La favola del libero arbitrio

Al-Khidr, il Verdeggiante, vertice spirituale dell’esoterismo islamico e guida degli Afrâd, gli iniziati non appartenenti ad un alcuna catena formale

Al-Khidr, il Verdeggiante, vertice spirituale dell’esoterismo islamico e guida degli Afrâd, gli iniziati non appartenenti ad un alcuna catena formale

Il 15 dicembre 2005, mentre cercavo di comprendere il significato della breve esperienza vissuta nella libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, ritrovo di squilibrati, perditempo, millantatori, maestri nell’arte dell’inganno ed uomini usi a ben mangiare ed ancor meglio bere, che, con sommo sprezzo del ridicolo, si reputano migliori dei profani, pur non essendovi in loro nulla di essenziale che li distingua da quelli, presi in prestito, nella foresta del Ribelle, il libro di René Guénon Iniziazione e realizzazione spirituale, pubblicato da Edizioni Studi Tradizionali di Torino, che spiegava lucidamente la realtà dell’iniziazione, consistente essenzialmente nella trasmissione di una certa influenza spirituale, operata mediante un rito, con il quale si effettua il ricollegamento ad un’organizzazione avente lo scopo precipuo di conservarla e di trasmetterla.
Nel capitolo V, intitolato A proposito del ricollegamento iniziatico, Guénon accennava ad un caso particolare di iniziazione, che avviene in casi assolutamente eccezionali senza ricollegamento ad un’organizzazione tradizionale, quando le circostanze rendono impossibile la trasmissione normale, e coinvolge individualità aventi qualificazioni di gran lunga superiori all’ordinario ed aspirazioni così forti da attirarsi l’influenza spirituale che non possono ricercare con i propri mezzi; il discorso proseguiva in appendice, con la citazione di un passaggio delle Pagine dedicate a Mercurio di Abdul-Hâdi, pubblicate nel numero di agosto 1946 degli Études Traditionelles, il quale distingueva due catene iniziatiche, una storica e l’altra spontanea: la prima si comunica in santuari stabiliti e noti sotto la direzione di uno Sheykh (Guru) vivente, autorizzato, che possiede le chiavi del mistero, la seconda avviene sotto la guida di un maestro che può essere assente, sconosciuto, o addirittura morto da parecchi secoli, e, mediante essa, si può trarre dal presente la stessa sostanza spirituale che altri traggono dall’antichità.
Guénon, in una nota esplicativa a questo testo, dopo aver accennato al fatto che nella seconda catena si coglieva un’allusione alla funzione del vero Guru interiore, come lo si ritrova nell’insegnamento della tradizione indù, spiegava che dal punto di vista del Tasawwuf, l’esoterismo islamico, queste cose appartengono alla via degli Afrâd, il cui maestro è Seydna El Khidr, e che esse sono al di fuori della giurisdizione del « Polo » (El Qutb), che comprende soltanto le vie regolari ed abituali dell’iniziazione, ma si tratta di casi eccezionali che si verificano in circostanze che rendono impossibile la trasmissione normale, per esempio in mancanza di qualsiasi organizzazione iniziatica regolarmente costituita; in una lettera sull’argomento, riportata in appendice, Guénon spiegava che El-Khidr è propriamente il maestro degli Afrâd, i quali sono indipendenti dal Qutb e possono anche non esserne conosciuti, si tratta dunque di qualcosa di più diretto, e che in certo qual modo è fuori da funzioni definite e delimitate, anche se molto elevate, ed è per questa ragione che il numero degli Afrâd è indeterminato.
Al-Khidr, il Verdeggiante, che attinse l’acqua della giovinezza alla sorgente della Vita, prolungando così la propria esistenza fino alla fine dei tempi, e, vestito di verde, colore dell’islam, fa verde la natura intorno a sé, è la designazione data dall’esoterismo islamico al personaggio anonimo ed enigmatico che compare nella sura XVIII del Corano, avente titolo Al-Kahf, La Caverna, con il quale Mosè, che pure viene considerato dall’Islam come inviato legiferante e polo spirituale della sua epoca, appare in rapporto di subordinazione sia di ordine gerarchico che conoscitivo, in quanto il santo profeta senza nome è presentato come detentore di una scienza proveniente da Allah, ma sarebbe più appropriato dire da Iahvè, essendo questo il nome della divinità unica dei tre monoteismi abramitici utilizzato dagli ebrei, ed egli gli domanda di trasmettergli soltanto una porzione di ciò che gli è stato insegnato.
L’episodio è narrato nei versetti 61-83 della sura XVIII, che riporto di seguito nella traduzione del Corano pubblicata da UTET a cura di Martino Mario Moreno, che ne spiega anche l’antefatto: secondo un hadîth del profeta, Mosè, interrogato dagli israeliti su chi fosse il più sapiente degli uomini, asserì di essere lui stesso, così Dio, dopo averlo rimproverato per la sua superbia, gli rivelò che alla confluenza dei due mari, quello dei romani e quello dei persiani, c’era un uomo assai più dotto, e, per trovarlo, era necessario che partisse portando del pesce in un canestro: il giorno in cui avesse perso il pesce, avrebbe trovato l’uomo; il profeta partì su una piccola imbarcazione con il suo aiutante Giosuè, e, giunti ad una roccia, si ancorarono, fu allora che il pesce guizzò via dal canestro, ma se ne accorsero soltanto la sera, dopo aver fatto un altro tratto di navigazione.
61. Ricorda quando Mosè disse al suo garzone: « Dovessi camminare per anni, non mi fermerò finché non giungerò alla confluenza dei due mari ».
62. Quando giunsero alla confluenza, si dimenticarono del loro pesce, che prese, libero, la via del mare.
63. Quando furono passati oltre, Mosè disse al suo garzone: « Dacci la nostra colazione, ché il viaggio ci ha stancati ».
64. Disse l’altro: « Lo sai? Quando siamo giunti alla roccia, mi son dimenticato (è Satana che me l’ha fatto dimenticare) del pesce, e questo ha preso miracolosamente la via del mare ».
65. Disse Mosè: « E’ proprio quello che volevamo ». E ritornarono sui loro passi.
66. E trovarono un nostro servo al quale avevamo concesso misericordia da parte nostra e insegnata una scienza da noi promanata.
67. « Posso accompagnarti – gli chiese Mosè – per imparare da te, per mia direttiva, un po’ di quello che ti è stato insegnato? »
68. « Non riuscirai, con me, ad aver pazienza – rispose quello –.
69. Come potrai, infatti, essere paziente in ciò che sfugge alla tua esperienza? »
70. « Se Dio vuole mi troverai paziente e obbediente in ogni cosa » assicurò Mosè.
71. « Va bene – disse. – Se mi accompagni, non mi fare domande intorno ad alcuna cosa, se non te ne parlo io per primo ».
72. Partirono dunque. E quando furono montati sulla nave, quello la bucò. « Come? – disse Mosè –. Ne vuoi dunque far annegare l’equipaggio, che l’hai bucata? E’ ben grave quello che hai fatto! »
73. « Non te l’ho detto – rispose l’altro – che con me non avresti avuto pazienza? »
74. « Non mi rimproverare della mia dimenticanza – si scuso Mosè – e non essere troppo severo con me ».
75. Proseguendo incontrarono un giovane, e quello l’uccise. « Hai tolto la vita, non in cambio di un’altra vita, ad un innocente? Hai commesso un atto nefando » scattò Mosè.
76. « Non ti avevo detto che non saresti stato capace di pazientare con me? »
77. « Se ti domando ancora qualche cosa, non ti accompagnare più con me, ché te ne avrei veramente data ragione ».
78. Proseguendo, giunsero a una città e chiesero ai suoi abitanti da mangiare, ma quelli si rifiutarono di ospitarli. Vi trovarono un muro che stava per sfasciarsi: quello lo raddrizzò. « Se volessi, potresti anche farti dare un compenso » osservò Mosè.
79. « Stavolta ci separiamo – rispose l’altro. – Ma prima ti spiegherò le cose per le quali tu non hai avuto pazienza.
80. La nave apparteneva a dei poveri lavoratori del mare. L’ho voluta lesionare perché li attendeva un re che si appropria con la forza di ogni nave.
81. Quanto al giovane, i suoi genitori erano dei credenti, e noi tememmo che egli imponesse loro la sua oltracotanza e miscredenza;
82. e volemmo che il nostro Signore desse loro in cambio un figlio più puro ed affezionato.
83. Quanto al muro, esso apparteneva a due adolescenti orfani della città. Sotto c’era un tesoro di loro spettanza. Il loro padre era un uomo dabbene. Ora il tuo Signore, nella sua misericordia, ha voluto che, pervenuti alla maggiore età, essi estraggano il tesoro. Tutto ciò non l’ho fatto di mia iniziativa. Eccoti le spiegazioni che tu non hai avuto la pazienza di attendere. »
Allora mi colpirono la figura enigmatica di al-Khidr ed il riferimento all’iniziazione effettuata al di fuori di qualsivoglia catena iniziatica, unica strada percorribile nel mondo moderno per l’uomo qualitativamente differenziato, non essendovi in Occidente organizzazioni tradizionali degne di questo nome ed essendo la massoneria una società pseudo-iniziatica che storicamente ha sempre perseguito un disegno di chiara matrice contro-iniziatica, mentre ora, dopo aver letto le opere di Friedrich Nietzsche, la collego naturalmente alla morale eteronoma ed agli errori logici di bene e male: Mosè, infatti, che secondo il Pentateuco parlava faccia a faccia con Iahvè ed emanò per suo conto la Legge, nel Corano non riesce a comprendere la conoscenza posseduta dal Verdeggiante, il quale compie atti contrari alle norme divine emanate dall’inviato legiferante, suscitandone la riprovazione, ed al materialismo che permea l’Antico Testamento, riparando un muro a coloro che gli hanno rifiutato l’ospitalità.
L’incontro tra al-Khidr e Mosè si conclude poi con l’affermazione sconcertante del Verdeggiane che tutto ciò che ha fatto non l’ha fatto di sua iniziativa, che si spiega soltanto considerando che, possedendo egli una conoscenza proveniente da Allah, è libero di agire in contrasto con la morale della Legge, che è la medesima travasatasi nel cristianesimo e nell’islam, che esalta gli ultimi e condanna i potenti, essendo stata concepita da un uomo tardo di parola e tardo di lingua, un handicappato che, per risentimento nei confronti dei migliori di natura, ha invertito il paradigma naturale del genere umano obbligando gli uomini all’amore fraterno, sia pure limitato al prossimo, termine che, nell’Antico Testamento, indica il correligionario ebreo: la morale ebraica, difatti, è una morale doppia che impone due generi di comportamenti, a seconda che l’altro sia un fratello oppure un gentile, come quando dispone di non prestare ad usura al fratello ma ordina di prestare ad usura al gentile (Deuteronomio 23, 20-21).
Al-Khidr, che nella sura XVIII del Corano appare come l’iniziatore di Mosè, contravviene dunque alla legge mosaica, dimostrandosi superiore ad essa e comportandosi come un immoralista, e certamente fu tale Nietzsche, che si domandò chi avesse posto i valori cristiani, e, applicando il metodo genealogico, andando a ritroso nel tempo si imbatté nel genio ebraico nel campo della morale, in quanto fu Mosè ad invertire i normali rapporti tra gli uomini e le cose ideando la Legge ed affermando che fosse emanazione di Iahvè, che inizialmente era il dio nazionale degli ebrei e soltanto in seguito ebbe pretese universalistiche, incentrandola sulla legge del taglione, già contemplata nel codice di Hammurabi del XVIII secolo a.C., che conferiva alla vendetta una dimensione ed un controllo sociali impedendo così che la punizione superasse l’offesa, mitigandola però con la compensazione in denaro del torto subito.
Se Mosè si fosse trovato a legiferare soltanto per i casi di omicidio, o per altri reati contro la persona ed il patrimonio, non ci sarebbe stato alcun bisogno di chiamare in causa una divinità che emanasse la Legge e punisse ogni sua violazione, non a caso nell’Antico Testamento Iahvè viene considerato il giudice di tutta la terra (Genesi, 18, 25), ma il punto centrale del sistema morale ebraico, la genialità di quest’opera contro natura, consiste nel precetto dell’amore per il prossimo (Levitico 19, 18) e nell’obbligo di prestare soccorso al forestiero, all’orfano ed alla vedova (Deuteronomio 24, 17-22), ossia ai soggetti più deboli, quelli maggiormente somiglianti al profeta del Pentateuco, e ciò per consentirne la sopravvivenza, questi sì atti innaturali che nessuna persona sana compirebbe spontaneamente, perciò era necessario attribuirne l’origine al volere di una divinità creata appositamente a sua immagine e somiglianza: il Dio degli oppressi.
Inoltre, per convincere i figli d’Israele ad adottare comportamenti contro natura, quali l’amore per il prossimo, soprattutto quando lo si odia, ed il soccorso economico al forestiero, all’orfano ed alla vedova, che, se fossero stati agiti spontaneamente, non ci sarebbe stato bisogno di inventare la morale, occorreva costruire un sistema di retribuzione incentrato sulla ricompensa per chi osservava la Legge e sulla punizione per chi la violava, che, affidato alla divinità del deserto il compito di valutare la giustezza di ciascun uomo, ne faceva per l’appunto il giudice di tutta la terra, oltre che un fattore di intimidazione atto a garantirne il rispetto; il risultato fu raggiunto instillando, fin dalla più tenera età, il senso di colpa per la violazione delle regole divine, un’offesa nei confronti di Iahvè, in tal modo è stata costruita dall’uomo una morale che ha come modello antropologico di riferimento gli ultimi, gli infelici, i malriusciti, i condannati dalla vita, gli esseri che maggiormente somigliavano al legislatore Mosè.
La retribuzione aveva inizialmente carattere collettivo e riguardava l’intera nazione ebraica: se il popolo eletto seguiva la Legge, i comandamenti e gli statuti emanati da Iahvè, allora otteneva vittoria sui nemici e prosperità materiale, altrimenti pativa sciagure e sconfitte; poi, con il trascorrere del tempo, constatata la rovina dei regni di Israele e di Giuda e la deportazione degli israeliti nella cattività babilonese, divenne progressivamente individuale ma pur sempre limitata all’esistenza terrena, però sorse la questione del giusto che soffre mentre l’ingiusto prospera, ossia del debole che patisce con la disgrazia gli effetti della propria inabilità di natura e del potente che ottiene quello che vuole in virtù della propria vitalità traboccante, sicché, contro ogni promessa di giustizia, chi seguiva le regole della divinità del deserto non otteneva la retribuzione sperata e chi faceva da sé otteneva ricchezza ed opulenza.
Gli israeliti, anziché dedurne l’inesistenza del giudice di tutta la terra, trasposero la retribuzione nell’al dl là, ma gli ebrei conoscevano soltanto lo Sceol, dimora di tutti i defunti simile all’Ade greco, così ci pensò Gesù, dopo aver universalizzato il vincolo dell’amore per il prossimo e dichiarato decaduta la legge del taglione, ad inventare il paradiso e l’inferno, luoghi ultraterreni di beatitudine eterna e di tormento eterno nei quali sarebbero andati rispettivamente i giusti ed i malvagi, e, per accentuare il timor di Dio, esaltò a dismisura la figura del Diavolo, cui vennero attribuiti superbia, volontà di potenza e lussuria sfrenata, tutto ciò che una genia di impotenti non può permettersi, deformando grottescamente i tratti dell’uomo ben nato allo scopo di demonizzarlo, dopodiché intervenne Maometto, che sigillò la tendenza egalitaria insita nei tre monoteismi abramitici con Iblis, l’angelo creato col fuoco scacciato dal paradiso per essersi rifiutato di prosternarsi davanti all’uomo, creato da semplice fango modellato.
I tre monoteismi abramitici, essendo stati concepiti appositamente per rivolgersi agli ultimi, ai mal riusciti, ai condannati dalla vita, deplorano moralmente la qualità allo scopo di legittimare la preminenza dell’inabilità di natura, e difatti ciascuno di essi è stato divulgato da esemplari perfetti di predicatori dell’eguaglianza: Mosè, un handicappato, portò la Legge di Iahvè ai figli d’Israele, e chiunque abbia letto l’Antico Testamento sa di che materiale umano si tratti; Gesù, criticato aspramente dai farisei perché si avvicinava a gente ladra, bugiarda ed assassina, predicò la lieta novella dell’avvento del regno di Dio ai pubblicani, ai malati, agli infermi, alle prostitute, ai peccatori, alle donne, agli schiavi, ai poveri, agli indemoniati muti e ciechi e muti, ai lebbrosi, ai paralitici, agli idropici, ai ciechi, agli storpi, ai sordomuti ed anche agli uomini con la mano inaridita, il sale della terra; Maometto, nato orfano e disagiato, dopo una profonda crisi spirituale passò dal politeismo patrio ad una nuova dottrina mutuata dal giudeo-cristianesimo e basata sull’eguaglianza, che predicò inizialmente ai poveri, agli schiavi ed agli ebrei.
La morale serve a regolare i comportamenti degli uomini ed a farli convivere pacificamente in società, ma non esiste una morale assoluta, ciascun popolo ha un proprio modo di vivere e propri usi e costumi, perciò i valori che l’informano sono sempre puramente umani, contingenti e transeunti, lo stesso accade per la morale ebraica, divenuta poi cristiana ed infine mussulmana, lo si realizza appieno indagandone le origini e scoprendo che la formazione dei testi biblici, aventi carattere compilatorio pasticciato ed abborracciato, si è protratta per secoli, sovrapponendosi e contraddicendosi, ciononostante si è preteso che essa fosse stata emanata da una divinità piuttosto bizzarra che crea gli uomini ineguali ma pretende che si considerino eguali, che pone inimicizia tra di loro ma pretende che si amino fraternamente, e, per costringerli ad agire contro natura, ha ideato un sistema retributivo che punisce coloro che violano le sue leggi e premia quanti le seguono fedelmente.
Nella morale comune sottostante i tre monoteismi abramitici è evidente la matrice egalitaria originata dall’odio nei confronti della qualità, dal risentimento proprio degli ultimi nei confronti dei potenti, dei felici, dei ben nati, che porta a svalutarli per esaltare gli inabili di natura, eppure di ogni cosa esistente, appartenga essa al mondo minerale, vegetale o animale, si apprezzano universalmente gli esemplari migliori, pietre preziose, piante, fiori e frutti pregiati, animali di razza con tanto di pedigree, soltanto degli uomini si supervalutano gli esemplari peggiori, i mal riusciti, i condannati dalla vita, e si promette loro il regno dei cieli, perciò Nietzsche addebitava al cristianesimo la décadence della specie umana, il progressivo indebolimento del genere umano ottenuto selezionando sistematicamente gli uomini all’incontrario, reprimendo le energie dei migliori per favorire l’esistenza dei condannati dalla vita.
Esattamente ciò che fa la Repubblica Italiana, la cui costituzione è stata scritta con il dito di Iahvè, come le tavole della testimonianza consegnate a Mosè sul monte Sinai, ad opera dei tre maggiori partiti di massa, democrazia cristiana, partito socialista e partito comunista, che, assieme, raccolsero il 75% dei suffragi nell’assemblea costituente, e, pertanto, vi infusero i loro princìpi invertiti, con tutte le contraddizioni tra l’economia sociale di mercato dei cattolici e l’anticapitalismo di socialisti e comunisti, fondandola sul lavoro, ciò che caratterizza l’ultimo uomo, ed imponendo, con l’articolo 3, non soltanto lo pseudo-principio dell’eguaglianza formale degli uomini, comune alle democrazie liberali, ma anche quello dell’eguaglianza sostanziale, mai realizzato sul piano pratico, perché chi nasce ricco rimane ricco, ma applicato alla perfezione laddove si dovrebbero selezionare gli elementi migliori della nazione, nella scuola di massa, perciò i migliori emigrano all’estero, oppure, come nel mio caso, attuano il passaggio al bosco e si rifugiano nella foresta del Ribelle per preparare la vendetta.
Iahvè per gli ebrei, Signore Iddio per i cristiani ed Allah per i mussulmani, tre nomi diversi che indicano una medesima divinità che ha in odio la qualità e predilige l’inabilità di natura, un Dio morale giudice di tutta la terra che presuppone l’esistenza di un ordinamento morale del mondo che stabilisca immutabilmente cos’è bene e cos’è male, nonché di fatti morali tali per cui chi operi il bene venga premiato con la prosperità materiale o con la beatitudine eterna, e chi operi il male venga punito con la sciagura terrena o con la dannazione eterna; il tema della scelta dell’uomo, già presente nell’Antico Testamento, si impose prepotentemente in ambito cristiano a causa dell’attesa del giorno del Giudizio, quando tutti gli uomini vissuti ovunque ed in qualunque tempo saranno giudicati per l’osservanza o l’inosservanza della Legge divina, sulla base della banale considerazione che, poiché esiste il male, un Dio onnipotente non può che essere anche malvagio, mentre un Dio completamente buono non può essere onnipotente, così, per superare questa contraddizione irrisolvibile del monoteismo, fu inventato il libero arbitrio.
Escamotage utilizzato per trasferire la responsabilità del male dalla divinità agli uomini, libero arbitrio significa che ciascun uomo, ovunque nel mondo ed in qualunque tempo storico, posto di fronte alla realtà, comprende perfettamente qual è l’azione giusta e qual è quella sbagliata, e, con la sua sola volontà, sceglie di compiere il bene o il male, e ciò perché i tre monoteismi abramitici presuppongono l’esistenza di un ordinamento morale del mondo, un’organizzazione della realtà basata sulla morale di Iahvè, travasatasi poi nel cristianesimo ed infine nell’islam, cosa palesemente falsa: non esistono alcun bene o male stabiliti una volta per tutte tali che l’intelletto dell’uomo possa discernerli e poi scegliere liberamente cosa fare, come pretendono i cristiani, e la vicenda di al-Khidr e Mosè, narrata nella sura XVIII del Corano, costituisce la dimostrazione migliore dell’impossibilità di agire seguendo rigide categorie di comportamento che determinino aprioristicamente bene e male sulla base di una morale eteronoma.
Il libero arbitrio è la favola escogitata dai cristiani per giustificare l’esistenza del male in presenza di un Dio onnipotente dichiarato totalmente buono, che viene dunque trasferito sull’uomo, che, supposto in grado di conoscere l’esito delle proprie azioni, essendo bene e male conseguenze dell’azione, sceglie con la propria ragione come comportarsi, e non si comprende perché mai un essere razionale dovrebbe volere coscientemente il male, se non per vendicarsi, così al-Khidr, agendo in maniera contraria alla Legge ebraica ed attirandosi la riprovazione di Mosè, il quale parlava faccia a faccia con Iahvè ma si dimostra incapace di comprendere le ragioni del Verdeggiante, conferma a fortiori che l’uomo comune non può stabilire quale sia il comportamento migliore da tenere, essendo per lui impossibile conoscere chiaramente le conseguenze delle proprie azioni, non essendo dotato di una scienza trascendente.
Secondo la favola del libero arbitrio chiunque abbia tendenze innate contrarie all’ordine morale stabilito da Iahvè è malvagio per scelta, e non a causa della propria natura, perciò, per essere come lo vuole la divinità del deserto, deve introvertite i propri impulsi vitali, farsi pecora, animale da armento, snaturarsi, essere altro da se stesso; dinanzi a tale orrore, mostruosa costruzione del risentimento degli ultimi nei confronti dei potenti, spicca per chiarezza intellettuale la nozione indù del dharma, natura essenziale di ogni essere senziente, compito che gli sta fitto nel cuore e non abbisogna di forzature per essere eseguito; osservando l’uomo per ciò che è, e non come astrazione mentale scollegata dalla realtà, si scopre infatti che è la sua natura a sancirne il comportamento, e che non esistono bene e male validi in senso assoluto nei confronti di ogni essere umano, tutto si riduce ad una questione di efficacia: è bene ciò che consente di essere se stessi, male ciò che non adempie il proprio dharma.
L’azione pura costituisce dunque il rimedio all’eterotelìa, eterogenesi dei fini che colpisce l’agire umano, in quanto, nel momento in cui si agisce con intenzione, in vista del conseguimento di un dato frutto, l’azione, entrando nel mondo del divenire, si confonde con il movimento mutando direzione in maniera imprevedibile e producendo effetti spesso sorprendenti in termini di scostamento degli esiti rispetto ai propositi originari; solamente chi non ha forma, né un ethos, si fa dettare la legge del proprio comportamento dall’esterno, così come soltanto chi non è un destino trova la propria dimensione nel lavoro, ciò che di più basso l’uomo può dare, e difatti i fedeli dei tre monoteismi abramitici agiscono per finalità egoistiche, anelando la ricompensa della beatitudine eterna, perciò seguono la Legge di Iahvè, del Signore Iddio e di Allah, una morale eteronoma che non sta loro fitta nel cuore, come il dharma indù, che impone di agire senza tenere in conto i frutti della propria azione, dalla quale discende un’azione non conforme al fluire degli eventi, al Tao, al quale si dovrebbe reagire mediante il wu wei taoista, l’unico modo coerente di comportarsi di fronte ad una realtà in gran parte ignota.

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I predicatori dell’eguaglianza

La tarantola, immagine nietzschiana dei predicatori dell’eguaglianza

La tarantola, immagine nietzschiana dei predicatori dell’eguaglianza

Nel capitolo Delle tarantole del libro Così parlò Zarathustra Friedrich Nietzsche invitava gli uomini di valore a diffidare di tutti coloro nei quali è forte l’istinto di punire, gente di qualità ed origine scadente dai cui volti occhieggia il carnefice ed il segugio, e di tutti quelli che parlano della loro giustizia, poiché alle loro anime non manca soltanto il miele, e, come nella tarantola, che reca nero sul dorso il suo triangolo e distintivo, così nei predicatori dell’eguaglianza si annida la vendetta dell’inferiore nei confronti del superiore, dove essa morde si forma una nera schianza ed il veleno della rivalsa procura le vertigini a coloro che ne vengono infettati, perciò essi rivolgono le loro parole di libertà, eguaglianza e fratellanza agli scarti del genere umano, gli unici disposti ad accoglierle, iniettandovi la tossina di un impossibile riscatto dalla loro infima condizione di natura; in tal modo il filosofo spregiatore degli uomini affrontava la tematica del risentimento che logora la gente dappoco, alla quale, lamentava, si era dato ragione per fin troppo tempo, tanto che ormai essa insegnava che è buono ciò che la piccola gente approva, tutto rimpiccioliva paurosamente dinanzi all’avanzata delle masse, e si era finito per darle anche il potere politico, ed ora, divenuta padrona, predicava rassegnazione, modestia, senno, diligenza, riguardo e tutto il lungo eccetera delle piccole virtù cristiane, ma, proclamava temerario l’annunciatore dell’anticristo, gli uomini non sono eguali tra loro, né debbono diventarlo: le figure ed i tipi superiori della vita sono solo felici casi sporadici che non danno luogo ad alcuna continuità, trattandosi anzi di esseri esposti più degli altri ai pericoli ed alla distruzione, e sono proprio quelli che la gente meschina invidia ed odia, in quanto, con la loro esistenza, ne evidenziano la bruttezza.
Nietzsche lanciava i suoi strali antiegalitari contro i babbuassi socialisti dalle teste vuote del suo tempo, che annunciavano l’uomo dell’avvenire degenerato ed immeschinito in perfetta bestia nana da armento fornita di eguali diritti ed esigenze, evento che il filosofo riteneva possibile, senza dubbio, però, aggiungeva, chi avesse meditato sino in fondo questa possibilità conosceva un disgusto di più rispetto agli altri uomini, e forse anche un nuovo compito, quello, del tutto conseguente, di formare un’élite che si contrapponesse allo sfacelo democratico, ma i predicatori dell’eguaglianza non nascono dal nulla, come i funghi dopo un acquazzone, essi hanno origini antiche e lontane, provengono dalla sterile monotonia del deserto, dove, oltre tre millenni fa, Mosè, un profeta tardo di parola e tardo di lingua, proclamò la Legge di Iahvè, divinità livida e rancorosa timorosa degli uomini che si innalzano grazie alle proprie forze, che elegge gli ultimi a scapito dei migliori elementi di natura e preferisce il debole al potente, il secondogenito al primogenito, invertendo in tal modo i normali rapporti tra gli uomini e le cose; Dio morale che retribuisce il bene con la prosperità materiale ed il male con sciagure e disgrazie, giudice supremo di tutta la terra che fa giustizia al forestiero, alla vedova ed all’orfano, e che agli uomini di ingegno preferisce gli umili, gli inabili e gli indifesi, Iahvè strinse un’Alleanza unilaterale con Abramo, pastore seminomade fuoriuscito da Ur dei Caldei, culla della civiltà, per stabilirsi nell’arida steppa e divenire capostipite di una genia di donne sterili ed uomini litigiosi dai quali discesero le dodici tribù di Israele, popolo che Egli liberò dalla casa di schiavitù d’Egitto e condusse in una terra dove scorrevano latte e miele per dargli un ordinamento giuridico egalitario scritto con il suo dito sulle tavole della testimonianza, un ammasso di detriti umani privi di forma eletto a nazione santa di sacerdoti la cui infedeltà nei confronti del Patto da esso liberamente contratto oltrepassa il ridicolo.
La Legge mosaica comandava l’amore per il prossimo, inteso come quello del proprio stesso popolo, il dovere di prestare soccorso al forestiero, alla vedova ed all’orfano, la cura dei poveri ed il rispetto per gli schiavi ed i lavoratori salariati, ed in tali prescrizioni Nietzsche scorgeva la rivolta degli schiavi nella morale, in quanto, per la prima volta, gli oppressi, i mal riusciti, quelli che soffrono da sé, oltre ai mediocri, introducevano apprezzamenti di valore loro favorevoli; i grandi ideali, gli interessi decisivi, infatti, presuppongono uomini che stanno dietro di essi, piccoli o grandi, inferiori o superiori, e la morale è precisamente la valutazione di quel che un determinato tipo umano, in una determinata epoca storica, venera come bene e condanna come male: ne consegue che esiste una morale dei signori ed una morale degli schiavi, una valutazione del bene e del male fatta dai nobili, dai migliori, dai ben riusciti, che avvertono gli stati di elevazione e fierezza dell’anima come il tratto distintivo e qualificante della gerarchia, che sentono se stessi come determinanti il valore, che proclamano dannoso in se stesso ciò che lo è per loro e riconoscono doveri unicamente verso i propri simili, ed una morale del gregge che esalta le qualità che alleviano l’esistenza ai sofferenti, la pietà, la mano compiacente e soccorrevole, il calore del cuore, la pazienza, l’operosità, l’umiltà, la gentilezza, giacché sono le più utili e quasi gli unici mezzi per sopportare il peso della vita; in tal modo gli ebrei hanno operato una radicale trasvalutazione dei valori rivalendosi dei propri nemici e dominatori, realizzando così la vendetta più spirituale, essendo riusciti a rovesciare, con terrificante consequenzialità, stringendola ben salda con i denti dell’odio più abissale, l’odio dell’impotenza, l’equazione di valore aristocratica che vedeva coincidere buono, nobile, potente, bello, felice, caro agli dèi, proclamando che soltanto i miserabili sono buoni; solo i poveri, gli impotenti, gli umili, i sofferenti, gli indigenti, gli infermi, i deformi sono gli unici devoti, gli unici uomini pii, per i quali soli esiste una beatitudine, mentre invece i nobili ed i potenti saranno per l’eternità malvagi, crudeli, lascivi, insaziabili, empi, e saranno anche eternamente sciagurati, maledetti e dannati!
La rivolta degli schiavi nella morale cominciò quando il risentimento degli ultimi nei confronti dei primi insuperbì fino a diventare creatore di valori, sovvertendo l’ovvia constatazione che, in ogni epoca normale, l’uomo comune era soltanto ciò che veniva considerato, furono infatti i buoni, i nobili, i potenti, quelli che avevano avuto dei doni dalla vita, ma anche maggiori responsabilità, che, prendendo le mosse dal pathos della distanza fondatore di ranghi e gerarchie, coniarono l’opposizione tra buono e cattivo, dove il secondo termine costituiva soltanto una pallida postuma immagine antagonistica, in quanto i migliori non avevano bisogno di costruire artificialmente la loro felicità rivolgendo lo sguardo ai loro nemici, né di imporsela con la forza della persuasione e della menzogna, come sono soliti fare gli uomini del ressentiment, che concepiscono il malvagio come idea di base a partire dalla quale fabbricano, come sua contraffazione ed antitesi, un buono, ossia propriamente se stessi, di cui esaltano le qualità che servono a sostenere l’esistenza malandata di un’umanità piccina, paurosa e sofferente, avendo la morale servile carattere essenzialmente utilitaristico, così il nobile diviene, agli occhi della massa, un essere inutile e pericoloso, l’orgoglio aristocratico snatura agli occhi del gregge nel peccato di superbia, giacché il malvagio, nella morale del ressentiment, è, propriamente, il buono dell’altra morale, solamente dipinto con altri colori, interpretato in guisa opposta, guardato di sbieco dall’occhio torvo del risentimento, tuttavia, essendo la loro natura falsa ed obliqua, non hanno il coraggio di affermare le cose come sono, perciò si proclamano buoni e giusti, ed a quel che pretendono non danno il nome di rivalsa, bensì di trionfo della giustizia; non dicono di odiare il loro nemico, ma l’ingiustizia, l’empietà; non ammettono di cercare la vendetta, bensì la vittoria del Dio giusto sugli empi; quel che resta loro da amare sulla terra non sono i loro fratelli nell’odio, ma i loro fratelli nell’amore, come affermano mentendo.
Un Dio morale presuppone un ordinamento morale del mondo che stabilisca immutabilmente cos’è bene e cos’è male, nonché l’esistenza di fatti morali tali per cui chi operi il bene venga premiato in vita con la prosperità materiale e chi operi il male venga punito con la sciagura, gli ebrei non conoscevano l’al di là, ma soltanto lo Sceol, dimora dei defunti simile all’Ade dei greci, da qui discende la definizione di Iahvè come giudice di tutta la terra che fa giustizia al forestiero, alla vedova ed all’orfano, la cui retribuzione aveva originariamente carattere collettivo, al popolo d’Israele spettavano premi o punizioni a seconda che rispettasse o meno la Legge divina, da questa credenza si sviluppò la teologia della storia che impregna l’Antico Testamento, poi, con il trascorrere dei secoli ed il reiterarsi dell’infedeltà degli israeliti al Patto da essi liberamente contratto, essa si trasformò in retribuzione personale, ma questo ribaltamento di prospettiva pose drammaticamente la questione del giusto che soffre mentre il malvagio prospera, esito inconcepibile per una divinità che si pretendeva intervenisse davvero nella realtà per premiare e punire gli uomini per le loro azioni, sicché, per far quadrare le cose, venne elaborata una dottrina della retribuzione per il bene e per il male dopo la morte, in un mondo ultraterreno, che trovò completa espressione nel libro della Sapienza, databile attorno al 50 a.C., che, assieme all’attesa messianica del successore di Davide sul trono di Israele ed all’apocalittica sviluppata dai profeti, preparò il terreno per la venuta di Gesù, che dichiarò superata la Legge mosaica ed enunciò la Nuova Alleanza fondata sull’amore incondizionato verso Dio e verso gli altri uomini, indipendentemente dall’appartenenza al popolo ebraico, annunciando inoltre l’imminenza del giorno del Giudizio nel quale i buoni ed i giusti avrebbero finalmente trionfato; questi deboli, ironizzava l’anticristiano par excellence, attendono l’avvento del loro regno, che chiamano né più né meno regno d’Iddio, essi sono invero così umili in tutto!
Il cristianesimo, seduzione diabolica che promette beatitudine e vittoria ai poveri, agli infermi, ai peccatori, veleno sottile distillato nelle viscere dei deboli attingendo alle cime più alte della falsificazione e della menzogna, strumento di rivalsa di tutti i reietti spacciato come religione dell’amore, rappresenta la rivolta dei calpestati, dei miserabili e dei malriusciti contro i migliori di natura; con esso la debolezza diviene un ideale, ciò che è basso e vile assume forma di distinzione e di bellezza, tutto ciò che è di estrazione infima e malata elabora la sua filosofia arrogandosi il diritto di giudicare e condannare, cosicché i piccoli ed i superflui trovano finalmente il coraggio di parlare per calunniare la vita che li ha esclusi dalle prospettive più alte, tutto ciò che l’afferma e l’irrobustisce viene ricondotto sotto il segno del peccato e richiamato alle regole di un’obbedienza che pone la sua giustificazione in cielo, ma ha la sua vera ispirazione in terra, tra il gregge e dal gregge; la religione cristiana ha avvelenato la coscienza del tipo nobile costringendolo a reprimere i suoi istinti più forti, è riuscita a confondere così bene i concetti di inferiore e superiore che non solo ha insinuato nella povera gente un rancore sordido verso i migliori, ma ha gettato il germe della sfiducia nell’animo dell’uomo superiore insegnandogli a dubitare del suo diritto, essa è infatti un no detto alla vita, il rifiuto della bellezza, della potenza, della gioia, della felicità che si ripercuote in maniera decisiva sulla selezione della specie dando luogo alla décadence, degenerazione della qualità complessiva degli uomini ottenuta favorendo sistematicamente l’animale da gregge, l’umile, l’impotente, l’inabile, conservando ciò che è maturo per il tramonto ed opponendo resistenza ai migliori a favore dei diseredati e dei condannati dalla vita, elemento che conferisce all’esistenza un aspetto fosco e problematico per la quantità di mal riusciti che mantiene in vita.
I malati, gli inabili, i mal riusciti manifestano una superbia luciferina nel reclamare l’eguaglianza con i migliori di natura, cui aggiungono un egoismo crudele nel volerli costringere ad occuparsi di loro, la loro pretesa di rappresentare una qualsiasi forma di superiorità, assieme al loro istinto per le vie traverse, conducono ad una tirannide sui sani che porta questi ultimi a provare sfiducia nei confronti della vita, in quanto le loro esuberanti tendenze vitali vengono considerate profondamente immorali, sicché la morale cristiana rappresenta un ostacolo contro tutti gli sforzi della natura per giungere ad un tipo umano più alto, rivolgendosi espressamente contro gli istinti vitali e giungendo all’assurdo di fare della sessualità qualcosa di impuro, così la vita, infangata nell’atto stesso della procreazione, finisce precisamente laddove ha inizio il regno di Dio, ed infatti l’al di là è stato concepito come mezzo per insozzare l’al di qua, essa esalta l’altruismo mentre ogni morale sana è sempre stata dominata da un istinto della vita che si manifesta sotto forma di consapevole egoismo connaturato all’anima aristocratica, quell’orgogliosa autosufficienza del nobile capace di bastare soltanto a se stesso unita alla fede irremovibile che ad uomini come lui altri debbano essergli sottomessi per natura, perciò i cristiani hanno inventato il paradiso, terra promessa degli umili e dei mediocri, e l’inferno, dove saranno precipitati e dannati per l’eternità i nobili ed i potenti, ed hanno inflazionato la figura del Diavolo deformando grottescamente i tratti dell’uomo superiore, il buono della morale dei signori, al quale attribuiscono superbia, volontà di potenza e lussuria sfrenata, tutto ciò che una genia di impotenti non può permettersi, che nell’islam ha assunto forma di condanna definitiva con l’attribuzione ad Iblis del peccato di orgoglio, essendosi rifiutato di prosternarsi, lui, creato col fuoco, davanti all’uomo, creato da semplice fango modellato, sigillando in tal modo l’odio nei confronti della qualità proprio dei tre monoteismi abramitici.
Il cristianesimo, infine, instillò negli ultimi la convinzione luciferina che gli uomini fossero dotati di un’anima eguale di fronte a Dio, mentre l’antichità conosceva l’iniziazione riservata agli elementi maggiormente qualificati che, in tal modo, creavano dentro di sé la possibilità di un’esistenza dopo la morte, che con l’agonizzare della divinità del deserto si laicizzò nell’ideale filosofico dell’uomo dotato di eguale razionalità, fisima cartesiana negata dall’evidenza scientifica dell’ineguaglianza delle capacità intellettive individuali misurata dall’indice QI, che, sul piano politico, fu proclamato detentore di diritti universali garantiti dal Leviatano, quella moltitudine di individui riuniti in un’unica persona che chiamiamo stato, per dirla con le parole del suo massimo teorico, o piuttosto quel dio mortale cui dobbiamo la nostra pace e sicurezza, guardiano notturno della proprietà privata rassomigliante in maniera inquietante a Iahvè, che, soprattutto nel libro della Genesi, interviene a protezione della vita e dei beni dei suoi figliuoli prediletti, espressione giuridica dell’eguaglianza predicata in chiave polemica contro l’Ancien Régime dai liberali, ai quali premeva abolire le rigidità normative che impedivano ai più intraprendenti di competere per raggiungere le posizioni di vertice in ambito economico, scavalcati a sinistra dai socialisti, che predicavano l’eguaglianza nei punti di partenza per consentire a tutti di arricchirsi nella lotta per la vita fondando sul presupposto erroneo che gli uomini siano eguali tra loro se vengono trattati come tali, e, infine, dai comunisti, che intercettarono il risentimento degli ultimi, degli inabili, dei mal riusciti predicando loro l’eguaglianza degli esiti, promettendo il livellamento economico mediante la soppressione della libertà personale, e tutti e tre gli orientamenti politici moderni assicuravano di agire in nome della giustizia.
La modernità poté così dispiegarsi sfruttando il vuoto di senso lasciato dall’agonizzante Dio della Bibbia, che, per un paio di millenni, tre considerando il giudaismo, era riuscito ad imporre la morale degli schiavi promettendo ai trasgressori la dannazione eterna, ed allora tutti coloro che, nei tempi andati, sarebbero stati dei pii cristiani anelanti la Gerusalemme celeste, divennero degli spietati fautori del bene e del progresso dell’umanità, nel cui nome compirono i più orrendi massacri che la storia ricordi al fine di consentire la trasposizione laica e materialistica del precetto evangelico secondo cui gli ultimi sarebbero divenuti i primi e fare così giustizia sociale, ma quel tentativo è fallito miseramente, è ormai evidente a tutti che gli uomini non sono mai stati tanto ineguali sotto il profilo economico come da quando sono stati dichiarati eguali tra loro, così, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, le società occidentali sono state travolte dalla nuova frontiera dei predicatori dell’eguaglianza, che, non potendo agire sulla realtà della naturale ineguaglianza degli uomini, hanno sterilizzato il linguaggio mediante l’ideologia del politicamente corretto, instillando un rispetto artificiale nei confronti di qualunque cosa avesse sembiante umano per non farla risentire, ed imposto politiche di affirmative action volte a promuovere l’educazione e l’impiego delle minoranze socialmente svantaggiate, identificate in termini di razza, genere, etnia o disabilità, facendole preferire a coloro che meritano tramite reclutamenti mirati o sistemi di quote, inserendole cioè nelle posizioni di rilievo in ragione della semplice appartenenza a gruppi considerati discriminati, privando così i migliori della possibilità di esprimere se stessi e danneggiando nel contempo la nazione con l’immissione in posti di responsabilità di elementi scadenti in virtù della loro appartenenza di genere, rendendo evidente che la divinità dei tre monoteismi abramitici non ha mai avuto tanto potere sugli uomini come da quando esiste lo stato moderno.
Ma gli uomini nascono ineguali, e, con il passare del tempo, lo diventano ancora più di quanto non lo fossero al momento della nascita, eppure lo stato persegue accanitamente quella giustizia che Iahvè non è mai stato in grado di assicurare agendo sulle finzioni che determinano la posizione economica degli individui concreti nella società, sostituendo alle distinzioni naturali di intelligenza e carattere attribuzioni artificiali quali i titoli di studio aventi valore legale e le riserve di legge, sovvertendo la gerarchia naturale dei talenti con la forza oppressiva e coercitiva della legge; la Repubblica Italiana, poi, nata dal compromesso tra il partito dei cattolici, viziati dalla preferenza innaturale per tutto ciò che è malato, mal riuscito ed inabile alla vita, ed i partiti socialista e comunista, che avevano come modello di riferimento l’uomo che non può dare altro che il lavoro, in assenza di una cultura liberale favorevole al merito, reca inciso nella sua costituzione, scritto con il dito di Dio, l’aberrante principio dell’eguaglianza sostanziale degli uomini, che opera coattivamente in ogni norma di legge affinché tutti i cittadini vengano costretti ad essere eguali nelle situazioni soggettive, sicché in essa hanno pieno diritto di cittadinanza unicamente gli scarti del genere umano, rendendo illegittima la mia natura qualitativamente differenziata e privandomi di una patria: essa, infatti, seleziona gli uomini all’incontrario, esattamente come la divinità del deserto dei tre monoteismi abramitici, ragion per cui non ha alcun senso viverci, ed allora non posso che rallegrarmi con me stesso per essermi rifugiato nella foresta del Ribelle, non potendone più della pressione esercitata su di me dal paradigma corrente, per recuperare le forze e pianificare la mia vendetta, presentendo quella verità aurea enunciata nelle parole di fuoco del profeta nietzschiano Zarathustra che scoprii soltanto molti anni dopo: là dove lo stato finisce, comincia l’uomo che non è superfluo: là comincia il canto della necessità, la melodia unica e insostituibile.

Il Diavolo

Il Diavolo nei tarocchi di Aleister CrowleyE, a proposito del Diavolo, neppure ricordo più quante volte è uscito questo arcano maggiore, da quando, nel 1993, acquistai un mazzo di tarocchi di Marsiglia e cominciai ad interrogarli, cosa che, a dire il vero, mi accade di fare sempre più di rado, sostituito poi, nell’aprile 2005, con quello dipinto da Lady Frieda Harris su progetto di Aleister Crowley, un sulfureo iniziato di mano sinistra che aveva però il merito di essere operativo.
Sarà che, battezzato proditoriamente subito dopo la nascita, ho sempre provato un’avversione istintiva e viscerale nei confronti del cristianesimo, di cui mi ripugna la natura infida e malata dei suoi fedeli, tanto da essere stato scomunicato latae sententiae per apostasia ai sensi del canone 1364 del codex iuris canonici della Chiesa cattolica apostolica romana, pena medicinale che mi esclude dai sacramenti e comporta il divieto di sepoltura in terra consacrata, interdizione che mi aspetto venga eseguita puntualmente quando abbandonerò le mie spoglie mortali.
Ma è molto più probabile che la ricorrente insistenza del XV arcano maggiore dei tarocchi fosse dovuta al ristagno delle potenti energie sessuali identificate dall’opposizione tra Venere e Marte dinamizzata dagli aspetti angolari di opposizione/congiunzione con Nettuno retrogrado e di trigono/sestile con la congiunzione tra Giove ed Urano, rappresentanti il fardello del sesso o, per dirla in termini orientali, la kundalini, serpente dormiente che giace attorcigliato alla base della colonna vertebrale, nel chakra radice, e, ridestato, la percorre fino al chakra corona dando luogo all’illuminazione.
Nel mazzo dei tarocchi di Crowley, infatti, il Diavolo è rappresentato come un capro, animale collegato al segno zodiacale del Capricorno, con un terzo occhio posto al centro della fronte e due possenti corna che lo mettono in contatto con la dimensione ultraterrena, mentre il riferimento alla sessualità è evidente negli uomini bianchi galleggianti nei testicoli posti alla base della carta, potenziali nascituri espulsi dal fallo rappresentato dal tronco d’albero circondato dagli anelli di Saturno, divinità che siede in trono in quel settore astrologico, mentre le ali di pipistrello stilizzate sono una concessione all’iconografia medioevale del maligno, giacché il demonio non è altro che la grottesca deformazione dell’uomo ben nato come appare alla piccola gente, che gli attribuisce superbia, volontà di potenza e lussuria sfrenata, tutto ciò che una genia di impotenti non può permettersi neppure di sognare.

Le nuvole non possono annientare il sole

Un balzo in avanti di dieci anni mi riporta a quando, nell’agosto 2003, dopo essermi lasciato tutto alle spalle, vagavo nella distesa verdeggiante di Villa Pamphili portando con me, tra gli altri, il libro “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” di Ouspensky, incentrato sulla figura di Gurdjieff, da cui Franco Battiato ha tratto i concetti di centro di gravità permanente e shock addizionale, volume che riecheggia nella mia memoria più per la narrazione della Rivoluzione russa che per un reale interesse nei confronti degli insegnamenti di monsieur G., di cui René Guénon invitava, non a caso, a diffidare.
Vagavo, dunque, solitario nell’ampia distesa di verde, un’oasi di silenzio lontana dalla civiltà, portando su di me il peso incoerente delle mie macerie esistenziali, ed intanto mi tornava in mente il brano musicale di Battiato Lode all’inviolato, contenuto nell’album Caffé de la paix, che era poi il locale parigino dove un Gurdjieff invecchiato ed appesantito riceveva i discepoli, ed era stato proprio G., così appare nel mio manoscritto, a prestarmi i CD di “Francuzzo”, come lo chiama affettuosamente.
Erano gli anni in cui, dopo aver letto quasi tutti i libri di astrologia che avevo trovato in commercio o in biblioteca, cominciavo ad approfondire la conoscenza degli autori tradizionali, tra i quali meritano un posto d’onore René Guénon e Julius Evola, gli unici che valga davvero la pena leggere, e nel frattempo prendevo commiato dal mondo, ed il mondo mi sembrava non esistere più nell’ampia distesa ovattata in cui mi immergevo in quella torrida estate, non piovve per cento giorni filati e la terra era solcata da ferite vaste e profonde, quando ne varcavo i confini impenetrabili dai rumori del traffico cittadino.
Quel brano musicale riassumeva le mie esperienze di allora: le tempeste che tempeste non sono, come i proiettili che sfiorano i combattenti lasciandoli in vita, tranne l’ultimo, destinato a loro fin dal principio; l’aiuto chiaro da un’invisibile carezza di un custode, di cui avevo sperimentato il tocco delicato e soffuso durante l’incidente automobilistico cui ero scampato miracolosamente nel maggio 2000; il tentativo disperato di raddrizzare la mia esistenza recuperando una dimensione spirituale, annaspando affannosamente per uscire dal nichilismo che mi pervadeva; la pletora di personaggi inutili che avevo indossato, costretto nei ruoli assegnatimi da istituzioni e burocrazie aziendali; l’aridità infernale della strada che mi ero lasciato alle spalle e le sorprendenti sincronicità che, nei momenti più cupi della mia vita, l’illuminavano mostrandomi l’Unità del Tutto; la sofferenza che rende ciechi, nonché la certezza interiore che le nuvole, per quanto spesse, minacciose ed oscure, non possono annientare il sole; e, infine, il Diavolo, la cui ombra mi seguiva festante danzando attorno a me con passi scostanti mentre vagavo nel verde maledicendo il mio destino, e che, ogni volta che ci pensavo, mi accadeva di incontrare storpi e zoppi, ché il Diavolo non solo è mancino e subdolo e suona il violino, ma ha anche lo zoccolo fesso a causa della lotta con gli angeli avvenuta nell’istante fatale della caduta nel Tempo.
Da allora sono trascorsi otto anni, e quanti miracoli, disegni e ispirazioni…, e mi capita ancora di trascorrere qualche giorno d’estate vagando solitario per i sentieri sterrati di Villa Pamphili, portando con me il fardello dei ricordi del passato e gli immancabili libri, quest’anno è toccato a Friedrich Nietzsche, di cui ho completato finalmente la lettura dell’opera completa, e di sedermi a leggere sulle panchine che li costeggiano, sotto l’ombra degli alberi, oppure di guardare il lago con i cigni e le tartarughe pensando ai tanti uomini che hanno affrontato l’incomprensione del mondo prima di riuscire ad esprimere compiutamente il loro pensiero.
Soltanto, a differenza di allora, percorro la strada che avrei preso fin dall’infanzia, se non fossi stato deformato dagli obblighi e dai divieti del paradigma corrente, ed intanto sono invecchiato, spuntano qua e là dei capelli bianchi e si scorge qualche ruga sottile sotto gli occhi, e nel frattempo il mio fuoco interiore ha bruciato parte delle scorie che mi opprimevano e cristallizzato il mio pensiero in uno scritto che ne mantiene inalterata la forza, ma non tutto è stato steso sulla carta, pronto per essere compreso, così continuo a camminare in silenzio, solitario e scostante, nei luoghi abituali della mia vita, intabarrato in un cappotto nero carico di inverni, occultando la luminosità naturale che si oscura bruscamente di fronte allo squallore della realtà umana che mi circonda, in attesa di ricongiungermi con le salde compagnie smarrite di cui porto il ricordo nostalgico nella struttura della VII casa natale del grafico astrologico della mia genitura. Ed intanto questo brano musicale riesce ancora a darmi i brividi…