla massa e dalle strade già battute: la personalità autentica ha sempre una vocazione, ed ha fede, ha fiducia (pistis) in lei come in un dio, benché, come direbbe l’uomo comune, sia soltanto un suo modo di sentire; questa vocazione tuttavia opera come una legge divina cui non c’è deroga, ed il fatto che moltissimi, seguendo la propria strada, finiscano in rovina, non significa nulla per chi ha una vocazione: egli deve ubbidire alla propria legge come se fosse un demone a suggerirgli nuove straordinarie strade, perché chi ha una vocazione sente la voce della sua interiorità, è chiamato, perciò la tradizione vuole che egli abbia un proprio demone, da cui riceve consiglio ed ai cui ordini deve ubbidire.
Solo chi è in grado di assentire consapevolmente alla forza della vocazione che gli si fa incontro dal suo più intimo essere diventa una personalità, chi invece le soggiace diventa preda del cieco corso degli eventi e ne viene annientato, ed è proprio questo il tratto grandioso e liberatorio di ogni personalità autentica, decidere spontaneamente di consacrarsi alla propria vocazione e tradurre consapevolmente nella propria realtà individuale ciò che, vissuto inconsapevolmente dal gruppo, porterebbe solo alla rovina; l’uomo che, tradendo la propria legge, non sviluppa la personalità, si è lasciato sfuggire il senso della propria vita, ma la natura, fortunatamente, benevola ed indulgente, alla maggior parte degli uomini non ha mai messo in bocca la fatale domanda sul senso della loro vita, e quando nessuno domanda non occorre che qualcuno risponda.
Così come la grande personalità influisce sulla società e la libera, la redime, la trasforma e la rigenera, anche la nascita della propria personalità ha un effetto terapeutico sull’individuo; la voce interiore porta alla coscienza il male che affligge il tutto, cioè il popolo cui apparteniamo o l’umanità di cui siamo parte, ma presenta questo male in forma individuale, sicché in un primo momento si potrebbe pensare che tutto questo male sia solo una caratteristica dell’individuo: per farci cadere in tentazione la voce interiore ci mostra il male in modo allettante e suasivo, e se non gli si cede neppure in parte nulla di questo male apparente entra dentro di noi, ma non può esserci neppure alcun rinnovamento, né alcuna rigenerazione, se invece l’Io ubbidisce totalmente alla voce interiore allora i suoi contenuti agiscono come se fossero altrettanti demoni e succede una catastrofe.
Soltanto se l’Io ubbidisce solo parzialmente, ed è in grado di affermare se stesso evitando di essere completamente fagocitato, allora può rendere propria la voce, e ne risulterà che il male era solo apparentemente tale, mentre in realtà reca salute ed illuminazione, e ciò si spiega con il fatto che il carattere della voce interiore è luciferino nel senso più proprio e più inequivocabile del termine, perciò pone l’uomo davanti alle decisioni morali ultime, senza le quali non potrebbe mai giungere alla coscienza di sé ed acquisire la personalità; nella voce interiore l’infimo ed il sommo, l’eccelso e l’abietto, verità e menzogna spesso si mescolano imperscrutabilmente, aprendo in noi un abisso di confusione, smarrimento e disperazione, ecco perché ci sono epoche nella storia del mondo in cui il bene deve tramontare, ed ecco perché ciò che è destinato a diventare il meglio appare dapprima un male.
La problematica della voce interiore è piena di insidie segrete, è un terreno estremamente pericoloso e sdrucciolevole, proprio com’è pericolosa ed incerta la vita stessa quando abbandoni i binari consueti, ma chi non è disposto a perdere la propria vita non saprà neppure conquistarsela: lo sviluppo della personalità è un azzardo, ed è tragico che proprio il demone della voce interiore sia al tempo stesso il pericolo estremo e l’aiuto indispensabile, è tragico ma logico, è nella natura delle cose che sia così; la strada che si cela dentro di noi è come un elemento vivente della psiche, che la filosofia classica cinese chiama Tao e paragona ad un corso d’acqua che scorre inesorabilmente verso la propria meta: essere nel Tao significa compimento, integrità, vocazione pienamente realizzata, principio e fine, e completa realizzazione del significato dell’esistenza intrinseco a tutte le cose: la personalità è il Tao.
Teorizzando il principio di individuazione, esponendo le linee guida del divenire della personalità, Jung poneva l’uomo di fronte ad un abisso: rifiutare il richiamo della propria voce interiore, rimanendo confuso nella massa e vivendo la frustrazione di non essere riuscito a realizzarsi compiutamente, oppure assecondarlo rischiando di perdersi, in quanto il percorso prospettato, oltre ad essere arduo, appariva privo di guida, essendo il daimon, o demone interiore, esso stesso fonte di pericolo; avrebbe potuto soccorrerlo con l’astrologia, ma, per quanto lo stregone svizzero facesse erigere l’oroscopo dei pazienti dei quali gli riusciva difficile fare una diagnosi, che poi interpretava in senso psicologico, non essendo un astrologo, e non disponendo di un quadro generale dell’esistenza in grado di inquadrare l’uomo concreto in un disegno di proporzioni cosmiche capace di sfatarne il nichilismo, non poteva aiutarlo nel cammino che porta all’individuazione, non conoscendone in anticipo il tracciato ed i periodi più pericolosi.
Nonostante il mezzo secolo di familiarità con l’astrologia documentato dal suo epistolario, Jung, se riuscì a vedere nel grafico astrologico della genitura la mappa oggettiva del carattere, non conoscendo la sostanza del tempo ed il particolare rapporto che lo lega all’eternità, di cui costituisce un’immagine come il divenire rappresenta un’immagine in movimento dell’essere in cui tutto coesiste simultaneamente in un istante eterno, mancò di coglierne il ricollegamento metafisico con l’essere, e, nello sviluppo preordinato delle tappe fondamentali dell’esistenza, quello con il divenire, ossia con il destino individuato determinando la qualità del tempo passata, presente e futura mediante lo studio dei transiti planetari, pertanto non poté afferrare la chiave del destino che apre lo scrigno della conoscenza della propria personalità, dei lati luminosi e delle zone d’ombra sulle quali lavorare per esprimere pienamente se stessi e realizzare il compito per cui si è nati; egli, dunque, muoveva alla cieca.

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Info Domenico Coluccio
Domenico Coluccio, astrologo e scrittore – Roma

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