L’ultimo uomo

L’ultimo uomo: l’inventore della felicità!

L’ultimo uomo: l’inventore della felicità!

Fin dai primi giorni trascorsi in banca mi ero accorto che, nella formazione dell’organico, non v’era stata altra selezione che quella attuata sulla base dei titoli di studio, così replicai al vicedirettore del personale della filiale capogruppo, che, per ammonirmi a stare attento a quel che dicevo, minacciò di non confermarmi nell’impiego al termine del periodo di prova, che non avevo nulla di cui preoccuparmi, tanto lì prendevano tutti, com’era accaduto a scuola, dove, soprattutto al liceo, durante l’intero ciclo scolastico non bocciarono nessuno, non in ragione del valore dei miei compagni di classe, quanto perché la docenza, laureatasi grazie alla pratica livellante ed egalitaria del diciotto politico, riversava sugli studenti il beneficio del sei politico confidando nel fatto che lo stato li avrebbe assunti come datore di lavoro di ultima istanza obbligato a riconoscere il valore legale dei titoli di studio che esso stesso emette, mentre quando abbandonai tutto, dopo aver esercitato un’attività professionale autonoma, avevo ormai maturato la certezza che, in Italia, lavorano davvero tutti, non essendovi alcuna corrispondenza tra la posizione occupata e l’essenza di chi la ricopre.
Rifugiatomi nella foresta del Ribelle, seguendo il filo di Arianna delle mie letture, ho scoperto, con un certo sollievo, di non essere l’unico a considerare aberrante la condizione lavorativa: Alain de Benoist, citando frequentemente autori di sinistra per i quali il lavoro è un destino, essendo l’unica cosa che possono dare gli uomini ai quali si sentono affini, critica l’ideologia del lavoro sottolineando come non vi sia niente di naturale, e men che meno di morale, nel fatto di lavorare, ricordando che nell’Antichità il lavoro era considerato un’attività inferiore che aveva a che fare con la sfera della necessità, opposta a quella della libertà, ed era pertanto antitetico ai valori aristocratici di autocostruzione ed affinamento della persona affermati dalla civiltà classica; Julius Evola, dal canto suo, vedeva nel lavoro una superstizione moderna, un mito plebeo indotto dalla demonìa dell’economia, sia che costituisse un fine in sé, una via di redenzione o di giustificazione dell’esistenza, sia che si parteggiasse per un umanesimo del lavoro, sia, infine, che ci si accontentasse di associarlo ad un attivismo produttivo tanto parossistico quanto insensato, vedendovi una specie di autosadismo consistente nel glorificarlo come valore etico e dovere essenziale e nel concepire qualsiasi forma di attività umana sotto specie di lavoro.
Nell’accezione moderna del termine, il lavoro è un’attività caratterizzata da una penosità sopportata unicamente in vista della remunerazione monetaria che ne consegue, patimento di cui si trova eco nella radice latina labor, che, ricordava Evola, esprime fatica, affanno, sforzo sgradevole, con sfumature negative quali disgrazia, molestia, peso, pena; il lavoro, infatti, corrisponde alle forme oscure, materiali, servili, anodine dell’attività umana, e, come tale, veniva riferito espressamente a coloro che agivano spinti dal bisogno, dalla necessità o dall’infausta sorte della schiavitù, mentre nei confronti di chi agiva in senso proprio, svolgendo forme di attività libere, non fisiche, consapevoli, volute, in certa misura disinteressate, veniva utilizzato il termine agere, l’agire in senso superiore del capo, dell’esploratore, dell’asceta, dello scienziato puro, del guerriero, dell’artista, del diplomatico, del teologo, di chi pone una legge o di chi la infrange, di chi è spinto da una passione elementare o guidato da un principio, del grande imprenditore e del grande organizzatore.
Nel denunciare l’idea moderna dell’economia quale fondamento della vita individuale e collettiva, Evola stupiva che la fissazione di ogni valore ed interesse sul piano economico e produttivo non venisse considerata un’aberrazione senza precedenti, bensì una cosa normale che andava accettata, voluta, sviluppata ed esaltata, rammentando che, in epoche anteriori, il lavoro era volto ad assicurare quella sussistenza che, poi, permetteva di seguire interessi più degni dell’uomo, ai quali, nella Roma antica, era riservato l’otium, inteso come tempo libero corrispondente ad uno stato di raccoglimento, calma, trasparente contemplatività, controparte sana e normale di tutto ciò che è attività, mentre il negotium, prima assumere il significato di accordo commerciale e di attività precipua dell’uomo moderno, costituiva la semplice negazione dell’otium, essendovi alla base della gerarchia dei valori di ogni civiltà normale l’opposizione fra il polo spirituale dell’esistenza, libero e perfetto, culminante nella pura attività del pensatore, del contemplatore, dell’eroe, dell’asceta, del creatore, e quello materiale, greve ed imperfetto, sfociante, appunto, nel lavoro, che, ormai, non veniva più avvertito come ripugnante e contro natura, tanto che neppure ci si vergognava di essere retribuiti per svolgerlo.
Anche René Guénon affrontò il tema dell’esaltazione tutta moderna del lavoro, con particolare riferimento alle iniziazioni di mestiere quali il compagnonaggio e la massoneria, denunciando come ad esso venisse attribuito un valore eminente indipendentemente da considerazioni di altro ordine, e come, alla glorificazione di un’attività tanto inferiore, fosse associata una parallela svalutazione della contemplazione, l’attività più elevata che si possa concepire, la quale ha il compito fondamentale di fornire la legge all’azione; gli uomini moderni, sottolineava l’autore tradizionale, ignorano completamente che un lavoro non ha valore reale se non quando è conforme alla natura dell’essere che lo compie, se non risulta in certo qual modo spontaneo e necessario, così da essere il mezzo che essa impiega per realizzarsi il più perfettamente possibile, ricollegandosi in tal modo a quel che Aristotele definiva l’atto proprio di ciascun essere, inteso come l’esercizio di un’attività conforme alla propria natura, che, come diretta conseguenza, consente il passaggio dalla potenza all’atto delle sue possibilità: il lavoro, dunque, inteso in senso normale, dovrebbe corrispondere ad una vocazione, ed il profitto materiale che ne consegue assume carattere secondario e contingente rispetto al compimento in atto della natura stessa dell’essere umano, che ne costituisce il fine principale.
Ma nell’epoca moderna, sottolineava Friedrich Nietzsche, le idee generali sono fissate non già dall’uomo superiore, bensì dallo schiavo, il quale, per sua natura, deve designare tutti i suoi interessi con nomi ingannevoli, dignità dell’uomo e dignità del lavoro, miseri prodotti di una schiavitù che vuole nascondersi a se stessa, mentre i greci non avevano bisogno di tali allucinazioni concettuali, essi dichiaravano con terribile franchezza che il lavoro è un’onta, e che soltanto l’ozio con tranquilla coscienza, dalle origini immemorabili e connaturato al temperamento, era un’attività degna di un uomo; prima dell’ossessione per l’oro, che dall’America andava propagandosi nella vecchia Europa, era il lavoro che dava rimorso, un uomo ben nato, se la miseria lo costringeva a lavorare, nascondeva il suo lavoro, lo stesso schiavo lavorava oppresso dalla convinzione di fare qualcosa di spregevole, mentre ormai ci si vergognava del riposo, il lungo meditare creava rimorsi di coscienza e l’inclinazione alla gioia assumeva la veste giustificatoria di bisogno di ricreazione, tanto che, se si veniva sorpresi da un conoscente durante una gita in campagna, ci si scusava appellandosi al compimento di un dovere verso la propria salute, per potersi rimettere al più presto e tornare a guadagnare denaro: una volta era il lavoro ad avere su di sé la cattiva coscienza!
L’artefice di tale diabolica inversione nella gerarchia dei valori, ritratto icasticamente nel libro Così parlò Zarathustra di Nietzsche, è l’ultimo uomo, modello antropologico della modernità, l’essere più spregevole che sia mai apparso sul globo terrestre, quegli che non sa disprezzare se stesso e che, con il rapportare ogni cosa alla propria natura, tutto rimpicciolisce; “Che cos’è amore? E creazione? E Anelito? E stella?” – così domanda l’ultimo uomo, e strizza l’occhio; con la sua apparizione la terra si è fatta piccola, ed egli vi saltella giocondo come una pulce; la sua genia, indistruttibile, campa più a lungo di tutti; dopo aver abbandonato le contrade dove la vita è dura, ormai asserviti al ciclo abbruttente lavoro-intrattenimento, gli ultimi uomini sono tutti eguali e desiderano tutti le stesse cose; strizzano l’occhio, danno di gomito ed esclamano: “Noi abbiamo inventato la felicità!”; razionalizzando e sterilizzando l’esistenza, facendo dell’economia un plumbeo destino collettivo allo scopo di procurarsi quel benessere materiale che li pone al riparo dall’asprezza della vita, gli ultimi uomini hanno esteso a tutti quella che, in ogni civiltà normale, fu un’attività riservata esclusivamente agli schiavi, individui disprezzati perché non potevano dare altro che il lavoro, ma ciò è accaduto non senza resistenza, e per piegare gli elementi migliori alla propria condizione gli ultimi uomini hanno creato un’istituzione livellante ed egalitaria che agisce fin dall’infanzia come un rullo compressore su qualità ed aspirazioni superiori: la scuola di massa.

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