La testa del drago

Yama, divinità della morte, regge con la bocca, con le mani e con i piedi la Ruota della Vita (Bhavachakra), con i sei regni nei quali gli esseri senzienti trasmigrano incessantemente mossi da avidità, odio ed ignoranza, rappresentati rispettivamente dal gallo, dal serpente e dal maiale posti nel suo centro e responsabili del ciclo continuo delle nascite e delle morti

Yama, divinità della morte, regge con la bocca, con le mani e con i piedi la Ruota della Vita (Bhavachakra), con i sei regni nei quali gli esseri senzienti trasmigrano incessantemente mossi da avidità, odio ed ignoranza, rappresentati rispettivamente dal gallo, dal serpente e dal maiale posti nel suo centro e responsabili del ciclo continuo delle nascite e delle morti

Nel giugno 2001, mentre Saturno si approssimava ad entrare nella II casa natale, privandomi dei valori materiali ed obbligandomi a trovare il senso della mia esistenza in una visione del mondo che implicasse la dimensione trascendente, negli anni in cui andava maturando l’angoscia esistenziale che, senza che potessi ipotizzarne l’esito, pur avvertendo il distacco dal sistema di vita burocratico ed omologante fondato su scuola e lavoro, mi avrebbe portato ad abbandonare tutto per seguire soltanto me stesso, quando, nel pieno delle mie illusioni associative, mi ostinavo ancora a credere che i massoni fossero degli iniziati autentici, il maestro venerabile della loggia che mi iniziò alla libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, un grande iniziato del Rito Scozzese Antico ed Accettato, levando ieraticamente al cielo il sacro indice mi disse, dall’alto della sua stazza corpulenta e dei suoi capelli bianchi, che, oltre alla consueta paccottiglia libraria di fine Ottocento della quale si nutrono i carissimi fratelli liberi muratori, avrei dovuto leggere il libro egiziano dei morti, ma io, un po’ per diffidenza nei suoi confronti, un po’ perché G. mi confidò di aver letto, anni addietro, il libro tibetano dei morti, recatomi in una libreria acquistai questo testo e lo lessi, traendone un mutamento di orientamento interiore che, allora, non potevo immaginare dove mi avrebbe portato.
Contrariamente al suggerimento bibliografico del mio maestro venerabile acquistai dunque una copia del Bardo Thodol, noto in Occidente con la titolazione errata de Il libro tibetano dei morti, mentre in Tibet è conosciuto come Il grande libro della liberazione naturale attraverso la comprensione nello stato intermedio, scritto nell’VIII-IX secolo d.C. da Padma Sambhava e scoperto nel XIV secolo d.C. dal noto scopritore di tesori Karma Lingpa, nella versione tradotta dal tibetano da Robert A.F. Thurman, pubblicato da Corbaccio in edizione economica nella collana Mandala con una prefazione del Dalai Lama, il quale spiegava agli occidentali che i tibetani, pur essendo rinomati per la loro spiritualità, si ritengono persone molto concrete e realiste, perciò considerano l’analisi e lo studio sistematico del processo umano di morte come una prudente e concreta preparazione a ciò che è inevitabile, e difatti questo libro rappresenta un manuale di istruzioni utile a coloro che stanno affrontando la loro fine, e, ovviamente, ai loro cari che vogliono aiutarli nel momento del trapasso, in quanto descrive un processo estremamente reale attraverso cui tutti gli uomini sono destinati a passare dopo il decesso e prima della vita successiva, ossia il passaggio nei tre stati intermedi del processo di morte e rinascita.
Allora, un anno dopo l’incidente automobilistico dal quale uscii miracolosamente indenne e che segnò l’inizio della mia seconda esistenza, tanto da costituire l’oggetto del capitolo primo della mia autobiografia in chiave astrologica, ero particolarmente sensibile al tema della morte, essendo l’iniziazione una morte simbolica rispetto al mondo profano seguita da una rinascita alla vita iniziatica, perciò lessi con molto interesse la parte introduttiva curata da Robert Thurman, il quale, dopo aver illustrato l’origine storica della civiltà spirituale tibetana, minacciata di estinzione dal genocidio umano e culturale perpetrato da oltre sessant’anni dai comunisti cinesi, che invasero il Tibet nel lontano 1950 reclamandone il possesso, spiegava, relativamente al titolo dell’opera, che i tibetani distinguono sei stati intermedi: l’intervallo fra la nascita e la morte (« stato intermedio della vita »), fra il sonno e la veglia (« stato intermedio del sonno »), fra la veglia e l’assorbimento profondo (« stato intermedio dell’assorbimento profondo »), ed i tre stati intermedi durante il processo morte-rinascita (stato intermedio del « punto di morte », stato intermedio della « realtà » e stato intermedio dell’« esistenza »).
Secondo l’arte tibetana del morire lo stato intermedio, periodo di transizione dalla morte ad una nuova nascita, è il momento migliore per influenzare positivamente il processo causale dell’evoluzione, in quanto, durante questa fase cruciale, l’impulso evolutivo, ossia il karma, è temporaneamente fluido, così, avendo coscienza di essere morto e sapendo cosa sta attraversando, il defunto può guadagnare, o perdere, molto terreno; i tibetani ne sono estremamente consapevoli, perciò considerano il Libro della liberazione naturale alla stregua di un vero e proprio tesoro, una guida al miglioramento del proprio destino, poiché, dimostrandosi vigili durante questo stadio del processo, possono ottenere la liberazione oppure influenzare al meglio la nuova nascita, e, come supporto visivo, ricorrono alla Ruota della Vita (Bhavachakra), che si trova frequentemente in Tibet ed altrove nel mondo buddhista, spesso dipinta sui muri dei templi, che raffigura l’iconografia dei sei regni della trasmigrazione, rappresentando l’esperienza concreta del trapassato, il quale vola fra le fauci di Yama, divinità della morte, che la tiene con la bocca, con le mani e con i piedi, per poi prendere la posizione che gli spetta in virtù del proprio karma.
Il libro della liberazione naturale, raccolta di indicazioni sul percorso da affrontare da leggere ad alta voce all’indirizzo del defunto, che si presume stia vagando, disorientato dal trapasso, nei pressi del suo cadavere, presuppone dunque il contesto cosmologico rappresentato dalla Ruota della Vita quale scenario del viaggio attraverso lo stato intermedio, figura composta da quattro cerchi concentrici elaborata allo scopo di illustrare visivamente le intuizioni spirituali che descrivono il ciclo continuo delle morti e delle nascite, che, nel cerchio interno, il mozzo attorno al quale si sviluppa il movimento, contiene i tre veleni, rappresentati dal gallo, dal serpente e dal maiale, i quali simboleggiano rispettivamente l’avidità, l’odio e l’ignoranza, che corrompono l’uomo interiormente dando luogo all’incessante ciclo di nascita, morte e rinascita, e, nel secondo cerchio, diviso in due metà, mostra, nella parte bianca, degli uomini che raggiungono la liberazione ed escono dal ciclo di nascita e morte, seguendo un filo bianco che li conduce fuori dalla necessità nella terra dei Buddha, mentre nella metà nera altri uomini precipitano nei regni infernali, tormentati da spiriti maligni.
Nel terzo cerchio, suddiviso in sei parti ricche di personaggi e cose reali o fantastiche e di paesaggi idilliaci o terrificanti, sono rappresentati i sei regni di esistenza condizionata come li concepisce la cosmologia buddhista, ossia le sei condizioni principali frutto della percezione degli esseri senzienti, e, di conseguenza, prodotto del loro karma, domini che hanno in comune l’esperienza della sofferenza e della morte, simboleggiata da Yama, come anche le cause del ciclo del dolore, rappresentate simbolicamente dai tre animali collocati al centro della raffigurazione, là dove il movimento ha origine, e difatti la Ruota della Vita è una rappresentazione turbinosa del vortice della vita, il samsāra, nel quale tutti gli esseri senzienti sono condannati a migrare incessantemente fin quando l’odio, l’avidità e l’ignoranza non si dissolveranno definitivamente dalle loro menti, soltanto allora conseguiranno la liberazione, il nirvāna, ed Il libro della liberazione naturale fornisce indicazioni precise sul cammino da seguire per rinascere in una condizione superiore ed evitare le forme di vita negative.
Nella parte inferiore della ruota, che raffigura i piani di esistenza orrendi, ci sono i regni infernale, dei preta e degli animali, corrispondenti alle condizioni dipendenti dall’odio, dall’avidità e dall’ignoranza: i regni infernali, con otto inferni caldi, otto inferni freddi, otto inferni che schiacciano ed otto inferni che tagliano, si ispirano direttamente alle esperienze del caldo, del freddo, della compressione e della dissezione, e sono il prodotto di azioni negative causate prevalentemente dall’odio; il regno dei preta, o spiriti affamati, creature affamate ed assetate avvinte da uno stato mentale di estrema frustrazione, le quali hanno stomaci giganteschi, gole lunghe chilometri e strette come uno spillo, e quando trovano qualcosa che assomigli a del cibo, ingerendolo, provano un irresistibile bruciore, sono l’incarnazione della fame, della sete, della brama e della frustrazione, e devono la loro condizione all’accrescersi dell’avidità; il regno animale, le cui creature soffrono per la relativa mancanza di intelligenza e per la limitata capacità conoscitiva, è il prodotto della stratificazione dell’ignoranza, della follia o della stupidità.
Nella parte superiore della ruota, invece, si trovano i regni degli uomini, degli asura e degli dèi: il regno degli uomini, che incarnano ogni tipo di negatività, pur essendo liberi dagli eccessi di odio, avidità ed ignoranza che vincolano gli esseri infernali, i preta e gli animali, essendo la forma umana non soltanto il prodotto di questi aspetti negativi, ma anche dei loro contrari, pazienza, generosità e sensibilità intelligente, li pone nella condizione di essere liberi dall’essere guidati involontariamente da reazioni istintive, e di avere l’opportunità di usare tale libertà con intelligenza e sensibilità per realizzare la libertà suprema e la felicità duratura; il regno degli asura, o antidèi, creature che godono di libertà ed opportunità superiori rispetto agli uomini, essendo ascesi alla loro condizione passando per il regno umano, che hanno rivolto la propria generosità, la propria tolleranza e la propria sensibilità alla ricerca del potere, e, invidiosi degli dèi, sono perennemente in guerra con essi; il regno degli dèi, che in seguito alla lunga pratica della generosità, della sensibilità e della tolleranza associate alla loro maestria nel controllo della mente, si sono elevati dalla forma di vita umana fino ai vari paradisi, nei quali godono di libertà ed opportunità maggiori rispetto agli uomini, ma la stessa ricchezza di cui sono dotati è il loro più grande nemico, in quanto il piacere fa dimenticare loro l’esigenza della liberazione.
Nel cerchio esterno, infine, sono raffigurati i simboli dei dodici nessi causali della produzione condizionata, ossia l’insieme dei meccanismi di interazione sui quali si reggono i fenomeni nelle loro relazioni causali, il modello buddhista dell’origine del mondo: un cieco con un bastone che si dirige verso un burrone, l’ignoranza; un vasaio che lavora alla sua ruota modellando vasellame di forma varia, le forze creatrici; una scimmia che salta continuamente da un ramo all’altro di un albero, la coscienza; degli uomini in una barca in balia delle onde, nome e forma; un edificio con le finestre vuote, i sei sensi; una coppia di amanti che si toccano, il contatto; un uomo con una freccia in un occhio, la sensazione; una donna che offre da bere ad un uomo, la brama; una donna che raccoglie frutti da un albero, l’attaccamento; un uomo ed una donna che copulano, il divenire; una donna che partorisce, la nascita; un uomo che porta in spalla un cadavere avvolto in un lenzuolo bianco, vecchiaia e morte.
Il libro della liberazione naturale, descrivendo il percorso affrontato dal defunto nello stato intermedio, mi fece comprendere la realtà del trapasso da una condizione di esistenza all’altra, così, per documentarmi meglio, acquistai un libro divulgativo sulla reincarnazione che spiegava quanto sia comune, nelle culture che ne ammettono la realtà, che bambini molto piccoli ricordino vividamente l’esistenza precedente al punto da condurre i loro genitori presso quelli che furono i loro cari, riconoscerli, fornire informazioni riservate su di loro e scovare oggetti nascosti, per poi perderne memoria crescendo, quindi, il 16 gennaio 2004, presi in prestito, nella foresta del Ribelle, il libro Immortalità e reincarnazione, pratiche e dottrine in Cina, Tibet, India, di Alexandra David-Néel, edito da Alkaest, autrice di cui avevo letto in precedenza Maghi e mistici del Tibet, pubblicato da Astrolabio-Ubaldini, che mi fece comprendere come ciascuna scuola differisca per il numero di componenti in cui si ritiene si divida la parte sottile dell’uomo, e per il modo in cui questi si ricombinano con quelli di altri defunti, sicché non è la medesima entità che si reincarna, ma un insieme di tendenze che formano un nuovo aggregato.
In seguito trovai una formulazione decisamente più chiara del concetto basilare del ciclo morte-rinascita nella Bhagavadgītā, Il Canto del Beato, prendendo dagli scaffali della sala umanistica la versione pubblicata da UTET a cura di Raniero Gnoli, nelle parole che Krishna, auriga divino, rivolge ad Arjuna, il più valoroso dei figli di Pāndu, sul carro da guerra nel campo di battaglia dei Kuru, in un clima di sospensione del tempo, per sedarne i timori ed incitarlo al compimento del suo dovere di casta, lo svadharma: « Non fu mai tempo in cui non ero, io, e tu e questi principi tutti, né ci sarà mai tempo in cui non saremo, noi tutti, dopo quest’esistenza. A quel modo che in questo corpo il sé incorporato passa attraverso l’infanzia, la giovinezza e la vecchiaia, così, alla morte, egli assume un altro corpo. Il forte non è su ciò mai perplesso. I contatti della materia, o Arjuna, danno luogo a freddo, a caldo, a piacere e a dolore. Essi vanno e vengono, impermanenti. Sopportali coraggiosamente, o Arjuna. L’uomo che non è da essi turbato, o Arjuna, uguale nella gioia e nel dolore, forte, è idoneo all’immortalità. »
« Né una cosa inesistente può diventare esistente né una cosa esistente può diventare inesistente. I savi che vedon le cose secondo realtà hanno ben visto il termine di esse due. E sappi che esso è indistruttibile, ciò, dico, da cui quest’universo è pervaso. Nessuno può distruggere ciò che è indefettibile. Soggetti a fine, si dice, son questi corpi, in via di distruzione, questi corpi, dico, di colui che abita nei corpi, eterno, non conoscibile. Perciò combatti, o Arjuna. Chi pensa che lui sia l’uccisore e chi pensa che lui sia l’ucciso, tutti e due sono ignoranti. Egli non uccide e non è ucciso. Egli non nasce e non muore mai, né, essendo stato, v’è tempo in cui non sarà ancora. Innato, eterno, permanente, antico, egli non muore, quando muore il corpo. Colui che sa com’egli sia indistruttibile, perpetuo, innato, indefettibile, come può, o Arjuna, essere ucciso? E come può uccidere? »
« A quel modo che un uomo abbandona i suoi vecchi vestimenti e ne prende di nuovi, così il sé abitante nel corpo abbandona i suoi vecchi corpi e ne prende di nuovi. Lui non feriscono l’armi, Lui non brucia il fuoco, Lui non bagnano l’acque, Lui non dissecca il vento. Egli non può esser ferito, non bruciato, non bagnato, non disseccato. Egli è eterno, onnipervadente, saldo immobile, primevo. Egli, dicono, è immanifesto, impensabile, immutabile. Perciò, conoscendolo per tale, tu non hai ragione di piangere. Tu puoi pensare, oppure, che esso è in uno stato di eterna nascita o di eterna morte. Ma anche in tal caso, o Arjuna, tu non hai ragione di piangere su di esso. Di chi nasce è invero certa la morte, di chi muore è certa la nascita. Perciò su di una cosa inevitabile, tu non hai ragione di piangere. Gli esseri sono immanifesti nel loro principio, manifesti, o Arjuna, nel loro stato di mezzo e immanifesti nella fine. Perché mai dolersi di ciò? Come miracolo uno lo vede, come miracolo un altro ne parla, come miracolo un altro lo ascolta: ma, pur avendo ascoltato, nessuno lo intende. »
« Quest’abitante del corpo è sempre presente, invulnerabile, nel corpo di ognuno, o Arjuna. Perciò tu non hai ragione di piangere su nessuna creatura. Inoltre, guardando al tuo proprio dovere, non hai ragione di tremare. Per un guerriero non c’è infatti cosa migliore di un doveroso combattimento. Un combattimento come questo, che capita così senza cercarlo e spalanca le porte del cielo, i guerrieri, o Arjuna, lo ottengono grazie alle azioni meritorie fatte in passato. Ma se tu non vuoi combattere questa giusta battaglia, manchi allora ai tuoi propri doveri e all’onore, ed incorri in un grave pericolo. Gli esseri narreranno del tuo perpetuo disonore e per l’uomo stimato il disonore è peggio assai della morte. I grandi guerrieri penseranno che tu sei fuggito dal campo per paura e sarai così disprezzato proprio da quelli che più ti stimavano. E i tuoi nemici diranno su di te molte parole sconvenienti, facendo onta al tuo valore. Che v’è, dimmi, di più doloroso? Vinto, otterrai il cielo: vittorioso godrai della terra. Sorgi dunque, o Arjuna, risoluto a combattere. Piacere e dolore, perdite e acquisti, vittoria e sconfitta, tutte queste cose considerale uguali e accingiti a combattere. Così sarai immune dal peccato. »
Le parole che Krishna rivolge ad Arjuna, che introducono peraltro la fondamentale nozione indù del dharma, tra le quali spicca per chiarezza la frase: « Né una cosa inesistente può diventare esistente né una cosa esistente può diventare inesistente », erano riassunte efficacemente da Alexandra David-Néel nella formula: ciò che è non può cessare di essere, che esprime icasticamente il concetto che la parte imperitura dell’uomo, alla morte del corpo, continua ad esistere in altra forma, considerazione che appare del tutto evidente qualora si esca dal paradigma corrente, allora si comprende chiaramente che il ciclo nascita, morte, rinascita viene negato soltanto dai tre monoteismi abramitici, che venerano una divinità personale assoluta ed onnipotente che pone la Legge e, in base al rispetto o meno della sua volontà, premia o punisce gli uomini, trattandosi in realtà di uno stratagemma adottato da Mosè, un uomo tardo di parola e tardo di lingua, un handicappato, per imporre a tutti un sistema di valori tarato sugli scarti del genere umano, per privilegiare se stesso a scapito degli elementi migliori di natura.
La lettura del Bardo Thodol mi fece dunque intuire una via di uscita dalle aberrazioni del cristianesimo, che, invertendo tutto ciò che è normale, ha assegnato indiscriminatamente un’anima immortale a qualsiasi essere avente sembiante umano, mentre le religioni misteriche insegnavano come crearsene una per non essere dispersi dopo la morte, come indica il processo descritto ne Il libro della liberazione naturale, il quale si svolge meccanicamente in assenza di consapevolezza sul proprio stato mentale da parte del defunto, ed inoltre ha deformato la concezione del tempo istituendone una versione lineare in luogo della dottrina indù dei cicli cosmici, ha inventato la favola del libero arbitrio per imporre una morale eteronoma contro natura che privilegia gli ultimi a scapito dei primi, come vogliono i predicatori dell’eguaglianza, ha cancellato le nozioni di fato e destino individuale introducendo gli errori logici di bene e male, colpa e peccato, che cancellano la nozione indù del dharma omologando gli uomini ad un modello antropologico medio e mediocre che, come un infante, dipende costantemente da Iahvè.
Soltanto in seguito, però, trovai il modo di collegare la conoscenza metafisica alla realtà pratica dell’uomo concreto, coniugando così necessità cosmica e decisione umana, il quale ha un proprio carattere ed un proprio destino ed ha bisogno, una volta inquadrata la sua esistenza in un quadro generale oggettivo che le conferisca senso, di tradurre tali conoscenze teoriche in indicazioni operative, cosa che è possibile fare mediante l’interpretazione del tema natale, che, essendo un mandala personale modellato dall’essere, ha valore normativo in quanto mostra a ciascun uomo cos’è e, qualora la vita che si è costruito seguendo le suggestioni basate sull’omogeneizzazione di ogni essere al livello medio e mediocre del modello antropologico della modernità, la nietzschiana bestia nana da armento fornita di eguali diritti ed esigenze ottenuta mediante la scuola di massa ed il lavoro retribuito, non corrisponda alla sua interiorità, illustra come ricostruirla secondo il proprio disegno interiore, quindi, ricollegata la propria vita all’essere, si può entrare nella dimensione del divenire mediante lo studio dei transiti planetari, che mostrano lo svolgimento preordinato delle tappe fondamentali dell’esistenza, ossia il destino.
L’incontro con il buddhismo mi fece prendere coscienza della necessità di liberarmi dagli attaccamenti e dalla brama che divora l’esistenza precipitandola nel samsāra, ma se Il libro della liberazione naturale aiuta il defunto ad ottenere il nirvāna o una nascita migliore, l’astrologia serve a vivere secondo il proprio modello interiore per realizzare consapevolmente il proprio dharma, unica cosa sensata che rimanga da fare di fronte alla morte del Dio cristiano e delle ideologie materialistiche moderne, e difatti, tramite la scienza del tempo per eccellenza, concependo il tema natale come un mandala personale modellato dall’essere, supporto oggettivo per la meditazione sul proprio carattere e sul proprio destino, unendo ad esso la nozione indù del dharma e la nozione taoista del wu wei, aiuto l’uomo concreto ad orientarsi nella vita, e questo è sufficiente a fargli abbandonare lo sterile razionalismo impadronitosi della mentalità degli uomini moderni; quel che faccio ha dunque valore eminentemente pratico, in quanto permette a chiunque conosca i propri dati di nascita di ottenere la mappa oggettiva della propria interiorità e di conoscere lo sviluppo preordinato delle tappe fondamentali della sua vita.
Nel 2001, però, quand’ero ancora agli inizi della mia ricerca, impressionato dal carico karmico che emergeva dal grafico astrologico della mia genitura, approfondii tale argomento ritrovando diversi concetti propri delle dottrine orientali nel libro Astrologia karma trasformazione, le dimensioni interiori della carta natale, di Stephen Arroyo, edito da Astrolabio-Ubaldini, il quale, come già aveva fatto Dane Rudhyar, ma, essendo questi un massone, quel che scriveva mi era sembrato troppo fumoso per essere preso sul serio, li collegava all’astrologia infarcendo il testo di frequenti citazioni e continui riferimenti al pensiero di Carl Gustav Jung e di brani tratti da libri di astrologi americani, tra i quali Marc Edmund Jones e C.E.O. Carter, e, aspetto che trovai apprezzabile, l’autore rendeva viva l’astrologia raccontandola in prima persona; un’opera complessa, dunque, che però, ripresa a distanza di un decennio, comprendo che mi colpì più che altro per le interpretazioni dettagliate degli aspetti planetari che coinvolgono Urano in aspetto angolare di quadratura con Mercurio, di trigono con Venere e di sestile con Marte, Nettuno in aspetto angolare di congiunzione con Marte e di opposizione con Venere, e Plutone in aspetto angolare di sestile con il Sole e di largo trigono con la Luna, e, ovviamente, per il ruolo attribuito a Saturno, il mio padre celeste, quale elemento regolatore del karma.
Il libro di Arroyo, tuttavia, pur riferendosi al karma, aveva il limite di non menzionare né l’asse dei Nodi Lunari, né le coppie di segni opposti e complementari intercettati dalle case astrologiche, né i pianeti retrogradi alla nascita, elementi, questi, che hanno tutti un valore peculiare nell’analisi karmica di un tema natale, e, per quel che riguarda specificamente i Nodi Lunari, essi si configurano come un elemento dinamico della carta del cielo, illustrando la tendenza che, nel corso dell’incarnazione presente, attrae colui al quale si riferiscono spingendolo a ricercare le esperienze indicate dalla posizione del Nodo Lunare Nord per segno zodiacale e per casa natale, che poi vengono elaborate e digerite utilizzando le abilità innate indicate dalla posizione del Nodo Lunare Sud per segno zodiacale e per casa natale, al fine di integrare le due tendenze opposte per raggiungere un livello più elevato di consapevolezza, cosa che invece fecero molti altri astrologi, i quali, però, non resistettero alla tentazione di infarcire di suggestioni cristiane la descrizione di questo processo, caratteristica che accomuna coloro che credono di essersi liberati del cristianesimo perché scrivono di argomenti esoterici, mentre una reale liberazione dalle aberrazioni dei tre monoteismi abramitici è possibile soltanto ristabilendo la regola di giustizia secondo la quale il premio deve andare ai migliori elementi di natura, e non agli ultimi.
Per comprendere tecnicamente cosa sono i Nodi Lunari occorre considerare che il piano dell’orbita lunare è inclinato rispetto a quello dell’eclittica, ed i due piani, intersecandosi, individuano una retta, l’asse nodale, che interseca l’eclittica in due punti opposti: il primo, in cui la Luna passa da latitudine sud a latitudine nord, viene definito Nodo Lunare Nord, mentre il secondo, in cui la Luna passa da latitudine nord a latitudine sud, viene definito Nodo Lunare Sud; in prossimità di tali punti avvengono le eclissi di Sole e di Luna, che, pur essendo una stella di dimensioni ragguardevoli ed un satellite naturale che orbita attorno alla terra, e nonostante l’enorme differenza delle rispettive distanze rispetto al nostro pianeta, hanno la caratteristica sorprendente di avere lo stesso diametro apparente, ragion per cui, quando la Luna nuova si trova nei pressi di uno dei Nodi Lunari, avviene un’eclissi di Sole, mentre quando la Luna piena si trova nei pressi dei Nodi Lunari avviene un’eclissi di Luna, fenomeni cosmici che il mito spiegava con la presenza in cielo di un drago che periodicamente divorava i Luminari con la sua testa per restituirli dalla coda, perciò il Nodo Lunare Nord viene detto Caput Draconis, o Testa del Drago, ed il Nodo Lunare Sud viene detto Cauda Draconis, o Coda del Drago.
L’interpretazione astrologica del Nodo Lunare Nord, o Testa del Drago, depurata delle sciocchezze con cui gli astrologi karmici sono soliti infarcirla, consiste nell’attribuire al nativo le caratteristiche migliori del segno zodiacale e della casa natale da esso occupati, che nel corso dell’esistenza egli tenderà a sviluppare quanto più si libererà degli aspetti negativi attribuiti al segno zodiacale ed alla casa natale in cui si trova il Nodo Lunare Sud, che però ha la funzione preziosa di elaborare il nuovo mediante le abilità innate maturate nelle esistenze precedenti, così, considerata la struttura delle case VI e XII del grafico astrologico della mia genitura, che cadono rispettivamente nei segni zodiacali della Vergine e dei Pesci, indicando, nel primo caso, un’attitudine alla razionalizzazione del quotidiano, e, nel secondo caso, l’esigenza di un’apertura alla dimensione trascendente, e si estendono per quasi 49° di longitudine dello zodiaco tropico intercettando la coppia di segni zodiacali Ariete-Bilancia, indicanti il rapporto io-altri, con il Nodo Lunare Nord nel segno zodiacale dei Pesci e ben tre pianeti nella VI casa natale, Plutone e Giove nel segno zodiacale della Vergine ed Urano nel segno zodiacale della Bilancia, presi coscienza dolorosamente del fatto che tutto, nel mio carattere e nel mio destino, complottava affinché subissi la razionalizzazione dell’esistenza fin quasi a morirne, per poi cercare nella trascendenza la liberazione dall’oppressione della ragione discorsiva e dalla tirannia dell’eguaglianza.
Avevo infatti la tendenza a considerare reale la forza coercitiva delle norme astratte emanate per regolare i comportamenti umani, come simboleggia la VI casa natale, la cui cuspide cade nel segno zodiacale modesto e routinario della Vergine e contiene Plutone e la congiunzione tra Giove ed Urano, e difatti mi sembrava che un’organizzazione burocratica vasta ed impersonale fosse in grado di garantire l’efficienza del processo produttivo, qualora tutti si fossero attenuti fedelmente alle disposizioni date, ma, senza tener conto delle capacità effettive e del carattere delle persone coinvolte, era votata inevitabilmente al fallimento, perciò, considerati gli esiti disastrosi di tale modello organizzativo, cominciai a liberarmi del peso karmico del Nodo Lunare Sud congiunto con il Signore di Ade nella VI casa natale e nel sesto segno zodiacale, che ne rafforza il significato per concordanza, che indica un forte orientamento alla razionalizzazione dell’esistenza mediante schemi mentali rigidi fondati sull’eguaglianza, che dovevo abbandonare per seguire il fluire del divenire e trovare in me stesso il senso della mia vita, così, quando lessi il significato dell’asse dei Nodi Lunari nel grafico astrologico della mia genitura, compresi che la strada verso cui tendevo istintivamente si stava materializzando nello studio dell’astrologia, allora abbandonai le certezze illusorie del mondo moderno per seguire il percorso indicato dal Nodo Lunare Nord nel segno zodiacale dei Pesci e nella XII casa natale, che indica la necessità di aprirsi alle influenze spirituali e di lasciare che le cose accadano secondo natura.
Compii dunque un atto di fede nel mio destino, cosa che avevo sempre evitato di fare, nonostante ne sentissi il richiamo, in quanto mi riusciva facile percorrere le vie convenzionali organizzate dalla società, che però non mi portavano l’elevazione sociale indicata dal Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, e, uscito dalla razionalizzazione economica dell’esistenza, ripresi gli studi interrotti sull’I Ching e sulla qualità del tempo e sulla nozione taoista del wu wei delineata nel Tao Tê Ching, che spiega come seguire il fluire della Via ritirando il proprio corpo quando l’azione è compiuta, e, leggendo la Bhagavadgītā, scoprii la nozione indù del dharma e l’azione svolta senza tenerne in conto i frutti, così, ispirandomi a tali modelli di comportamento, dissolsi gradualmente il condizionamento moderno dell’homo œconomicus del pensiero liberale, concepito astrattamente come nato libero da qualsiasi vincolo comunitario ed eguale ai suoi simili, dotato di perfetta razionalità ed orientato al perseguimento del suo miglior interesse economico, e, scomparse le pressioni ostili sulla mia natura, mi accorsi che, per un processo benefico di resilienza, recupero della forma che avrei assunto spontaneamente se fossi stato libero di evolvere secondo il modello archetipico rappresentato nel mio tema natale, stavo finalmente diventando me stesso, un uomo che adempie consapevolmente il compito per cui è nato.
Aprendomi alle esperienze del Nodo Lunare Nord, orientando l’esistenza in direzione della Testa del Drago, abbandonando la razionalizzazione della vita attuata per finalità economiche, rimasto solo con me stesso, la mia vocazione, finalmente libera di esplicarsi secondo la propria natura, mi ha condotto fatalmente, come accadeva fin da piccolo, a ricercare nei libri i tasselli della visione che porto da sempre dentro di me, così, quasi senza accorgermene, all’incirca un decennio fa mi ritirai nella foresta del Ribelle, uno dei luoghi associati tradizionalmente alla XII casa natale, e, di tutto ciò che ho studiato nel corso degli anni, ho trattenuto infine soltanto l’astrologia, scienza del tempo per eccellenza oggettiva nel suo sistema di riferimento, i gradi di longitudine dello zodiaco tropico dei pianeti e dei punti fittizi del tema natale e dei corrispondenti transiti planetari, coniugandola con la metafisica e collegandola alla nozione indù del dharma ed alla nozione taoista del wu wei, astraendo il processo di liberazione dalla rappresentazione simbolica che ne hanno dato le culture orientali e presentandolo poi icasticamente in una versione comprensibile all’uomo occidentale, per favorirne un mutamento radicale di mentalità che lo porti ad abbandonare il paradigma corrente fondato su valori materialistici ed egalitari per sostituirlo con uno ispirato da valori di spiritualità e gerarchia, a dimostrazione di come abbia operato il Nodo Lunare Sud nell’elaborare razionalmente le esperienze richiamate dal Nodo Lunare Nord, del quale, come uno Ierofante degli antichi misteri eleusini, svelo ora i segreti.

Annunci