La sostanza del tempo

ESSERE E TEMPO

L’essere è, ed esiste, immutabile, in una dimensione che non è né spaziale né temporale, per cui di esso non si può dire nulla, se non che è non duale, in quanto, qualora gli si attribuisse una qualità qualsiasi, lo si limiterebbe mutilandolo del suo opposto, e che è la causa prima della manifestazione e del divenire, ossia dei fenomeni che nascono, si sviluppano, deperiscono e scompaiono.
L’essere è eterno, trovandosi, letteralmente, al di fuori del tempo, ed è inoltre l’unica “cosa” che sia reale, in quanto ciò che è non diviene, mentre ciò che diviene non è, i fenomeni sono epifanie e l’universo è un’immagine in movimento dell’essere che l’essere contempla per conoscere se stesso.
L’eternità, che non è nel tempo e non può essere chiamata propriamente durata perpetua, poiché essa coincide con il presente reale, l’istante, di cui non si può avere esperienza nel tempo, si contrappone al tempo in quanto continuum, che non è costituito di una somma di istanti susseguentisi in successione ininterrotta perché, non avendo questi durata, sommati assieme restituirebbero un valore nullo.
Il tempo è dunque un continuum indivisibile nel quale tutte le cose sono generate e distrutte, ed è formato solo dal passato e dal futuro, l’Ora istantaneo non ne fa parte perché l’eternità è Ora oppure non è affatto, per cui, considerato un qualsivoglia punto nella successione temporale, le parole poi e prima, sarà ed è stato, ne testimoniano l’inesistenza ed attestano che, in ogni momento, siamo più vicini all’eternità, ed all’essere, che non in un qualunque istante collocato nel passato o nel futuro.
Dal punto di vista dell’essere il divenire è in continuo mutamento, mentre l’Ora è immutabile, perciò il tempo è un’illusione, come lo è la manifestazione, ad ogni istante l’essere annienta l’intero universo e ne crea uno nuovo che gli assomiglia, mentre dal punto di vista del divenire l’unica cosa che esiste è il fluire incessante dei fenomeni, che fanno capolino nella storia per un solo momento e poi non sono più.
Il tempo costituisce dunque l’alveo nel quale scorrono le cose manifestate, e, come un fiume, segue un percorso prestabilito che gli indù ripartirono in un susseguirsi ininterrotto di cicli cosmici.

LA DOTTRINA INDÙ DEI CICLI COSMICI

Nella dottrina indù dei cicli cosmici, esposta nel Mānavadharmaśāstra, Le leggi di Manu, e nel Mahābhārata, la maggiore epica indiana, il Kalpa rappresenta lo sviluppo totale di un mondo, vale a dire di uno stato o grado dell’esistenza universale.
Il Kalpa è suddiviso in quattordici Manvantara, o ere dei successivi Manu, cicli di carattere sia cosmico che storico, riguardando particolarmente l’umanità terrestre, che formano due distinte serie settenarie, la prima comprende i Manvantara trascorsi e quello presente, la seconda i Manvantara futuri.
Ciascun Manvantara è suddiviso in quattro Yuga, equivalenti alle quattro età dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro narrate da Esiodo, caratterizzati da un processo di degenerazione e materializzazione progressiva risultante dall’allontanamento dal Principio che accompagna necessariamente lo sviluppo della manifestazione ciclica nel mondo corporeo a partire dallo stato primordiale.
Nella prima delle quattro età, denominata Krita-Yuga, o Satya-Yuga, dominano il bene e l’abbondanza; nella seconda, il Tretā-Yuga, ha inizio il decadimento morale unito al sacrificio come mezzo per ottenere il favore degli dèi; nella terza, il Dvāpara-Yuga, avviene un peggioramento nel campo morale e religioso; nell’ultima, nella quale ci troviamo ora, il Kali-Yuga, il male predomina in tutte le sue forme.
Tale decadimento spirituale e morale degli uomini è contenuto nell’affermazione che il Dharma, tradotto impropriamente come “religione”, nel Krita-Yuga, o Satya-Yuga, detta anche l’età vincente, si tiene sulle quattro zampe del toro; nel Tretā-Yuga, l’età del tre, soltanto su tre; nel Dvāpara-Yuga, l’età del due, su due; nel Kali-Yuga, l’età perdente, su una sola, perdendo gradualmente il proprio fondamento.
La progressiva degenerazione che colpisce il passaggio da uno Yuga all’altro si riverbera nella diminuzione dell’estensione di ciascuna età, e se il Manvantara, denominato anche Mahā-Yuga, ha durata pari a 10, il Krita-Yuga, o Satya-Yuga, l’avrà pari a 4, il Tretā-Yuga a 3, il Dvāpara-Yuga a 2, il Kali-Yuga a 1.
Il Krita-Yuga, o Satya-Yuga, dura infatti quattromila anni, il Tretā-Yuga tremila anni, il Dvāpara-Yuga duemila anni ed il Kali-Yuga mille anni, ma il Mahā-Yuga, unione delle quattro età, ha una durata complessiva di dodicimila anni, essendo ogni Yuga preceduto da un’aurora e seguito da un crepuscolo, ambedue della durata di un decimo dell’era corrispondente, che li uniscono tra loro.
Alla progressiva diminuzione della durata di ogni nuovo Yuga corrisponde, sul piano umano, una diminuzione della durata della vita, accompagnata dal rilassamento dei costumi e dal declino dell’intelligenza, e, a livello storico, un’accelerazione degli eventi che precipitano fino alla conclusione del ciclo completo, che termina con una dissoluzione, un Pralaya, che si ripete in modo più radicale, un Mahāpralaya, la grande dissoluzione, alla fine del millesimo ciclo.

I CHING E QUALITÀ DEL TEMPO

La visione del tempo delineata nella dottrina indù dei cicli cosmici diviene indagabile concretamente, per essere poi assoggettata a finalità pratiche, per mezzo del libro oracolare di saggezza cinese I Ching, il cui funzionamento presuppone una concezione qualitativa del tempo.
Per la mentalità cinese, infatti, il tempo consiste in un flusso di fasi ordinate di trasformazione della totalità cosmica, un continuum concreto contenente qualità o condizioni fondamentali che possono essere rese manifeste, in modo relativamente simultaneo, in luoghi diversi.
Ogni cosa avviene infatti per mutamento, i, dell’equilibrio originario tra i due princìpi opposti e complementari dello yin e dello yang, oscuro, passivo, femminile il primo, chiaro, attivo, maschile il secondo, che, giunti alla loro massima espansione, si convertono nel principio opposto.
I sessantaquattro esagrammi dell’I Ching, costituiti da combinazioni di sei linee spezzate e continue, yin e yang, sono dunque segni di mutevoli stati di trapasso destinati a ritornare nel loro contrario, immagini che mutano incessantemente descrivendo le tendenze motorie delle cose e non le cose stesse.
Nella filosofia dell’I Ching ha rilevanza esclusiva l’aspetto accidentale degli eventi, i dettagli casuali entrano nel quadro dell’attimo sotto osservazione formandone una parte, in quanto tutto ciò che avviene in un dato momento ne possiede la qualità peculiare, e l’istante osservato è il totale di tutti gli ingredienti.
Quando il consultante lancia le tre monete, o conta i quarantanove steli di millefoglio, è implicito che il suo gesto stia in simpatia con l’intero universo e con la qualità del tempo, e che l’esagramma o gli esagrammi risultanti racchiudano l’essenza del problema che l’angoscia e forniscano indicazioni sul comportamento da assumere per superare le difficoltà.
Si potrà così agire su ciò che è ancora in divenire basandosi sulla conoscenza delle immagini, rappresentate dai sessantaquattro esagrammi, di ciò che accade in cielo ed in terra, per prevedere, controllare e dirigere il concatenarsi delle azioni e delle reazioni nel mondo delle forme e degli esseri.
Nell’I Ching è contenuta infatti l’elaborazione più matura di una saggezza di millenni: qui hanno le loro radici i due rami della filosofia cinese, confucianesimo e taoismo, ma anche la scienza e l’arte del governare hanno attinto costantemente a questa fonte sapienziale, che difatti sfuggì, unico tra gli antichi scritti confuciani, al grande rogo di tutti i libri voluto da Huang Ti, l’Imperatore giallo.