Magic shop

Come Ierofante mostro ai misti le linee guida della mia azione volta ad operare un raddrizzamento della mentalità collettiva, ma per arrivare a coagulare coerentemente il mio pensiero attorno all’idea smarrita della qualità, conferendogli chiarezza, precisione ed intensità, ho dovuto attraversare il deserto dei lunghi anni di solitudine e gli incidenti di percorso dei giorni dell’avverso fato, che hanno esaurito le mie sostanze e bruciato le scorie che mi portavo dentro, facendomi concentrare sul compito che mi sta fitto nel cuore con la forza incoercibile della necessità, però ora ho bisogno di trovare chi mi aiuti ad attuarla, quegli alleati che favoriscano la mia realizzazione rappresentati nel grafico astrologico della mia genitura da Plutone, pianeta governatore del Discendente nel segno zodiacale dello Scorpione; li ho cercati invano nell’ultimo decennio, se li avessi conosciuti per tempo sarebbe bastato davvero poco per superare gli inconvenienti che hanno ritardato la definizione della mia visione del mondo, ma non avrei potuto trovarli prima di esporre lucidamente il mio pensiero, operando così un richiamo esplicito verso chi sa riconoscere la realtà, per gli altri non c’è alcuna speranza: nulla riuscirà mai a distoglierli dalla loro convenienza, quella fisima egalitaria che ne legittima fraudolentemente l’esistenza.
Quando abbandonai tutto, rifugiandomi nella foresta del Ribelle, lo feci per sfuggire all’odio nei confronti della qualità proprio del paradigma corrente, ma, come conseguenza diretta, ne ricavai l’impossibilità di mettere a frutto le mie abilità, per farlo avrei dovuto stringere relazioni con persone che, sotto il profilo delle convinzioni personali, mi erano nemiche, così, pur padroneggiando una conoscenza straordinaria qual è l’astrologia, non riesco a praticarla come vorrei, uno spreco di risorse, ripeto a me stesso, eppure, ripensando al passato, preferisco di gran lunga l’isolamento all’avere attorno gente inadeguata; la mia situazione muterebbe radicalmente soltanto qualora riuscissi a trovare un ambiente composto di persone che condividano la mia stessa mentalità, nel quale potrei tenere corsi, esporre conferenze su temi specifici e fare consulti astrologici ad offerta libera, non ho più voglia di perdere tempo assecondando richieste estemporanee provenienti dalla rete per estranei che non so che uso faranno dei miei scritti, in tal modo divulgherei la mia visione qualitativa del mondo e, nel frattempo, proseguirei in tutta tranquillità la stesura della mia autobiografia in chiave astrologica.
Non ho mai pensato all’astrologia come ad una professione da praticare unicamente in vista del compenso che potrebbe derivarne, come farebbe l’ultimo uomo, l’inventore della felicità, che considero invece una conseguenza diretta del mio dharma, modo d’essere che non mi sono dato da solo e che non posso fare a meno di assecondare; inoltre, se agissi spinto dalla brama di profitto, dovrei intrattenere rapporti sociali con persone le più distanti dalle mie convinzioni al solo scopo di ampliare la cerchia di clienti potenziali dai quali trarre il guadagno auspicato, e, per incrementarlo, dovrei ricorrere ad iniziative commerciali come offerte speciali, sconti e promozioni, facendo dell’economia il mio destino, mentre io, con l’astrologia, guarisco dal nichilismo conseguente alla morte del dio cristiano e restituisco senso all’esistenza concreta ricollegandola oggettivamente ad un principio di ordine universale, la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, perciò non posso perdere un solo istante della mia vita discorrendo con chi pensa che l’astrologia sia quella roba che si vede in televisione o si legge nei giornali, opera di ciarlatani senza dignità.
A causa loro provo un autentico terrore al pensiero di propormi agli estranei come astrologo, temo infatti di essere scambiato per uno di quei personaggi da baraccone che si vedono in televisione, a maggior ragione ora, che so come dimostrare il collegamento metafisico tra essere e carattere individuale, la cui immagine archetipica è rappresentata dal grafico astrologico della genitura, e tra divenire e transiti planetari, il cui susseguirsi predefinito lungo lo zodiaco tropico illustra lo svolgersi preordinato delle tappe fondamentali dell’esistenza, una realtà che, abbracciando la nozione indù del dharma e la nozione taoista del wu wei, che spiegano che ciascuno ha un proprio compito che gli deriva dal carattere che non si è dato da sé ed insegnano ad agire senza tenere in conto i frutti dell’azione, estingue la morale del risentimento evangelizzata dai predicatori dell’eguaglianza, e tutto ciò partendo da un sistema di riferimento oggettivo, i gradi di longitudine dei pianeti e dei punti fittizi del tema natale e dei corrispondenti transiti planetari, che ricollega l’uomo concreto ad un principio di ordine universale, inquadrandolo in un disegno di proporzioni cosmiche capace di sfatarne il nichilismo.
La reputazione dell’astrologia dipende dall’uso che ne fanno gli astrologi, e ciò lascia intuire quanto sia arduo il compito insito nella mia natura, e difatti, ogni qual volta ricerco in rete un’associazione culturale che abbia una certa coerenza di indirizzo con il genere di argomenti che mi interessano, per proporre una mia collaborazione, quel che trovo mi spinge a tornare sui miei passi per occuparmi dei miei studi, l’unica strada che sia riuscito a percorrere finora con profitto, ed allora ripenso al brano musicale Magic shop, tratto dall’album L’era del cinghiale bianco di Franco Battiato, che, già nel lontano 1979, descriveva alla perfezione il profilo della maggior parte di coloro che si interessano di esoterismo, che praticano giorni di digiuno e di silenzio per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear, scambiano l’età dell’oro della dottrina indù dei cicli cosmici per un’epoca di favoloso arricchimento materiale, comprano mantra ed hare hare a mille lire sproloquiando sull’esoterismo di René Guénon, mettono i Buddha sopra i comodini, magari dopo aver acquistato un corpo astrale, e deducono da una frase del vangelo, secondo cui gli ultimi della terra saranno i primi nel regno di Dio, che è meglio un imbianchino di Le Corbusier, e poi supermercati con i reparti sacri e rubriche aperte sui peli del papa…
Eppure, sul finire del 2009, in un periodo in cui non disponevo né di una connessione ad Internet né di un notebook, seguendo un’indicazione rivelatasi in seguito inesatta, mi recai presso la sede di un’associazione culturale che si occupava di medio ed estremo Oriente, e, entratovi, dopo essermi guardato intorno, domandai alla ragazza che mi aveva accolto se potesse interessarli la collaborazione di un astrologo, scoprii così che quel giorno l’associazione avrebbe dovuto essere chiusa e che lei si trovava lì per sostituire una socia, pertanto non avremmo dovuto incontrarci, e che sì, da tempo cercavano il contributo di un astrologo, ma nessuno di coloro che si erano presentati fino ad allora li aveva convinti: da quell’incontro nacque la conferenza sulla sostanza del tempo che riassume la mia concezione sul fondamento e sull’utilizzo dell’astrologia, che si tenne nel successivo mese di maggio ed andò tutto sommato bene, anche se non portò i frutti che avrei sperato, poi, per motivi economici, l’associazione dovette rinunciare a tenere conferenze gratuite, e, qualche tempo dopo, chiuse i battenti.
Quell’incontro servì dunque a consolidare il mio pensiero, mentre scrivevo l’elaborato considerai che, comunque fossero andate le cose, mi sarebbe tornato utile per la seconda parte del libro, nel frattempo ricevetti in regalo un notebook usato che mi consentì di tenere la conferenza, un segno del destino; lei, poi, non la vidi più, anche se le scrivo di tanto in tanto, mi risponde quando si trova in Italia, però conservo il suo biglietto da visita sul quale scrisse, sul retro, i dati di nascita suoi e di un altro socio, che chiamò al telefono senza spiegargli la ragione di quella domanda inconsueta, una prova concreta della possibilità di essere compreso, senza che peraltro avessi approntato alcuno scritto che illustrasse cosa so fare, bastarono poche parole sulla qualità del tempo, sul collegamento del tema natale, inteso come mandala personale, con la nozione indù del dharma, e sulla nozione taoista del wu wei, riferita all’azione efficace; non so dire cosa vide in me quella ragazza, ma ipotizzo che qualcosa dovette pur vedere, se organizzò una sala piena di persone che intrattenni per oltre due ore, allora mi domando stupito dove siano quelle salde compagnie smarrite di cui porto il ricordo nostalgico nella struttura della VII casa del grafico astrologico della mia genitura, e perché fatichi tanto ad incontrarle.

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I giorni dell’avverso fato

Mi divora una furia anticipatrice che mi proietta stabilmente in luoghi remoti del futuro, ricordandomi cosa devo diventare prima di cominciare ad esistere, vivo sempre un passo avanti rispetto a dove mi trovo, inseguo l’immagine perfetta e compiuta di me stesso intuita fin dall’infanzia, pervaso da una tensione al miglioramento che mi logora con un ininterrotto lavorio interiore; scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica è il modo in cui esploro le mie possibilità e giungo alla completa autocoscienza di me stesso e del mio destino, tessere un arcobaleno di parole mi aiuta a ricomporre il quadro frammentario di pensieri e ricordi in una visione completa della realtà dalla quale, poi, agire efficacemente per operare il cambiamento.
I contenuti e le intuizioni della mia mente, che soltanto a prezzo di un’intensa attività di lettura, riflessione e documentazione, divengono chiaramente comprensibili quando precipitano lucidamente su carta recuperando oggettività, sono pressoché invisibili a chi mi osserva dall’esterno senza conoscermi, ed io soffro la nostalgia di non potermi manifestare compiutamente per ciò che sono in un’opera finita, così vago nel mondo incrociando gli sguardi degli sconosciuti con la certezza che, se li avvicinassi, mi tratterebbero come uno di loro precipitandomi in una dimensione profana fatta di nulla, allora mi convinco che soltanto l’isolamento in cui mi sono ritirato mi consente di perseguire il mio fine senza dover dare spiegazioni a nessuno, sapendo che, comunque, non verrei compreso.
Quando abbandonai tutto, uscendo dalla gabbia della razionalizzazione dell’esistenza, provai un senso di sgomento per il vuoto di significato che coglievo attorno a me, che superai facendo un atto di fede nel mio destino, dopo aver ripercorso la sequenza di accadimenti eccezionali che costellavano la mia vita, che, considerati l’uno di seguito all’altro, formavano un sentiero invisibile sul quale avevo mosso incerto i miei passi scostanti; ne conclusi che c’era un disegno sulla mia esistenza che richiedeva di essere attuato senza tener conto delle conseguenze delle mie azioni, e da allora tutto, in me e fuori di me, si è andato sfaldando, e l’abbandono fiducioso alla corrente del divenire mi ha dimostrato che nella vita non esistono altri punti fermi che noi stessi ed il compito per cui siamo nati.
Prima di cominciare a scrivere vivevo giorni in cui venivo colto da un profondo senso di vuoto esistenziale: sapevo di sprecare la vita vagando per il mondo senza meta, avvertivo lo scollamento abissale tra realtà esteriore ed interiorità, rammentatomi dal richiamo angosciante del mio daimon, che cercava di risvegliarmi al dovere del mio destino; nelle giornate più cupe, le giornate senza speranza, quando la stanchezza fisica distruggeva l’argine della coscienza e la certezza del futuro non era più in grado di contenere il dilagare del passato, mi assalivano ricordi dimenticati, momenti di straordinaria lucidità durante i quali avevo colto l’essenza del reale e misurato la distanza dalla mia meta, ed allora, sgomento, scoprivo quanto gravasse su di me il fardello delle origini, e quanto fosse arduo il cammino.
Poi, una giornata qualunque, mi accorsi che bastava una buona nottata di sonno per recuperare fiducia nella vita; durante la notte l’anima si ricongiunge all’essere e ritrova la certezza della propria strada, ma un giorno è troppo breve per fare qualsiasi cosa utile, me ne accorgo quando leggo, penso, scrivo e correggo le pagine del mio manoscritto: la coscienza è troppo debole per sopportare il peso di ventiquattro ore, la mente non è in grado di dominare tutti i suoi contenuti in un solo sguardo ed un solo istante, ha bisogno di sminuzzare, vagliare, aggregare, limare, così ogni scritto conserva qualcosa di artificiale, non essendo stato creato di getto nella forma in cui viene letto, allora, quando ho dei cedimenti interiori, realizzo che è il giorno che vivo, l’istante presente, quello che può spezzarmi.
Questi lunghi anni di solitudine hanno logorato quel poco che rimaneva delle mie sostanze; la conclusione della prima parte del manoscritto, che, sola, conferirebbe visibilità alla mia azione, per quanto mi appaia vicina rimane ancora troppo lontana, ed io, pur padroneggiando una conoscenza straordinaria qual è l’astrologia, con la quale potrei uscire dalla condizione in cui mi trovo, non riesco a praticarla come vorrei per mancanza di persone adeguate, ma, soprattutto, perché mi sarebbe impossibile esprimermi ad un solo livello, ignorando la totalità degli elementi che formano la mia complessità, perciò trovo così difficile manifestarmi compiutamente in maniera comprensibile agli estranei, e ciò riduce al lumicino la probabilità di trovare chi supporti la realizzazione dei miei progetti.
Il mio modo di vivere, e la situazione in cui mi trovo, rispecchia completamente me stesso: l’orgoglio che mi caratterizza, la propensione a voler fare tutto da solo ricorrendo a mezzi risicati ed impropri pur di non dover dare spiegazioni, che, comunque, non verrebbero comprese, da un lato facilita il mio compito, dall’altro lo complica, soprattutto quando l’azione viene impedita o ritardata da contrattempi banali e facilmente risolvibili, qualora avessi già trovato gli alleati rappresentati da Plutone e fossi uscito dalla condizione di isolamento in cui mi condanna l’incomprensione generata dai valori che incarno, che sono antitetici rispetto al paradigma corrente e rendono illegittima la mia natura qualitativamente differenziata, così vago solitario nel mondo, anonimo e scostante, nemico degli uomini.
Quando mi vedo riflesso nelle vetrine dei negozi, mentre cammino per la mia strada con passo determinato, affamato come un lupo di tutto ciò che mi è stato negato a causa dell’odio nei confronti della qualità proprio del paradigma corrente, provo un senso di inquietudine nel trovarmi di fronte alla mia figura, lo stesso che, ne sono certo, avvertono gli estranei che incrocio lungo la via quando li fisso negli occhi e procedo oltre, tormentato come sono dalla necessità vitale di realizzare l’immagine di me stesso che presentivo fin dall’infanzia, la cui grandezza mi impone di maturare un distacco, un controllo, una signoria, su di me e sulla potente natura di desiderio che incarno, prima di poter riuscire ad imprimere il movimento sulla realtà e farla girare al ritmo della musica che ho scritto per essa.
Il recupero dell’oggettività sugli impedimenti esterni del passato, che dimostra che non avrei potuto avere altra storia personale che quella che conosco, l’insieme logico e coerente dei contenuti del manoscritto, l’impegno totale profuso nella scrittura, il cui risultato mi conferisce un senso di identità, la certezza dell’esistenza del destino, hanno fatto scemare l’angoscia con la quale affrontavo i contrattempi che impedivano o ritardavano la mia attività: subisco meno le avversità, ho imparato a sciogliere le abitudini e ad organizzare gli impegni quotidiani seguendo le esigenze del tempo, sono diventato cedevole e duttile come l’acqua, che, nel percorso tortuoso verso il mare, colma pazientemente ogni avvallamento ed aggira gli ostacoli che non riesce a superare tenendo lo sguardo puntato sulla meta.
Nei giorni dell’avverso fato, quando un contrattempo mi costringe a rivedere programmi ed abitudini, ripenso al brano musicale Conforto alla vita, tratto dall’album Dieci stratagemmi di Franco Battiato: nella sventura non ti colga sgomento, per te non sorga il giorno che alla tua gioia sia compenso di dolore, e ricordo a me stesso quanto sia inutile angosciarsi per i fatti, che, per loro natura, accadono, e non vanno discussi, e, anzi, spesso vengono appesantiti da fattori umorali che prefigurano gli scenari peggiori, eppure quante volte un malefico vento fu scacciato da un soave profumo che risaturò l’aria, o il nembo spesso che sovrastò minaccioso fu disperso prima che dal grembo oscuro si scatenasse orribile tempesta, e quanto fumo si levò che non fu fiamma, ed allora mi convinco che le nuvole non possono annientare il sole.
Eppure, in occasioni del genere, quando un impedimento, non importa quanto stupido esso sia, intralcia il mio cammino distogliendomi dalla mia attività, riprendo improvvisamente coscienza della mia condizione, ed allora, non essendo ancora riuscito a penetrare ed a sciogliere le cause più profonde della mia storia personale, ogni qual volta tento di farlo una resistenza dolorosa e vibrante mi opprime il petto e mi ricaccia all’indietro, dall’abisso sgorga, come magma incandescente vivido e pulsante, il ricordo degli eventi e degli incontri disastrosi del passato, così l’odio distillato nei lunghi decenni della mia esistenza cristallizza nei miei scritti, ed è aggregando il materiale lavico eruttato dalla profondità del mio essere che traggo da me stesso i frammenti della visione che porto dentro da sempre.

Gli anni della solitudine

La sensazione di smarrimento ed angoscia esistenziale provata negli anni 2001-2003 mi portò, nel mese di marzo 2002, ad abbandonare la società di intermediazione mobiliare nella quale lavoravo, e, l’anno seguente, durante il transito di Saturno in aspetto angolare di quadratura con Plutone radix, che, governando il primo il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno ed il secondo il Discendente nel segno zodiacale dello Scorpione, dimostrò chiaramente come quel legame associativo fosse incompatibile con l’immagine della mia realizzazione, la massoneria, che avevo ritenuto fosse un’autentica società iniziatica capace di dissolvere il nichilismo che mi pervadeva, ed invece aveva confuso ancor di più i miei già incerti pensieri, così, rimasto solo e senza identità sociale, mi accorsi che, nella mia esistenza, erano mutati scenari, città, luoghi, ambienti scolastici e lavorativi, ma tutto era rimasto esattamente come quand’ero piccolo, un sottofondo desolante e deprimente di miseria umana che mi opprimeva interiormente, l’agitazione convulsa dei miei primi trent’anni di vita non mi aveva allontanato di un passo dalla pochezza che mi circondava, perciò, per evitare il ripetersi degli incontri karmici indicati da Nettuno retrogrado nella VII casa del grafico astrologico della mia genitura, rifiutai di seguire G. in un’altra società di intermediazione mobiliare, divenuto ormai consapevole che non un lavoro avrebbe cambiato la mia vita, ma l’incontro con persone qualitativamente differenziate che, come me, non sopportano di essere omologate agli scarti del genere umano.
In quegli anni avevo già preso confidenza con l’astrologia, di cui avevo intuito l’essenziale, compreso il ruolo giocato dalla complessità della struttura del grafico astrologico della genitura nel definire la qualità individuale, cosa che si verifica quando la maggior parte o tutti i pianeti, collocati in segni zodiacali loro confacenti, formano aspetti angolari tra di loro, con i pianeti personali legati ai pianeti superiori, le remote orbite da Urano a Plutone, e gli assi cadono in segni zodiacali forti, tracciando all’interno del cerchio zodiacale un disegno dalla trama decisa, definendo destini che si svolgono su un piano più elevato di quello biologico ed esprimendo necessità ed impegno fuori dal comune, così, conoscendo l’elevata intelligenza che mi caratterizza, rammentando il significato delle linee tracciate sui palmi delle mie mani e considerata la complessità del mio tema natale, mi domandai stupito per quale motivo queste potenzialità avessero prodotto soltanto il me stesso di allora; ignoravo che agivano contro di me due millenni di pietismo cristiano, frutto della morale del risentimento, ed oltre tre secoli di pensiero politico moderno fondato sullo pseudo-principio dell’eguaglianza degli uomini che fa dell’economia un plumbeo destino collettivo, eppure, nonostante le avversità, conservavo intatta la certezza che la grandezza che avvertivo dentro di me dovesse esprimersi per mezzo di opere, per quanto, pressato da esigenze che mi erano estranee, non riuscissi a trovare uno sbocco conforme al mio sentire, perciò mi ero lasciato deformare dal lavoro, illudendomi che lì si celasse la chiave della mia realizzazione.
Accadde allora, inaspettatamente, che, quando Urano transitò in aspetto angolare di doppia quadratura rispetto all’opposizione radicale tra Venere e Marte, riapparvero, dopo oltre un anno di assenza, gli astrologi massoni che mi avevano dimostrato la serietà di questa disciplina fin troppo maltrattata, e, di lì a poco, nacque un newsgroup astrologico nel quale, con l’entusiasmo delle mie illusioni associative, credetti di poter trovare persone con un sentire simile al mio, ne trovai invece alcune che volevano trascinarmi nuovamente nel sistema di vita al quale mi ero appena sottratto, che, peraltro, non piaceva neppure a loro, soltanto non potevano tollerare che vi fosse qualcuno che seguisse se stesso piuttosto che deformarsi in cambio della sicurezza economica, e difatti quelle frequentazioni si svolsero in maniera tesa e contrastata, come ci si aspetterebbe da un transito planetario di quadratura, mentre il recente transito di Urano in aspetto angolare di sestile / trigono rispetto alla stessa opposizione radicale ha favorito la pubblicazione del mio sito Internet e di questo blog senza che vi fossero attriti, dopo un’assenza dalla rete durata circa sei anni; inoltre ricevevo l’incomprensione di chi veniva a conoscenza del mio interesse per l’astrologia, che, fraintendendone l’impiego, mi spronava ad utilizzarla per guadagnare denaro, mentre io, obbedendo ad un’esigenza vitale, cercavo di definire la visione del mondo capace di sfatare il nichilismo e l’egalitarismo livellante dell’epoca moderna intuita sul finire del 2000, quando osservai per la prima volta la simulazione del moto dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, che mi dischiuse un insieme di possibilità che ho impiegato un decennio per esplorarle fino in fondo.
Se, dunque, in quegli anni mi riuscì impossibile emergere secondo la mia natura, fu per la mancanza di un ambiente composto esclusivamente di persone qualificate capaci di comprendere le mie intuizioni, e difatti, ogni volta che provavo ad esternare la mia visione qualitativa della realtà, come peraltro mi accadeva fin da bambino, venivo ricacciato nel mio esilio interiore dai rimbrotti del paradigma corrente e costretto a consolidare il mio pensiero in una forma capace di resistere alle pressioni esterne con la forza schiacciante della verità, ma ciò richiedeva tempo, oltre che tranquillità, così, esasperato dal fallimento dell’esperienza internettiana e dalla scoperta che perfino gli astrologi massoni si erano rivelati maestri nell’arte dell’inganno, come la generalità dei loro carissimi fratelli, durante l’ultimo transito separativo di Plutone in aspetto angolare di quadratura rispetto a se stesso radix, che nel biennio precedente mi aveva fatto sperimentare relazioni tese e disturbanti affinché comprendessi cosa cercare negli alleati, abbandonai di colpo tutto quanto per immergermi nei miei studi, senz’altra bussola che la voce del mio daimon che mi spronava a trovare una soluzione al mio malessere esistenziale, accogliendo i suggerimenti contenuti nel brano musicale Le aquile non volano a stormi, tratto dall’album Dieci stratagemmi di Franco Battiato: non prestare orecchio alle menzogne, non farti soffocare dai maligni, non nutrirti di invidie e gelosie; da allora i giorni ed i mesi hanno preso a correre veloci, ed io ho percorso una strada oscura ed incerta nella quale, a tratti, ho temuto di offuscarmi, soffrendo in silenzio i danni del tempo nell’incerto cammino del ritorno, seguendo la guida degli antichi saggi, affidandomi all’intuizione ed attraversando il male.
Nella tranquillità della foresta del Ribelle, turbata inizialmente dalla sensazione che la mia presenza in quel luogo fosse illegittima, agiva in me la cattiva coscienza delle false convinzioni instillatemi nel passato, cominciai a mettere ordine nella realtà, per raccapezzarmi tra le mie macerie esistenziali e realizzare il mio destino, cosa che mi ha portato, all’inizio del 2006, durante l’ultimo transito di Urano in aspetto angolare di sestile con Saturno radix, che ha determinato un mutamento di orientamento professionale analogo a quello che, con l’aspetto angolare di quadratura dello stesso pianeta, verificatosi nel marzo 1997, mi portò a licenziarmi bruscamente dalla banca, ed a quello di Nettuno, avvenuto tra il 2001 e l’inizio del 2003, che mi sprofondò nell’angoscia e mi fece abbandonare la società di intermediazione mobiliare, a scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica, organizzando materiale accumulato negli anni precedenti, con l’intenzione originaria di illustrare l’utilizzo dell’astrologia riferendola ad un’esistenza concreta, ma, mentre scrivevo, emergeva con sempre maggiore chiarezza ciò che c’era in me di represso, così, partendo da un capo del problema, e seguendone lo svolgimento, inserendo nel racconto il contesto politico, economico e sociale nel quale ho vissuto, ho recuperato l’oggettività della mia esperienza personale, e, partendo da essa, ho colmato il vuoto di valori che permea la modernità e costruito i germi di un paradigma destinato a sostituire quello vigente, ponendo le basi per concludere l’eone cristiano ed inaugurarne uno in cui prevalgano, conformemente alla realtà della naturale ineguaglianza degli uomini, valori di spiritualità e gerarchia.

Lascia tutto e seguiti

In quegli anni avevo ormai raccolto prove schiaccianti del fatto che il paradigma corrente considerava illegittimo il mio modo d’essere qualitativamente differenziato, era pertanto inutile continuare a resistergli dall’interno, così, mentre maledicevo il mio destino per gli ambienti in cui mi aveva precipitato, assecondai istintivamente l’accorato appello contenuto nel brano musicale Il mantello e la spiga, tratto dall’album Gommalacca di Franco Battiato, ad abbandonare tutto per seguire le orme lasciate nel tempo nelle quali riconoscermi per ricongiungermi alle memorie del futuro, ed intanto risuonava beffarda nei miei ricordi l’osservazione di quanti, fin dall’infanzia, mi avevano detto che ero fortunato ad essere com’ero, che non avevo ragione di lamentarmi, ed io reagivo ogni volta stupito e sdegnato considerando che, se davvero ero stato baciato dalla sorte, non mi spiegavo il motivo per cui fossi costretto a stare assieme a loro.
Finii così per incarnare la figura delineata da Ernst Jünger nel Trattato del ribelle, ossia di colui che, nel corso degli eventi, si è trovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento, ma, ciononostante, è ancora deciso ad opporre resistenza, a dare battaglia, sia pure in forma disperata, essendo caratterizzato da un profondo, nativo rapporto con la libertà che lo porta a contrapporsi ad ogni forma di automatismo, consapevole che ogni razionalismo sfocia nel meccanismo e, conseguentemente, nella tortura, ed a scegliere da sé se avere un proprio destino oppure essere soltanto un numero; il Ribelle, infatti, non si lascia imporre la legge da nessuna forma di potere superiore, affida le sue conclusioni all’autorità del proprio foro interiore, affronta il rischio del passaggio al bosco allo scopo di definire una libertà valida a dispetto del Leviatano, ma, prima di tutto, ha la necessità di maturare un’idea precisa di sé, se davvero vuole compiere ardue imprese, dopodiché è sufficiente che tocchi l’essere in un solo punto perché ne nascano ripercussioni tali da datare il tempo.
Ma il passaggio al bosco non va inteso in senso letterale, la foresta è ovunque, sottolineava Jünger, ciò che conta è l’atteggiamento mentale con il quale si attua la ribellione, così il 22 luglio 2003 mi ritirai nella biblioteca nazionale centrale di Roma, e, dimorandovi in solitudine, circondato da oltre sette milioni di libri, ho sfatato il nichilismo che mi pervadeva, recuperato la piena legittimità della mia natura qualitativamente differenziata e definito lo scopo della mia vita, diventando infine come coloro che, da bambino, mi incutevano timore per aver steso arcobaleni di parole capaci di condurre i lettori nei luoghi remoti ed inaccessibili del loro essere, e, per una curiosa coincidenza, il mio rifugio ha dei tratti in comune con la selva del Ribelle, con i giardini tematici adiacenti le sale di lettura, i tre alberi antistanti l’ingresso dai tronchi maestosi e dai rami scheletriti dall’inverno che, in primavera, in poche settimane si rivestono di vaste chiome verdeggianti, le magnolie dalle foglie lucide ed oleose, gli abeti dai rami penduli e tristi, l’ulivo striminzito, i sempreverdi senza nome, i rampicanti, i cespugli di rose rosse e fiori selvatici.
Ho scoperto di amare gli alberi soltanto dopo aver abbandonato il meccanismo infernale che razionalizza e sterilizza l’esistenza riducendola ad insensata economia, e di aver bisogno, di tanto in tanto, della loro compagnia paziente, silenziosa e rassicurante, mi ritempra osservarne le chiome, ne apprezzo l’ombra, il riverbero della luce estiva tra le foglie, la frescura che rende sopportabile la stagione calda ed afosa; venerato in tutte le culture per la sua forma verticale, l’albero collega ciò che è in alto con ciò che è in basso, partecipa delle nature terrestre e celeste, da cui assorbe il nutrimento ed in cui rilascia l’ossigeno necessario alla vita, attraversa un ciclo ininterrotto di morti e rinascite con l’alternarsi delle stagioni e la sua parte visibile si specchia simmetricamente in quella nascosta nel terreno, simboleggiando in tal modo l’uomo nel rapporto tra ciò che custodisce dentro di sé e ciò che manifesta all’esterno, per cui, parafrasando un antico detto alchemico, quanto più le radici della sua ribellione affondano all’inferno, tanto più i rami della sua azione si ergono imperiosamente a sfidare il cielo.