Cicli cosmici e tempo lineare

L’ouroboros nel manoscritto alchemico di Sinesio

L’ouroboros, serpente che si morde la coda, simbolo della ciclicità del tempo

Nel saggio Il mito dell’eterno ritorno, pubblicato da Borla, Mircea Eliade presenta l’immagine che l’uomo delle società arcaiche e tradizionali aveva di se stesso e del posto che occupava nel mondo, e, paragonandola a quella dell’uomo delle società segnate dal giudeo-cristianesimo, spiega che ciò che li differenzia consiste nel fatto che il primo si sentiva solidale con il cosmo e con i ritmi cosmici, mentre il secondo si considera solidale soltanto con la storia.
Anche per l’uomo delle società arcaiche il cosmo aveva una storia, essendo stato creato da dèi ed organizzato da esseri soprannaturali o da eroi mitici, ma questa storia del cosmo e della società umana era una storia sacra, conservata e trasmessa da miti che servivano da modelli per cerimonie che riattualizzavano periodicamente gli avvenimenti accaduti agli inizi del tempo, e, in virtù dell’imitazione rituale di questi modelli paradigmatici, il cosmo e la società venivano rigenerati rendendo impossibile il sorgere di una coscienza storica intesa in senso moderno.
L’eminente storico delle religioni, stupito della rivolta delle società tradizionali contro il tempo concreto e della nostalgia di un ritorno periodico al tempo mitico delle origini, al grande tempo, rivela che solamente quando colse quella volontà di rifiutare il tempo concreto, l’ostilità ad ogni tentativo di storia autonoma concepita senza regolazione archetipica, comprese appieno il senso e la funzione degli archetipi e delle ripetizioni, ed allora ritenne del tutto fondato leggere nel deprezzamento della storia e nel rifiuto del tempo profano, continuo, una valorizzazione metafisica dell’esistenza umana.
Il mito ed il rito esprimono, su piani diversi e con i mezzi che sono loro propri, un complesso sistema di affermazioni sulla realtà ultima delle cose che equivale ad una vera metafisica: gli oggetti del mondo esteriore, come gli atti umani propriamente detti, non hanno valore intrinseco autonomo, ma acquistano un valore, e diventano reali, in quanto partecipano di una realtà che li trascende; l’uomo arcaico non conosce atto che non sia stato posto e vissuto anteriormente da un altro, da un altro che non era un uomo, ciò che egli fa è già stato fatto, la sua vita è la ripetizione ininterrotta di gesti inaugurati da altri.
Gli strumenti di rigenerazione tendono verso il medesimo fine: annullare il tempo trascorso, abolire la storia con un ritorno continuo in illo tempore mediante la ripetizione dell’atto cosmogonico, in quanto il primitivo, come il mistico e l’uomo religioso in generale, vive in un continuo presente, l’istante, luogo-non luogo in cui tempo ed eternità si incontrano; si precisano per la prima volta due orientamenti distinti: l’uno tradizionale, presentito in tutte le culture primitive, del tempo ciclico che si rigenera periodicamente ad infinitum; l’altro, moderno, del tempo finito, frammento tra due infiniti atemporali.
Le civiltà tradizionali, dunque, rifuggono la storia e l’azione insensata e cercano l’essere, essendo fondate sulla pura intellettualità che coglie la realtà metafisica; con gli ebrei, invece, che, con il sacrificio di Isacco da parte di Abramo, hanno inventato la fede, non capisco ma mi adeguo, scadimento dall’essere che si può conoscere al Dio personale che pone un abisso tra sé e l’uomo, smarrita la possibilità di identificarsi con il principio primo, la storia diventa una teofania, manifestazione della divinità che interviene nei destini degli uomini e retribuisce le loro azioni secondo i concetti morali di bene e male.
A tal proposito René Guénon precisava che l’azione appartiene al mondo del mutamento, del divenire, e che la conoscenza sola permette di uscire da tale mondo e dalle limitazioni che gli sono inerenti, e, quando essa raggiunge l’immutabile, possiede essa stessa l’immutabilità, poiché ogni conoscenza è essenzialmente identificazione con il proprio oggetto, concetto mancante nel giudeo-cristianesimo, la cui divinità è distante, irraggiungibile, e, perciò, l’unica cosa che rimane da fare per compiacerla e riceverne  il premio è seguirne la Legge ed i comandamenti, pur senza comprenderne il fondamento.
L’autore tradizionale era perfettamente cosciente che la concezione della realizzazione dell’essere attraverso la conoscenza risulta del tutto estranea al pensiero occidentale moderno, il quale non va oltre la conoscenza teorica, o, più esattamente, oltre una modesta parte di questa, e che oppone artificialmente il conoscere all’essere, come se queste non fossero le due facce inseparabili di una medesima e sola realtà, e sottolineava che non potrà mai esservi vera metafisica per chiunque non comprenda veramente che l’essere si realizza con la conoscenza, e che non può realizzarsi in altro modo.
Guénon precisava poi che la scienza, idolo dei moderni, è una conoscenza razionale, discorsiva, indiretta e sempre riflessa, mentre la metafisica è una conoscenza super-razionale, intuitiva ed immediata, e che l’effettiva presa di coscienza degli stati super-individuali è il reale oggetto della metafisica, anzi, meglio ancora, è la conoscenza metafisica stessa: la realizzazione metafisica è la presa di coscienza di ciò che è, in modo permanente ed immutabile, al di fuori di ogni successione temporale o di qualsiasi altro genere; infatti gli stati dell’essere, considerati nel loro principio, sono in perfetta simultaneità nell’eterno presente.
Le civiltà tradizionali, dunque, avevano come fondamento il ciclo dei giorni e delle stagioni, della luce e dell’oscurità, della nascita e della morte, la vita si svolgeva secondo dei ritmi e tendevano all’essere fuggendo la storia, ma il cristianesimo, con l’affermazione di un’ora irripetibile, la crocifissione di Gesù, ha interrotto la ciclicità del tempo, e, da allora, ciò che è stato non può più tornare, e, ponendo il Giudizio Universale alla fine dei tempi, fa sì che tutto quanto accade si svolga lungo una linea che unisce questi due punti, negando i cicli cosmici e la possibilità di rigenerare ritualmente il mondo.
Con gli ebrei prima, e con il cristianesimo poi, tutto ciò che accade si trasforma in storia, ossia in un insieme di situazioni che si verificano una volta sola e non potranno più ripetersi; l’orientamento lineare del tempo fa sorgere l’idea di un progresso inarrestabile verso un futuro migliore, ed è indifferente che si proceda lungo la via cristiana del Regno di Dio o verso una società perfetta senza classi sociali e senza stato; il cristianesimo, dunque, come una maledizione, ha impresso il proprio marchio sul destino dell’Occidente, e, con la sua forma secolarizzata e le scienze progressiste, ha creato il mondo moderno.
Il giudeo-cristianesimo ha allontanato dalla conoscenza metafisica un numero esorbitante di uomini dotati della pura intellettualità, gettandoli in un mondo nel quale l’esistenza è soltanto mutamento insensato, e, negli ultimi due secoli e mezzo, pura economia: la rottura della ciclicità del tempo, divenuto lineare e finalistico, ha sottratto l’uomo all’essere e l’ha indotto all’azione volta ad un fine escatologico, e ciò nonostante il messia, il successore di Davide, sia atteso invano dagli ebrei da ben tremila anni, mentre il Regno di Dio, che Gesù dava per imminente nella sua predicazione, realisticamente non verrà mai.
Parlare di eterno ritorno, dunque, come fa Mircea Eliade richiamandosi a Nietzsche, l’anticristiano par excellence, che vedeva nell’eterno ritorno dell’identico l’uscita dalla prigione del tempo lineare, significa indicare una via per il superamento del giudeo-cristianesimo e delle sue aberrazioni; René Guénon proponeva qualcosa di simile esponendo la dottrina indù dei cicli cosmici, nel libro Forme tradizionali e cicli cosmici, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, e, parzialmente, ne Il re del mondo, edito da Adelphi, ma poi fece la scelta esistenziale di aderire all’esoterismo islamico ed abbandonò l’Occidente.
Ma al di là delle scelte individuali, dettate dalle circostante storiche e dall’equazione personale con la quale ciascun uomo si avvicina all’essere, la dottrina indù dei cicli cosmici fornisce un’idea dello sviluppo preordinato del tempo nell’ambito del divenire, qualora si abbia ben presente la differenza tra tempo ed eternità, e si sappia, dunque, che il tempo è un’imitazione dell’eternità e che esso scorre come un fiume lungo un corso prestabilito che si ripete identico ad ogni ciclo, essendo il divenire un’immagine in movimento dell’essere che l’essere contempla per conoscere se stesso.
Nella dottrina indù dei cicli cosmici, esposta nel Mānavadharmaśāstra e nel Mahâbhârata, il Kalpa rappresenta lo sviluppo totale di un mondo, vale a dire di uno stato o grado dell’esistenza universale, ed è suddiviso in quattordici Manvantara, o ere dei successivi Manu, legislatori di ciascuna epoca, cicli di carattere sia cosmico che storico che formano due distinte serie settenarie, la prima comprende i Manvantara trascorsi e quello presente, la seconda i Manvantara futuri, suddivisi a loro volta in quattro Yuga, equivalenti alle quattro età dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro narrate da Esiodo.
Se la durata complessiva del Manvantara, o Mahā-Yuga, è rappresentata dal numero 10, quella del Krita-Yuga, o Satya-Yuga, lo è dal numero 4, quella del Trêta-Yuga dal 3, quella del Dwâpara-Yuga dal 2 e quella del Kali-Yuga dall’1; un Mahā-Yuga dura dodicimila anni, in quanto ogni Yuga è preceduto e seguito da un’aurora e da un crepuscolo, entrambi della durata di un decimo dell’era corrispondente, che uniscono tra loro le quattro età: il Krita-Yuga, o Satya-Yuga, dura quattromila anni, il Tretâ-Yuga tremila anni, il Dwâpara-Yuga duemila anni ed il Kali-Yuga mille anni, più le aurore ed i crepuscoli corrispondenti.
Ciascuno Yuga è caratterizzato da un processo di degenerazione e materializzazione progressiva risultante dall’allontanamento dal Principio che accompagna lo sviluppo della manifestazione ciclica nel mondo corporeo a partire dallo stato primordiale, e, alla diminuzione della loro durata, corrisponde, sul piano umano, una riduzione della durata della vita, accompagnata dal rilassamento dei costumi e dal declino dell’intelligenza; il ciclo completo termina con una dissoluzione, un Pralaya, che si ripete in modo più radicale con il Mahâpralaya, la grande dissoluzione, alla fine del millesimo ciclo.
L’unica possibilità di spezzare il ciclo continuo delle esistenze e di uscire dal tempo è abolire la condizione umana conquistando il Nirvâna, ma il Dharma, tradotto impropriamente come religione, nel Krita-Yuga, o Satya-Yuga, l’età vincente, si tiene sulle quattro zampe del toro, nel Tretâ-Yuga, l’età del tre, soltanto su tre, nel Dwâpara-Yuga, l’età del due, su due, e nel Kali-Yuga, l’età perdente, o età oscura in cui viviamo, su una sola, e difatti il mondo non ha mai conosciuto una civiltà priva di dimensione spirituale come quella sorta in Occidente con la modernità, rendendo il compito assai più arduo che in passato.
Nel VI secolo a.C. avvenne una frattura nel tempo: l’anno 576 a.C. si verificò la triplice congiunzione tra i pianeti lenti Urano, Nettuno e Plutone nel segno zodiacale del Toro, la prossima si verificherà l’anno 3369 d.C. nel segno zodiacale dei Gemelli, ed apparvero Lao-tze, Confucio, Buddha, Zoroastro e Mosè; a Roma iniziò il periodo storico, dopo quello leggendario dei re, ed in Grecia nacque la filosofia, termine che René Guénon ricordava significare, in senso legittimo, amore per la sapienza, studio preliminare e preparatorio di avviamento ad essa, corrispondente ad un grado inferiore di quest’ultima.
La sostituzione della filosofia greca alla sapienza, però, fece nascere la filosofia profana, ossia una pretesa sapienza puramente umana di ordine semplicemente razionale che prese il posto della vera sapienza tradizionale, superumana e non-umana, ossia della conoscenza metafisica; inoltre il logos, sapere discorsivo che trova in se stesso la propria legittimazione, cominciò a scalzare il mythos, parola veritativa che non necessita di argomentazioni per affermare se stessa, essendo il mezzo precipuo con il quale si esprime la divinità, che venne progressivamente svilito dalla critica e ridotto al rango di fabula.
Con gli ebrei che, secondo la profezia di Natan, attendono il successore di Davide che regnerà per sempre sul trono di Gerusalemme, inizia la concezione lineare e finalistica del tempo fatta propria dagli occidentali, con la caduta dell’uomo primordiale dallo stato edenico, con Iahvè che stringe l’Alleanza con il popolo eletto ed interviene nella storia punendo chi non rispetta il patto, con i figli d’Israele che hanno la missione di riportare l’umanità nello stato antecedente la caduta, essendo un regno di sacerdoti ed una nazione santa; la storia ha una direzione predeterminata ed un fine che non può essere modificato.
La venuta di Gesù, una volta e per sempre, sostituisce il patto stretto dalla divinità del deserto con gli ebrei ma mantiene inalterata la concezione lineare e finalistica della storia: ora la meta ultima dell’umanità intera è il Giudizio Universale; qui ha luogo un’esplicita svalutazione del mondo e del tempo, che si manterrà intatta nelle degenerazioni successive: non si presta più attenzione alla saggezza del passato, alla tradizione, né, tanto meno, al presente, ma lo sguardo è rivolto unicamente al futuro, un tempo inesistente, nel quale si realizzerà la promessa del ritorno di Cristo e della salvezza per chi crede.
Dopo l’Umanesimo e la Riforma, che intaccarono le fondamenta della Chiesa di Roma, la rivoluzione della fisica newtoniana trasformò la concezione del mondo in un orologio inanimato privo di orologiaio che l’uomo ha il dovere di indagare per mezzo della scienza quantitativa e di trasformare per mezzo della tecnologia industriale, nel quale il tempo è una semplice coordinata lineare su un diagramma cartesiano: la storia conserva un senso unico e predeterminato, un percorso assunto assiomaticamente come positivo ed in continuo miglioramento, che di lì a poco prenderà il nome di progresso.
Con il materialismo storico di Marx ed Engels, ricalcato sul modello dell’Antico Testamento, inizialmente l’uomo viveva in uno stato di pace ed armonia, ma la divisione involontaria del lavoro suddivise l’umanità in sfruttati e sfruttatori, allora al proletariato, la classe eletta, laddove gli ebrei erano il popolo eletto, venne assegnato, dalla storia innalzata al rango di una divinità necessitante, il dovere di assumere su di sé la missione di trasformare ontologicamente il mondo, superare la divisione del lavoro, estinguere lo stato e tornare nella situazione edenica antecedente la caduta, la storia assume un carattere mobilitante definito, secondo il gusto dell’epoca ottocentesca, scientifico.
Nel mondo borghese il concetto di tempo degrada progressivamente fino ad identificarsi con il motto del capitalismo, il tempo è denaro, proprio dell’homo œconomicus del pensiero liberale, concepito astrattamente come nato libero da qualsiasi vincolo comunitario ed eguale ai suoi simili, dotato di perfetta razionalità ed orientato al perseguimento del suo miglior interesse economico, spronato ad agire dall’intenzione cosciente di massimizzare utilità e profitto, che, assegnando al genere umano la missione universale di arricchirsi, fa dell’economia il plumbeo destino dell’uomo della modernità.

Annunci

Tempo ed Eternità

La ruota del tempo

La ruota del tempo

Ananda K. Coomaraswamy, uno dei pochi autori tradizionali che meritino di essere letti, studiò per tutta la vita i concetti di tempo ed eternità, ma soltanto pochi mesi prima di morire riunì nel libro Tempo ed Eternità, pubblicato da Luni Editrice, il materiale accumulato nel corso dei decenni, suddividendolo in cinque capitoli dedicati rispettivamente all’induismo, al buddhismo, al pensiero filosofico greco, islamico e cristiano-moderno, testo che costituisce una sorta di testamento spirituale dell’autore, le cui considerazioni sono sintetizzate nella frase conclusiva del capitolo sull’islām: Il tempo è un’imitazione dell’eternità, come il divenire lo è dell’essere, e il pensiero del conoscere, ricollegandosi, in quest’ultima similitudine, al rapporto esistente tra la conoscenza metafisica e l’intuizione intellettuale, che René Guénon definiva l’organo della conoscenza stessa, che, aderendo all’oggetto conosciuto, lo rende identico al soggetto conoscente, e, applicata all’essere, conduce all’Identità Suprema, termine ultimo del percorso iniziatico.
Nella prefazione al volume di Coomaraswamy Grazia Marchianò affronta lucidamente le difficoltà insite negli argomenti trattati dall’autore tradizionale delineando il rapporto esistente tra tempo ed eternità, e dissolve efficacemente ogni equivoco precisando che: “La dottrina metafisica contrappone semplicemente il tempo in quanto continuum all’eternità, che non è nel tempo e che non può essere propriamente chiamata durata perpetua, poiché essa coincide con il presente reale, l’istante, di cui non si può avere esperienza nel tempo. Qui la confusione sorge solo per una coscienza che riflette in funzione del tempo e dello spazio, poiché, per essa, un « istante » succede ad un altro « istante » senza interruzione e sembra che vi sia una serie indefinita di istanti, collettivamente assommati nel « tempo ». Questa confusione può essere dissipata se ci rendiamo conto che nessuno di questi istanti ha durata e che, quanto alla misura, essi sono tutti degli zero la cui « somma » è impensabile. E’ una questione di relatività: siamo « noi » a essere in movimento, mentre l’Ora è immutabile anche se sembra spostarsi – proprio come il sole sembra levarsi a causa della rotazione della terra.”
Sintetizzando, l’essere è, ed esiste, immutabile, in una dimensione che non è né spaziale né temporale, per cui di esso non si può dire nulla, se non che è non duale, in quanto, qualora gli si attribuisse una qualsiasi qualità, lo si limiterebbe mutilandolo del suo opposto, contiene ogni cosa, è eterno, trovandosi, letteralmente, al di fuori del tempo, ed è la causa prima della manifestazione e del divenire, ossia dei fenomeni che nascono, si sviluppano, deperiscono e scompaiono, poiché ciò che è non diviene, mentre ciò che diviene non è, sicché soltanto l’essere è reale, i fenomeni sono pura apparenza e l’universo è un’immagine in movimento dell’essere che l’essere contempla per conoscere se stesso; il tempo, da questo punto di vista, è un continuum indivisibile nel quale tutte le cose sono generate e distrutte: esso, infatti, non è composto di ora atomici più di quanto qualsiasi altra grandezza sia costituita da atomi, ed è formato solo dal passato e dal futuro, l’Ora istantaneo non ne fa parte perché l’eternità è Ora oppure non è affatto, per cui, considerato un qualsivoglia punto nella successione temporale, le parole poi e prima, sarà ed è stato, testimoniano la sua inesistenza ed attestano che, in ogni momento, siamo più vicini all’eternità, ed all’essere, che non in un qualunque istante collocato nel passato o nel futuro.
Dal punto di vista dell’essere, dunque, il tempo è un’illusione, come lo è la manifestazione, ad ogni istante l’intero universo è annientato ed un altro che gli assomiglia ne prende il posto, mentre dal punto di vista del divenire l’unica cosa che esiste è il fluire incessante dei fenomeni, che fanno capolino nella storia per un solo momento e poi non sono più; esso costituisce l’alveo nel quale scorrono le cose manifestate, e, come un fiume, segue un percorso prestabilito che gli indù ripartirono in un susseguirsi ininterrotto di cicli cosmici, la natura preordinata del tempo risulta evidente se si tiene conto del fatto che l’universo è retto da leggi, e che, dato il punto iniziale della manifestazione, gli stati successivi discendono rigidamente dall’applicazione di quelle leggi allo stato primo, ed è anche chiaro che ogni qual volta un uomo, per mezzo dell’intuizione intellettuale, aderisce all’essere divenendo identico ad esso, nell’attimo dell’illuminazione coglie la realtà delle cose e l’illusione del divenire, e, divenuto eterno nella sua sostanza più intima, permane tra gli uomini come un’apparenza conservando la conoscenza di qualsiasi stato del passato e del futuro, pur trovandosi ormai fuori dal tempo, e ciò spiega la diffidenza delle civiltà tradizionali per la storia e la ricerca dell’essere attuata mediante la conoscenza metafisica.

L’ultimo uomo

L’ultimo uomo: l’inventore della felicità!

L’ultimo uomo: l’inventore della felicità!

Fin dai primi giorni trascorsi in banca mi ero accorto che, nella formazione dell’organico, non v’era stata altra selezione che quella attuata sulla base dei titoli di studio, così replicai al vicedirettore del personale della filiale capogruppo, che, per ammonirmi a stare attento a quel che dicevo, minacciò di non confermarmi nell’impiego al termine del periodo di prova, che non avevo nulla di cui preoccuparmi, tanto lì prendevano tutti, com’era accaduto a scuola, dove, soprattutto al liceo, durante l’intero ciclo scolastico non bocciarono nessuno, non in ragione del valore dei miei compagni di classe, quanto perché la docenza, laureatasi grazie alla pratica livellante ed egalitaria del diciotto politico, riversava sugli studenti il beneficio del sei politico confidando nel fatto che lo stato li avrebbe assunti come datore di lavoro di ultima istanza obbligato a riconoscere il valore legale dei titoli di studio che esso stesso emette, mentre quando abbandonai tutto, dopo aver esercitato un’attività professionale autonoma, avevo ormai maturato la certezza che, in Italia, lavorano davvero tutti, non essendovi alcuna corrispondenza tra la posizione occupata e l’essenza di chi la ricopre.
Rifugiatomi nella foresta del Ribelle, seguendo il filo di Arianna delle mie letture, ho scoperto, con un certo sollievo, di non essere l’unico a considerare aberrante la condizione lavorativa: Alain de Benoist, citando frequentemente autori di sinistra per i quali il lavoro è un destino, essendo l’unica cosa che possono dare gli uomini ai quali si sentono affini, critica l’ideologia del lavoro sottolineando come non vi sia niente di naturale, e men che meno di morale, nel fatto di lavorare, ricordando che nell’Antichità il lavoro era considerato un’attività inferiore che aveva a che fare con la sfera della necessità, opposta a quella della libertà, ed era pertanto antitetico ai valori aristocratici di autocostruzione ed affinamento della persona affermati dalla civiltà classica; Julius Evola, dal canto suo, vedeva nel lavoro una superstizione moderna, un mito plebeo indotto dalla demonìa dell’economia, sia che costituisse un fine in sé, una via di redenzione o di giustificazione dell’esistenza, sia che si parteggiasse per un umanesimo del lavoro, sia, infine, che ci si accontentasse di associarlo ad un attivismo produttivo tanto parossistico quanto insensato, vedendovi una specie di autosadismo consistente nel glorificarlo come valore etico e dovere essenziale e nel concepire qualsiasi forma di attività umana sotto specie di lavoro.
Nell’accezione moderna del termine, il lavoro è un’attività caratterizzata da una penosità sopportata unicamente in vista della remunerazione monetaria che ne consegue, patimento di cui si trova eco nella radice latina labor, che, ricordava Evola, esprime fatica, affanno, sforzo sgradevole, con sfumature negative quali disgrazia, molestia, peso, pena; il lavoro, infatti, corrisponde alle forme oscure, materiali, servili, anodine dell’attività umana, e, come tale, veniva riferito espressamente a coloro che agivano spinti dal bisogno, dalla necessità o dall’infausta sorte della schiavitù, mentre nei confronti di chi agiva in senso proprio, svolgendo forme di attività libere, non fisiche, consapevoli, volute, in certa misura disinteressate, veniva utilizzato il termine agere, l’agire in senso superiore del capo, dell’esploratore, dell’asceta, dello scienziato puro, del guerriero, dell’artista, del diplomatico, del teologo, di chi pone una legge o di chi la infrange, di chi è spinto da una passione elementare o guidato da un principio, del grande imprenditore e del grande organizzatore.
Nel denunciare l’idea moderna dell’economia quale fondamento della vita individuale e collettiva, Evola stupiva che la fissazione di ogni valore ed interesse sul piano economico e produttivo non venisse considerata un’aberrazione senza precedenti, bensì una cosa normale che andava accettata, voluta, sviluppata ed esaltata, rammentando che, in epoche anteriori, il lavoro era volto ad assicurare quella sussistenza che, poi, permetteva di seguire interessi più degni dell’uomo, ai quali, nella Roma antica, era riservato l’otium, inteso come tempo libero corrispondente ad uno stato di raccoglimento, calma, trasparente contemplatività, controparte sana e normale di tutto ciò che è attività, mentre il negotium, prima assumere il significato di accordo commerciale e di attività precipua dell’uomo moderno, costituiva la semplice negazione dell’otium, essendovi alla base della gerarchia dei valori di ogni civiltà normale l’opposizione fra il polo spirituale dell’esistenza, libero e perfetto, culminante nella pura attività del pensatore, del contemplatore, dell’eroe, dell’asceta, del creatore, e quello materiale, greve ed imperfetto, sfociante, appunto, nel lavoro, che, ormai, non veniva più avvertito come ripugnante e contro natura, tanto che neppure ci si vergognava di essere retribuiti per svolgerlo.
Anche René Guénon affrontò il tema dell’esaltazione tutta moderna del lavoro, con particolare riferimento alle iniziazioni di mestiere quali il compagnonaggio e la massoneria, denunciando come ad esso venisse attribuito un valore eminente indipendentemente da considerazioni di altro ordine, e come, alla glorificazione di un’attività tanto inferiore, fosse associata una parallela svalutazione della contemplazione, l’attività più elevata che si possa concepire, la quale ha il compito fondamentale di fornire la legge all’azione; gli uomini moderni, sottolineava l’autore tradizionale, ignorano completamente che un lavoro non ha valore reale se non quando è conforme alla natura dell’essere che lo compie, se non risulta in certo qual modo spontaneo e necessario, così da essere il mezzo che essa impiega per realizzarsi il più perfettamente possibile, ricollegandosi in tal modo a quel che Aristotele definiva l’atto proprio di ciascun essere, inteso come l’esercizio di un’attività conforme alla propria natura, che, come diretta conseguenza, consente il passaggio dalla potenza all’atto delle sue possibilità: il lavoro, dunque, inteso in senso normale, dovrebbe corrispondere ad una vocazione, ed il profitto materiale che ne consegue assume carattere secondario e contingente rispetto al compimento in atto della natura stessa dell’essere umano, che ne costituisce il fine principale.
Ma nell’epoca moderna, sottolineava Friedrich Nietzsche, le idee generali sono fissate non già dall’uomo superiore, bensì dallo schiavo, il quale, per sua natura, deve designare tutti i suoi interessi con nomi ingannevoli, dignità dell’uomo e dignità del lavoro, miseri prodotti di una schiavitù che vuole nascondersi a se stessa, mentre i greci non avevano bisogno di tali allucinazioni concettuali, essi dichiaravano con terribile franchezza che il lavoro è un’onta, e che soltanto l’ozio con tranquilla coscienza, dalle origini immemorabili e connaturato al temperamento, era un’attività degna di un uomo; prima dell’ossessione per l’oro, che dall’America andava propagandosi nella vecchia Europa, era il lavoro che dava rimorso, un uomo ben nato, se la miseria lo costringeva a lavorare, nascondeva il suo lavoro, lo stesso schiavo lavorava oppresso dalla convinzione di fare qualcosa di spregevole, mentre ormai ci si vergognava del riposo, il lungo meditare creava rimorsi di coscienza e l’inclinazione alla gioia assumeva la veste giustificatoria di bisogno di ricreazione, tanto che, se si veniva sorpresi da un conoscente durante una gita in campagna, ci si scusava appellandosi al compimento di un dovere verso la propria salute, per potersi rimettere al più presto e tornare a guadagnare denaro: una volta era il lavoro ad avere su di sé la cattiva coscienza!
L’artefice di tale diabolica inversione nella gerarchia dei valori, ritratto icasticamente nel libro Così parlò Zarathustra di Nietzsche, è l’ultimo uomo, modello antropologico della modernità, l’essere più spregevole che sia mai apparso sul globo terrestre, quegli che non sa disprezzare se stesso e che, con il rapportare ogni cosa alla propria natura, tutto rimpicciolisce; “Che cos’è amore? E creazione? E Anelito? E stella?” – così domanda l’ultimo uomo, e strizza l’occhio; con la sua apparizione la terra si è fatta piccola, ed egli vi saltella giocondo come una pulce; la sua genia, indistruttibile, campa più a lungo di tutti; dopo aver abbandonato le contrade dove la vita è dura, ormai asserviti al ciclo abbruttente lavoro-intrattenimento, gli ultimi uomini sono tutti eguali e desiderano tutti le stesse cose; strizzano l’occhio, danno di gomito ed esclamano: “Noi abbiamo inventato la felicità!”; razionalizzando e sterilizzando l’esistenza, facendo dell’economia un plumbeo destino collettivo allo scopo di procurarsi quel benessere materiale che li pone al riparo dall’asprezza della vita, gli ultimi uomini hanno esteso a tutti quella che, in ogni civiltà normale, fu un’attività riservata esclusivamente agli schiavi, individui disprezzati perché non potevano dare altro che il lavoro, ma ciò è accaduto non senza resistenza, e per piegare gli elementi migliori alla propria condizione gli ultimi uomini hanno creato un’istituzione livellante ed egalitaria che agisce fin dall’infanzia come un rullo compressore su qualità ed aspirazioni superiori: la scuola di massa.

Le nuvole non possono annientare il sole

Un balzo in avanti di dieci anni mi riporta a quando, nell’agosto 2003, dopo essermi lasciato tutto alle spalle, vagavo nella distesa verdeggiante di Villa Pamphili portando con me, tra gli altri, il libro “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” di Ouspensky, incentrato sulla figura di Gurdjieff, da cui Franco Battiato ha tratto i concetti di centro di gravità permanente e shock addizionale, volume che riecheggia nella mia memoria più per la narrazione della Rivoluzione russa che per un reale interesse nei confronti degli insegnamenti di monsieur G., di cui René Guénon invitava, non a caso, a diffidare.
Vagavo, dunque, solitario nell’ampia distesa di verde, un’oasi di silenzio lontana dalla civiltà, portando su di me il peso incoerente delle mie macerie esistenziali, ed intanto mi tornava in mente il brano musicale di Battiato Lode all’inviolato, contenuto nell’album Caffé de la paix, che era poi il locale parigino dove un Gurdjieff invecchiato ed appesantito riceveva i discepoli, ed era stato proprio G., così appare nel mio manoscritto, a prestarmi i CD di “Francuzzo”, come lo chiama affettuosamente.
Erano gli anni in cui, dopo aver letto quasi tutti i libri di astrologia che avevo trovato in commercio o in biblioteca, cominciavo ad approfondire la conoscenza degli autori tradizionali, tra i quali meritano un posto d’onore René Guénon e Julius Evola, gli unici che valga davvero la pena leggere, e nel frattempo prendevo commiato dal mondo, ed il mondo mi sembrava non esistere più nell’ampia distesa ovattata in cui mi immergevo in quella torrida estate, non piovve per cento giorni filati e la terra era solcata da ferite vaste e profonde, quando ne varcavo i confini impenetrabili dai rumori del traffico cittadino.
Quel brano musicale riassumeva le mie esperienze di allora: le tempeste che tempeste non sono, come i proiettili che sfiorano i combattenti lasciandoli in vita, tranne l’ultimo, destinato a loro fin dal principio; l’aiuto chiaro da un’invisibile carezza di un custode, di cui avevo sperimentato il tocco delicato e soffuso durante l’incidente automobilistico cui ero scampato miracolosamente nel maggio 2000; il tentativo disperato di raddrizzare la mia esistenza recuperando una dimensione spirituale, annaspando affannosamente per uscire dal nichilismo che mi pervadeva; la pletora di personaggi inutili che avevo indossato, costretto nei ruoli assegnatimi da istituzioni e burocrazie aziendali; l’aridità infernale della strada che mi ero lasciato alle spalle e le sorprendenti sincronicità che, nei momenti più cupi della mia vita, l’illuminavano mostrandomi l’Unità del Tutto; la sofferenza che rende ciechi, nonché la certezza interiore che le nuvole, per quanto spesse, minacciose ed oscure, non possono annientare il sole; e, infine, il Diavolo, la cui ombra mi seguiva festante danzando attorno a me con passi scostanti mentre vagavo nel verde maledicendo il mio destino, e che, ogni volta che ci pensavo, mi accadeva di incontrare storpi e zoppi, ché il Diavolo non solo è mancino e subdolo e suona il violino, ma ha anche lo zoccolo fesso a causa della lotta con gli angeli avvenuta nell’istante fatale della caduta nel Tempo.
Da allora sono trascorsi otto anni, e quanti miracoli, disegni e ispirazioni…, e mi capita ancora di trascorrere qualche giorno d’estate vagando solitario per i sentieri sterrati di Villa Pamphili, portando con me il fardello dei ricordi del passato e gli immancabili libri, quest’anno è toccato a Friedrich Nietzsche, di cui ho completato finalmente la lettura dell’opera completa, e di sedermi a leggere sulle panchine che li costeggiano, sotto l’ombra degli alberi, oppure di guardare il lago con i cigni e le tartarughe pensando ai tanti uomini che hanno affrontato l’incomprensione del mondo prima di riuscire ad esprimere compiutamente il loro pensiero.
Soltanto, a differenza di allora, percorro la strada che avrei preso fin dall’infanzia, se non fossi stato deformato dagli obblighi e dai divieti del paradigma corrente, ed intanto sono invecchiato, spuntano qua e là dei capelli bianchi e si scorge qualche ruga sottile sotto gli occhi, e nel frattempo il mio fuoco interiore ha bruciato parte delle scorie che mi opprimevano e cristallizzato il mio pensiero in uno scritto che ne mantiene inalterata la forza, ma non tutto è stato steso sulla carta, pronto per essere compreso, così continuo a camminare in silenzio, solitario e scostante, nei luoghi abituali della mia vita, intabarrato in un cappotto nero carico di inverni, occultando la luminosità naturale che si oscura bruscamente di fronte allo squallore della realtà umana che mi circonda, in attesa di ricongiungermi con le salde compagnie smarrite di cui porto il ricordo nostalgico nella struttura della VII casa natale del grafico astrologico della mia genitura. Ed intanto questo brano musicale riesce ancora a darmi i brividi…