L’esperienza del tempo

Clessidra

Nella clessidra l’ampolla inferiore mostra il dovere compiuto, quella superiore il dovere da compiere, ed in mezzo sta l’istante eterno

A cavallo tra il 2011 ed il 2012, riflettendo sulla successione dei post del blog, quando il progetto era ancora allo stadio embrionale ed i pensieri faticavano a trovare uno sbocco coerente e scorrevole per illustrare il complesso di conoscenze e riflessioni che desideravo esprimere, lessi, tra numerosi altri, tre libri riguardanti il tempo: Il libro dell’orologio a polvere ed Al muro del tempo, di Ernst Jünger, editi entrambi da Adelphi, e Tempo ed Eternità, di Ananda K. Coomaraswamy, pubblicato da Luni Editrice, del quale ho scritto nel post omonimo.
Il primo libro di Ernst Jünger, dedicato ad uno specifico strumento di misurazione del tempo, la clessidra, il cui significato etimologico è ladra d’acqua, in quanto le prime clessidre adoperavano quell’elemento naturale, affronta un lunghissimo excursus storico che ne descrive l’evoluzione fino all’invenzione dell’orologio meccanico, che, con il meccanismo a scatto dello scappamento, interrompe la continuità del moto e rende l’oggetto misurato tanto razionale quanto artificiale, puntualizzando che l’orologio a polvere, più che misurare il tempo, misura una durata prestabilita, mezz’ora, un’ora, quattro ore, otto ore, e così via, ed anticamente veniva usato per scandire i turni di guardia delle sentinelle e delle vedette marittime, in quanto l’ampolla inferiore mostrava il dovere compiuto e quella superiore il dovere da compiere; il volume, ricco di note, disegni e fotografie, testimonia l’interesse per il tempo nutrito da un uomo che, avendo attraversato indenne le tempeste d’acciaio di due guerre mondiali, è vissuto tanto a lungo da assistere due volte al passaggio della cometa di Halley.
Nel libro Al muro del tempo, invece, incentrato sui cambiamenti epocali legati al passaggio dall’era dei Pesci all’era dell’Acquario, di cui potevano scorgersi già i sintomi, Jünger, con la tipica prosa lenta e dilatata dalla quale emergono all’improvviso verità impronunciabili, dedica un capitolo, intitolato Riflessioni di un non astrologo sull’astrologia, all’astrologia, la cui rinascita, avvenuta intorno alla fine dell’Ottocento, non cessava di turbare gli spiriti moderni, che, utilizzando un orologio cosmico basato sul ciclo delle rivoluzioni planetarie, dispone di un quadrante suddiviso in qualità che non frammenta il tempo in modo uniforme e monotono, come fanno gli orologi meccanici, ma sul quale le ore si susseguono, senza per questo essere uguali l’una all’altra, ed immagini potenti e profondamente radicate, i dodici segni zodiacali, si danno vicendevolmente il cambio; l’autore era consapevole che la diffusione dell’astrologia, contraddicendo i presupposti razionalistici del paradigma corrente e minando le fondamenta della scienza, costituiva un segno premonitore dell’avvicendamento dell’era precessionale.
Inoltre, insistendo sulla singolarità del destino e sull’innata ineguaglianza degli uomini, l’astrologia combatte il livellamento dell’epoca moderna, sicché, di fronte al minaccioso appiattimento dei tempi moderni, l’astrologo non perde mai di vista l’innata dignità umana e non presta orecchio ad astratte formule di uguaglianza e libertà, è l’essere-così dell’uomo a fungere da presupposto imponendogli limiti temporali e spaziali e facendogli evitare o scegliere tempi e luoghi della vita secondo una modalità che trova radici nella propria legge interiore, nel suo habitus e nel suo carattere intesi nel senso più largo, perciò assegna all’individuo concreto un rango superiore rispetto a quello che gli possono accordare il pensiero astratto ed un’astratta regola distributiva, e, rincarando la dose, Jünger concludeva che qualsiasi dottrina affermi che l’uomo a priori nasce per lo stato o per la società, è una falsa dottrina: l’uomo nasce per vivere il proprio destino e procede su questa via, tutti gli altri obblighi sopraggiungono a posteriori, sono la conseguenza di qualità particolari come l’essere uomo, donna, padre, il far parte di un popolo e di una comunità.
Jünger distingueva un tempo misurabile ed un tempo del destino: il primo, astronomico, determinato quantitativamente in base al ciclo delle rivoluzioni planetarie, il secondo, ciclico, soggetto all’interpretazione astrologica, e poiché l’orologio che li scandisce è uno solo, concludeva, logos e nomos vengono posti in relazione reciproca, anzi scambiati, e si fondono l’uno nell’altro per lo sguardo che interpreta; l’astrologia, proseguiva l’autore, costituisce un metodo di indagine che connette la vita a più ampi processi, la sua rappresentazione, il suo simbolo, l’oroscopo, è ciclico, e poiché esso si richiama alla più grande e più antica rotazione che ci è dato conoscere, ad essa basta un solo ed immutabile orologio per decifrare ciò di cui è suonata l’ora; ad ogni nuova nascita una nuova, piccola ruota comincia il corso che le è prescritto all’interno dell’immensa rivoluzione cosmica, l’oroscopo dell’uomo funge da immagine dell’orologio cosmico, la sua configurazione decreterà la legge secondo la quale egli è entrato nel gioco, il suo carattere ed il suo destino.
Jünger affrontava poi il tema centrale del libro, la concezione del tempo quale sostanza non uniforme e neppure lineare che ne avevano le civiltà tradizionali, sottolineando che, ovunque, i passaggi d’epoca sono stati intesi come chiusure ed aperture di cicli, e che il mondo stava vivendo uno di questi momenti, con il passaggio dall’era precessionale dei Pesci a quella dell’Acquario, riferendosi al fenomeno astronomico della precessione degli equinozi: ogni anno l’equinozio di primavera si verifica in anticipo rispetto all’anno precedente, spostandosi di un grado ogni settantadue anni, sicché l’anno platonico dura 25920 anni ed il mese platonico 2160 anni, ed il susseguirsi di questi mesi, denominati ere precessionali, produce effetti psicologici importanti sulla popolazione, come notava Carl Gustav Jung, tanto che nei monumenti delle civiltà del passato si riscontra la serie di animali rappresentata dal toro, dall’ariete e dai pesci, quest’ultima propria del cristianesimo, segno che ogni civiltà, osservando l’orologio cosmico, identificava se stessa con la costellazione che sorgeva al momento dell’equinozio di primavera.
Ma al di là dell’incertezza su dove si trovi il grado zero dello zodiaco siderale, che rende incerto l’inizio delle ere precessionali, l’età dell’Acquario si preannuncia con molti sintomi che fanno presagire un mutamento di clima, e, considerate le caratteristiche di questo segno zodiacale, è pressoché certo che nel prossimo mese platonico gli uomini non saranno fratelli tra loro: a ciò ha già pensato il cristianesimo, e se ne sono visti i risultati; Jünger e Coomaraswamy concludono dunque la mia ricerca sul tempo, ma fu nel lontano 1993, leggendo la prefazione all’I Ching di Carl Gustav Jung, che incontrai per la prima volta il concetto di tempo qualitativo riscontrabile praticamente nell’uso dell’oracolo cinese, che lo stregone svizzero sosteneva non sbagliasse mai, e con la nozione di sincronicità, espressione di una sostanziale identità tra psiche e materia che collega eventi esterni e condizioni psicologiche superando l’angusto principio di causalità: difatti non esiste un ordinamento causale del mondo, esso è dato così com’è, senza causa, pertanto non ha senso ragionarci sopra in termini esclusivamente causali.
Nel saggio La sincronicità come principio di nessi acausali (1952), pubblicato da Bollati Boringhieri, Carl Gustav Jung indicava con quel termine una coincidenza significativa, ossia un rapporto acausale tra eventi esterni e condizioni psicologiche avente carattere numinoso, tale per cui si avverte chiaramente che quel che è accaduto non può essere un puro caso, rifacendosi in ciò all’antico paradosso greco Εν τò πάν (En to pán), Uno è il Tutto, dell’universo inteso allo stesso tempo come unità e molteplicità, sicché la sincronicità veniva definita come relatività di tempo e spazio condizionata psichicamente, secondo le parole dello psicologo svizzero: “Io impiego dunque in questo contesto il concetto generale di sincronicità nell’accezione speciale di coincidenza temporale di due o più eventi non legati da un rapporto causale, che hanno uno stesso o un analogo contenuto significativo. Sincronicità significa allora anzitutto la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi esterni, che paiono paralleli significativi della condizione momentaneamente soggettiva e – in certi casi – anche viceversa.”
Il fenomeno della sincronicità, proseguiva Jung, è quindi la risultante di due fattori: un’immagine inconscia si presenta direttamente o indirettamente alla coscienza come sogno, idea improvvisa o presentimento ed un dato di fatto obiettivo coincide con questo contenuto, ma considerare l’ipotesi che un medesimo significato possa manifestarsi nella psiche umana e al tempo stesso nell’ordinamento di un evento contemporaneo esterno e indipendente contrasta con le tradizionali visuali scientifiche e teorico-conoscitive, perciò lo stregone svizzero ricordava di non perdere mai di vista che la validità delle leggi naturali è puramente statistica, ed il metodo statistico, per sua natura, stempera gli eventi rari per concentrarsi sull’evento medio, che finisce per divenire l’unico davvero esistente; fenomeni sincronistici si verificano con relativa regolarità e frequenza nei casi di procedure intuitive o magiche, ed io, negli anni in cui leggevo Jung, dopo essermi rifugiato nella foresta del Ribelle, ne sperimentavo in continuazione, come continuo a viverne ancor oggi, sia pure con minor stupore, e furono proprio tali fatti a convincermi ad abbandonare tutto e ad affidarmi alla corrente del tempo.
Marie-Louise von Franz, allieva di Jung, nel libro Psiche e materia, pubblicato da Bollati Boringhieri, sosteneva, citando il maestro, che psiche e materia esistono in un unico ed identico mondo, e ciascuna partecipa dell’altra, altrimenti qualsiasi azione reciproca sarebbe impossibile, e ciò, per una mente razionale plagiata dalla modernità, costituisce uno spiraglio di luce nell’angusto mondo della ragione: quando un archetipo viene attivato nell’inconscio del soggetto che lo esperisce, producendo così uno stato di forte tensione emotiva, psiche e materia sembrano non esistere più come entità separate, bensì coordinate ad una sola situazione simbolica piena di senso; in simili condizioni mondo fisico e mondo psichico costituiscono due facce della stessa realtà, che lo psicologo svizzero denominò unus mundus, e gli eventi sincronistici, espressione di un ordine acausale, rappresentano singolarità in cui si manifesta sporadicamente l’unità di psiche e materia e rinviano ad un aspetto unitario cosciente trascendente dell’essere, sicché psiche e materia sarebbero due volti dello stesso segreto vivente, il mondo unico.
Il ruolo ricoperto dall’affetto nel sorgere di eventi sincronistici non era affatto di un’idea nuova, ricordava Jung: già Avicenna ed Alberto Magno se ne resero conto chiaramente, e, proprio di quest’ultimo, citava un brano del De mirabilibus mundi, che faceva riferimento al Liber sextus dei Naturalia di Ibn Sina, che, nel XII e XIII secolo, esercitò un influsso decisivo sul pensiero dei grandi scolastici, come lo stesso Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Ruggiero Bacone ed altri: “(…) dopo la lettura dei libri negromantici e che hanno per tema immagini magiche (imaginum) e magia, ho trovato che [realmente] l’emotività (affectio) dell’anima umana è la radice principale di tutte le cose. […] Chi vuole quindi conoscere il segreto di questo fatto per provocarlo e scatenarlo, deve sapere che chiunque può influenzare magicamente ogni cosa, se cade preda di un grande accesso… e allora lo deve fare precisamente in quell’ora in cui l’accesso lo aggredisce e agire con le cose che l’anima gli prescrive”; esiste dunque una forza immaginativa nella psiche dell’uomo che, nello stato di alta tensione affettiva e nella costellazione astrologica adeguata, produce mutamenti concreti nel mondo materiale.
Nel corso dei suoi studi Marie-Louise von Franz proseguì la ricerca sul tempo, intrapresa da Jung in relazione all’I Ching, approfondendo la conoscenza delle tecniche divinatorie, che traggono responsi sul futuro sulla base di atti apparentemente scollegati dalla realtà che si propongono di indagare, esponendone i risultati nei saggi L’esperienza del tempo: il dio arcano che presiede alla vita, pubblicato da RED, e Le tracce del futuro: divinazione e tempo, edito da TEA, partendo dai greci, che identificavano il tempo, percepito come un costante fluire di eventi esterni ed interni, con Oceano, fiume divino che circondava la terra inglobando il cosmo o serpente che si morde la coda recante sulla schiena lo zodiaco, intuizione sottesa a tutte le teorie che misurano il tempo mediante il flusso di una sostanza; anche per i cinesi il tempo formava un continuum contenente qualità o situazioni fondamentali che potevano presentarsi in luoghi diversi in modo relativamente simultaneo, ed il Libro dei Mutamenti era stato elaborato proprio sul presupposto che il tempo consiste di un flusso fasi ordinate di trasformazione della totalità cosmica.
Marie-Louise von Franz illustrava le caratteristiche dei sistemi di predizione del futuro basandosi sulla definizione junghiana del numero quale elemento d’ordine più primitivo dello spirito umano, archetipo dell’ordine divenuto cosciente, sottolineando il duplice carattere complementare del numero naturale, che è assieme quantità e qualità e consente di rappresentare la compenetrazione del mondo della materia, rappresentato dalla quantità, e di quello della psiche, rappresentato dalla qualità, la cui serie infinita mostra fasi temporali qualitative nell’esserci della totalità cosmica; in tutte le forme di divinazione numerica, che rappresentano tentativi primitivi dell’umanità di contare l’energia psichica e le sue costellazioni, si conta in senso retrogrado per sfuggire alla confusione della molteplicità, i cinesi utilizzavano i numeri, con la loro natura irrazionale ed abissale, per indovinare la realtà, in Cina la matematica era usata soltanto a fini divinatori, Richard Wilhelm, poi, il traduttore dell’I Ching, spiegava l’idea cinese della divinazione dicendo che, se sapessimo contrarre l’albero nel seme, sapremmo pronosticare il futuro.
L’attenzione di Marie-Louise von Franz si appuntò dapprima sugli oracoli divinatori che operano per mezzo di numeri, ossia sui sistemi di divinazione nei quali un numero viene prodotto attraverso qualche gesto arbitrario, e, sulla base del risultato ottenuto, si trae il responso al quesito del consultante, quindi precisò la differenza esistente tra oracoli numerici ed altre tecniche di divinazione, che catalizzano le conoscenze inconsce tramite l’osservazione di un qualche tipo di struttura caotica, esattamente come avviene nel test di Rorschach, nel quale, osservando il disegno caotico, il completo disordine della forma confonde la mente cosciente e fa sorgere improvvisamente una fantasia, ed avanzò l’ipotesi che potremmo essere tutti dei medium, ed avere quindi una conoscenza assoluta, se la luce abbagliante della coscienza egoica non la offuscasse, per questo il medium ha bisogno di un abaissement du niveau mental, di un abbassamento del livello mentale che gli consenta di vedere oltre, e, per ottenerlo, deve immergersi in trance, in uno stato simile al sonno, per far emergere le proprie conoscenze.
Jung affermava che era notorio che l’affetto emotivo produce tale abaissement du niveau mental, una sopraffazione della coscienza da parte di contenuti inconsci, per cui la percezione di spazio e tempo si riduce completamente e regna soltanto un continuum spazio-temporale che rende possibile la coincidenza e la simultaneità di eventi psichici e non-psichici, eventi che manifestano un legame fra di loro basato su una comunanza di significato, e non su un meccanismo di causa-effetto, ossia di sincronicità; Marie-Louise von Franz attribuiva questa conseguenza anche all’osservazione di una forma caotica, oppure alla stanchezza, testimoniando che lei stessa, trovandosi fisicamente esausta, aveva lampi di coscienza assoluta che, dopo aver dormito bene alcune notti, svanivano, in quanto la conoscenza assoluta è come la luce di una candela, e se la luce elettrica della coscienza egoica è accesa è impossibile vederne il lume, così, osservando un disegno caotico, si rimane confusi e non ci si riesce a raccapezzare, il funzionamento della mente cosciente si inceppa ed emerge una fantasia inconscia.
Marie-Louise von Franz si domandò allora quale differenza vi fosse fra un moderno esperimento scientifico ed un oracolo divinatorio, e rispose che nell’esperimento scientifico il caso è un elemento di disturbo che viene eliminato, scacciato il più lontano possibile, ne rimane soltanto una piccola parte che non si può sopprimere e che infastidisce lo scienziato, che tende a trascurarlo ed a fare come se non si fosse mai verificato, per non screditare la perfezione formale delle sue teorie, mentre l’oracolo adotta un approccio diverso, complementare, che mette il caso al centro di tutto: si prende una moneta, la si lancia ed il fatto casuale che esca testa o croce è la fonte stessa dell’informazione; sono due approcci assolutamente complementari: l’esperimento scientifico tende ad eliminare il caso, l’oracolo gli assegna un ruolo centrale, e difatti l’esperimento si basa sulla ripetizione, l’oracolo sul gesto unico, l’esperimento si basa sul calcolo delle probabilità, l’oracolo si serve del singolo, unico numero come fonte di informazione, in questo modo il risultato casuale diviene il centro della riflessione.
L’esperimento fisico viene ripetuto nel tempo allo scopo di ottenere informazioni relative ad un pezzetto di realtà, non è possibile sperimentare se non si definisce prima l’angolo di universo che si vuole studiare, per l’oracolo è esattamente il contrario: esso è un evento unico sotto il profilo temporale, in quanto viene interrogato una volta sola, ed il suo scopo non è quello di ottenere informazioni su un frammento della realtà, bensì sull’intera situazione psicologica esterna, interna, presente e futura del consultante, e, sotto questo profilo, è del tutto complementare rispetto all’esperimento fisico; la ripetizione è il segreto della probabilità: più volte si ripete la situazione, più è possibile formulare esattamente la probabilità dell’esito, finché alla fine, e questa è la formulazione statistica del concetto di probabilità, si può dire che, se si fanno infinite prove, è possibile definirne il valore limite; tutta la matematica, e l’uso che ne viene fatto nella fisica moderna, è basata sull’incapacità di prevedere eventi singoli e sul tentativo di prevedere invece con notevole precisione migliaia o milioni di eventi.
L’interpretazione probabilistica della fisica quantistica afferma che, in certi esperimenti, il risultato è, nel caso singolo, essenzialmente imprevedibile, mentre la distribuzione statistica dei risultati relativi all’esperimento ripetuto numerose volte riproduce una distribuzione di probabilità che può essere calcolata, in certi casi, con precisione estrema; la scienza, pertanto, odia le tecniche divinatorie e l’astrologia, che ha una base scientifica nello zodiaco tropico, nei sistemi di domificazione e nella posizione dei pianeti, in quanto il metodo statistico elimina il caso singolo, l’annulla come se non avesse importanza, mentre per l’uomo concreto il caso singolo è tutto, coincidendo con la sua stessa unica ed irripetibile esistenza, ed esse trattano esclusivamente il caso unico e non ripetibile, ciò che è precluso alle osservazioni scientifiche, incentrate sulla ripetizione di eventi in quantità tale da escludere i casi estremi, perciò la scienza non ha niente di interessante da dire all’uomo reale, nessun significato da trasmettere, nessuna certezza utile, nessun tipo di orientamento, nessun appiglio nel mare caotico della vita.
A tale riguardo Marie-Louise von Franz citava Jung, che illustrava questo paradosso prendendo ad esempio un cumulo di pietre, delle quali si può dire, con assoluta precisione statistica, che la loro dimensione media sia di tre centimetri cubi, ma, per quanto questa misurazione sia vera, si tratta soltanto di un’astrazione mentale: tra le pietre del mucchio, infatti, potrebbe non esservene nessuna che misuri esattamente tre centimetri cubi, l’informazione, pertanto, pur essendo corretta sotto il profilo scientifico, è del tutto inutile ai fini pratici e conoscitivi della realtà, mentre soddisfa appieno il desiderio di razionalizzazione del mondo che tende ad eliminarne il significato per restituirne un modello meccanico privo di senso; il caso unico, o il caso individuale, non riguarda la scienza perché non esiste alcun mezzo matematico per descriverlo, e difatti gli scienziati si irritano quando glielo si fa notare e dicono che la pietra unica non esiste, o che esiste, sì, ma non ha nulla a che fare con la scienza, essendo legati emozionalmente all’idea che solo il calcolo delle probabilità e la statistica siano la verità.
Marie-Louise von Franz affrontò dunque la questione dell’origine del calcolo delle probabilità, ideato dal matematico e filosofo Blaise Pascal e dal matematico Pierre de Fermat, che, stimolati da un giocatore che domandò al primo un sistema infallibile per vincere, intrapresero una corrispondenza epistolare dalla quale nacque il calcolo delle probabilità, la cui radice è il gioco; la psicologa junghiana ammetteva che c’erano molti scienziati che si rendevano perfettamente conto del fatto che, attraverso la statistica ed il calcolo delle probabilità, ricostruivano soltanto un modello mentale della natura che non copre l’intera realtà, e difatti l’ipotesi dell’assoluta validità delle leggi di causalità durò sino agli inizi della fisica quantistica, quando la ricerca sul comportamento delle particelle elementari costrinse i fisici a sostituire il concetto di causalità con il concetto di probabilità matematica, da allora il comportamento di una particella elementare non può più essere previsto ed è retto dal caso, si può prevedere solo la probabilità del comportamento di molte particelle, il resto rimane un mistero insondabile.
I paradossi del principio di indeterminazione di Heisenberg hanno attirato l’attenzione dei fisici sui processi mentali dell’osservatore, poiché l’osservazione dipende dall’influenza del mezzo di osservazione sull’oggetto, così i fisici moderni hanno dovuto riflettere su che cosa facciano realmente, in quanto, con i loro strumenti di indagine, costringono la natura a rispondere in un determinato modo, ma non otterrebbero quella risposta se non l’osservassero con quei mezzi, e qui si riaffaccia prepotentemente l’unus mundus junghiano, un universo che include eventi fisici e psichici in cui acquistano valore preminente i casi singolari di sincronicità; la stima delle probabilità, invece, può dare informazioni solo sulle medie e sulle misure valutabili come regolari, ma non può dare alcuna informazione su ciò che avviene una sola volta, perciò, quando i fisici sostengono che l’evento occasionale non cade nell’ambito dell’indagine fisica, lo sottraggono al campo della ricerca in quanto non si lascia cogliere con questi strumenti matematici, dunque viene esclusa ogni informazione sull’esperienza unica.
Eppure, proseguiva Marie-Louise von Franz, nonostante avvengano di continuo eventi sincronistici, ossia coincidenze significative, nella storia occidentale è stato osservato solo un tipo di costellazione del genere, e cioè il fatto che, quando uno scienziato fa una scoperta, o quando viene realizzata un’invenzione che cambia la situazione dell’umanità, tende a succedere che diversi scienziati abbiano la stessa idea nel corso dello stesso anno, indipendentemente l’uno dall’altro, oppure che due persone, che non sanno nulla l’una dell’altra, inventino la stessa cosa nello stesso anno, ne segue una disputa in merito alla possibilità di plagio, ci si chiede se essi non sapessero l’uno dell’altro e se uno dei due non abbia rubato l’idea all’altro, ma in molti casi è effettivamente dimostrabile che non c’era alcun rapporto fra di loro, hanno semplicemente scoperto la stessa cosa nello stesso tempo; questo è il modo cinese di guardare le cose, e la storia della scienza è il solo campo in cui tale modo di pensare sia stato riconosciuto dalla mente occidentale, in quanto la scienza moderna è sostanzialmente una religione dogmatica ed autoreferenziale.
La scienza, dunque, adottando il calcolo delle probabilità, raccoglie una massa enorme di dati su eventi ripetibili un numero considerevolmente elevato di volte, dopodiché ne trae un valore medio che tende a realizzarsi nel caso di ripetizione dell’osservazione all’infinito, ma non dice assolutamente nulla, e perciò non ha alcun valore per l’uomo concreto che vive la sua vita unica ed irripetibile e deve prendere decisioni importanti sulla sua esistenza in assenza di dati completi sulla realtà, sul caso singolo, allora diventa pienamente comprensibile il valore degli oracoli e degli eventi sincronistici, come evidenzia la storia, riportata da Marie-Louise von Franz, di undici generali cinesi che, durante una battaglia, si trovarono a dover decidere se attaccare o ritirarsi; ne seguì una discussione strategica che si protrasse a lungo, nella quale alcuni erano favorevoli all’attacco ed altri alla ritirata, senza che si trovasse un accordo, allora i generali misero la questione ai voti: tre di loro votarono per l’attacco ed otto per la ritirata, ed a quel punto attaccarono, perché il numero tre, in Cina, possiede la qualità dell’unanimità, e vinsero.
Agli undici generali, interessati a risolvere una questione pratica della massima importanza, non sarebbe stata ovviamente di nessun aiuto la scienza, che, al massimo, avrebbe offerto loro una probabilità di riuscita dell’impresa bellica, qualora fosse stata ripetuta un numero abbastanza elevato di volte, oppure ne avrebbe registrato l’esito a posteriori, dimostrando così la sua inutilità, ed infatti fu un episodio sincronistico, l’apparizione del numero tre in una delle due opzioni di scelta, a far rompere gli indugi ed a renderli effettivamente unanimi, tanto che attaccarono e vinsero; ma, nella divinazione, è necessario che chi la pratica sia dedito ad una totale sincerità, sottolineava Marie-Louise von Franz: se essa fallisce è infatti possibile constatare che l’indovino aveva un problema nevrotico personale che ha proiettato sul materiale in questione, oscurando la preoccupazione del consultante, perciò, per conoscere il futuro, occorre prima di tutto spogliarsi di ogni illusione, ed in tal senso ricordava che Jung, alla fine della sua vita, affermava di non usare più l’I Ching, in quanto conosceva in anticipo l’esito della consultazione.
Nella divinazione rientra dunque la questione del tempo, immagine dell’eternità e flusso continuo che porta con sé la totalità degli eventi fisici e psichici dell’esistenza costituendo l’alveo in cui scorre il divenire, a sua volta immagine in movimento dell’essere nel quale tutto coesiste in un istante eterno; esperienza del tempo e tracce del futuro sono intimamente legate tra loro, negli episodi di sincronicità, nel funzionamento degli oracoli e nell’astrologia, che, nei gradi di longitudine dello zodiaco tropico dei pianeti e dei punti fittizi del tema natale e dei corrispondenti transiti planetari, rappresenta un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino individuale, e sono queste le cose che interessano l’uomo concreto, cosciente di vivere un’esistenza unica, che ha bisogno di basi oggettive per conoscere se stesso, nel grafico astrologico della genitura, ed il clima in cui ha vissuto, vive e vivrà, nello studio dei transiti planetari, nonché di ottenere risposte articolate su come prendere una decisione, nel caso dell’I Ching, oppure dirette e specifiche, nel caso di altre tecniche di divinazione, ad esempio i tarocchi.
Ripercorrendo il lungo cammino che mi ha portato a conoscere la sostanza del tempo, iniziato con l’acquisto dell’oracolo cinese dell’I Ching, nel lontano 1993, e conclusosi di recente, con la lettura del libro Tempo ed Eternità di Ananda K. Coomaraswamy, mi sorprendo a considerare come sia curioso che, ad occuparsene, siano stati scrittori eminenti come Ernst Jünger, autori tradizionali come Coomaraswamy e psicologi come Carl Gustav Jung, lo stregone di Bollingen, e la sua allieva Marie-Louise von Franz, ciascuno interessato a trovarvi le tracce di un mondo negato dal razionalismo moderno che pure riconosceva nella propria esperienza quotidiana, ma non astrologi, che invece dovrebbero interessarsene in quanto l’astrologia è essenzialmente lo studio della qualità del tempo impressa su ciascuna nascita e nel corso del divenire, e ciò attesta lo stato di abbandono in cui versa questa conoscenza tradizionale che ricollega Macrocosmo e Microcosmo in un unico respiro e restituisce senso, significato e scopo all’uomo smarrito nell’angoscia del nichilismo della modernità.

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Tempo ed Eternità

La ruota del tempo

La ruota del tempo

Ananda K. Coomaraswamy, uno dei pochi autori tradizionali che meritino di essere letti, studiò per tutta la vita i concetti di tempo ed eternità, ma soltanto pochi mesi prima di morire riunì nel libro Tempo ed Eternità, pubblicato da Luni Editrice, il materiale accumulato nel corso dei decenni, suddividendolo in cinque capitoli dedicati rispettivamente all’induismo, al buddhismo, al pensiero filosofico greco, islamico e cristiano-moderno, testo che costituisce una sorta di testamento spirituale dell’autore, le cui considerazioni sono sintetizzate nella frase conclusiva del capitolo sull’islām: Il tempo è un’imitazione dell’eternità, come il divenire lo è dell’essere, e il pensiero del conoscere, ricollegandosi, in quest’ultima similitudine, al rapporto esistente tra la conoscenza metafisica e l’intuizione intellettuale, che René Guénon definiva l’organo della conoscenza stessa, che, aderendo all’oggetto conosciuto, lo rende identico al soggetto conoscente, e, applicata all’essere, conduce all’Identità Suprema, termine ultimo del percorso iniziatico.
Nella prefazione al volume di Coomaraswamy Grazia Marchianò affronta lucidamente le difficoltà insite negli argomenti trattati dall’autore tradizionale delineando il rapporto esistente tra tempo ed eternità, e dissolve efficacemente ogni equivoco precisando che: “La dottrina metafisica contrappone semplicemente il tempo in quanto continuum all’eternità, che non è nel tempo e che non può essere propriamente chiamata durata perpetua, poiché essa coincide con il presente reale, l’istante, di cui non si può avere esperienza nel tempo. Qui la confusione sorge solo per una coscienza che riflette in funzione del tempo e dello spazio, poiché, per essa, un « istante » succede ad un altro « istante » senza interruzione e sembra che vi sia una serie indefinita di istanti, collettivamente assommati nel « tempo ». Questa confusione può essere dissipata se ci rendiamo conto che nessuno di questi istanti ha durata e che, quanto alla misura, essi sono tutti degli zero la cui « somma » è impensabile. E’ una questione di relatività: siamo « noi » a essere in movimento, mentre l’Ora è immutabile anche se sembra spostarsi – proprio come il sole sembra levarsi a causa della rotazione della terra.”
Sintetizzando, l’essere è, ed esiste, immutabile, in una dimensione che non è né spaziale né temporale, per cui di esso non si può dire nulla, se non che è non duale, in quanto, qualora gli si attribuisse una qualsiasi qualità, lo si limiterebbe mutilandolo del suo opposto, contiene ogni cosa, è eterno, trovandosi, letteralmente, al di fuori del tempo, ed è la causa prima della manifestazione e del divenire, ossia dei fenomeni che nascono, si sviluppano, deperiscono e scompaiono, poiché ciò che è non diviene, mentre ciò che diviene non è, sicché soltanto l’essere è reale, i fenomeni sono pura apparenza e l’universo è un’immagine in movimento dell’essere che l’essere contempla per conoscere se stesso; il tempo, da questo punto di vista, è un continuum indivisibile nel quale tutte le cose sono generate e distrutte: esso, infatti, non è composto di ora atomici più di quanto qualsiasi altra grandezza sia costituita da atomi, ed è formato solo dal passato e dal futuro, l’Ora istantaneo non ne fa parte perché l’eternità è Ora oppure non è affatto, per cui, considerato un qualsivoglia punto nella successione temporale, le parole poi e prima, sarà ed è stato, testimoniano la sua inesistenza ed attestano che, in ogni momento, siamo più vicini all’eternità, ed all’essere, che non in un qualunque istante collocato nel passato o nel futuro.
Dal punto di vista dell’essere, dunque, il tempo è un’illusione, come lo è la manifestazione, ad ogni istante l’intero universo è annientato ed un altro che gli assomiglia ne prende il posto, mentre dal punto di vista del divenire l’unica cosa che esiste è il fluire incessante dei fenomeni, che fanno capolino nella storia per un solo momento e poi non sono più; esso costituisce l’alveo nel quale scorrono le cose manifestate, e, come un fiume, segue un percorso prestabilito che gli indù ripartirono in un susseguirsi ininterrotto di cicli cosmici, la natura preordinata del tempo risulta evidente se si tiene conto del fatto che l’universo è retto da leggi, e che, dato il punto iniziale della manifestazione, gli stati successivi discendono rigidamente dall’applicazione di quelle leggi allo stato primo, ed è anche chiaro che ogni qual volta un uomo, per mezzo dell’intuizione intellettuale, aderisce all’essere divenendo identico ad esso, nell’attimo dell’illuminazione coglie la realtà delle cose e l’illusione del divenire, e, divenuto eterno nella sua sostanza più intima, permane tra gli uomini come un’apparenza conservando la conoscenza di qualsiasi stato del passato e del futuro, pur trovandosi ormai fuori dal tempo, e ciò spiega la diffidenza delle civiltà tradizionali per la storia e la ricerca dell’essere attuata mediante la conoscenza metafisica.