La testa del drago

Yama, divinità della morte, regge con la bocca, con le mani e con i piedi la Ruota della Vita (Bhavachakra), con i sei regni nei quali gli esseri senzienti trasmigrano incessantemente mossi da avidità, odio ed ignoranza, rappresentati rispettivamente dal gallo, dal serpente e dal maiale posti nel suo centro e responsabili del ciclo continuo delle nascite e delle morti

Yama, divinità della morte, regge con la bocca, con le mani e con i piedi la Ruota della Vita (Bhavachakra), con i sei regni nei quali gli esseri senzienti trasmigrano incessantemente mossi da avidità, odio ed ignoranza, rappresentati rispettivamente dal gallo, dal serpente e dal maiale posti nel suo centro e responsabili del ciclo continuo delle nascite e delle morti

Nel giugno 2001, mentre Saturno si approssimava ad entrare nella II casa natale, privandomi dei valori materiali ed obbligandomi a trovare il senso della mia esistenza in una visione del mondo che implicasse la dimensione trascendente, negli anni in cui andava maturando l’angoscia esistenziale che, senza che potessi ipotizzarne l’esito, pur avvertendo il distacco dal sistema di vita burocratico ed omologante fondato su scuola e lavoro, mi avrebbe portato ad abbandonare tutto per seguire soltanto me stesso, quando, nel pieno delle mie illusioni associative, mi ostinavo ancora a credere che i massoni fossero degli iniziati autentici, il maestro venerabile della loggia che mi iniziò alla libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, un grande iniziato del Rito Scozzese Antico ed Accettato, levando ieraticamente al cielo il sacro indice mi disse, dall’alto della sua stazza corpulenta e dei suoi capelli bianchi, che, oltre alla consueta paccottiglia libraria di fine Ottocento della quale si nutrono i carissimi fratelli liberi muratori, avrei dovuto leggere il libro egiziano dei morti, ma io, un po’ per diffidenza nei suoi confronti, un po’ perché G. mi confidò di aver letto, anni addietro, il libro tibetano dei morti, recatomi in una libreria acquistai questo testo e lo lessi, traendone un mutamento di orientamento interiore che, allora, non potevo immaginare dove mi avrebbe portato.
Contrariamente al suggerimento bibliografico del mio maestro venerabile acquistai dunque una copia del Bardo Thodol, noto in Occidente con la titolazione errata de Il libro tibetano dei morti, mentre in Tibet è conosciuto come Il grande libro della liberazione naturale attraverso la comprensione nello stato intermedio, scritto nell’VIII-IX secolo d.C. da Padma Sambhava e scoperto nel XIV secolo d.C. dal noto scopritore di tesori Karma Lingpa, nella versione tradotta dal tibetano da Robert A.F. Thurman, pubblicato da Corbaccio in edizione economica nella collana Mandala con una prefazione del Dalai Lama, il quale spiegava agli occidentali che i tibetani, pur essendo rinomati per la loro spiritualità, si ritengono persone molto concrete e realiste, perciò considerano l’analisi e lo studio sistematico del processo umano di morte come una prudente e concreta preparazione a ciò che è inevitabile, e difatti questo libro rappresenta un manuale di istruzioni utile a coloro che stanno affrontando la loro fine, e, ovviamente, ai loro cari che vogliono aiutarli nel momento del trapasso, in quanto descrive un processo estremamente reale attraverso cui tutti gli uomini sono destinati a passare dopo il decesso e prima della vita successiva, ossia il passaggio nei tre stati intermedi del processo di morte e rinascita.
Allora, un anno dopo l’incidente automobilistico dal quale uscii miracolosamente indenne e che segnò l’inizio della mia seconda esistenza, tanto da costituire l’oggetto del capitolo primo della mia autobiografia in chiave astrologica, ero particolarmente sensibile al tema della morte, essendo l’iniziazione una morte simbolica rispetto al mondo profano seguita da una rinascita alla vita iniziatica, perciò lessi con molto interesse la parte introduttiva curata da Robert Thurman, il quale, dopo aver illustrato l’origine storica della civiltà spirituale tibetana, minacciata di estinzione dal genocidio umano e culturale perpetrato da oltre sessant’anni dai comunisti cinesi, che invasero il Tibet nel lontano 1950 reclamandone il possesso, spiegava, relativamente al titolo dell’opera, che i tibetani distinguono sei stati intermedi: l’intervallo fra la nascita e la morte (« stato intermedio della vita »), fra il sonno e la veglia (« stato intermedio del sonno »), fra la veglia e l’assorbimento profondo (« stato intermedio dell’assorbimento profondo »), ed i tre stati intermedi durante il processo morte-rinascita (stato intermedio del « punto di morte », stato intermedio della « realtà » e stato intermedio dell’« esistenza »).
Secondo l’arte tibetana del morire lo stato intermedio, periodo di transizione dalla morte ad una nuova nascita, è il momento migliore per influenzare positivamente il processo causale dell’evoluzione, in quanto, durante questa fase cruciale, l’impulso evolutivo, ossia il karma, è temporaneamente fluido, così, avendo coscienza di essere morto e sapendo cosa sta attraversando, il defunto può guadagnare, o perdere, molto terreno; i tibetani ne sono estremamente consapevoli, perciò considerano il Libro della liberazione naturale alla stregua di un vero e proprio tesoro, una guida al miglioramento del proprio destino, poiché, dimostrandosi vigili durante questo stadio del processo, possono ottenere la liberazione oppure influenzare al meglio la nuova nascita, e, come supporto visivo, ricorrono alla Ruota della Vita (Bhavachakra), che si trova frequentemente in Tibet ed altrove nel mondo buddhista, spesso dipinta sui muri dei templi, che raffigura l’iconografia dei sei regni della trasmigrazione, rappresentando l’esperienza concreta del trapassato, il quale vola fra le fauci di Yama, divinità della morte, che la tiene con la bocca, con le mani e con i piedi, per poi prendere la posizione che gli spetta in virtù del proprio karma.
Il libro della liberazione naturale, raccolta di indicazioni sul percorso da affrontare da leggere ad alta voce all’indirizzo del defunto, che si presume stia vagando, disorientato dal trapasso, nei pressi del suo cadavere, presuppone dunque il contesto cosmologico rappresentato dalla Ruota della Vita quale scenario del viaggio attraverso lo stato intermedio, figura composta da quattro cerchi concentrici elaborata allo scopo di illustrare visivamente le intuizioni spirituali che descrivono il ciclo continuo delle morti e delle nascite, che, nel cerchio interno, il mozzo attorno al quale si sviluppa il movimento, contiene i tre veleni, rappresentati dal gallo, dal serpente e dal maiale, i quali simboleggiano rispettivamente l’avidità, l’odio e l’ignoranza, che corrompono l’uomo interiormente dando luogo all’incessante ciclo di nascita, morte e rinascita, e, nel secondo cerchio, diviso in due metà, mostra, nella parte bianca, degli uomini che raggiungono la liberazione ed escono dal ciclo di nascita e morte, seguendo un filo bianco che li conduce fuori dalla necessità nella terra dei Buddha, mentre nella metà nera altri uomini precipitano nei regni infernali, tormentati da spiriti maligni.
Nel terzo cerchio, suddiviso in sei parti ricche di personaggi e cose reali o fantastiche e di paesaggi idilliaci o terrificanti, sono rappresentati i sei regni di esistenza condizionata come li concepisce la cosmologia buddhista, ossia le sei condizioni principali frutto della percezione degli esseri senzienti, e, di conseguenza, prodotto del loro karma, domini che hanno in comune l’esperienza della sofferenza e della morte, simboleggiata da Yama, come anche le cause del ciclo del dolore, rappresentate simbolicamente dai tre animali collocati al centro della raffigurazione, là dove il movimento ha origine, e difatti la Ruota della Vita è una rappresentazione turbinosa del vortice della vita, il samsāra, nel quale tutti gli esseri senzienti sono condannati a migrare incessantemente fin quando l’odio, l’avidità e l’ignoranza non si dissolveranno definitivamente dalle loro menti, soltanto allora conseguiranno la liberazione, il nirvāna, ed Il libro della liberazione naturale fornisce indicazioni precise sul cammino da seguire per rinascere in una condizione superiore ed evitare le forme di vita negative.
Nella parte inferiore della ruota, che raffigura i piani di esistenza orrendi, ci sono i regni infernale, dei preta e degli animali, corrispondenti alle condizioni dipendenti dall’odio, dall’avidità e dall’ignoranza: i regni infernali, con otto inferni caldi, otto inferni freddi, otto inferni che schiacciano ed otto inferni che tagliano, si ispirano direttamente alle esperienze del caldo, del freddo, della compressione e della dissezione, e sono il prodotto di azioni negative causate prevalentemente dall’odio; il regno dei preta, o spiriti affamati, creature affamate ed assetate avvinte da uno stato mentale di estrema frustrazione, le quali hanno stomaci giganteschi, gole lunghe chilometri e strette come uno spillo, e quando trovano qualcosa che assomigli a del cibo, ingerendolo, provano un irresistibile bruciore, sono l’incarnazione della fame, della sete, della brama e della frustrazione, e devono la loro condizione all’accrescersi dell’avidità; il regno animale, le cui creature soffrono per la relativa mancanza di intelligenza e per la limitata capacità conoscitiva, è il prodotto della stratificazione dell’ignoranza, della follia o della stupidità.
Nella parte superiore della ruota, invece, si trovano i regni degli uomini, degli asura e degli dèi: il regno degli uomini, che incarnano ogni tipo di negatività, pur essendo liberi dagli eccessi di odio, avidità ed ignoranza che vincolano gli esseri infernali, i preta e gli animali, essendo la forma umana non soltanto il prodotto di questi aspetti negativi, ma anche dei loro contrari, pazienza, generosità e sensibilità intelligente, li pone nella condizione di essere liberi dall’essere guidati involontariamente da reazioni istintive, e di avere l’opportunità di usare tale libertà con intelligenza e sensibilità per realizzare la libertà suprema e la felicità duratura; il regno degli asura, o antidèi, creature che godono di libertà ed opportunità superiori rispetto agli uomini, essendo ascesi alla loro condizione passando per il regno umano, che hanno rivolto la propria generosità, la propria tolleranza e la propria sensibilità alla ricerca del potere, e, invidiosi degli dèi, sono perennemente in guerra con essi; il regno degli dèi, che in seguito alla lunga pratica della generosità, della sensibilità e della tolleranza associate alla loro maestria nel controllo della mente, si sono elevati dalla forma di vita umana fino ai vari paradisi, nei quali godono di libertà ed opportunità maggiori rispetto agli uomini, ma la stessa ricchezza di cui sono dotati è il loro più grande nemico, in quanto il piacere fa dimenticare loro l’esigenza della liberazione.
Nel cerchio esterno, infine, sono raffigurati i simboli dei dodici nessi causali della produzione condizionata, ossia l’insieme dei meccanismi di interazione sui quali si reggono i fenomeni nelle loro relazioni causali, il modello buddhista dell’origine del mondo: un cieco con un bastone che si dirige verso un burrone, l’ignoranza; un vasaio che lavora alla sua ruota modellando vasellame di forma varia, le forze creatrici; una scimmia che salta continuamente da un ramo all’altro di un albero, la coscienza; degli uomini in una barca in balia delle onde, nome e forma; un edificio con le finestre vuote, i sei sensi; una coppia di amanti che si toccano, il contatto; un uomo con una freccia in un occhio, la sensazione; una donna che offre da bere ad un uomo, la brama; una donna che raccoglie frutti da un albero, l’attaccamento; un uomo ed una donna che copulano, il divenire; una donna che partorisce, la nascita; un uomo che porta in spalla un cadavere avvolto in un lenzuolo bianco, vecchiaia e morte.
Il libro della liberazione naturale, descrivendo il percorso affrontato dal defunto nello stato intermedio, mi fece comprendere la realtà del trapasso da una condizione di esistenza all’altra, così, per documentarmi meglio, acquistai un libro divulgativo sulla reincarnazione che spiegava quanto sia comune, nelle culture che ne ammettono la realtà, che bambini molto piccoli ricordino vividamente l’esistenza precedente al punto da condurre i loro genitori presso quelli che furono i loro cari, riconoscerli, fornire informazioni riservate su di loro e scovare oggetti nascosti, per poi perderne memoria crescendo, quindi, il 16 gennaio 2004, presi in prestito, nella foresta del Ribelle, il libro Immortalità e reincarnazione, pratiche e dottrine in Cina, Tibet, India, di Alexandra David-Néel, edito da Alkaest, autrice di cui avevo letto in precedenza Maghi e mistici del Tibet, pubblicato da Astrolabio-Ubaldini, che mi fece comprendere come ciascuna scuola differisca per il numero di componenti in cui si ritiene si divida la parte sottile dell’uomo, e per il modo in cui questi si ricombinano con quelli di altri defunti, sicché non è la medesima entità che si reincarna, ma un insieme di tendenze che formano un nuovo aggregato.
In seguito trovai una formulazione decisamente più chiara del concetto basilare del ciclo morte-rinascita nella Bhagavadgītā, Il Canto del Beato, prendendo dagli scaffali della sala umanistica la versione pubblicata da UTET a cura di Raniero Gnoli, nelle parole che Krishna, auriga divino, rivolge ad Arjuna, il più valoroso dei figli di Pāndu, sul carro da guerra nel campo di battaglia dei Kuru, in un clima di sospensione del tempo, per sedarne i timori ed incitarlo al compimento del suo dovere di casta, lo svadharma: « Non fu mai tempo in cui non ero, io, e tu e questi principi tutti, né ci sarà mai tempo in cui non saremo, noi tutti, dopo quest’esistenza. A quel modo che in questo corpo il sé incorporato passa attraverso l’infanzia, la giovinezza e la vecchiaia, così, alla morte, egli assume un altro corpo. Il forte non è su ciò mai perplesso. I contatti della materia, o Arjuna, danno luogo a freddo, a caldo, a piacere e a dolore. Essi vanno e vengono, impermanenti. Sopportali coraggiosamente, o Arjuna. L’uomo che non è da essi turbato, o Arjuna, uguale nella gioia e nel dolore, forte, è idoneo all’immortalità. »
« Né una cosa inesistente può diventare esistente né una cosa esistente può diventare inesistente. I savi che vedon le cose secondo realtà hanno ben visto il termine di esse due. E sappi che esso è indistruttibile, ciò, dico, da cui quest’universo è pervaso. Nessuno può distruggere ciò che è indefettibile. Soggetti a fine, si dice, son questi corpi, in via di distruzione, questi corpi, dico, di colui che abita nei corpi, eterno, non conoscibile. Perciò combatti, o Arjuna. Chi pensa che lui sia l’uccisore e chi pensa che lui sia l’ucciso, tutti e due sono ignoranti. Egli non uccide e non è ucciso. Egli non nasce e non muore mai, né, essendo stato, v’è tempo in cui non sarà ancora. Innato, eterno, permanente, antico, egli non muore, quando muore il corpo. Colui che sa com’egli sia indistruttibile, perpetuo, innato, indefettibile, come può, o Arjuna, essere ucciso? E come può uccidere? »
« A quel modo che un uomo abbandona i suoi vecchi vestimenti e ne prende di nuovi, così il sé abitante nel corpo abbandona i suoi vecchi corpi e ne prende di nuovi. Lui non feriscono l’armi, Lui non brucia il fuoco, Lui non bagnano l’acque, Lui non dissecca il vento. Egli non può esser ferito, non bruciato, non bagnato, non disseccato. Egli è eterno, onnipervadente, saldo immobile, primevo. Egli, dicono, è immanifesto, impensabile, immutabile. Perciò, conoscendolo per tale, tu non hai ragione di piangere. Tu puoi pensare, oppure, che esso è in uno stato di eterna nascita o di eterna morte. Ma anche in tal caso, o Arjuna, tu non hai ragione di piangere su di esso. Di chi nasce è invero certa la morte, di chi muore è certa la nascita. Perciò su di una cosa inevitabile, tu non hai ragione di piangere. Gli esseri sono immanifesti nel loro principio, manifesti, o Arjuna, nel loro stato di mezzo e immanifesti nella fine. Perché mai dolersi di ciò? Come miracolo uno lo vede, come miracolo un altro ne parla, come miracolo un altro lo ascolta: ma, pur avendo ascoltato, nessuno lo intende. »
« Quest’abitante del corpo è sempre presente, invulnerabile, nel corpo di ognuno, o Arjuna. Perciò tu non hai ragione di piangere su nessuna creatura. Inoltre, guardando al tuo proprio dovere, non hai ragione di tremare. Per un guerriero non c’è infatti cosa migliore di un doveroso combattimento. Un combattimento come questo, che capita così senza cercarlo e spalanca le porte del cielo, i guerrieri, o Arjuna, lo ottengono grazie alle azioni meritorie fatte in passato. Ma se tu non vuoi combattere questa giusta battaglia, manchi allora ai tuoi propri doveri e all’onore, ed incorri in un grave pericolo. Gli esseri narreranno del tuo perpetuo disonore e per l’uomo stimato il disonore è peggio assai della morte. I grandi guerrieri penseranno che tu sei fuggito dal campo per paura e sarai così disprezzato proprio da quelli che più ti stimavano. E i tuoi nemici diranno su di te molte parole sconvenienti, facendo onta al tuo valore. Che v’è, dimmi, di più doloroso? Vinto, otterrai il cielo: vittorioso godrai della terra. Sorgi dunque, o Arjuna, risoluto a combattere. Piacere e dolore, perdite e acquisti, vittoria e sconfitta, tutte queste cose considerale uguali e accingiti a combattere. Così sarai immune dal peccato. »
Le parole che Krishna rivolge ad Arjuna, che introducono peraltro la fondamentale nozione indù del dharma, tra le quali spicca per chiarezza la frase: « Né una cosa inesistente può diventare esistente né una cosa esistente può diventare inesistente », erano riassunte efficacemente da Alexandra David-Néel nella formula: ciò che è non può cessare di essere, che esprime icasticamente il concetto che la parte imperitura dell’uomo, alla morte del corpo, continua ad esistere in altra forma, considerazione che appare del tutto evidente qualora si esca dal paradigma corrente, allora si comprende chiaramente che il ciclo nascita, morte, rinascita viene negato soltanto dai tre monoteismi abramitici, che venerano una divinità personale assoluta ed onnipotente che pone la Legge e, in base al rispetto o meno della sua volontà, premia o punisce gli uomini, trattandosi in realtà di uno stratagemma adottato da Mosè, un uomo tardo di parola e tardo di lingua, un handicappato, per imporre a tutti un sistema di valori tarato sugli scarti del genere umano, per privilegiare se stesso a scapito degli elementi migliori di natura.
La lettura del Bardo Thodol mi fece dunque intuire una via di uscita dalle aberrazioni del cristianesimo, che, invertendo tutto ciò che è normale, ha assegnato indiscriminatamente un’anima immortale a qualsiasi essere avente sembiante umano, mentre le religioni misteriche insegnavano come crearsene una per non essere dispersi dopo la morte, come indica il processo descritto ne Il libro della liberazione naturale, il quale si svolge meccanicamente in assenza di consapevolezza sul proprio stato mentale da parte del defunto, ed inoltre ha deformato la concezione del tempo istituendone una versione lineare in luogo della dottrina indù dei cicli cosmici, ha inventato la favola del libero arbitrio per imporre una morale eteronoma contro natura che privilegia gli ultimi a scapito dei primi, come vogliono i predicatori dell’eguaglianza, ha cancellato le nozioni di fato e destino individuale introducendo gli errori logici di bene e male, colpa e peccato, che cancellano la nozione indù del dharma omologando gli uomini ad un modello antropologico medio e mediocre che, come un infante, dipende costantemente da Iahvè.
Soltanto in seguito, però, trovai il modo di collegare la conoscenza metafisica alla realtà pratica dell’uomo concreto, coniugando così necessità cosmica e decisione umana, il quale ha un proprio carattere ed un proprio destino ed ha bisogno, una volta inquadrata la sua esistenza in un quadro generale oggettivo che le conferisca senso, di tradurre tali conoscenze teoriche in indicazioni operative, cosa che è possibile fare mediante l’interpretazione del tema natale, che, essendo un mandala personale modellato dall’essere, ha valore normativo in quanto mostra a ciascun uomo cos’è e, qualora la vita che si è costruito seguendo le suggestioni basate sull’omogeneizzazione di ogni essere al livello medio e mediocre del modello antropologico della modernità, la nietzschiana bestia nana da armento fornita di eguali diritti ed esigenze ottenuta mediante la scuola di massa ed il lavoro retribuito, non corrisponda alla sua interiorità, illustra come ricostruirla secondo il proprio disegno interiore, quindi, ricollegata la propria vita all’essere, si può entrare nella dimensione del divenire mediante lo studio dei transiti planetari, che mostrano lo svolgimento preordinato delle tappe fondamentali dell’esistenza, ossia il destino.
L’incontro con il buddhismo mi fece prendere coscienza della necessità di liberarmi dagli attaccamenti e dalla brama che divora l’esistenza precipitandola nel samsāra, ma se Il libro della liberazione naturale aiuta il defunto ad ottenere il nirvāna o una nascita migliore, l’astrologia serve a vivere secondo il proprio modello interiore per realizzare consapevolmente il proprio dharma, unica cosa sensata che rimanga da fare di fronte alla morte del Dio cristiano e delle ideologie materialistiche moderne, e difatti, tramite la scienza del tempo per eccellenza, concependo il tema natale come un mandala personale modellato dall’essere, supporto oggettivo per la meditazione sul proprio carattere e sul proprio destino, unendo ad esso la nozione indù del dharma e la nozione taoista del wu wei, aiuto l’uomo concreto ad orientarsi nella vita, e questo è sufficiente a fargli abbandonare lo sterile razionalismo impadronitosi della mentalità degli uomini moderni; quel che faccio ha dunque valore eminentemente pratico, in quanto permette a chiunque conosca i propri dati di nascita di ottenere la mappa oggettiva della propria interiorità e di conoscere lo sviluppo preordinato delle tappe fondamentali della sua vita.
Nel 2001, però, quand’ero ancora agli inizi della mia ricerca, impressionato dal carico karmico che emergeva dal grafico astrologico della mia genitura, approfondii tale argomento ritrovando diversi concetti propri delle dottrine orientali nel libro Astrologia karma trasformazione, le dimensioni interiori della carta natale, di Stephen Arroyo, edito da Astrolabio-Ubaldini, il quale, come già aveva fatto Dane Rudhyar, ma, essendo questi un massone, quel che scriveva mi era sembrato troppo fumoso per essere preso sul serio, li collegava all’astrologia infarcendo il testo di frequenti citazioni e continui riferimenti al pensiero di Carl Gustav Jung e di brani tratti da libri di astrologi americani, tra i quali Marc Edmund Jones e C.E.O. Carter, e, aspetto che trovai apprezzabile, l’autore rendeva viva l’astrologia raccontandola in prima persona; un’opera complessa, dunque, che però, ripresa a distanza di un decennio, comprendo che mi colpì più che altro per le interpretazioni dettagliate degli aspetti planetari che coinvolgono Urano in aspetto angolare di quadratura con Mercurio, di trigono con Venere e di sestile con Marte, Nettuno in aspetto angolare di congiunzione con Marte e di opposizione con Venere, e Plutone in aspetto angolare di sestile con il Sole e di largo trigono con la Luna, e, ovviamente, per il ruolo attribuito a Saturno, il mio padre celeste, quale elemento regolatore del karma.
Il libro di Arroyo, tuttavia, pur riferendosi al karma, aveva il limite di non menzionare né l’asse dei Nodi Lunari, né le coppie di segni opposti e complementari intercettati dalle case astrologiche, né i pianeti retrogradi alla nascita, elementi, questi, che hanno tutti un valore peculiare nell’analisi karmica di un tema natale, e, per quel che riguarda specificamente i Nodi Lunari, essi si configurano come un elemento dinamico della carta del cielo, illustrando la tendenza che, nel corso dell’incarnazione presente, attrae colui al quale si riferiscono spingendolo a ricercare le esperienze indicate dalla posizione del Nodo Lunare Nord per segno zodiacale e per casa natale, che poi vengono elaborate e digerite utilizzando le abilità innate indicate dalla posizione del Nodo Lunare Sud per segno zodiacale e per casa natale, al fine di integrare le due tendenze opposte per raggiungere un livello più elevato di consapevolezza, cosa che invece fecero molti altri astrologi, i quali, però, non resistettero alla tentazione di infarcire di suggestioni cristiane la descrizione di questo processo, caratteristica che accomuna coloro che credono di essersi liberati del cristianesimo perché scrivono di argomenti esoterici, mentre una reale liberazione dalle aberrazioni dei tre monoteismi abramitici è possibile soltanto ristabilendo la regola di giustizia secondo la quale il premio deve andare ai migliori elementi di natura, e non agli ultimi.
Per comprendere tecnicamente cosa sono i Nodi Lunari occorre considerare che il piano dell’orbita lunare è inclinato rispetto a quello dell’eclittica, ed i due piani, intersecandosi, individuano una retta, l’asse nodale, che interseca l’eclittica in due punti opposti: il primo, in cui la Luna passa da latitudine sud a latitudine nord, viene definito Nodo Lunare Nord, mentre il secondo, in cui la Luna passa da latitudine nord a latitudine sud, viene definito Nodo Lunare Sud; in prossimità di tali punti avvengono le eclissi di Sole e di Luna, che, pur essendo una stella di dimensioni ragguardevoli ed un satellite naturale che orbita attorno alla terra, e nonostante l’enorme differenza delle rispettive distanze rispetto al nostro pianeta, hanno la caratteristica sorprendente di avere lo stesso diametro apparente, ragion per cui, quando la Luna nuova si trova nei pressi di uno dei Nodi Lunari, avviene un’eclissi di Sole, mentre quando la Luna piena si trova nei pressi dei Nodi Lunari avviene un’eclissi di Luna, fenomeni cosmici che il mito spiegava con la presenza in cielo di un drago che periodicamente divorava i Luminari con la sua testa per restituirli dalla coda, perciò il Nodo Lunare Nord viene detto Caput Draconis, o Testa del Drago, ed il Nodo Lunare Sud viene detto Cauda Draconis, o Coda del Drago.
L’interpretazione astrologica del Nodo Lunare Nord, o Testa del Drago, depurata delle sciocchezze con cui gli astrologi karmici sono soliti infarcirla, consiste nell’attribuire al nativo le caratteristiche migliori del segno zodiacale e della casa natale da esso occupati, che nel corso dell’esistenza egli tenderà a sviluppare quanto più si libererà degli aspetti negativi attribuiti al segno zodiacale ed alla casa natale in cui si trova il Nodo Lunare Sud, che però ha la funzione preziosa di elaborare il nuovo mediante le abilità innate maturate nelle esistenze precedenti, così, considerata la struttura delle case VI e XII del grafico astrologico della mia genitura, che cadono rispettivamente nei segni zodiacali della Vergine e dei Pesci, indicando, nel primo caso, un’attitudine alla razionalizzazione del quotidiano, e, nel secondo caso, l’esigenza di un’apertura alla dimensione trascendente, e si estendono per quasi 49° di longitudine dello zodiaco tropico intercettando la coppia di segni zodiacali Ariete-Bilancia, indicanti il rapporto io-altri, con il Nodo Lunare Nord nel segno zodiacale dei Pesci e ben tre pianeti nella VI casa natale, Plutone e Giove nel segno zodiacale della Vergine ed Urano nel segno zodiacale della Bilancia, presi coscienza dolorosamente del fatto che tutto, nel mio carattere e nel mio destino, complottava affinché subissi la razionalizzazione dell’esistenza fin quasi a morirne, per poi cercare nella trascendenza la liberazione dall’oppressione della ragione discorsiva e dalla tirannia dell’eguaglianza.
Avevo infatti la tendenza a considerare reale la forza coercitiva delle norme astratte emanate per regolare i comportamenti umani, come simboleggia la VI casa natale, la cui cuspide cade nel segno zodiacale modesto e routinario della Vergine e contiene Plutone e la congiunzione tra Giove ed Urano, e difatti mi sembrava che un’organizzazione burocratica vasta ed impersonale fosse in grado di garantire l’efficienza del processo produttivo, qualora tutti si fossero attenuti fedelmente alle disposizioni date, ma, senza tener conto delle capacità effettive e del carattere delle persone coinvolte, era votata inevitabilmente al fallimento, perciò, considerati gli esiti disastrosi di tale modello organizzativo, cominciai a liberarmi del peso karmico del Nodo Lunare Sud congiunto con il Signore di Ade nella VI casa natale e nel sesto segno zodiacale, che ne rafforza il significato per concordanza, che indica un forte orientamento alla razionalizzazione dell’esistenza mediante schemi mentali rigidi fondati sull’eguaglianza, che dovevo abbandonare per seguire il fluire del divenire e trovare in me stesso il senso della mia vita, così, quando lessi il significato dell’asse dei Nodi Lunari nel grafico astrologico della mia genitura, compresi che la strada verso cui tendevo istintivamente si stava materializzando nello studio dell’astrologia, allora abbandonai le certezze illusorie del mondo moderno per seguire il percorso indicato dal Nodo Lunare Nord nel segno zodiacale dei Pesci e nella XII casa natale, che indica la necessità di aprirsi alle influenze spirituali e di lasciare che le cose accadano secondo natura.
Compii dunque un atto di fede nel mio destino, cosa che avevo sempre evitato di fare, nonostante ne sentissi il richiamo, in quanto mi riusciva facile percorrere le vie convenzionali organizzate dalla società, che però non mi portavano l’elevazione sociale indicata dal Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, e, uscito dalla razionalizzazione economica dell’esistenza, ripresi gli studi interrotti sull’I Ching e sulla qualità del tempo e sulla nozione taoista del wu wei delineata nel Tao Tê Ching, che spiega come seguire il fluire della Via ritirando il proprio corpo quando l’azione è compiuta, e, leggendo la Bhagavadgītā, scoprii la nozione indù del dharma e l’azione svolta senza tenerne in conto i frutti, così, ispirandomi a tali modelli di comportamento, dissolsi gradualmente il condizionamento moderno dell’homo œconomicus del pensiero liberale, concepito astrattamente come nato libero da qualsiasi vincolo comunitario ed eguale ai suoi simili, dotato di perfetta razionalità ed orientato al perseguimento del suo miglior interesse economico, e, scomparse le pressioni ostili sulla mia natura, mi accorsi che, per un processo benefico di resilienza, recupero della forma che avrei assunto spontaneamente se fossi stato libero di evolvere secondo il modello archetipico rappresentato nel mio tema natale, stavo finalmente diventando me stesso, un uomo che adempie consapevolmente il compito per cui è nato.
Aprendomi alle esperienze del Nodo Lunare Nord, orientando l’esistenza in direzione della Testa del Drago, abbandonando la razionalizzazione della vita attuata per finalità economiche, rimasto solo con me stesso, la mia vocazione, finalmente libera di esplicarsi secondo la propria natura, mi ha condotto fatalmente, come accadeva fin da piccolo, a ricercare nei libri i tasselli della visione che porto da sempre dentro di me, così, quasi senza accorgermene, all’incirca un decennio fa mi ritirai nella foresta del Ribelle, uno dei luoghi associati tradizionalmente alla XII casa natale, e, di tutto ciò che ho studiato nel corso degli anni, ho trattenuto infine soltanto l’astrologia, scienza del tempo per eccellenza oggettiva nel suo sistema di riferimento, i gradi di longitudine dello zodiaco tropico dei pianeti e dei punti fittizi del tema natale e dei corrispondenti transiti planetari, coniugandola con la metafisica e collegandola alla nozione indù del dharma ed alla nozione taoista del wu wei, astraendo il processo di liberazione dalla rappresentazione simbolica che ne hanno dato le culture orientali e presentandolo poi icasticamente in una versione comprensibile all’uomo occidentale, per favorirne un mutamento radicale di mentalità che lo porti ad abbandonare il paradigma corrente fondato su valori materialistici ed egalitari per sostituirlo con uno ispirato da valori di spiritualità e gerarchia, a dimostrazione di come abbia operato il Nodo Lunare Sud nell’elaborare razionalmente le esperienze richiamate dal Nodo Lunare Nord, del quale, come uno Ierofante degli antichi misteri eleusini, svelo ora i segreti.

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Lo Ierofante

Lo Ierofante nei tarocchi di Aleister CrowleySono trascorsi all’incirca vent’anni da quando, facendo le prime stese di carte con i tarocchi, uscivano immancabilmente il Diavolo, l’Eremita ed il Folle, che denunciavano lo smarrimento esistenziale in cui versavo allora, vittima dell’odio nei confronti della qualità proprio del paradigma corrente, e nel frattempo ho attraversato il nichilismo della modernità fino ad individuarne la causa nella razionalizzazione dell’esistenza, quindi ho forzato il passo al guardiano della soglia e mi sono risvegliato come il Mago, l’iniziato che, riscoprendo in sé l’intuizione intellettuale, coglie la realtà metafisica liberandosi dalla tirannia della scimmia del logos, che, con i suoi schemi mentali egalitari, produce un’orrenda inversione della verità, dopodiché, divenuto un Astrologo, mi sono impadronito della sostanza del tempo e della conoscenza dei destini umani ricollegando l’uomo angosciato dall’assenza di senso ad un principio di ordine universale, la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, mostrandogli inoltre come divenire ciò per cui è nato appropriandosi della nozione indù del dharma e della nozione taoista del wu wei, che spiegano che ciascuno ha un proprio compito che gli deriva dal carattere che non si è dato da sé ed insegnano ad agire senza tenere in conto i frutti dell’azione, ed ora, al termine del percorso di studi che mi ha portato ad individuare la genesi della morale del risentimento evangelizzata dai predicatori dell’eguaglianza, che esalta innaturalmente gli ultimi e reprime i migliori talenti di natura, e so come fare per estinguerla, assumo le funzioni dello Ierofante, colui che svela i misteri ultimi della vita, libera dall’ignoranza ed apre la via all’Identità Suprema.
Lo Ierofante, gran sacerdote dei misteri eleusini che presiedeva il rito di iniziazione e mostrava ai misti gli oggetti sacri che ne svelavano l’arcano, siede su un trono occultato da una lunga veste arancione che lascia scoperti soltanto il volto, gli avambracci e le mani, con la destra sostiene verticalmente un bastone con tre anelli congiunti, simbolo dei tre eoni di Iside, Osiride ed Horus, mentre la sinistra è atteggiata in un gesto magico, dietro la testa coperta da un copricapo a punta ha un fiore a cinque petali, simbolo della quintessenza, circondato da un serpente dalla cui coda precipita una colomba, e la sua figura è completamente inscritta in una stella a sei punte rappresentante il Macrocosmo composta da due triangoli i cui vertici sono rivolti verso l’alto e verso il basso, simbolo dell’uomo che si eleva spiritualmente e del principio divino che gli si fa incontro, mentre la stella a cinque punte rappresentante il Microcosmo posta al centro del petto, all’interno del pentagono che costituisce il cuore di una seconda stella a cinque punte con il vertice rivolto verso il basso, contiene Horus bambino, il signore del nuovo eone che soppianterà quello del dio morente, ricollegando così queste due dimensioni, come fa l’Astrologo.
Questo arcano maggiore è riferito al segno zodiacale del Toro, nel quale l’elemento Terra, nel pieno del rigoglio primaverile, presenta la forma più forte ed equilibrata, che è governato da Venere, che compare davanti alla figura maschile come una donna armata di spada che tiene nella mano sinistra una falce di Luna, pianeta che in questa sede si esalta, ricalcandone la postura ed illuminandone il volto, e difatti lo Ierofante siede su un trono circondato dall’animale che lo rappresenta e da due elefanti, e, ai quattro angoli della carta, dai simboli dei segni zodiacali della croce fissa, Toro e Leone per i segni omonimi, incrociati con l’aquila per lo Scorpione e con l’angelo per l’Acquario, restituendo così l’immagine di una stabilità inattaccabile; il gran sacerdote dei misteri eleusini sta seduto con gli occhi chiusi, lo sguardo interiore concentrato sulla conoscenza metafisica, con un’espressione beffarda sul volto incorniciato da una lunga barba di foggia mediorientale, lanciando una sfida alle figure prive di occhi che lo circondano: lui mostra la via che conduce alla verità, ma i misti devono dimostrarsi all’altezza di vedere, e pertanto, per comprendere il segreto dell’iniziazione, debbono metterci gli occhi.
Con l’astrologia ricollego l’uomo concreto ad un principio di ordine universale, inquadrandolo in un disegno di proporzioni cosmiche che restituisce senso all’esistenza e sfata il nichilismo conseguente alla morte del dio cristiano, ma dell’eone maledetto che per due millenni ha calunniato la vita residua ancora la morale eteronoma evangelizzata dai predicatori dell’eguaglianza, con gli errori logici di bene e male, colpa e peccato, laicizzatasi poi nelle ideologie egalitarie di stampo moderno, che però è possibile superare rifacendosi alle nozioni indù del dharma e taoista del wu wei, che dimostrano che non esistono né giustificazioneretribuzione per le azioni compiute in vista della beatitudine eterna, ma soltanto il compito che sta fitto nel cuore e l’azione agita senza tenerne in conto i frutti, ed annichiliscono il modello antropologico dell’homo œconomicus del pensiero liberale sul quale fondano le istituzioni politiche della modernità, il quale agisce spinto dal solo calcolo economico per appropriarsi della maggiore quantità di beni, minandone le basi, e se Mosè, che era un handicappato, è riuscito ad invertire i valori dominanti obbligando i migliori a prosternarsi davanti agli ultimi, cosa potrò realizzare, io, che sono altamente intelligente in maniera scientificamente accertata, conosco la genesi della morale mosaica, so come estinguerla ed intendo fondare un paradigma basato su valori di spiritualità e gerarchia?
Il disegno che perseguo è dunque molto più esteso di quel che lasciano intuire le qualifiche “astrologo e scrittore” della mia descrizione personale, le uniche che possa dimostrare ora, e mi pone naturalmente nel solco dell’opera filosofica di Friedrich Nietzsche, che intendeva operare una trasvalutazione di tutti i valori senza però disporre di mezzi adeguati allo scopo: gli mancava l’astrologia, risorta verso la fine dell’Ottocento, che attua un ricollegamento metafisico del carattere individuale con l’essere e rivela lo svolgimento preordinato delle tappe del destino, invitando all’amor fati; non conosceva gli studi critici sulla formazione del canone biblico, che ne certificano il carattere compilatorio ed i continui rimaneggiamenti; non poteva attingere a traduzioni decenti dei testi orientali, dai quali avrebbe tratto le nozioni indù del dharma e taoista del wu wei, che sfatano la morale eteronoma che impone valori contro natura; non conosceva l’indice QI, che attesta l’ineguale distribuzione delle capacità intellettive tra gli uomini smentendo la fisima cartesiana dell’uomo dotato di una ragione eguale ai suoi simili, fondamento delle filosofie razionalistiche e delle ideologie moderne; non conosceva il principio di sincronicità, che trascende il principio di causalità mostrando l’unità del Tutto; non conosceva la dottrina indù dei cicli cosmici né aveva nozione della qualità del tempo, pur avendo teorizzato l’eterno ritorno dell’identico; così, per uscire dal paradigma giudaico-cristiano, non gli rimaneva che appellarsi alla terra, come predicava il suo profeta Zarathustra, essendo egli un ateo ed un antimetafisico, ed affidare a Dioniso, il dio dell’ebbrezza, il compito di soppiantare il crocifisso negatore di vita.
Se però Nietzsche fosse vissuto oggi, in un’epoca democratica che egli riteneva possibile, certo, ma, aggiungeva, chiunque l’avesse meditata a fondo conosceva un disgusto di più rispetto agli altri uomini, e, forse, anche un nuovo compito, quello, del tutto conseguente, di costituire un’élite che operasse un raddrizzamento della mentalità collettiva riportandola su valori normali, ed avesse assistito alle prove che sono in grado di fornire sulla realtà del destino individuale, attestando così che ciascuna esistenza esiste perfettamente compiuta nell’eternità e si rivela gradualmente precipitando nel tempo, che il tema natale mostra il carattere dell’uomo concreto ed i transiti planetari lo sviluppo preordinato delle tappe del suo destino, e che, aggiungendovi la misurazione scientifica delle capacità intellettive rappresentata dall’indice QI, si ottengono i criteri oggettivi con i quali costituire un raggruppamento di uomini dotati di un solido carattere ed una chiara intellettualità risoluti a ribaltare il paradigma corrente, avrebbe abbandonato le sue vedute antimetafisiche per aderire ad un quadro generale dell’esistenza collocato naturalmente al di là del bene e del male, essendo anch’io, come lui, un immoralista, perciò la sua immagine campeggia nella barra laterale del blog: l’anticristiano par excellence assiste silenziosamente all’esposizione delle mie tesi, valuta attentamente i miei argomenti ed impara come si pongono nuovi valori capaci di spezzare in due parti il corso dei millenni e datare l’avvento di una nuova era, e se potesse contemplare la mia visione con un unico colpo d’occhio, come i misti guardavano gli oggetti sacri mostratigli dallo Ierofante, trasfigurandosi, ne rimarrebbe tanto affascinato quando terrificato.

Intuizione intellettuale e conoscenza metafisica

René Guénon

René Guénon: Blois, 15 novembre 1886 – Il Cairo, 7 gennaio 1951

Il giorno 2 dicembre 2004, in un periodo non propriamente esaltante della mia esistenza segnato dai transiti di Plutone, che formava un aspetto angolare di quadratura con se stesso radix, e di Urano, che formava un aspetto angolare di doppia quadratura rispetto all’opposizione radicale tra Marte e Venere, che rendevano difficili i miei rapporti con gli altri a causa della mancata definizione del profilo dei miei alleati, le persone rappresentate da Plutone, pianeta governatore del Discendente nel segno zodiacale dello Scorpione, e di Saturno, che transitava nella IV casa natale precipitandomi nella riconsiderazione delle mie origini, mentre mi trascinavo dietro la questione del significato della breve esperienza nella libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, l’ultima delle mie illusioni associative, con la mente dinamizzata dal transito di Urano in aspetto angolare di trigono con Mercurio radix, l’unico favorevole in quell’epoca di quadrature, presi in lettura, nella foresta del Ribelle, il libro di René Guénon La crisi del mondo moderno, pubblicato da Edizioni Mediterranee nella traduzione e con un’introduzione di Julius Evola, e fu allora che feci l’incontro fulminante con la nozione della pura intellettualità, che permea l’intera opera dell’autore tradizionale francese.
Quello fu il primo libro di Guénon che mi capitò tra le mani, e, leggendolo, cominciai a comprendere le ragioni del mio disagio per il mondo moderno, il cui paradigma è incentrato sullo pseudo-principio dell’eguaglianza degli uomini e sulla razionalizzazione della realtà attuata per finalità economiche, e se all’inizio rimasi perplesso dall’esposizione di concetti diametralmente opposti a quelli instillati dalle istituzioni politiche e dai media, la civiltà attuale si sostiene sulla menzogna, sul plagio e sul contenimento delle cose che non si possono dire, quando lo ripresi in lettura, il 19 luglio 2007, mi accorsi di quanto descrivesse fedelmente quel tragico accidente della storia che è l’epoca moderna, la quale sta esplorando le possibilità più infime della condizione materiale, quelle rifiutate da ogni civiltà normale che l’ha preceduta, considerazioni affrontate anche da Julius Evola, autore, nel 1934, dell’opera Rivolta contro il mondo moderno, ma nessuno dei due ha esposto la questione dal punto di vista interiore, descrivendo cosa produce una civiltà del genere sull’uomo qualitativamente differenziato partendo dalle proprie vicende personali, come faccio io nella mia autobiografia in chiave astrologica.
Nel suo libro, pubblicato nel 1927, nel periodo tra le due guerre mondiali, conseguenza logica delle forze telluriche scatenatesi con la modernità, Guénon indicava nel razionalismo, attitudine specificamente moderna consistente nel negare dogmaticamente qualsiasi realtà di ordine superrazionale, il limite della modernità, alla quale, continuava, a partire dal Rinascimento non è rimasto altro che la filosofia e la scienza profana, negazione dell’intellettualità vera e limitazione della conoscenza al piano più inferiore, lo studio empirico ed analitico di fatti non più ricondotti ad alcun principio, la dispersione in una moltitudine indefinita di dettagli insignificanti, l’accumulazione di ipotesi infondate distruggentesi incessantemente a vicenda, e vedute frammentarie che a nulla possono condurre, salvo che a quelle applicazioni pratiche che costituiscono la sola effettiva superiorità della civiltà moderna: superiorità, invero, poco invidiabile e che nello svilupparsi fino a soffocarne ogni altra preoccupazione ha conferito a tale civiltà quel carattere puramente materiale che fa di essa una vera mostruosità.
Guénon menzionava poi la dottrina indù dei cicli cosmici, e, considerando lo stato in cui versava allora il mondo moderno, si domandava retoricamente se non fosse giunta l’epoca temibile accennata nei libri sacri di quella tradizione, il Kali-Yuga, l’era oscura che precede il passaggio da un Manvantara ad un altro, nella quale le caste saranno mescolate e la stessa famiglia non esisterà più; tutto faceva infatti presagire che quella che la tradizione nordica definisce l’età del lupo fosse prossima, in quanto quel che caratterizza l’ultima fase del ciclo è lo sfruttamento di ciò che è stato trascurato o respinto nelle fasi precedenti, e la civiltà moderna vive manifestamente solo di quel che le civiltà precedenti non vollero per se stesse, quelle conoscenze inferiori, così vane per chi possiede una conoscenza di altro ordine, che dovevano tuttavia essere realizzate nell’ambito del Mahā-Yuga e non potevano esserlo che in uno stadio in cui l’intellettualità vera era di fatto scomparsa, ossia verso la fine del ciclo cosmico.
Guénon vedeva nella confusione che, partendo dall’Occidente, invadeva l’Oriente di allora, attualmente ancor più simile al nostro modo di vivere di quanto si potesse ipotizzare in quegli anni, il segno precursore del momento in cui, secondo la tradizione indù, la dottrina sacra dovrà essere chiusa tutta in una conca per riapparire intatta all’alba del nuovo mondo, poiché il punto più basso del Kali-Yuga corrisponde necessariamente al punto più alto del Satya-Yuga del Manvantara successivo, e, per prepararsi agli eventi, auspicava la formazione di un’élite intellettuale che operasse un raddrizzamento della mentalità collettiva, perché se tutti capissero cos’è veramente il mondo moderno esso cesserebbe immediatamente di esistere, la sua esistenza, come quella dell’ignoranza e di tutto quel che è limitazione, essendo puramente negativa e derivata dalla negazione della verità tradizionale e super-umana, ed allora si produrrebbe un mutamento benefico non catastrofico, per ottenere il quale occorrerebbe per l’appunto un’élite poco numerosa ma abbastanza salda da dare la direzione alla massa, che obbedirebbe alle sue suggestioni senza nemmeno sospettarne l’esistenza ed i mezzi di azione.
Quella del raddrizzamento della mentalità collettiva, attuata da un’élite intellettuale allo scopo di instaurare una civiltà tradizionale, era la motivazione fondamentale che spingeva Guénon ad esporre la conoscenza metafisica agli occidentali, correggendone nel contempo gli errori in ambito spirituale; ne trattano in particolare tre suoi libri, che lessi in ordine inverso rispetto alla loro data di pubblicazione, secondo una logica dettata dalla facilità di approccio che può averne un lettore privo di qualsivoglia preparazione teorica, in quanto il primo descrive lo sfacelo del mondo moderno, il secondo mette a confronto Oriente ed Occidente indicando una possibilità di restaurazione tradizionale di quest’ultimo, ed il terzo risale ai princìpi universali ai quali ricollegare la civiltà tradizionale auspicata dall’autore francese: La crisi del mondo moderno (1927), pubblicato da Edizioni Mediterranee nella traduzione e con un’introduzione di Julius Evola, preso in lettura il 2 dicembre 2004 e riletto il 19 luglio 2007; Oriente e Occidente (1924), pubblicato da Edizioni Studi Tradizionali di Torino, preso in lettura il 6 giugno 2006; Introduzione generale allo studio delle dottrine indù (1921), edito da Adelphi, preso in lettura il 25 giugno 2007.
In
Oriente e Occidente Guénon definiva la civiltà tradizionale come una civiltà fondata sul riconoscimento di un ordine superiore a tutto ciò che è umano e temporale, sulla presenza e sull’autorità esercitata da élite che traggono da questo piano trascendente i princìpi metafisici ed i valori necessari per raggiungere un più alto sistema di conoscenza, nella quale tutto è ordinato e disposto gerarchicamente in conformità ad essi, in modo che ogni cosa vi appaia come l’applicazione ed il prolungamento di una dottrina puramente intellettuale o metafisica nella sua essenza, ed in cui la sfera intellettuale domini tutte le altre, cosicché tutto proceda direttamente da essa, e, si tratti di scienze o di istituzioni sociali, ciò non rappresenterà in definitiva altro che applicazioni contingenti, secondarie e subordinate delle verità puramente intellettuali, ragion per cui ritorno alla tradizione e ritorno ai princìpi costituiscono, per l’autore tradizionale francese, la medesima cosa.
Per Guénon, dunque, l’
élite intellettuale ha il compito di preparare il ritorno dell’Occidente ad una civiltà tradizionale nei suoi princìpi e nelle sue istituzioni, sia indipendentemente sia in collaborazione con esponenti dell’Oriente ancora tradizionale, attuando un cambiamento nella mentalità collettiva che arresti il processo di dissoluzione in atto prima che contagi il mondo intero, ma il suo appello rimase inascoltato e nel frattempo le cose sono peggiorate, il modello occidentale si è propagato come un’infezione virale tanto da teorizzare e praticare l’esportazione della democrazia, come corollario della diffusione del capitalismo; i suoi membri sono caratterizzati dall’intellettualità pura, attitudine che, secondo l’autore tradizionale, non può essere determinata mediante criteri esteriori, mentre io ritengo possa essere individuata mediante l’indice QI, e devono essere stabiliti nei princìpi della conoscenza metafisica, che riguarda l’essere, ciò che è e non diviene, e perciò è immutabile, poiché per dirigere veramente ciò che è mobile non bisogna essere a propria volta trascinati nel movimento.
Il percorso per attuare il ritorno ad una civiltà tradizionale deve compiersi partendo dai princìpi metafisici per dedurne poi le conseguenze, discendendo così fino alle applicazioni più contingenti, integrando con dati orientali gli elementi tradizionali rimasti in Occidente, per conferirgli il senso più profondo della loro ragione d’essere, perciò Guénon lanciò un appello al cattolicesimo, affinché si facesse promotore della restaurazione, che però rimase incompreso, e difatti chiunque abbia letto gli autori tradizionali sa quanto egli sia chiaro ed illuminante nella definizione di concetti e nella confutazione di errori, ma, passando nell’ambito delle soluzioni pratiche, rimangono inaccettabili le sue proposte di affiliarsi al compagnonaggio o alla massoneria, o, peggio ancora, di cambiare mentalità e costumi per aderire all’esoterismo islamico, e qui subentra Evola, che indica alcune vie per forzare il passo al guardiano della soglia senza doversi ricollegare ad organizzazioni tradizionali ormai inesistenti.
Nel periodo di costituzione dell’élite, proseguiva Guénon, coloro che saranno chiamati a farne parte potranno acquistare e sviluppare in se stessi la pura intellettualità attraverso lo studio delle dottrine orientali, poiché in Occidente non gli sarebbe dato di trovarla, e chiunque conosca la nozione indù del dharma e la nozione taoista del wu wei sa come esse rettifichino permanentemente la mentalità ed il comportamento occidentali, ma, aggiungeva, finché non si sarà giunti al momento adatto le considerazioni che si riferiscono ai punti di vista secondari non dovranno intervenire se non a titolo di esempio: infatti, quando siano presentate opportunamente ed in forma appropriata, esse possono avere il vantaggio di facilitare la comprensione di verità più essenziali, fornendo una specie di punto d’appoggio, così come possono destare l’attenzione di persone che, per un errato apprezzamento delle proprie facoltà, potrebbero credersi incapaci di attingere alla pura intellettualità, non sapendo di cosa si tratti.
L’intuizione intellettuale è infatti la più immediata fra le conoscenze, come pure la più alta, ed è assolutamente indipendente dall’esercizio di ogni facoltà di ordine sensibile o perfino razionale; essa significa conoscenza diretta e non mediata, percezione immediata o innata di un insieme complesso di dati che prescinde dal pensiero ma non è uno stato emotivo, bensì una comprensione chiara, fulminea e completa, essendo l’immediatezza del processo il suo tratto distintivo: l’intuizione arriva tutta in una volta, istantaneamente, come una rivelazione, senza che vi siano passaggi logici coscienti o processi di pensiero riflessivo, perciò usano l’intuizione tutti coloro che sono capaci di rintracciare le informazioni pertinenti e che riescono a scorgere il significato invisibile in una massa nebulosa di dati, in quanto l’intuizione percepisce l’immagine, il paradigma, e senza di essa nessuna metafisica reale è possibile, mentre al di fuori di essa non si può cogliere che un’ombra della verità.
Se un’idea è vera, proseguiva Guénon, appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla, se invece è falsa non c’è da gloriarsi di averla inventata: un’idea vera non può essere nuova, in quanto la verità non è un prodotto dello spirito umano, ma esiste indipendentemente dagli uomini, che devono solo conoscerla; tutto ciò che è, qualunque sia il suo modo d’essere, partecipa necessariamente dei princìpi universali, e nulla esiste se non per partecipazione a tali princìpi, i quali sono le essenze eterne ed immutabili contenute nella permanente attualità dell’intelletto divino, si può quindi affermare che tutte le cose, per quanto siano contingenti in se stesse, traducono o rappresentano i princìpi al loro modo ed al loro livello di esistenza, altrimenti non sarebbero che puro e semplice nulla, ne consegue che la conoscenza dei princìpi, che è la conoscenza per eccellenza, la conoscenza metafisica nel vero senso della parola, è universale come questi stessi princìpi, dunque interamente libera da tutte quelle contingenze individuali che intervengono non appena si passi alle applicazioni.
La conoscenza vera implica essenzialmente un’identificazione del soggetto conoscente con l’oggetto conosciuto, cosa che si può esprimere dicendo che nel rapporto e nella misura in cui vi è conoscenza, l’essere conoscente è l’essere conosciuto, cosicché l’oggetto conosciuto diviene un attributo, cioè una modalità, del soggetto conoscente, e difatti la realizzazione metafisica è la presa di coscienza di ciò che è, in modo permanente ed immutabile, al di fuori di ogni successione temporale o di qualsiasi altro genere, in quanto gli stati dell’essere, considerati nel loro principio, coesistono in perfetta simultaneità nell’eterno presente; a questo punto Guénon, considerata l’estraneità del pensiero occidentale moderno all’idea che la realizzazione dell’essere avvenga attraverso la conoscenza, ribadiva fermamente che non potrà mai esservi vera metafisica per chiunque non comprenda veramente che l’essere si realizza con la conoscenza, e che non può realizzarsi in altro modo.
La partecipazione alla tradizione non è pienamente effettiva che nella misura in cui implica la comprensione della dottrina, e questa consiste anzitutto nella conoscenza metafisica, poiché nell’ordine metafisico si trova il principio donde tutto il resto deriva; nel libro Introduzione generale allo studio delle dottrine indù Guénon espose la conoscenza metafisica ad un pubblico occidentale, la cui mentalità è deformata da suggestioni instillate di continuo mediante un processo ipnotico di indottrinamento che tacita bruscamente chiunque ne metta in discussione gli idola, precisando che il dominio di ogni scienza è sempre circoscritto dall’esperienza, mentre il dominio della metafisica è costituito essenzialmente da ciò per cui non può esserci esperienza possibile, in quanto si trova al di là della fisica, di conseguenza l’ambito di ogni scienza particolare può estendersi indefinitamente, se ne è suscettibile, senza mai giungere ad avere il sia pur minimo punto di contatto con quello della metafisica.
Guénon precisava poi che l’oggetto della metafisica non è assimilabile all’oggetto particolare di una qualsiasi scienza, in quanto esso deve essere sempre assolutamente lo stesso, non potendo in alcun modo essere qualcosa di mutevole e soggiacente alle influenze di tempo e di luogo, poiché il contingente, l’accidentale, il variabile appartengono all’ambito dell’individuale; perciò, quando si tratta di metafisica, con il tempo ed il luogo possono cambiare solo i modi di esposizione, vale a dire le forme più o meno esteriori che la metafisica può assumere e che sono suscettibili di adattamenti diversi, ma essa resta sempre perfettamente identica a se stessa, il suo oggetto essendo essenzialmente uno, o, più esattamente, senza dualità, come dicono gli indù, e questo oggetto, sempre per il suo essere al di là della natura, è anche al di là del cambiamento: la metafisica, dunque, non tratta di credenze o opinioni, ma esclusivamente di certezza permanente ed immutabile, e non ha a nulla a che fare con le “scoperte”, perciò nei suoi confronti non è applicabile l’idea di evoluzione, e, dunque, nemmeno il metodo storico.
Le conoscenze metafisiche oltrepassano le formule in cui il linguaggio vorrebbe chiuderle, formule sempre inadeguate che tendono a restringerle ed a snaturarle, e poiché la metafisica si trova al di sopra della ragione, essa interviene in modo del tutto secondario per la formulazione e l’espressione esteriore di quelle verità che vanno al di là della sua sfera e della sua portata, in quanto le verità metafisiche possono essere concepite unicamente dall’intuizione intellettuale, che non è più dell’ordine individuale e che si può definire intuitiva per il carattere immediato della sua operazione, di cui la filosofia moderna ha negato l’esistenza perché non la capiva, quando non preferì semplicemente ignorarla; Guénon la designava con il nome di intelletto puro, seguendo Aristotele ed i suoi continuatori scolastici, per i quali l’intelletto è ciò che possiede immediatamente la conoscenza dei princìpi.
Aristotele dichiara espressamente che l’intelletto è più vero della scienza, vale a dire, in definitiva, della ragione che costruisce la scienza, ma che nulla è più vero dell’intelletto, il quale è necessariamente infallibile proprio perché la sua operazione è immediata e perché, non essendo distinto dal proprio oggetto, si confonde con la verità stessa; tale è il fondamento essenziale della certezza metafisica, e da questo si vede che l’errore può introdursi soltanto con l’uso della ragione, vale a dire nella formulazione delle verità concepite dall’intelletto, e ciò perché la ragione è evidentemente fallibile a causa del suo carattere discorsivo e mediato; pertanto, essendo ogni espressione necessariamente imperfetta e limitata, l’errore, nella forma se non nella sostanza, vi è inevitabile: per quanto rigorosa si voglia rendere l’espressione, quel che essa esclude è sempre molto più di quel che può includere.
Diviene così evidente quale sia, nel suo significato più profondo, la distinzione tra conoscenza metafisica e conoscenza scientifica: la prima dipende dall’intelletto puro, il cui dominio è l’universale, la seconda dipende dalla ragione, il cui dominio è il generale; la metafisica pura esclude il sistema, in quanto ogni sistema si presenta come una concezione chiusa ed angusta, come un insieme più o meno strettamente definito e limitato, ciò che è assolutamente incompatibile con l’universalità della metafisica, e poi tutti i sistemi sono invenzioni puramente umane nel senso più limitato della parola, invenzioni cioè di una ragione individuale che, disconoscendo i propri limiti, crede di essere capace di abbracciare l’intero universo e di poterlo riedificare secondo la propria fantasia, ponendo come principio la negazione assoluta di tutto quel che le è superiore, ed inoltre ogni sistema fonda su premesse specifiche e relative, essendo in definitiva soltanto lo sviluppo di un’ipotesi, mentre la metafisica, la quale ha un carattere di certezza assoluta, non può ammettere nulla di ipotetico.
L’enfasi posta da Guénon sulla pura intellettualità, il nous dei greci che coglie i noemi della conoscenza che poi la ragione, il logos, organizza discorsivamente per mezzo di un processo dianoetico, mi liberò dall’oppressione della gabbia del razionalismo, che riduce la realtà in sterili schemi mentali che inaridiscono la vita togliendole senso, e ciò fu per me determinante, considerata la struttura delle case VI e XII del grafico astrologico della mia genitura, che cadono rispettivamente nei segni zodiacali della Vergine e dei Pesci, indicando, nel primo caso, un’attitudine alla razionalizzazione del quotidiano, e, nel secondo caso, l’esigenza di un’apertura alla dimensione trascendente, e si estendono per quasi 49° di longitudine intercettando l’asse dei segni zodiacali Ariete-Bilancia, con il Nodo Lunare Nord nel segno zodiacale dei Pesci e ben tre pianeti nella VI casa natale, Plutone e Giove nel segno zodiacale della Vergine ed Urano nel segno zodiacale della Bilancia: tutto, nel mio carattere e nel mio destino, complottava affinché subissi la razionalizzazione dell’esistenza fin quasi a morirne, per poi cercare nella trascendenza la liberazione dall’oppressione della ragione discorsiva e dell’eguaglianza.
Guénon ricordava infatti che in ogni dottrina che sia metafisicamente completa, come lo sono le dottrine orientali, la teoria è sempre accompagnata o seguita da una realizzazione effettiva, della quale essa non è che la base necessaria: nessuna realizzazione può essere affrontata senza una sufficiente preparazione teorica, ma l’intera teoria è ordinata in vista della realizzazione, come il mezzo in vista del fine, e questa prospettiva è supposta, almeno implicitamente, persino nell’espressione esteriore della dottrina, in quanto conoscere ed essere sono in fondo un’unica e stessa cosa, rappresentano due aspetti inseparabili di un’unica realtà, aspetti che non si possono neppure più distinguere realmente là dove tutto è senza dualità, dal che discende l’identità dell’essere e del conoscere, e difatti le dottrine orientali sono unanimi nell’affermare che la contemplazione è superiore all’azione, allo stesso modo che l’immutabile è superiore al mutamento; l’azione, non essendo che una modificazione transitoria e momentanea dell’essere, non può avere in sé il proprio principio e la propria ragione sufficiente.
Essa può avere conseguenze solo nell’ambito dell’azione e la sua efficacia cessa là dove si arresta il suo influsso, perciò, come conseguenza del suo carattere momentaneo, i risultati dell’azione sono sempre staccati da chi li produce, l’azione non può dunque far uscire dalla sfera dell’azione ed ottenere la liberazione, ciò che invece implica, nel suo fine autentico, una realizzazione metafisica: un’azione, quale che sia, potrà tutt’al più portare a realizzazioni parziali, corrispondenti a certi stati superiori, ma ancora determinati e condizionati; l’azione, s
e non si riconnette ad un principio che vada al di là del suo dominio contingente, non è che illusione pura, ed il principio donde essa può trarre tutta la realtà di cui è suscettibile, la sua esistenza e la sua stessa possibilità, si trova solo nella contemplazione, o, se si preferisce, nella conoscenza, i due termini essendo sinonimi o almeno coincidenti, dato che la conoscenza stessa e l’operazione con cui la si raggiunge non possono in alcun modo venire separate.
La conoscenza sola permette di uscire dal mondo del mutamento e dalle limitazioni che gli sono inerenti, e, quando essa raggiunge l’immutabile, possiede essa stessa l’immutabilità, poiché ogni conoscenza è essenzialmente identificazione con il proprio oggetto; l’azione, invece, si perde nel mondo generando eterotelìa, eterogenesi dei fini che colpisce l’agire umano, in quanto essa, entrando nel divenire, si confonde con il movimento mutando direzione in maniera imprevedibile e producendo effetti spesso sorprendenti in termini di scostamento degli esiti rispetto ai propositi originari, mentre la conoscenza intellettuale rimane avvinghiata all’essere che la possiede e lo trasforma: il frutto della conoscenza si trova in se stesso, contrariamente a quello dell’azione, che, non essendo opposta all’ignoranza, non può allontanarla, ne consegue che la conoscenza per identificazione, ossia l’Identità Suprema, costituisce il fine ultimo del percorso iniziatico, la realizzazione effettiva dell’essere.
Riferendosi al fenomeno delle religioni, che tanta rilevanza riveste nella mentalità occidentale, Guénon spiegava che le verità religiose o teologiche, non essendo formulate da un punto di vista puramente intellettuale, e non possedendo l’universalità che appartiene esclusivamente alla metafisica, sono princìpi soltanto in un senso relativo, ciò che le caratterizza è difatti qualcosa di inferiore, poiché la religione comporta l’unione di tre elementi di ordine diverso: un dogma, che ne costituisce la parte intellettuale, necessario in quanto la fede devozionale, non potendo concepire l’essere, che può essere conosciuto soltanto mediante l’intuizione intellettuale, scade, per difetto di intelligenza, nell’invenzione di un Dio personale che esiste fuori dall’uomo, irraggiungibile ed inconoscibile con le sue sole forze; una morale, che ne costituisce la parte sociale, che regola il comportamento dei fedeli in vista della retribuzione delle loro azioni, a seconda dell’osservanza o meno delle leggi e dei comandamenti divini; un culto, che è l’elemento rituale e partecipa al tempo stesso di entrambi.
I tre monoteismi abramitici promettono la salvezza, uno stato inferiore alla liberazione, in cambio di buone azioni, dove la bontà dell’azione dipende dall’adesione alla morale evangelizzata dai predicatori dell’eguaglianza, gente alla quale non fa difetto soltanto il miele, ma l’azione non può liberare l’uomo dal mutamento, come invece fa la conoscenza, perciò, nonostante Guénon ponesse la conoscenza metafisica al di sopra della teologia e delle fedi devozionali, la sua equazione personale, che lo portò ad abbracciare l’esoterismo islamico, e, con esso, l’exoterismo che ne costituisce la base dottrinale, gli impedì di trarre la conseguenza logica che la conoscenza dei princìpi metafisici ha a che fare con la verità, che è una ed immutabile, coincidendo con la conoscenza dell’essere, mentre gli errori logici di bene e male, assieme alla favola del libero arbitrio, sono espressione della convenienza di chi ha posto i valori sottostanti la morale, nel caso dei tre monoteismi abramitici Mosè, un handicappato; il male non è dunque una privatio boni, come sostengono i cristiani, ma l’oscuramento della pura intellettualità dovuto all’ignoranza, all’incapacità di conoscere il vero aderendo intuitivamente alla realtà, cosa che si traduce nei fatti nell’imposizione dell’eguaglianza e nel dominio incontrastato della ragione discorsiva.

La favola del libero arbitrio

Al-Khidr, il Verdeggiante, vertice spirituale dell’esoterismo islamico e guida degli Afrâd, gli iniziati non appartenenti ad un alcuna catena formale

Al-Khidr, il Verdeggiante, vertice spirituale dell’esoterismo islamico e guida degli Afrâd, gli iniziati non appartenenti ad un alcuna catena formale

Il 15 dicembre 2005, mentre cercavo di comprendere il significato della breve esperienza vissuta nella libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, ritrovo di squilibrati, perditempo, millantatori, maestri nell’arte dell’inganno ed uomini usi a ben mangiare ed ancor meglio bere, che, con sommo sprezzo del ridicolo, si reputano migliori dei profani, pur non essendovi in loro nulla di essenziale che li distingua da quelli, presi in prestito, nella foresta del Ribelle, il libro di René Guénon Iniziazione e realizzazione spirituale, pubblicato da Edizioni Studi Tradizionali di Torino, che spiegava lucidamente la realtà dell’iniziazione, consistente essenzialmente nella trasmissione di una certa influenza spirituale, operata mediante un rito, con il quale si effettua il ricollegamento ad un’organizzazione avente lo scopo precipuo di conservarla e di trasmetterla.
Nel capitolo V, intitolato A proposito del ricollegamento iniziatico, Guénon accennava ad un caso particolare di iniziazione, che avviene in casi assolutamente eccezionali senza ricollegamento ad un’organizzazione tradizionale, quando le circostanze rendono impossibile la trasmissione normale, e coinvolge individualità aventi qualificazioni di gran lunga superiori all’ordinario ed aspirazioni così forti da attirarsi l’influenza spirituale che non possono ricercare con i propri mezzi; il discorso proseguiva in appendice, con la citazione di un passaggio delle Pagine dedicate a Mercurio di Abdul-Hâdi, pubblicate nel numero di agosto 1946 degli Études Traditionelles, il quale distingueva due catene iniziatiche, una storica e l’altra spontanea: la prima si comunica in santuari stabiliti e noti sotto la direzione di uno Sheykh (Guru) vivente, autorizzato, che possiede le chiavi del mistero, la seconda avviene sotto la guida di un maestro che può essere assente, sconosciuto, o addirittura morto da parecchi secoli, e, mediante essa, si può trarre dal presente la stessa sostanza spirituale che altri traggono dall’antichità.
Guénon, in una nota esplicativa a questo testo, dopo aver accennato al fatto che nella seconda catena si coglieva un’allusione alla funzione del vero Guru interiore, come lo si ritrova nell’insegnamento della tradizione indù, spiegava che dal punto di vista del Tasawwuf, l’esoterismo islamico, queste cose appartengono alla via degli Afrâd, il cui maestro è Seydna El Khidr, e che esse sono al di fuori della giurisdizione del « Polo » (El Qutb), che comprende soltanto le vie regolari ed abituali dell’iniziazione, ma si tratta di casi eccezionali che si verificano in circostanze che rendono impossibile la trasmissione normale, per esempio in mancanza di qualsiasi organizzazione iniziatica regolarmente costituita; in una lettera sull’argomento, riportata in appendice, Guénon spiegava che El-Khidr è propriamente il maestro degli Afrâd, i quali sono indipendenti dal Qutb e possono anche non esserne conosciuti, si tratta dunque di qualcosa di più diretto, e che in certo qual modo è fuori da funzioni definite e delimitate, anche se molto elevate, ed è per questa ragione che il numero degli Afrâd è indeterminato.
Al-Khidr, il Verdeggiante, che attinse l’acqua della giovinezza alla sorgente della Vita, prolungando così la propria esistenza fino alla fine dei tempi, e, vestito di verde, colore dell’islam, fa verde la natura intorno a sé, è la designazione data dall’esoterismo islamico al personaggio anonimo ed enigmatico che compare nella sura XVIII del Corano, avente titolo Al-Kahf, La Caverna, con il quale Mosè, che pure viene considerato dall’Islam come inviato legiferante e polo spirituale della sua epoca, appare in rapporto di subordinazione sia di ordine gerarchico che conoscitivo, in quanto il santo profeta senza nome è presentato come detentore di una scienza proveniente da Allah, ma sarebbe più appropriato dire da Iahvè, essendo questo il nome della divinità unica dei tre monoteismi abramitici utilizzato dagli ebrei, ed egli gli domanda di trasmettergli soltanto una porzione di ciò che gli è stato insegnato.
L’episodio è narrato nei versetti 61-83 della sura XVIII, che riporto di seguito nella traduzione del Corano pubblicata da UTET a cura di Martino Mario Moreno, che ne spiega anche l’antefatto: secondo un hadîth del profeta, Mosè, interrogato dagli israeliti su chi fosse il più sapiente degli uomini, asserì di essere lui stesso, così Dio, dopo averlo rimproverato per la sua superbia, gli rivelò che alla confluenza dei due mari, quello dei romani e quello dei persiani, c’era un uomo assai più dotto, e, per trovarlo, era necessario che partisse portando del pesce in un canestro: il giorno in cui avesse perso il pesce, avrebbe trovato l’uomo; il profeta partì su una piccola imbarcazione con il suo aiutante Giosuè, e, giunti ad una roccia, si ancorarono, fu allora che il pesce guizzò via dal canestro, ma se ne accorsero soltanto la sera, dopo aver fatto un altro tratto di navigazione.
61. Ricorda quando Mosè disse al suo garzone: « Dovessi camminare per anni, non mi fermerò finché non giungerò alla confluenza dei due mari ».
62. Quando giunsero alla confluenza, si dimenticarono del loro pesce, che prese, libero, la via del mare.
63. Quando furono passati oltre, Mosè disse al suo garzone: « Dacci la nostra colazione, ché il viaggio ci ha stancati ».
64. Disse l’altro: « Lo sai? Quando siamo giunti alla roccia, mi son dimenticato (è Satana che me l’ha fatto dimenticare) del pesce, e questo ha preso miracolosamente la via del mare ».
65. Disse Mosè: « E’ proprio quello che volevamo ». E ritornarono sui loro passi.
66. E trovarono un nostro servo al quale avevamo concesso misericordia da parte nostra e insegnata una scienza da noi promanata.
67. « Posso accompagnarti – gli chiese Mosè – per imparare da te, per mia direttiva, un po’ di quello che ti è stato insegnato? »
68. « Non riuscirai, con me, ad aver pazienza – rispose quello –.
69. Come potrai, infatti, essere paziente in ciò che sfugge alla tua esperienza? »
70. « Se Dio vuole mi troverai paziente e obbediente in ogni cosa » assicurò Mosè.
71. « Va bene – disse. – Se mi accompagni, non mi fare domande intorno ad alcuna cosa, se non te ne parlo io per primo ».
72. Partirono dunque. E quando furono montati sulla nave, quello la bucò. « Come? – disse Mosè –. Ne vuoi dunque far annegare l’equipaggio, che l’hai bucata? E’ ben grave quello che hai fatto! »
73. « Non te l’ho detto – rispose l’altro – che con me non avresti avuto pazienza? »
74. « Non mi rimproverare della mia dimenticanza – si scuso Mosè – e non essere troppo severo con me ».
75. Proseguendo incontrarono un giovane, e quello l’uccise. « Hai tolto la vita, non in cambio di un’altra vita, ad un innocente? Hai commesso un atto nefando » scattò Mosè.
76. « Non ti avevo detto che non saresti stato capace di pazientare con me? »
77. « Se ti domando ancora qualche cosa, non ti accompagnare più con me, ché te ne avrei veramente data ragione ».
78. Proseguendo, giunsero a una città e chiesero ai suoi abitanti da mangiare, ma quelli si rifiutarono di ospitarli. Vi trovarono un muro che stava per sfasciarsi: quello lo raddrizzò. « Se volessi, potresti anche farti dare un compenso » osservò Mosè.
79. « Stavolta ci separiamo – rispose l’altro. – Ma prima ti spiegherò le cose per le quali tu non hai avuto pazienza.
80. La nave apparteneva a dei poveri lavoratori del mare. L’ho voluta lesionare perché li attendeva un re che si appropria con la forza di ogni nave.
81. Quanto al giovane, i suoi genitori erano dei credenti, e noi tememmo che egli imponesse loro la sua oltracotanza e miscredenza;
82. e volemmo che il nostro Signore desse loro in cambio un figlio più puro ed affezionato.
83. Quanto al muro, esso apparteneva a due adolescenti orfani della città. Sotto c’era un tesoro di loro spettanza. Il loro padre era un uomo dabbene. Ora il tuo Signore, nella sua misericordia, ha voluto che, pervenuti alla maggiore età, essi estraggano il tesoro. Tutto ciò non l’ho fatto di mia iniziativa. Eccoti le spiegazioni che tu non hai avuto la pazienza di attendere. »
Allora mi colpirono la figura enigmatica di al-Khidr ed il riferimento all’iniziazione effettuata al di fuori di qualsivoglia catena iniziatica, unica strada percorribile nel mondo moderno per l’uomo qualitativamente differenziato, non essendovi in Occidente organizzazioni tradizionali degne di questo nome ed essendo la massoneria una società pseudo-iniziatica che storicamente ha sempre perseguito un disegno di chiara matrice contro-iniziatica, mentre ora, dopo aver letto le opere di Friedrich Nietzsche, la collego naturalmente alla morale eteronoma ed agli errori logici di bene e male: Mosè, infatti, che secondo il Pentateuco parlava faccia a faccia con Iahvè ed emanò per suo conto la Legge, nel Corano non riesce a comprendere la conoscenza posseduta dal Verdeggiante, il quale compie atti contrari alle norme divine emanate dall’inviato legiferante, suscitandone la riprovazione, ed al materialismo che permea l’Antico Testamento, riparando un muro a coloro che gli hanno rifiutato l’ospitalità.
L’incontro tra al-Khidr e Mosè si conclude poi con l’affermazione sconcertante del Verdeggiane che tutto ciò che ha fatto non l’ha fatto di sua iniziativa, che si spiega soltanto considerando che, possedendo egli una conoscenza proveniente da Allah, è libero di agire in contrasto con la morale della Legge, che è la medesima travasatasi nel cristianesimo e nell’islam, che esalta gli ultimi e condanna i potenti, essendo stata concepita da un uomo tardo di parola e tardo di lingua, un handicappato che, per risentimento nei confronti dei migliori di natura, ha invertito il paradigma naturale del genere umano obbligando gli uomini all’amore fraterno, sia pure limitato al prossimo, termine che, nell’Antico Testamento, indica il correligionario ebreo: la morale ebraica, difatti, è una morale doppia che impone due generi di comportamenti, a seconda che l’altro sia un fratello oppure un gentile, come quando dispone di non prestare ad usura al fratello ma ordina di prestare ad usura al gentile (Deuteronomio 23, 20-21).
Al-Khidr, che nella sura XVIII del Corano appare come l’iniziatore di Mosè, contravviene dunque alla legge mosaica, dimostrandosi superiore ad essa e comportandosi come un immoralista, e certamente fu tale Nietzsche, che si domandò chi avesse posto i valori cristiani, e, applicando il metodo genealogico, andando a ritroso nel tempo si imbatté nel genio ebraico nel campo della morale, in quanto fu Mosè ad invertire i normali rapporti tra gli uomini e le cose ideando la Legge ed affermando che fosse emanazione di Iahvè, che inizialmente era il dio nazionale degli ebrei e soltanto in seguito ebbe pretese universalistiche, incentrandola sulla legge del taglione, già contemplata nel codice di Hammurabi del XVIII secolo a.C., che conferiva alla vendetta una dimensione ed un controllo sociali impedendo così che la punizione superasse l’offesa, mitigandola però con la compensazione in denaro del torto subito.
Se Mosè si fosse trovato a legiferare soltanto per i casi di omicidio, o per altri reati contro la persona ed il patrimonio, non ci sarebbe stato alcun bisogno di chiamare in causa una divinità che emanasse la Legge e punisse ogni sua violazione, non a caso nell’Antico Testamento Iahvè viene considerato il giudice di tutta la terra (Genesi, 18, 25), ma il punto centrale del sistema morale ebraico, la genialità di quest’opera contro natura, consiste nel precetto dell’amore per il prossimo (Levitico 19, 18) e nell’obbligo di prestare soccorso al forestiero, all’orfano ed alla vedova (Deuteronomio 24, 17-22), ossia ai soggetti più deboli, quelli maggiormente somiglianti al profeta del Pentateuco, e ciò per consentirne la sopravvivenza, questi sì atti innaturali che nessuna persona sana compirebbe spontaneamente, perciò era necessario attribuirne l’origine al volere di una divinità creata appositamente a sua immagine e somiglianza: il Dio degli oppressi.
Inoltre, per convincere i figli d’Israele ad adottare comportamenti contro natura, quali l’amore per il prossimo, soprattutto quando lo si odia, ed il soccorso economico al forestiero, all’orfano ed alla vedova, che, se fossero stati agiti spontaneamente, non ci sarebbe stato bisogno di inventare la morale, occorreva costruire un sistema di retribuzione incentrato sulla ricompensa per chi osservava la Legge e sulla punizione per chi la violava, che, affidato alla divinità del deserto il compito di valutare la giustezza di ciascun uomo, ne faceva per l’appunto il giudice di tutta la terra, oltre che un fattore di intimidazione atto a garantirne il rispetto; il risultato fu raggiunto instillando, fin dalla più tenera età, il senso di colpa per la violazione delle regole divine, un’offesa nei confronti di Iahvè, in tal modo è stata costruita dall’uomo una morale che ha come modello antropologico di riferimento gli ultimi, gli infelici, i malriusciti, i condannati dalla vita, gli esseri che maggiormente somigliavano al legislatore Mosè.
La retribuzione aveva inizialmente carattere collettivo e riguardava l’intera nazione ebraica: se il popolo eletto seguiva la Legge, i comandamenti e gli statuti emanati da Iahvè, allora otteneva vittoria sui nemici e prosperità materiale, altrimenti pativa sciagure e sconfitte; poi, con il trascorrere del tempo, constatata la rovina dei regni di Israele e di Giuda e la deportazione degli israeliti nella cattività babilonese, divenne progressivamente individuale ma pur sempre limitata all’esistenza terrena, però sorse la questione del giusto che soffre mentre l’ingiusto prospera, ossia del debole che patisce con la disgrazia gli effetti della propria inabilità di natura e del potente che ottiene quello che vuole in virtù della propria vitalità traboccante, sicché, contro ogni promessa di giustizia, chi seguiva le regole della divinità del deserto non otteneva la retribuzione sperata e chi faceva da sé otteneva ricchezza ed opulenza.
Gli israeliti, anziché dedurne l’inesistenza del giudice di tutta la terra, trasposero la retribuzione nell’al dl là, ma gli ebrei conoscevano soltanto lo Sceol, dimora di tutti i defunti simile all’Ade greco, così ci pensò Gesù, dopo aver universalizzato il vincolo dell’amore per il prossimo e dichiarato decaduta la legge del taglione, ad inventare il paradiso e l’inferno, luoghi ultraterreni di beatitudine eterna e di tormento eterno nei quali sarebbero andati rispettivamente i giusti ed i malvagi, e, per accentuare il timor di Dio, esaltò a dismisura la figura del Diavolo, cui vennero attribuiti superbia, volontà di potenza e lussuria sfrenata, tutto ciò che una genia di impotenti non può permettersi, deformando grottescamente i tratti dell’uomo ben nato allo scopo di demonizzarlo, dopodiché intervenne Maometto, che sigillò la tendenza egalitaria insita nei tre monoteismi abramitici con Iblis, l’angelo creato col fuoco scacciato dal paradiso per essersi rifiutato di prosternarsi davanti all’uomo, creato da semplice fango modellato.
I tre monoteismi abramitici, essendo stati concepiti appositamente per rivolgersi agli ultimi, ai mal riusciti, ai condannati dalla vita, deplorano moralmente la qualità allo scopo di legittimare la preminenza dell’inabilità di natura, e difatti ciascuno di essi è stato divulgato da esemplari perfetti di predicatori dell’eguaglianza: Mosè, un handicappato, portò la Legge di Iahvè ai figli d’Israele, e chiunque abbia letto l’Antico Testamento sa di che materiale umano si tratti; Gesù, criticato aspramente dai farisei perché si avvicinava a gente ladra, bugiarda ed assassina, predicò la lieta novella dell’avvento del regno di Dio ai pubblicani, ai malati, agli infermi, alle prostitute, ai peccatori, alle donne, agli schiavi, ai poveri, agli indemoniati muti e ciechi e muti, ai lebbrosi, ai paralitici, agli idropici, ai ciechi, agli storpi, ai sordomuti ed anche agli uomini con la mano inaridita, il sale della terra; Maometto, nato orfano e disagiato, dopo una profonda crisi spirituale passò dal politeismo patrio ad una nuova dottrina mutuata dal giudeo-cristianesimo e basata sull’eguaglianza, che predicò inizialmente ai poveri, agli schiavi ed agli ebrei.
La morale serve a regolare i comportamenti degli uomini ed a farli convivere pacificamente in società, ma non esiste una morale assoluta, ciascun popolo ha un proprio modo di vivere e propri usi e costumi, perciò i valori che l’informano sono sempre puramente umani, contingenti e transeunti, lo stesso accade per la morale ebraica, divenuta poi cristiana ed infine mussulmana, lo si realizza appieno indagandone le origini e scoprendo che la formazione dei testi biblici, aventi carattere compilatorio pasticciato ed abborracciato, si è protratta per secoli, sovrapponendosi e contraddicendosi, ciononostante si è preteso che essa fosse stata emanata da una divinità piuttosto bizzarra che crea gli uomini ineguali ma pretende che si considerino eguali, che pone inimicizia tra di loro ma pretende che si amino fraternamente, e, per costringerli ad agire contro natura, ha ideato un sistema retributivo che punisce coloro che violano le sue leggi e premia quanti le seguono fedelmente.
Nella morale comune sottostante i tre monoteismi abramitici è evidente la matrice egalitaria originata dall’odio nei confronti della qualità, dal risentimento proprio degli ultimi nei confronti dei potenti, dei felici, dei ben nati, che porta a svalutarli per esaltare gli inabili di natura, eppure di ogni cosa esistente, appartenga essa al mondo minerale, vegetale o animale, si apprezzano universalmente gli esemplari migliori, pietre preziose, piante, fiori e frutti pregiati, animali di razza con tanto di pedigree, soltanto degli uomini si supervalutano gli esemplari peggiori, i mal riusciti, i condannati dalla vita, e si promette loro il regno dei cieli, perciò Nietzsche addebitava al cristianesimo la décadence della specie umana, il progressivo indebolimento del genere umano ottenuto selezionando sistematicamente gli uomini all’incontrario, reprimendo le energie dei migliori per favorire l’esistenza dei condannati dalla vita.
Esattamente ciò che fa la Repubblica Italiana, la cui costituzione è stata scritta con il dito di Iahvè, come le tavole della testimonianza consegnate a Mosè sul monte Sinai, ad opera dei tre maggiori partiti di massa, democrazia cristiana, partito socialista e partito comunista, che, assieme, raccolsero il 75% dei suffragi nell’assemblea costituente, e, pertanto, vi infusero i loro princìpi invertiti, con tutte le contraddizioni tra l’economia sociale di mercato dei cattolici e l’anticapitalismo di socialisti e comunisti, fondandola sul lavoro, ciò che caratterizza l’ultimo uomo, ed imponendo, con l’articolo 3, non soltanto lo pseudo-principio dell’eguaglianza formale degli uomini, comune alle democrazie liberali, ma anche quello dell’eguaglianza sostanziale, mai realizzato sul piano pratico, perché chi nasce ricco rimane ricco, ma applicato alla perfezione laddove si dovrebbero selezionare gli elementi migliori della nazione, nella scuola di massa, perciò i migliori emigrano all’estero, oppure, come nel mio caso, attuano il passaggio al bosco e si rifugiano nella foresta del Ribelle per preparare la vendetta.
Iahvè per gli ebrei, Signore Iddio per i cristiani ed Allah per i mussulmani, tre nomi diversi che indicano una medesima divinità che ha in odio la qualità e predilige l’inabilità di natura, un Dio morale giudice di tutta la terra che presuppone l’esistenza di un ordinamento morale del mondo che stabilisca immutabilmente cos’è bene e cos’è male, nonché di fatti morali tali per cui chi operi il bene venga premiato con la prosperità materiale o con la beatitudine eterna, e chi operi il male venga punito con la sciagura terrena o con la dannazione eterna; il tema della scelta dell’uomo, già presente nell’Antico Testamento, si impose prepotentemente in ambito cristiano a causa dell’attesa del giorno del Giudizio, quando tutti gli uomini vissuti ovunque ed in qualunque tempo saranno giudicati per l’osservanza o l’inosservanza della Legge divina, sulla base della banale considerazione che, poiché esiste il male, un Dio onnipotente non può che essere anche malvagio, mentre un Dio completamente buono non può essere onnipotente, così, per superare questa contraddizione irrisolvibile del monoteismo, fu inventato il libero arbitrio.
Escamotage utilizzato per trasferire la responsabilità del male dalla divinità agli uomini, libero arbitrio significa che ciascun uomo, ovunque nel mondo ed in qualunque tempo storico, posto di fronte alla realtà, comprende perfettamente qual è l’azione giusta e qual è quella sbagliata, e, con la sua sola volontà, sceglie di compiere il bene o il male, e ciò perché i tre monoteismi abramitici presuppongono l’esistenza di un ordinamento morale del mondo, un’organizzazione della realtà basata sulla morale di Iahvè, travasatasi poi nel cristianesimo ed infine nell’islam, cosa palesemente falsa: non esistono alcun bene o male stabiliti una volta per tutte tali che l’intelletto dell’uomo possa discernerli e poi scegliere liberamente cosa fare, come pretendono i cristiani, e la vicenda di al-Khidr e Mosè, narrata nella sura XVIII del Corano, costituisce la dimostrazione migliore dell’impossibilità di agire seguendo rigide categorie di comportamento che determinino aprioristicamente bene e male sulla base di una morale eteronoma.
Il libero arbitrio è la favola escogitata dai cristiani per giustificare l’esistenza del male in presenza di un Dio onnipotente dichiarato totalmente buono, che viene dunque trasferito sull’uomo, che, supposto in grado di conoscere l’esito delle proprie azioni, essendo bene e male conseguenze dell’azione, sceglie con la propria ragione come comportarsi, e non si comprende perché mai un essere razionale dovrebbe volere coscientemente il male, se non per vendicarsi, così al-Khidr, agendo in maniera contraria alla Legge ebraica ed attirandosi la riprovazione di Mosè, il quale parlava faccia a faccia con Iahvè ma si dimostra incapace di comprendere le ragioni del Verdeggiante, conferma a fortiori che l’uomo comune non può stabilire quale sia il comportamento migliore da tenere, essendo per lui impossibile conoscere chiaramente le conseguenze delle proprie azioni, non essendo dotato di una scienza trascendente.
Secondo la favola del libero arbitrio chiunque abbia tendenze innate contrarie all’ordine morale stabilito da Iahvè è malvagio per scelta, e non a causa della propria natura, perciò, per essere come lo vuole la divinità del deserto, deve introvertite i propri impulsi vitali, farsi pecora, animale da armento, snaturarsi, essere altro da se stesso; dinanzi a tale orrore, mostruosa costruzione del risentimento degli ultimi nei confronti dei potenti, spicca per chiarezza intellettuale la nozione indù del dharma, natura essenziale di ogni essere senziente, compito che gli sta fitto nel cuore e non abbisogna di forzature per essere eseguito; osservando l’uomo per ciò che è, e non come astrazione mentale scollegata dalla realtà, si scopre infatti che è la sua natura a sancirne il comportamento, e che non esistono bene e male validi in senso assoluto nei confronti di ogni essere umano, tutto si riduce ad una questione di efficacia: è bene ciò che consente di essere se stessi, male ciò che non adempie il proprio dharma.
L’azione pura costituisce dunque il rimedio all’eterotelìa, eterogenesi dei fini che colpisce l’agire umano, in quanto, nel momento in cui si agisce con intenzione, in vista del conseguimento di un dato frutto, l’azione, entrando nel mondo del divenire, si confonde con il movimento mutando direzione in maniera imprevedibile e producendo effetti spesso sorprendenti in termini di scostamento degli esiti rispetto ai propositi originari; solamente chi non ha forma, né un ethos, si fa dettare la legge del proprio comportamento dall’esterno, così come soltanto chi non è un destino trova la propria dimensione nel lavoro, ciò che di più basso l’uomo può dare, e difatti i fedeli dei tre monoteismi abramitici agiscono per finalità egoistiche, anelando la ricompensa della beatitudine eterna, perciò seguono la Legge di Iahvè, del Signore Iddio e di Allah, una morale eteronoma che non sta loro fitta nel cuore, come il dharma indù, che impone di agire senza tenere in conto i frutti della propria azione, dalla quale discende un’azione non conforme al fluire degli eventi, al Tao, al quale si dovrebbe reagire mediante il wu wei taoista, l’unico modo coerente di comportarsi di fronte ad una realtà in gran parte ignota.