L’enigma astrologico

Caro Navigatore,

quella dell’astrologia è davvero una strana storia
Esclusa dal paradigma dominante in seguito all’adozione del sistema copernicano, nel XVII secolo, gettata via assieme alla teoria aristotelica degli influssi astrali senza nemmeno cercare di verificare quanto vi fosse di vero nelle sue asserzioni, rinata sul finire dell’Ottocento, il suo perdurare non cessa di stupire gli abitanti della cittadella accademica, che, obbedendo ai dogmi della loro fede, rifiutano di prenderla in considerazione perfino quando le ricerche astrologiche sono supportate da studi statistici metodologicamente corretti.
Quel che segue è il capitolo I del libro Scritto negli astri, L’astrologia nella cultura dell’Occidente, di Ornella Pompeo Faracovi, edito da Marsilio, nel quale l’autrice introduce l’enigma di fondo dell’astrologia, rifiutata pregiudizialmente dalla mentalità scientifica moderna, trattata come un residuo superstizioso che però, da millenni, non cessa di interessare gli uomini, rilevando come, nella letteratura antiastrologica contemporanea, la condanna non scaturisce dall’analisi della disciplina e delle sue tecniche, bensì, semplicemente, la sostituisce, sicché la sua pretesa irrazionalità non è dimostrata, ma presupposta tacitamente, poiché viene dato per certo che essa sia solo superstizione e credulità. E se, invece, anche l’astrologia meritasse di vedersi inserita fra gli argomenti di cui discutere sine ira et studio?

Buona lettura e… buone riflessioni!

L’ENIGMA ASTROLOGICO

Scritto negli astri, di Ornella Pompeo FaracoviUno spettro ci inquieta: lo spettro dell’astrologia. Storici della scienza e delle idee, che l’avevano data per definitivamente sepolta al vittorioso avanzare dei lumi della ragione, sono sorpresi e imbarazzati da questa presenza. Come può essere di nuovo fra noi questo frutto di epoche remote, espressione di mentalità arcaiche e prescientifiche? La risposta, cui non mancano di recare il loro apporto sociologi e semiologi, è di regola più o meno la seguente: siamo di fronte a un residuo di oscurantismo, al sedimento di vecchi approcci superstiziosi e magici, privo di significato razionale, utile però ai manipolatori del consenso per imporre e consolidare il conformismo sociale, oltre che ai ciarlatani che su di essa costruiscono le proprie personali fortune.
E’ il caso di domandarsi se questa conclusione, tanto spesso ripetuta da costituire poco meno che un luogo comune, sia davvero sostenuta da ragioni inoppugnabili; o se la rinascita dell’astrologia, inaspettatamente riemersa, nel nostro secolo, dall’oblio cui sembrava averla condannata la grande eclisse sette-ottocentesca, non assomigli invece a una di quelle dure repliche della storia, che di tanto in tanto intervengono a mettere in dubbio convinzioni date a lungo per scontate. Davvero la tenace, sorprendente vitalità dell’astrologia, questa disciplina le cui vicende attraversano, con alterne fortune, tutte le epoche della storia dell’Occidente, è interpretabile solo come spia del riaffiorare, o del permanere, di antiche superstizioni? Dopotutto, nel corso del tempo, questa ricerca è stata oggetto di attenzione da parte di personaggi di grande levatura intellettuale. Si può certo ritenere che Tolomeo e Tommaso se ne siano occupati in virtù della sua organica connessione con una immagine premoderna del mondo; ma che dire di un postcopernicano come Campanella; di due protagonisti della rivoluzione scientifica, come Galileo e Keplero; di uno psichiatra del Novecento, come Carl Gustav Jung? Davvero l’interesse per l’astrologia è in questi casi soltanto un residuo non problematizzato del passato, la spia di una carenza di dispiegata razionalità? In realtà, secoli di sopravvivenza, anche se solo di questo si trattasse, sono di per sé qualche cosa di abbastanza notevole da ingenerare quanto meno un sospetto. E se, alla fine, ciò che non funziona fosse l’identificazione dell’astrologia come forma tipica di arcaismo e di irrazionalità; se anche l’astrologia meritasse infine di vedersi inserita fra gli argomenti di cui discutere sine ira et studio?
Se decidiamo di porre seriamente tali interrogativi, non possiamo esimerci dall’osservare un curioso aspetto della questione. Nella letteratura antiastrologica contemporanea, la condanna non scaturisce, come sarebbe lecito attendersi, dall’analisi della disciplina e delle sue tecniche, bensì, semplicemente, la sostituisce: la pretesa irrazionalità dell’astrologia non è dimostrata, è, piuttosto, tacitamente presupposta. La situazione, in verità, è singolare. A nessuno verrebbe in mente di fare la storia, poniamo, di una corrente letteraria, di un dibattito filosofico, di una disputa scientifica, senza averne preliminarmente indagato temi e problemi. Allo stesso modo, nessuno azzarderebbe una critica della filosofia di Heidegger, o dell’epistemologia di Popper, senza averle prima esaminate a fondo: né un’indagine storica, né una discussione teorica sarebbero proponibili, in assenza di un’adeguata conoscenza dei quadri concettuali di cui si vogliono seguire gli sviluppi o discutere le implicazioni. Tutto il contrario accade, di regola, per l’astrologia, come notava, ormai è quasi un secolo, uno dei pionieri della rinascita astrologica del Novecento, Paul Choisnard: i suoi avversari mostrano invariabilmente di considerarla indegna di seria confutazione, pur senza potersi esimere dal riconoscere laconicamente il fatto, per loro inspiegabile, che molti spiriti illustri l’hanno coltivata1. Nella maggioranza dei casi, i detrattori dell’arte di Urania ne hanno una conoscenza superficiale e orecchiata, seppur non ne ignorino palesemente tecniche e assetti disciplinari. La loro presa di posizione si struttura in rapporto a una immagine stereotipata e di maniera, assunta di seconda o terza mano da una lunga tradizione di polemiche antiastrologiche, con scarsi sforzi di documentazione diretta. E pour cause: poiché si dà per certo che l’astrologia sia solo superstizione e credulità, ecco l’incompetenza diventare, inopinatamente, una virtù. Così, nella famosa inchiesta sui risvolti psicosociologici dell’uso contemporaneo dell’astrologia, vediamo Theodor Adorno impiegare una sola volta, con fastidio, termini dal sapore vagamente tecnico, come quadratura, congiunzione, opposizione, quasi il solo fatto di introdurre tali riferimenti rischiasse di trasformare l’austero studioso in un credulo adepto. Non mancano situazioni nelle quali gli autori di impegnative storie dell’astrologia danno prova di radicali incertezze sui rudimenti della disciplina, equivocando sul significato di termini come casa o domicilio, confondendo le tecniche dell’astrologia oraria con lo studio dei transiti, o usando a sproposito il termine progressione. Quando poi, con somma audacia, qualcuno mostra di saper seguire l’interpretazione di un tema natale, lo fa quasi scusandosi, come colto a trastullarsi con un passatempo infantile, che nulla ha a che fare con le proprie abituali occupazioni2.
Non si può, beninteso, affermare che gli storici delle idee abbiano trascurato di occuparsi di astrologia. Molta acqua è passata sotto i ponti da quando, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, un vasto movimento di studi storico-filologici ha messo in luce, in tutta la sua ampiezza, il ruolo svolto da questa ricerca all’interno delle antiche civiltà mediterranee prima, della cultura medievale e rinascimentale poi. Dopo i lavori pionieristici di Hermann Usener, quel terreno è stato dissodato dalle indagini di orientalisti e antichisti del calibro di Franz Boll, Franz Cumont, Auguste Bouché-Leclercq, e da quelle di storici dell’arte, dell’iconografia e delle idee come Aby Warburg e Fritz Saxl. Identificata come campo di osservazione privilegiato sulle lontane radici della civiltà europea, grazie a questi studiosi la tradizione astrologica fu sottratta all’oscurità in cui era piombata dopo la sua espulsione, nel secondo Seicento, dall’istruzione universitaria, e si vide riconoscere il ruolo di primo piano, a lungo esercitato nella cultura dell’Occidente. Allargarono il quadro, oltre a numerose edizioni di testi astrologici antichi e medievali, molteplici indagini di storia della scienza e della filosofia; l’astrologia trovò una collocazione relativamente stabile nelle sistemazioni manualistiche della storia del pensiero.
Per larga parte, con questo movimento di studi aveva fatto nodo, ai suoi inizi, l’esigenza di mostrare come cultura e scienza moderne non siano nate adulte, quasi Minerve uscite armate dalla testa di Giove, ma costituiscano il punto di arrivo di un lungo processo, le cui radici affondano negli universi del mitologico, del fantastico, dell’immaginativo, poiché, come diceva Warburg, «logica e magia fioriscono sul medesimo stelo»3. Ma nemmeno quelle indagini, così importanti e innovative, approdate ad acquisizioni conoscitive di straordinaria rilevanza, veri e propri punti di non ritorno su molteplici piani, sono giunte a mettere in questione nella sua interezza il complesso di idee ricevute che con l’argomento avevano fatto nodo tanto a lungo: prima fra tutte, l’identificazione dell’astrologia con un insieme di pratiche divinatorie, figlie di una primitiva fede negli astri, centro di irradiazione di una messe di riferimenti mitologici destinati a fecondare a lungo la dimensione dell’immaginario, intraducibili però nel linguaggio della razionalità e della scienza. Il vecchio schema positivistico, per il quale la prevalenza dell’elemento religioso-fantastico è caratteristica di fasi primitive dello sviluppo della civiltà, mentre il predominio di quello logico-razionale è proprio delle fasi più evolute, e approcci immaginativi e scientifici si dispongono lungo il corso della storia in una sequenza nella quale gli uni occupano il punto di partenza, gli altri quello di arrivo, continuò a funzionare per l’astrologia, stabilizzando la tesi della sua appartenenza ai primi termini della serie e l’estraneità ai secondi. Disseppellita dall’oblio, l’arte di Urania si vide certo riconoscere la vasta influenza a lungo esercitata sulla cultura, le arti, l’immaginario collettivo, ma di per sé restò relegata nell’universo del prerazionale e del prescientifico: «superstizione colta», la definì Cumont; di «fede negli astri», scrissero Boll, Gundel, Bezold e Saxl. Quanto alla straordinaria biblioteca creata da Aby Warburg, in essa i numerosi volumi dedicati all’astrologia trovarono posto all’inizio di una successione che illustrava la progressiva crescita della razionalità e il simmetrico regredire del prescientifico: una sequenza che dall’alchimia conduceva alla chimica, dalla medicina dello stregone alla scienza medica, dall’astrologia all’astronomia.
La tendenza a vedere nei pianeti degli astrologi nient’altro che le divinità planetarie delle antiche religioni mesopotamiche, generatrici a loro volta di astruse pratiche divinatorie, operò così nel senso di ridurre la lunghissima storia dell’astrologia, con i suoi molteplici e spesso divergenti filoni di sviluppo, a una sorta di eterna ripetizione dei modi di quella religione astrale, cui l’arte dovette parte delle sue origini, ma dalla quale si differenziò nel momento stesso in cui iniziò a definire la propria specificità. La sottolineatura, spesso unilaterale, del nesso con i culti planetari e con la più antica divinazione pagana, comportò poi una seconda conseguenza, suggerendo in più contesti l’idea che l’astrologia, ricerca prerazionale e prescientifica, fosse identificabile come la progenitrice prelogica di una disciplina, l’astronomia, approdata soltanto in seguito alla chiarezza della scienza. Né, sulla stessa linea, mancò di affacciarsi la convinzione, cui si accennava all’inizio, che alla nascita della scienza moderna abbia corrisposto, quasi in studiata simmetria, il declino irreversibile dell’astrologia, il cui innegabile odierno revival potrebbe dunque spiegarsi solo in termini di moda decadente, di rigurgito oscurantistico, di pura e semplice ciarlataneria.
L’immagine che la divulgazione giornalistica e televisiva ammannisce quotidianamente al grande pubblico, con l’attiva complicità di esperti di dubbia preparazione e affidabilità, collocando l’astrologia in un punto intermedio fra la trappola per gonzi e il salottiero gioco di società, sembra confermare per via induttiva le conclusioni così raggiunte. Se tuttavia, mettendo fra parentesi i più svariati pregiudizi, accettiamo di confrontarci con la sterminata bibliografia astrologica contemporanea, constatiamo con indubbia sorpresa come sia di tutt’altro tipo il profilo degli studiosi che, negli Stati Uniti e in Francia, in Inghilterra, in Svizzera e in Germania, messi in soffitta cappelli a punta, manti stellati e sfere di cristallo, adoperano complesse tecniche di elaborazione statistica, si muovono con disinvoltura fra i computer, si confrontano con psicologia e psicoanalisi. Pur nelle reciproche differenze, gli indirizzi più vitali dell’astrologia contemporanea puntano a fornire autonomi contributi conoscitivi all’indagine psicologica, alla psicoterapia, alla caratterologia, al vasto campo teorico e operativo connesso ai problemi dell’orientamento scolastico, delle scelte professionali, della selezione del personale. Nessuna divinazione: la previsione dei comportamenti futuri, strettamente collegata all’indagine delle inclinazioni individuali, viene formulata in termini rigorosamente probabilistici. Astrologi che non spargono incensi, né si ammantano di sacralità, trasmettono un’immagine inaspettatamente laica e antiretorica dell’astrologia, certo diversa dalle immagini tradizionali; diversa, anche, da quella praticata in un contesto culturale come quello dell’India contemporanea, che all’arte astrologica assegna il compito di porsi come riferimento e guida dei diversi momenti dell’esistenza quotidiana, indicando a ognuno, come una buona madre, «il tempo giusto e il luogo giusto per compiere ogni cosa»4.
E’ possibile che la sua riduzione a fede negli astri, e la sua identificazione con procedure divinatorie dalle origini assai antiche, fornisca alla fine dell’astrologia una interpretazione inadeguata, tale, quanto meno, da non rendere giustizia a tutti i suoi indirizzi? La domanda riapre una serie di questioni storiche e teoriche, che sembravano ormai chiuse in partenza. Attraverso quali percorsi viene a definirsi il rapporto tra la fede negli astri, e l’astrologia, come disciplina specifica? Come si configura storicamente il rapporto fra divinazione e astrologia? Quali elementi distinguono, sul piano tecnico e su quello della definizione delle finalità e del significato della ricerca, l’astrologia e la divinazione astrale? Quanto sono fondate le osservazioni di Jung, che dell’astrologia faceva senz’altro la summa di tutte le conoscenze psicologiche dell’antichità, attribuendo alla regia arte una funzione storica di secolarizzazione del riferimento alle antiche divinità, trasformate in semplici attributi umani (marziale, gioviale, saturnino, erotico, logico, lunatico e cosi via)5? Per rispondere, sarà necessario interrogare di nuovo la storia dell’astrologia e quella delle immagini che dell’arte si sono proiettate sulla storia delle idee; ma questa volta sarà necessario fare i conti anche con un aspetto tanto decisivo quanto, troppo spesso, sottovalutato: quello delle tecniche.
Gli scritti di storia dell’astrologia si sono configurati di regola come un classico esempio di storia esterna. Si sono indagati a fondo, spesso con risultati di grande rilevanza, i rapporti fra astrologia e cultura, astrologia e arte, astrologia e filosofia, astrologia e letteratura; molto più raramente si sono poste domande sull’astrologia stessa, sulle sue procedure, sui tempi e le modalità del loro sviluppo, sul confronto fra le diverse tendenze, sul concentrarsi e il ritrarsi dell’attenzione rispetto alle diverse questioni. La descrizione che si è data delle tecniche astrologiche è stata molte volte così confusa e approssimativa da rendere irriconoscibili agli astrologi le loro stesse procedure. Ciò, per un lato, è comprensibile: la storia interna dell’astrologia presuppone una competenza tecnica che gli storici delle idee di solito non hanno, e che non tutti sono disposti ad acquisire, sia perché quello degli studi astrologici è un campo disciplinare complesso e difficile, che non si padroneggia con approcci superficiali e orecchiati; sia perché non è a tutt’oggi affatto sconfitta la convinzione, più o meno inconscia, secondo la quale, mentre non è disdicevole occuparsi dell’interazione fra astrologia e cultura, resta altamente sconveniente occuparsi tecnicamente di astrologia6. E tuttavia, come fare la storia di ciò di cui si ha soltanto una conoscenza esteriore, di quarta o quinta mano? Poiché, come diceva molto bene Marx, l’ignoranza non sarà mai un argomento, le questioni poste potranno essere approfondite solo a patto di concentrare seriamente l’attenzione anche sulle tecniche, le procedure, le modalità di lavoro astrologico, cosi come esse sono venute storicamente configurandosi in Occidente, e di indagare infine l’astrologia, questa sconosciuta, con il medesimo rigore che si riserverebbe ad ogni altro oggetto di studio.
Il richiamo alle procedure è, in ogni senso, decisivo, ove si voglia davvero puntualizzare il significato, la portata, le finalità del sapere astrologico. Che l’astrologia si configurasse come tecnica, o, se si preferisce, come arte, era ben chiaro nell’età ellenistica, quando, indicata con il termine tekne (arte, tecnica), essa veniva considerata una applicazione pratica, operativa, delle conoscenze proprie della epistéme (scienza) astronomica; di ars conjecturalis parlerà, dal canto suo, Girolamo Cardano. L’astrologia non costituisce d’altra parte un corpus monolitico; è piuttosto il frutto di una stratificazione che scaturisce da una pluralità di indirizzi, il cui vicendevole confronto può assumere anche i modi della polemica e dello scontro. Non diversamente da quanto avviene nella storia delle altre discipline, anche in quella dell’astrologia si danno molteplici e non di rado contrastanti modalità di sviluppo, pur all’interno di riferimenti linguistici e quadri problematici relativamente comuni. Ciò che caratterizza l’astrologia occidentale, e la differenzia dalle modalità di riferimento al rapporto uomo-cosmo, proprie di altre culture, è la centralità che in essa assumono gli astri erranti, ossia i pianeti, e le relazioni fra le loro posizioni e gli eventi umani. A differenza di ciò che hanno suggerito quanti hanno visto astrologi anche dove non ce ne sono, in Occidente l’astrologia è stata essenzialmente astrologia planetaria, imperniata sull’ipotesi che esistano, e siano determinabili, relazioni di corrispondenza fra posizioni e movimenti planetari da una parte, eventi umani dall’altra7. E’ l’applicazione dell’ipotesi di corrispondenza al rapporto fra l’individuo e le posizioni planetarie, fissate nel momento e rispetto al luogo della sua nascita, a produrre le procedure più specifiche dell’astrologia occidentale, quelle dell’astrologia oroscopica. L’individuo corrisponde al proprio «cielo natale»; l’esame delle posizioni planetarie, fissate nel momento e rispetto al luogo della nascita, attraverso la stesura di quello che volta a volta si è chiamato genesis, diagramma, thema, genitura, nativitas, infine tema natale, consente, con l’aiuto di specifiche tecniche di interpretazione, una particolare analisi della costituzione del suo temperamento: questo l’assunto di base dell’astrologia oroscopica.
Su questo terreno di indagine caratterologica e psicologica, ciò che preme all’astrologo è in fondo soltanto questo: che la descrizione cui egli perviene, sulla base del suo particolare sapere, dia conto, entro margini accettabili di approssimazione, delle inclinazioni e disposizioni individuali. Se ciò accade (ferma restando l’esigenza di definire le modalità dei possibili controlli in merito), egli dirà che l’astrologia funziona, potendo anche non porsi ulteriori interrogativi sul perché funziona. Tuttavia, all’ipotesi di corrispondenza possono collegarsi con tutta evidenza una serie di interrogativi filosofici. Primo fra tutti: la corrispondenza astrologica rimanda a una influenza diretta degli astri sull’uomo, a quello che storicamente è stato indicato con il termine influsso, oppure va interpretata come concomitanza che, irriducibile al piano della causalità, richiede il riferimento a un livello diverso di causazione? L’influsso astrale, ove di esso si decida di parlare, va inteso come un fatto fisico, interno al mondo naturale, oppure va interpretato come un effetto che, pur intervenendo a livello fisico, è veicolo di un intervento provvidenziale, divino? Per riprendere i termini di un antico dibattito: gli astri sono cause, e in quale misura, oppure sono segni, oppure cause e segni insieme? E ancora: che rapporto c’è fra le inclinazioni naturali, astrologicamente diagnosticabili, e la personalità, il carattere effettivi; fra le inclinazioni e l’esistenza che l’individuo di fatto vivrà? In che relazione stanno il condizionamento astrale (ove di questo si tratti) e la personalità umana?
Nel corso dei secoli sono state costruite diverse interpretazioni, e sono nate diverse immagini filosofiche dell’astrologia. E’ anche accaduto, sia presso gli astrologi che presso i filosofi, che l’una o l’altra di queste interpretazioni e di queste immagini siano state identificate con l’astrologia tout court. Fra astrologia e stoicismo prima, astrologia e tardo peripatetismo poi, sono stati descritti in particolare nessi tanto avvolgenti da configurare volta a volta nel fatalismo stoico e nella cosmologia peripatetica una sorta di filosofia spontanea degli astrologi, e da rendere impensabile la sopravvivenza dell’astrologia al di fuori delle forme così assunte. Che l’astrologia coincida con una specifica visione del mondo; che sia inscindibile dal tema della universale necessitazione; che sia costitutivamente connessa a particolari presupposizioni cosmologiche, al geocentrismo, all’antropocentrismo, sono tutte conclusioni che discendono da altrettante immagini, da altrettante interpretazioni filosofiche dell’astrologia. Non sempre gli storici hanno restituito con sufficiente precisione la distinzione fra l’astrologia come sapere tecnico, e la sussunzione di motivi astrologici nel contesto delle concezioni filosofiche con le quali essa è venuta volta a volta a interagire. Del concetto di azione astrale, in particolare, si è data per scontata l’appartenenza a una presunta concezione astrologica del mondo, senza valutare adeguatamente il significato della sua presenza sia presso autori, come Aristotele, che non operano alcuna menzione di tecniche astrologiche, sia presso avversari dell’astrologia, come Plotino. Ai temi dell’influenza celeste, dell’azione astrale, dell’influsso, elaborati in stretta relazione con l’immagine del cosmo, come tutto ordinato e interconnesso, e facilmente raccordabili (come nello stoicismo e nel neoplatonismo) con l’idea dell’animazione universale, gli astrologi hanno fatto a lungo e volentieri ricorso, nella convinzione di assicurare in tal modo un saldo fondamento cosmologico all’ipotesi, questa sì propriamente astrologica, di corrispondenza.
Pur potendo essere invocato a sostegno della plausibilità di tale ipotesi, il concetto di influsso non è costitutivamente in rapporto con le forme proprie dell’indagine astrologica; esso ha potuto svilupparsi del tutto all’esterno, e persino in conflitto, con essa. La ricerca astrologica non è, d’altro lato, necessariamente ancorata né a quel concetto, né ai presupposti cosmologici cui esso rimanda, come mostrano assai bene i suoi sviluppi contemporanei, per larga parte interni al campo della caratterologia e della psicologia individuale. Si può anzi fondatamente sostenere che proprio la costruzione di un complesso di interconnessioni fra l’astrologia e una visione complessiva del mondo sia stata all’origine della lunga crisi di credibilità, apparsa per qualche momento irreversibile, cui l’astrologia andò incontro fra gli ultimi decenni del Seicento e il secondo Ottocento. Interpretazioni e immagini, che con lo sviluppo e le sorti della disciplina hanno interagito tanto a lungo e tanto incisivamente, costituiscono indubbiamente parte integrante della storia dei dibattiti intorno all’astrologia; di esse, in sede storica, è necessario dar conto con la maggiore ampiezza possibile. Ma è altrettanto necessario far emergere con la maggior precisione possibile la distinzione di piani che intercorre, e non può non intercorrere, fra l’astrologia come sapere tecnico, e le immagini che di essa sono venute di volta in volta costruendosi nei diversi momenti della storia della cultura; fra astrologia, infine, e filosofia. Del rapporto, insieme di distinzione e di interazione, che fra l’astrologia e le sue immagini è venuto strutturandosi all’interno della cultura dell’Occidente, dando vita a un capitolo non privo di interesse della storia delle idee, cercheremo ora di ricostruire, scartando rifiuti pregiudiziali e acritiche esaltazioni, alcuni momenti essenziali, a partire dalla discussione del rapporto fra mantica astrale e astrologia oroscopica.

NOTE
1. Cfr. P.Choisnard, Langage astral (Traité sommaire d’Astrologie scientifique) (1902), Paris, Les Editions Traditionnelles, 19837, p. 23. «Il ne serait moins impertinent, au fond, d’écrire l’histoire de la musique sans jarnais en avoir fait ni entendu», aggiunge lo stesso autore in Saint Thomas d’Aquin et l’influence des astres, Paris, Alcan, 1926, p. 177.
2. Cfr. Th.W. Adorno, Stelle su misura. L’astrologia nella società contemporanea (1957), Torino, Einaudi, 1985, p. 18; J. Tester, Storia dell’astrologia occidentale. Dalle origini alla rivoluzione scientifica (1987), Genova, ECIG, 1990, pp. 139-140; F. Boll, C. Bezold, W. Gundel, Storia dell’astrologia (1917), con prefazione di E. Garin, Roma-Bari, Laterza, 1985, pp. 141-147 (dove viene esaminato l’oroscopo di Goethe).
3. Cfr. A.Warburg, Divinazione antica pagana in testi e immagini dell’età di Lutero (1920), in La rinascita del paganesimo antico. Contributi alla storia della cultura (1932), a cura di G. Bing, Firenze, La Nuova Italia, 1966, p. 315.
4. Su questi terni, cfr. L. Marinangeli, Introduzione all’astrologia indiana, Milano, BUR, 1992.
5. C.G. Jung, Necrologio di Richard Wilhelm (1930), in Opere, vol. XIII: Studi sull’alchimia, Torino, Boringhieri, 1988, p. 70; Id., Commento al Segreto del fiore d’oro (1929), ibid., p. 45.
6. Ci si può chiedere se la situazione attuale sia molto cambiata, da questo punto di vista, rispetto a quella nella quale nel 1935 Ernst Bernhard si vide respingere una richiesta di asilo in Inghilterra, a motivo del fatto che «Bernhard himself had written in his applicatíon that he was interested in and worked with astrology» (da una comunicazione di G. Adler, riportata in A. Carotenuto, Jung e la cultura italiana, Roma, Astrolabio, 1977, p. 45).
7. Sulla centralità, in astrologia, del concetto di corrispondenza, del quale George Sarton si spinse a riconoscere che di per sé non era irrazionale (cfr. G.Sarton, A History of Science: Hellenistic Science and Culture in the Last Three Centuries, Cambridge, Mass.-London, 1959, p. 165) insisté più volte P. Choisnard: cfr. ad es. in Langage astral, cit., la Préface de la deuxième édition, pp. 15 ss.