Figlio di Saturno

“Saturno mentre divora i suoi figli”, olio su intonaco di Francisco Goya facente parte della serie di quattordici dipinti (le pitture nere) realizzati sulle pareti della Quinta del Sordo, o casa del sordo, in località Cerro Bermejo, presso Madrid, dove abitò tra il 1819 ed il 1823

“Saturno mentre divora i suoi figli”, olio su intonaco di Francisco Goya facente parte della serie di quattordici dipinti (le pitture nere) realizzati sulle pareti della Quinta del Sordo, o casa del sordo, in località Cerro Bermejo, presso Madrid, dove abitò tra il 1819 ed il 1823

Se ora sono un astrologo lo devo a circostanze che non mi è lecito definire fortuite, ne divengo tanto più consapevole quanto più ricostruisco la mia storia personale, per scriverne dettagliatamente nella mia autobiografia in chiave astrologica, e riconosco che lo svolgimento della mia esistenza è avvenuto lungo tappe preordinate che, occorrendo lo svolgersi del tempo per manifestarsi, hanno composto un destino che discende direttamente dal carattere racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della mia genitura, e difatti, più rifletto sul mio tema natale e sui transiti planetari degli eventi fondamentali della mia biografia, verificandone la portata conoscitiva nei confronti della realtà passata, presente e futura, più mi accorgo di come io stesso e la mia vita vi somiglino.
Tutto iniziò con un incontro virtuale avvenuto a ridosso delle festività natalizie del 2000, punto di svolta della mia esistenza, quando, ricercando in rete materiale astrologico che leggevo diligentemente per formarmi una visione generale della disciplina, sfogliando le pagine restituite dai motori di ricerca rimasi folgorato nello scorgere, in un sito Internet, il simbolo massonico della squadra e del compasso collocato su sfondo blu, colore della libera muratoria universale, così cliccai sul pulsante della chat ed entrai in contatto con alcuni astrologi massoni che, allora, nel pieno le mie illusioni associative, credevo fossero davvero miei fratelli, mentre in seguito si rivelarono anche loro dei maestri nell’arte dell’inganno, come peraltro la generalità dei liberi muratori, che mi confermarono, con la precisione delle descrizioni caratteriali e delle diagnosi mediche tratte dallo studio delle carte natali che sottoponevo alla loro attenzione, che l’astrologia era una conoscenza reale ed efficace, contrariamente all’immagine stereotipata che ne davano i mass media.
Stimolato dalle conversazioni astrologiche che intrattenevo con loro ogni sera, il loro capo dormiva soltanto quattro ore per notte, una volta conversammo per otto ore filate fino alle quattro del mattino, misurai la differenza esistente rispetto ai miei carissimi fratelli di loggia, uomini usi a ben mangiare ed ancor meglio bere che, nel tempio, non sapevano quel che facevano, mentre profondevano passione ed entusiasmo indicibili nei lavori di masticazione che seguivano il momento rituale, riconoscendo loro il merito indiscutibile di praticare operativamente la loro disciplina, soprattutto il loro boss ne capiva, e difatti, la prima volta in cui ci parlammo, commentò la mia dominante saturnina dicendomi: “Sei anche tu un figlio di Saturno”, considerato che il Signore del karma e del tempo sorgeva nell’istante nella mia nascita, impregnando di sé la mia essenza e caratterizzandomi in un senso contrario a quello indicato dal Sole nel segno zodiacale del Cancro, oltre a ferire, con un aspetto angolare di congiunzione, la Luna nel luogo della sua esaltazione nel segno zodiacale del Toro, e, da allora, ho riflettuto a lungo sulla mia dominante astrologica, e sull’impronta che ha dato al mio carattere ed al mio destino.
Si dicono tante cose su Saturno, alcune giuste altre ingiuste, perché se è vero che, mosso dall’ambizione, si macchiò di un crimine scellerato, è altrettanto vero che, dopo l’esilio, maturò saggezza e distacco dalle cose del mondo, caratteristiche che conferisce a coloro che hanno il tema natale fortemente segnato dalla sua natura, temperandoli attraverso un’azione continua di solve et coagula tra gli opposti che lo caratterizzano, avidità e distacco; Saturno, infatti, detronizzò il padre, evirandolo con un falcetto, su istigazione della madre Gea, stremata dal fatto che Urano, la notte, calasse su di lei e l’ingravidasse, ma, essendogli stato profetizzato che uno dei suoi figli l’avrebbe spodestato, pretendeva che la sorella Rea glieli consegnasse appena nati, e poi li divorava, finché la dea, stanca del destino ingrato che toccava loro, alla nascita di Giove consegnò al fratello una pietra avvolta in un panno in luogo del neonato, e questi, non accorgendosi dell’inganno, l’ingoiò come aveva fatto con gli altri suoi figli, dopodiché Giove crebbe in una caverna allattato dalla capra Amaltea, e, alleatosi con i titani, spodestò Saturno, esiliandolo sulle coste del Lazio, ma prima gli fece rigettare i suoi fratelli, con i quali, tirando a sorte, si divisero il mondo: Zeus la terra, Ade gli inferi, Poseidon il continente sommerso.
Quella di Saturno non è una storia edificante, come suggerisce l’olio su intonaco che Francisco Goya dedicò alla divinità che divorava i propri figli, ciononostante, e questo fatto è noto da millenni a scienziati, filosofi ed artisti, ad esso appartengono qualità tali che, se si riesce a sopportarne il peso, garantiscono la riuscita nelle attività del pensiero e dello spirito, anche se, per farcela, bisogna vincere la tendenza alla secondarietà, quel peso opprimente della vita che ripiega l’essere su se stesso, come suggerisce il nero del dipinto, inserito peraltro in un ciclo di affreschi intitolato pitture nere, colore di Saturno e della nigredo, prima fase dell’opera alchemica, quella della morte alla vita profana e della putrefazione interiore delle scorie mondane, illustrata con dovizia di particolari da Albrecht Dürer nell’incisione a bulino Melencolia I del 1514, che raffigura simbolicamente la malinconia, l’umor nero, l’isolamento che prelude alle creazioni più elevate della condizione umana, caratteristiche, queste, proprie di Saturno, divinità della spoliazione raffigurata per questo nuda o seminuda.
La parola malinconia, indicante uno stato d’animo improntato a dolce e vaga mestizia, senza che peraltro sia originata da una causa definita, deriva dal greco melancholia, termine composto dalle parole mélas, nero, e cholé, bile, ossia bile nera, uno dei quattro umori, ovvero liquidi, dell’antica medicina ippocratica, ed è detta anche umor nero, ma non si riferisce affatto ad un moto di rabbia o di irritazione, bensì ad un dolce oblio che orienta il carattere all’introspezione, e proprio agli artisti viene riconosciuta un’indole malinconica capace di cogliere aspetti della realtà che sfuggono a coloro che sono orientati prevalentemente verso il mondo esterno, una sorta di passività, di struggente nostalgia di qualcosa che non si è conosciuto, di cui però si avverte dolorosamente la mancanza, e come tale la raffigurò Albrecht Dürer, attribuendole le sembianze di una donna alata seduta su una pietra grezza che tiene un compasso nella mano destra, simbolo dell’operatività architettonica, ed ha il volto corrucciato sostenuto in maniera indolente dalla mano sinistra il cui gomito è poggiato sul ginocchio, la quale, secondo una lettura in chiave alchemica, personifica la nigredo, oppure, sul piano simbolico, il primo momento del processo creativo, quello in cui l’artista si propone di mutare la realtà tramite l’immaginazione.
Sullo sfondo dell’incisione, nella parte sinistra, sono raffigurati un pipistrello che tiene un drappo recante il titolo dell’opera, una cometa, un arcobaleno ed una città che si specchia nell’acqua, e, isolati dal mondo, nella parte destra, una scala a pioli poggiata alla torretta di una fornace alle cui pareti sono appese una bilancia, una clessidra ed una campana, e, sotto quest’ultima, inciso nell’intonaco, il quadrato magico di Giove; sotto di essi, in primo piano, la donna alata seduta su una pietra grezza, e, al suo fianco, un putto alato seduto su una pietra più grande, con il volto gravato dai pensieri, che tiene in mano un chiodo ed una tavoletta con un foro ed un cappio, mentre ai piedi dell’illustrazione vi sono una pietra di forma sferica ed alcuni attrezzi da falegname, una pialla, due seghe, un metro, alcuni chiodi, e, a sinistra, un cane striminzito rannicchiato su se stesso, un ottaedro composto da sei pentagoni irregolari e da due triangoli equilateri, e, dietro di esso, l’athanor dell’alchimista, raffigurazione del momento che precede il lavoro iniziatico, quando si riscalda a fuoco lento l’umore atrabiliare per renderlo attivo e trasformare così la pietra grezza, sulla quale siede la figura alata, nell’ottaedro irregolare, simbolo dell’anima, e, infine, nella pietra sferica, che simboleggia l’essere.
La malinconia venne indagata approfonditamente anche da Robert Burton, un uomo di straordinaria erudizione che, dopo aver conseguito un dottorato ad Oxford, vi rimase come pastore protestante, nel singolare libro Anatomia della malinconia, che presi in lettura nella foresta del Ribelle l’8 febbraio 2005, pubblicato con lo pseudonimo di Democritus Junior in sei edizioni successive fra il 1621 ed il 1651, ciascuna accresciuta di alcuni capitoli, ed edito in Italia, a cura di Jean Starobinski, da Marsilio, nel quale l’autore, che peraltro conosceva l’astrologia, tanto che nel frontespizio dell’edizione del 1638 vengono raffigurati diversi tipi umani, dediti rispettivamente alla contemplazione, alla religione ed alle conquiste amorose, corredati dalle relative dominanti astrologiche, Saturno, Giove e Venere, lui stesso aveva Marte nella I casa natale e nel luogo del suo domicilio nel segno zodiacale dell’Ariete e Saturno nella X casa natale e nel luogo del suo domicilio nel segno zodiacale del Capricorno, si occupò diffusamente dell’umor nero utilizzando uno stile originale pieno di umorismo e facendo notevole ricorso ad aneddoti e citazioni di autori greci e latini, esponendone cause, conseguenze e rimedi.
Nell’introduzione l’autore spiegava di aver scelto lo pseudonimo di Democritus Junior richiamandosi all’Epistola a Damageto di Ippocrate, che riportava il resoconto del viaggio che questi fece ad Abdera per far visita a Democrito, che trovò nel suo orticello fuori città, sotto un pergolato ombroso, con un libro sulle ginocchia, immerso nei suoi studi, ora scriveva, ora passeggiava; l’argomento del suo libro era la malinconia e la follia, ed intorno a lui giacevano le carcasse di numerosi animali che aveva tagliato a pezzi e sezionato per scoprire la sede di questa atra bilis, o malinconia: di dove venisse e come si produceva nel corpo umano, allo scopo di poterla meglio curare in se stesso, e, con le sue osservazioni, insegnare agli altri a prevenirla e ad evitarla; Burton aveva dunque avuto l’audacia di imitarlo, di riesumare il suo trattato rimasto incompiuto e perduto nel tempo per portarlo a termine.
L’autore dichiarava infatti di scrivere della malinconia adoperandosi per evitarla, sottolineando che non c’è causa maggiore di malinconia dell’ozio, a ciò si riferisce l’incisione Melencolia I di Albrecht Dürer, considerato l’umore delle due figure alate sedute sulla pietra, e nessun rimedio migliore dell’attività, e difatti, da quando scrivo la mia autobiografia in chiave astrologica, quale strumento per far emergere da me stesso e raccogliere le risorse necessarie per adempiere il compito che mi sta fitto nel cuore, che si è rivelato inoltre un valido rimedio per guarire dal passato, mi accorgo che l’indolenza che mi caratterizzava, la sensazione che nulla valesse la pena di essere fatto, nonostante mi riesca bene tutto, è svanita per ricomparire a tratti soltanto quando cause di forza maggiore mi impediscono di immergermi quotidianamente nello studio, nella riflessione e nella scrittura; allo stesso modo Burton, scrivendo il suo libro sulla malinconia, si era dato da fare nella sua opera per evitare la noia della neghittosità con una sorta di piacevole impegno, per mutare l’ozio in un’occupazione produttiva, per procurare insieme beneficio e divertimento all’umanità ed avere così unito l’utile al dilettevole.
Burton spiegava nell’introduzione alla sua opera che quando si era assunto quel compito per la prima volta l’aveva fatto rispondendo ad un impulso interiore, per colmare il suo animo scrivendo, in quanto aveva una specie di ascesso nella testa di cui desiderava liberarsi, e non sarebbe riuscito ad immaginare un modo migliore di quello per riuscirvi, e, comunque, non avrebbe potuto trattenersi dal farlo, poiché ci si deve grattare per forza dove prude, e lui era stato tormentato non poco da quella malattia, o, per meglio dire, dalla sua signora Malinconia, sua Egeria, suo genio maligno, così, come chi è stato punto da uno scorpione, avrebbe scacciato chiodo con chiodo, lenito un dolore con un altro, ozio con ozio, e, come l’antidoto si estrae dal veleno del serpente, lui l’avrebbe tratto da quella che fu la causa prima della sua malattia; per giovare a se stesso si era dunque rivolto ai trattati di medicina custoditi nelle biblioteche, o che gli avevano consigliato gli amici, e si era assunto quel compito perché ciò che gli altri odono e leggono, lui l’aveva sentito e messo in pratica, traendo il proprio sapere non già dai libri ma dalla sua malinconia, tanto da poter affermare “Experto crede Roberto” (Credi a Robert, che è esperto!): un’esperienza dolorosa l’aveva infatti ammaestrato, perciò ora avrebbe aiutato gli altri per simpatia, e speso il suo tempo ed il suo sapere, che erano le sue più grandi ricchezze, per il bene comune.
Un paio di settimane prima del libro di Democritus Junior, il 24 gennaio 2005, avevo preso in lettura il Ritratto della malinconia di Romano Guardini, sacerdote, teologo e scrittore tedesco, edito da Morcelliana, che, nella pagina che precedeva il frontespizio, riproduceva l’incisione Melencolia I di Albrecht Dürer, allora seguivo questo filone di interessi, il cui capitolo primo riportava brani estratti dal Diario di Sören Kierkegaard, filosofo danese dell’esistenzialismo cristiano che nelle sue opere univa vita e pensiero, mi riconobbi in particolar modo nell’esperienza di apparire agli altri come una compagnia spensierata, salvo poi precipitare nell’afflizione morale quando tornavo solo con me stesso, oppresso dalla mancanza di senso della vita, aspetto dissoltosi progressivamente dopo aver iniziato a scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica e definito il quadro generale oggettivo dell’esistenza dell’uomo concreto, che mi ha fatto comprendere che mi trovo sulla strada giusta, a riprova che l’adempimento del proprio dharma comporta la guarigione; la malinconia, spiegava Guardini, è un’oppressione dello spirito consistente essenzialmente nella consapevolezza del vuoto metafisico che separa dall’origine della vita, che lui identificava nel Dio cristiano, condannandosi così a non poter colmare lo iato esistente, in quanto la divinità giudaico-cristiana ha creato il mondo per poi disinteressarsene, aspetto che esclude a priori il ricongiungimento tra uomo e Dio, la sofferenza è pertanto destinata a rimanere tale nel tempo, mentre la metafisica conosce l’intuizione intellettuale che conduce all’Identità Suprema.
Nello smarrimento esistenziale in cui versavo otto anni fa quel libro sembrò dirmi qualcosa, considerato che ne appuntai parecchi passi, che però, rileggendoli ora, che mi sono liberato coscientemente del cristianesimo ed ho sfatato il nichilismo che mi pervadeva grazie all’astrologia, scienza del tempo per eccellenza che ricollega oggettivamente l’uomo concreto ad un principio di ordine universale, la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, li ritengo superati dalla portata conoscitiva e dall’importanza del quadro generale dell’esistenza che ho delineato nel corso dell’ultimo decennio, raccogliendone accuratamente definizioni e prove, che si esprime nel linguaggio di carattere e destino individuali e libera dall’angoscia del fine dell’azione per mezzo della nozione indù del dharma e della nozione taoista del wu wei, eclissando così ogni forma di esistenzialismo, compreso quello cristiano: la spiegazione che sono in grado di fornire, in termini di conoscenza di se stessi e del significato della propria esistenza, restituisce il senso della dignità personale e libera dagli errori logici di colpa e peccato indotti dalla morale eteronoma evangelizzata dai predicatori dell’eguaglianza, testimoniando quanto abbia vagato inutilmente prima di trovare una conoscenza reale applicabile all’uomo concreto, piuttosto che sposare una via qualsiasi per convenienza personale.
Il peso della malinconia, indicato dal ruolo dominante di Saturno alla levata, me lo sono sentito addosso fin da piccolo, quando trascorrevo i pomeriggi sul divano, al buio, macerandomi interiormente nel disagio di esistere, oppure vagavo randagio, con la testa bassa e le mani in tasca dalla rabbia, per le vie della squallida periferia urbana nella quale ero stato precipitato da un avverso fato, perché lì, tra quella gente, non avrei mai voluto starci; ne ho avvertito la presa dolorosa fin quando ho cominciato a scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica, che, condensando in forma scritta le esperienze di una vita, ha riscaldato la bile nera al fuoco lento dell’azione interiore, rendendola idonea a produrre un’opera di largo respiro, ma allora, mentre leggevo quei libri, non scorgevo alcun senso nelle cose del mondo ed anelavo confusamente alla trascendenza, percependo una mancanza senza volto e senza nome che, per quanto mi guardassi attorno, non trovava riscontro in nulla di quel che cadeva sotto i miei occhi, perciò il libro di Guardini sembrò dirmi qualcosa, ma ora, che ho ben chiaro cosa sia il cristianesimo, so di aver sprecato il mio tempo nel prendere così tanti appunti su di esso, e, ritornando a quegli anni, comprendo che, molto più dei filosofi e dei teologi, poté l’astrologia, grazie alla straordinaria oggettività con la quale illustra carattere e destino dell’uomo concreto.
Ottenni una prima dimostrazione della sua capacità di restituire senso all’esistenza smarrita nel nichilismo leggendo il Trattato pratico di astrologia di André Barbault, edito da Astrolabio-Ubaldini, testo che, rileggendolo ora, reputo imprescindibile per chiunque voglia impratichirsi della materia, del quale non ricordo il momento esatto in cui l’acquistai, tuttavia, recando in copertina il prezzo espresso in lire, lo feci probabilmente nel 2002, anche se sono certo di averne letto il contenuto che mi interessava l’anno precedente, quando sfogliavo i testi astrologici nelle librerie del centro storico di Roma mentre scivolavo lentamente nell’angoscia esistenziale dovuta allo scollamento dalla realtà, prossimo ad abbandonare tutto per seguire soltanto me stesso, che mi confermò le peculiarità proprie del binomio Saturno-malinconia, peraltro già note nell’antichità, attribuendo alla mia dominante astrologica, definita “la grande leva della vita intellettuale, morale e spirituale”, una promessa di ricchezza conoscitiva che mi aprì un mondo di conferme riguardo il mio più profondo sentire, che però, a causa del paradigma corrente nettamente antiqualitativo, non avevo potuto esprimere concretamente nella mia vita.
Barbault, nel capitolo secondo del suo trattato, intitolato Verifiche e prove, citando gli studi statistici di Michel Gauquelin sulla ripartizione dei pianeti nel movimento diurno, ne riportava l’affermazione che “esiste una relazione certa fra le posizioni degli astri del sistema solare al momento della nascita e una determinata attività della vita degli uomini”, prima constatazione di un fatto astrologico, e, riguardo alla collocazione di Saturno alla levata, luogo che il Signore del karma e del tempo occupa nel grafico astrologico della mia genitura, mostrava, in un grafico dal significato inequivocabile, che quella posizione era presente in altissimo numero, rispetto alla media, nei temi natali di 3.305 scienziati (accademici delle scienze e della medicina), confermando così scientificamente non solo la regola astrologica secondo la quale l’astro alla levata ed alla culminazione, e, in misura minore, al Discendente ed al Fondocielo, assume valore dominante, ma anche il significato simbolico delle funzioni e professioni attribuite ai pianeti, che, nel caso di Saturno, indica, in posizione favorevole, uomini di scienza e di studio in generale, filosofi, matematici, economisti, teologi, scultori, architetti, ingegneri minerari, mentre, se il pianeta si trova in posizione mediocre, forma agricoltori, monaci, eremiti.
Nel capitolo sesto, dedicato alla natura dei pianeti, Barbault ritornava su Saturno, al quale la tradizione astrologica attribuisce il desiderio di meditare, di riflettere, di rivolgere l’animo all’aspetto profondo delle cose (scienziati, preti), che ha per analogie astronomiche valori di gravità e di dure prove associati alla luce triste del suo disco, l’astro peregrina solitario prigioniero dei suoi anelli, ed ha per elemento la Terra (il Freddo predomina sul Secco), e per età della vita la vecchiaia ed il ritorno alla terra; Saturno è un principio di conservazione, di rallentamento, di fissazione, di condensazione, di concentrazione, di cristallizzazione, di mineralizzazione, di astrazione, di strutturazione, è collegato al temperamento nervoso, al sistema osseo, all’udito, ai processi di inibizione, di carenza, di astenia, di impotenza, di sterilità, di ritenzione, di sclerosi, di atrofia, di paralisi, di regressione e di senilità; sotto il profilo caratterologico indica Introversione, Secondarietà e ristrettezza del campo della coscienza: l’individuo è un Flemmatico (non Emotivo-Attivo-Secondario), o un Sentimentale (Emotivo-non Attivo-Secondario), oppure (tipo inferiore) un apatico (non-Emotivo-non Attivo-Secondario).
Sotto il profilo delle funzioni psicologiche Saturno simbolizza le tendenze derivate da un’insoddisfazione, sia alimentare che affettiva, sofferta allo stadio orale, perciò il saturniano è un “mal divezzato” o un “frustrato affettivo”, e queste tendenze si polarizzano intorno ai due estremi dell’avidità e del distacco, da qui l’esistenza di due tipi opposti: l’avido, gaudente o ambizioso, egoista, possessivo, geloso, accaparratore, “appiccicoso” fino in fondo nel suo bisogno di acquistare ciò che gli manca, profondamente bulimico, ed il distaccato, indifferente, insensibile, modesto, spersonalizzato, ascetico, rassegnato “alla perdita del paradiso perduto”, autentico anoressico; con Saturno appare la complessità di una dialettica il cui meccanismo si svolge fra la dissolutezza e la disperazione, fra l’ipersensibilità e l’insensibilità, tra un estremo desiderio di esistere ed il dolore di vivere, fra la pigrizia e lo sforzo eccessivo fino all’usura, fra la liberazione ed il blocco delle inibizioni.
Il ruolo biologico di Saturno è ingrato, in quanto recide il cordone ombelicale che lega l’uomo alla Madre, all’animalità, ai vincoli terreni, ed ha il compito di far accettare le prove della crescita, che sono una successione di distacchi, di abbandoni, di rinunce, di sacrifici, di perdite, di colpi di falce, dall’uscita dal seno materno fino all’ultima spoliazione della vecchiaia, per affermare l’autonomia dell’essere umano, al quale conferisce le virtù della sua età, oppure, se egli rifiuta di accettare questa legge della vita, lo conduce all’infantilismo, alla regressione, all’inadattabilità; sotto il profilo della psicopatologia è legato all’atrofia dell’Io ed alla melanconia, mentre, per quel che concerne le professioni, riguarda la capacità di concentrarsi, di ripiegarsi su se stessi, di isolarsi e, implicando un ruolo di amministratore, di controllare, di osservare, di collezionare; relativamente al destino, simboleggia, in senso negativo, le privazioni, le restrizioni, gli ostacoli, i sacrifici, le perdite, le rinunce, le separazioni, gli abbandoni, i lutti, i rovesci di fortuna, le cadute, i decadimenti (malattia, schiavitù, isolamento, prigione, esilio), e, nell’aspetto positivo, contribuisce ad affermare la forza interiore nella disciplina, nello sforzo e nell’assumere le responsabilità, conferendo grandi ambizioni e l’elevazione intellettuale o spirituale.
Questa, dunque, la caratterizzazione simbolica della mia dominante astrologica, che allora, confuso e smarrito dalle esperienze ostili alla qualità subite nei luoghi in cui ero stato mischiato indiscriminatamente sulla base dell’erroneo presupposto dell’eguaglianza, contribuì a farmi comprendere alcuni aspetti del mio carattere, e del mio destino, che erano stati soffocati dal potere annichilente della modernità, che, per mezzo delle legge astratta e generalista e della burocrazia che ad essa si conforma, omogeneizza gli uomini al livello medio e mediocre dell’ultimo uomo di nietzschiana memoria utilizzando la scuola di massa, che in Italia, per motivi ideologici, è fortemente avversa al merito, e, in ogni caso, serve a rendere fungibili gli alunni allo scopo di inserirli docilmente nel sistema produttivo, incurante del loro carattere, della loro vocazione e del loro destino, i quali, qualora svolgano un lavoro dipendente, vengono remunerati con un’eguale retribuzione indipendentemente da qualità e quantità della prestazione, come vogliono i predicatori dell’eguaglianza, cristiani, socialisti e comunisti, che hanno creato la Repubblica Italiana, la cui costituzione è stata scritta con il dito di Iahvè, come le tavole della testimonianza ricevute da Mosè sul monte Sinai, concependola a loro immagine e somiglianza, perciò lo stato premia gli ultimi invece dei migliori elementi di natura.
Allora non mi ero ancora lasciato alle spalle la mia patria, pertanto ero inconsapevole del cammino che avrei percorso seguendo la mia natura, ma fu grazie all’astrologia che cominciai a rivedere la mia visione generale dell’esistenza, trovando nella descrizione della mia dominante saturnina una conferma oggettiva della mia vocazione alla conoscenza, mentre la complessità del grafico astrologico della mia genitura mi confermò la certezza interiore di un destino non comune; già nel 1993, nell’apprendere il significato delle linee tracciate sui palmi delle mie mani, ero rimasto colpito da quello della linea del Sole, rara e fortunata, che nella mano destra parte dal monte di Marte e raggiunge quello di Apollo, indicando successo letterario conseguito a prezzo di sforzi notevoli, che avvalorò la convinzione innata che sarei diventato uno scrittore, per quanto non avessi nulla da scrivere; questi indicatori rappresentarono dunque il riconoscimento a priori di una vocazione che, stante l’abbruttimento subito nella scuola di massa della Repubblica Italiana, che, come Iahvè, predilige gli scarti del genere umano agli elementi migliori di natura, non avevo potuto esprimere liberamente, mentre ora sono i fatti a confermarne la concretezza: nel 2000, punto di svolta della mia esistenza, ho ripreso a leggere, dopodiché mi sono ritirato nella foresta del Ribelle, e, da quell’istante, non ho fatto altro che studiare, riflettere e scrivere.
E difatti, nonostante il valore del mio indice QI sia pari a 160 punti della scala Cattell, equivalente al 99° percentile della distribuzione dell’intelligenza nella popolazione adulta, e mi collochi nella fascia ristretta ed elitaria dell’1% degli individui più intelligenti della collettività, ulteriore indicatore capace di misurare a priori le potenzialità individuali, avevo fallito inspiegabilmente proprio laddove avrei dovuto riuscire meglio, considerato che la scuola di massa costituisce il vanto dell’ultimo uomo, ossia il modo in cui chiunque, pur non provenendo da un ambiente agiato, può emergere socialmente mediante l’applicazione delle proprie capacità intellettive, ma, approfondendo la significatività delle misurazioni scientifiche dell’intelligenza, ho ottenuto la prova oggettiva che quel che mi è accaduto non è dipeso da una mia deficienza, e, nel giugno 2011, ho scoperto di aver vissuto il destino comune dei bambini plusdotati, quando vengono inseriti in classi composte di elementi di qualità eterogenea, così ora ho maturato la certezza definitiva che la Repubblica Italiana mi ha rubato la vita, e, riunendo questi tre indicatori dal valore predittivo, per quanto poco scientifici possano apparire i primi due alla mentalità moderna, posso selezionare gli elementi di un’élite dotati di un solido carattere ed una chiara intellettualità, cosa inconcepibile per il pensiero liberale, che astrae la sostanza che rende unico l’uomo concreto per processarlo come individuo anonimo al fine di renderlo fungibile nel processo produttivo.
Ripercorrendo la mia esistenza, utilizzando il mio tema natale come un mandala personale, supporto oggettivo per la meditazione su me stesso e sul mio destino, constatandone la forma complessa attestante un’esistenza fuori dal comune, riconosco nell’utilizzo proficuo delle mie capacità intellettive la sola possibilità che avevo di liberarmi dell’ambiente in cui sono cresciuto, ma questa strada mi è stata preclusa dal paradigma nettamente antiqualitativo che informa la modernità, mentre la mia vocazione alla conoscenza, non riconosciuta né valorizzata dallo stato, è stata avversata dalla famiglia, dalla quale mi separa l’aspetto qualitativo, la congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna nel luogo della sua esaltazione nel segno zodiacale del Toro testimonia infatti quanto distino, nella mia vita, realizzazione ed origine, facendomi soffrire in maniera bruciante la contraddizione indicata dal Luminare notturno, che governa il Fondocielo nel segno zodiacale del Cancro, si trova nella I casa natale e forma un aspetto angolare di trigono con il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, l’immagine della mia realizzazione, indicando l’impronta indelebile impressa su di me unita ad un sostegno di tipo puramente biologico-alimentare, e difatti non ho mai visto i miei genitori leggere un libro, è ovvio che non potessero comprendermi, quand’ero piccolo mia madre, ogni qual volta prendevo in prestito i libri dalla biblioteca comunale, mi incitava a fare i compiti a casa, anziché perdere tempo inutilmente.
Considerando il tradimento della patria e della famiglia riguardo la mia realizzazione, l’unica cosa che davvero mi interessi, che mi fa alzare al mattino e mi mantiene in vita, a dispetto della pesantezza di esistere nello squallore di un’umanità mediocre che mi accompagna da sempre, comprendo che Saturno non è quel cattivo padre di cui parla il mito, semmai è un padre molto esigente, severo ma giusto, che ha la pazienza di tenere a bada le mie pulsioni più deleterie, indicate principalmente dalla congiunzione nella VII casa natale tra Marte nel segno zodiacale del Sagittario e Nettuno retrogrado nel segno zodiacale dello Scorpione, che, fondando i rapporti umani sulla logica amico/nemico, inclina all’aggressività per motivi ideologici, e poiché assicura successo in tarda età, e ciò che sto scrivendo necessita di tempo e ponderazione per produrre effetti durevoli, considerato quel che presentivo dentro di me fin dall’infanzia, garantisce durata e continuità ai miei sforzi di elevazione, in quanto non solo occupa una posizione angolare alla levata, aspetto, questo, che, in base alle conferme statistiche di Gauquelin, implica la tendenza alla conoscenza, ma, ed è questo il fattore che ne incrementa la potenza, governa il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, garantendomi che non perderò mai di vista, neppure per un solo istante, qualunque siano le avversità che mi troverò ad affrontare, l’immagine della mia realizzazione; in questo, Saturno, il mio padre celeste, non mi ha mai tradito.

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Un mandala personale modellato dall’essere

Grafico astrologico della mia genitura, o tema natale

Il grafico astrologico della mia genitura, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita, rappresenta un mandala personale, supporto oggettivo per la meditazione su me stesso e sul mio destino

C’è una citazione di Carl Gustav Jung, della quale non riesco a trovare la fonte originale, per poterla riscontrare nelle sue opere complete, nell’epistolario o nelle sue memorie, riportata nel libro di Stephen Arroyo Astrologia, karma, trasformazione, le dimensioni interiori della carta natale, edito da Astrolabio-Ubaldini, che, per la sua concordanza con la realtà della mia esistenza, e non dubito che lo stesso valga anche per altri uomini, considerato che nella vita si gira sempre attorno agli stessi, pochi, limitati aspetti dell’esperienza umana, nel tentativo di ricomporli in un quadro organico nel quale potersi riconoscere e trovare il senso del proprio esserci nel mondo, ho collocato in apertura della mia autobiografia in chiave astrologica: « Ciò che accade a un individuo è caratteristico di lui stesso. Rappresenta un modello, e tutti i pezzi gli si adattano. Uno dopo l’altro, via via che la sua vita procede, vanno a posto secondo un qualche disegno pre-destinato. »
Tale disegno pre-destinato, ma Jung non ne fa menzione, nonostante nel suo epistolario abbia confidato a più di un corrispondente che, nei casi di pazienti per i quali gli era difficile fare una diagnosi, faceva redigere il loro oroscopo, che poi interpretava in chiave psicologica, è rappresentato in maniera archetipica dal grafico astrologico della genitura, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita,
mandala personale modellato dall’essere che racchiude il carattere dell’uomo concreto ed il dovere che questi gli ha assegnato, che egli, nel corso dell’esistenza, seguendo le tappe prestabilite del destino evidenziate dallo sviluppo preordinato dei transiti planetari rispetto al tema natale, deve attuare coscientemente, poiché, non essendo causa sufficiente di se stesso, in quanto non si è creato da solo, non può comportarsi altrimenti che assecondando la necessità cosmica ed adempiendo il compito per cui è nato.
Il tema natale è infatti la chiave del destino che apre lo scrigno della conoscenza della propria personalità, dei lati luminosi e delle zone d’ombra sulle quali lavorare per esprimere pienamente se stessi e realizzare il compito per cui si è nati, ed i transiti planetari, che discendono rigidamente da esso, essendo lo sviluppo naturale del moto preordinato dei pianeti lungo lo zodiaco tropico dall’istante fatale della nascita, illustrano lo svolgersi predeterminato degli eventi relativi alla realizzazione del modello archetipico rappresentato dal grafico astrologico della genitura, che permane identico a se stesso per tutta la vita, costituendo una rappresentazione simbolica ed insieme oggettiva dell’essenza individuale: ne consegue che il compimento del destino è sempre e soltanto questione di tempo, in quanto, come il seme contiene in germe lo sviluppo dell’albero secolare, così l’uomo deve passare dalla potenza all’atto raggiungendo l’entelechia, condizione di perfezione di un ente che ha realizzato ogni sua potenzialità.
L’interpretazione del tema natale può essere infatti effettuata a partire dal primo vagito, quando il neonato stabilisce un rapporto autonomo con l’universo, e poiché esso permane identico per tutto il corso della sua vita, rappresentando il compito archetipico che deve realizzare, i fatti che gli accadono, l’insieme delle sue esperienze, incarnano il modo, diretto o tortuoso, nel quale egli, agendo nella realtà secondo il proprio carattere, si avvicina a compiere il dovere che l’essere gli ha assegnato, così ogni evento fisico o psichico costituisce un’occasione per realizzare quel disegno che l’inserisce armonicamente nel quadro cosmico; la biografia di ciascun uomo rappresenta dunque il percorso di avvicinamento alla perfezione del compito che deve realizzare, che riuscirà tanto meglio quanto più sarà capace di agire secondo il proprio carattere ciò che va fatto nel momento in cui dev’essere fatto, senza tenere in conto i frutti della propria azione, con lo stile di un’impersonalità attiva.
Se il grafico astrologico della genitura permane identico ed immutabile per l’intera durata della vita, ciò che cambia sono i periodi in cui, stante la pressione indicata dai transiti planetari rispetto a determinati punti sensibili, alcuni elementi del carattere, ed alcuni aspetti del destino, assumono maggior rilevanza rispetto agli altri, forzando chi non ha consapevolezza ad agire con spiccata unilateralità in una determinata direzione di vita; è pertanto fondamentale sapersi orientare nel tempo, coglierne oggettivamente la qualità e comprendere come affrontare i momenti cruciali dell’esistenza, coniugando così necessità cosmica e decisione umana, quanto di esterno è già stabilito che accada ed il modo in cui reagire agli eventi, per utilizzare tali periodi, compresi quelli avversi, per accumulare le risorse necessarie a comporre adeguatamente il proprio disegno interiore allo scopo di realizzare il compito che sta fitto nel cuore ed assolvere i propri obblighi nei confronti dell’essere.
Per cogliere questo obiettivo è fondamentale possedere conoscenza e consapevolezza, unite alla capacità di adempiere se stessi vincendo brama e cedimenti interiori, perché altrimenti, se bastasse abbandonarsi spontaneamente al divenire, come farebbe una qualsiasi persona naif, significherebbe che un qualunque primitivo di una zona sperduta del globo potrebbe raggiungere, per ciò stesso, le vette della realizzazione, mentre tutte le tecniche iniziatiche rimandano allo sforzo di ascesi interiore attuato per mezzo dell’intuizione intellettuale e la storia personale degli uomini che hanno realizzato se stessi attesta quante prove abbiano dovuto affrontare, prima fra tutte quella di dominarsi, di governare le proprie energie interiori indirizzandole durevolmente in direzione di uno scopo di ordine superiore che trascendesse l’esistenza puramente umana, bruciando nella lotta ogni scoria individuale.
L’incontro con l’astrologia rappresenta dunque un’iniziazione alla conoscenza del proprio carattere e del proprio destino: l’interpretazione del grafico astrologico della genitura e la scoperta della necessità cosmica sottostante le tappe fondamentali dell’esistenza, individuabili mediante lo studio dei transiti planetari, determina uno choc paragonabile a quello provocato dalle iniziazioni misteriche degli antichi culti pagani, perciò la scienza del tempo per eccellenza costituisce, in maniera più oggettiva dell’oracolo cinese dell’I Ching, quel punto d’appoggio archimedeo auspicato da Jung per scardinare lo sterile razionalismo impadronitosi della mentalità degli uomini occidentali, essendo la chiave della comprensione del proprio destino, ed io ne ho intrapreso lo studio perché avevo bisogno di ottenere delle conferme oggettive alla fiducia metafisica che nutro nel mio destino, per quanto non lo ami.
Mi avvicinai all’astrologia nel fatidico anno 2000, punto di svolta della mia esistenza, quando, scampato miracolosamente all’incidente stradale che inaugurò la mia seconda vita, dopo una fugace permanenza nell’associazione degli individui altamente intelligenti e l’affiliazione alla libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, organizzazione pseudo-iniziatica che contraffaceva l’idea dell’élite appropriandosi indebitamente della struttura dell’Ordine, approfittando di Internet, il 9 dicembre scaricai il programma astrologico freeware Astrolog 5.40, che utilizzo tuttora nonostante la grafica scarna ed essenziale, e, a ridosso delle festività natalizie, incontrai in chat alcuni astrologi massoni che mi confermarono, con la precisione delle descrizioni caratteriali e delle diagnosi mediche tratte dallo studio delle carte natali che sottoponevo alla loro attenzione, che l’astrologia era una conoscenza reale ed efficace, contrariamente all’immagine stereotipata che ne davano i mass media.
Uno di loro, un medico, senza conoscere altro di me che i miei dati natali, colse immediatamente il nodo principale della mia esistenza, spiegandomi che la congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna avrebbe segnato le ore della mia vita, mentre le rimanenti configurazioni planetarie del grafico astrologico della mia genitura, per quanto complesse, avrebbero scandito soltanto i minuti ed i secondi, rivestendo un’importanza secondaria rispetto alla necessità fondamentale del mio destino di integrare passato e futuro, di superare le origini senza sacrificare l’esigenza di mantenere il passato, passato che, a dire il vero, non vuol saperne di abbandonarmi, e, considerato il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, mi pronosticò una grande elevazione sociale, che mi avrebbe portato assai lontano dall’ambiente di nascita, avvalorando così una certezza che mi accompagnava fin dall’infanzia.
La congiunzione nella I casa natale, la mia persona, tra la Luna, pianeta governatore del Fondocielo nel segno zodiacale del Cancro, le origini che mi condizionano pesantemente, e Saturno, pianeta governatore del Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, la necessità vitale di incarnare un vertice sociale o politico, indica due tendenze contraddittorie che gravano su di me obbligandomi a piegare il tempo per farlo convergere nel mio essere, e, essendo il Luminare notturno legato all’infanzia ed il Signore del karma alla vecchiaia, accentuano la portata del conflitto; la mia esistenza si gioca infatti tutta nella dialettica tra passato e futuro, tra vita vegetativa e vita spirituale, tra sensibilità e ragione, tra necessità di mantenere le radici e desiderio di elevazione, come racconto nella mia autobiografia in chiave astrologica, nella quale memorie del passato e memorie del futuro si fondono nella descrizione oggettiva della mia vita per consentirmi di liberarmi del peso del primo e di ricongiungermi al secondo.
Ma Saturno e la Luna simboleggiano anche la coppia genitoriale, e, ad esaltarne il significato, governano le case opposte e complementari X e IV del mio tema natale, che rappresentano fra l’altro i genitori, e, considerando il fenomeno astrologico dell’ereditarietà astrale, assume particolare rilievo il fatto che la figura materna, rappresentata simbolicamente dal Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, sia nata con la congiunzione tra Sole e Marte, quest’ultimo nel luogo della sua esaltazione, nel medesimo segno zodiacale, e che anche la Luna si trovi lì, madre dalla quale ho ereditato la dominante saturnina, con il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno e Saturno, suo pianeta governatore, congiunto con l’Ascendente nel segno zodiacale del Toro, mentre mio fratello ha ereditato l’Ascendente nel segno zodiacale del Capricorno, la congiunzione tra Sole e Marte nel segno zodiacale della Vergine e l’aspetto angolare di trigono tra Saturno e la Luna nel segno zodiacale dell’Acquario, a dimostrazione che ogni nascita avviene entro finestre temporali che riproducono le configurazioni astrologiche dei genitori.
Riconoscere nei grafici astrologici della mia famiglia le somiglianze per posizione e per aspetti angolari mi confermò la realtà oggettiva dell’astrologia, cosa che chiunque può riscontrare esaminando i temi natali del proprio nucleo familiare, così, stimolato dalle conversazioni in chat con gli astrologi massoni che, allora, nel pieno le mie illusioni associative, credevo fossero davvero miei fratelli, mentre in seguito si rivelarono anche loro dei maestri nell’arte dell’inganno, come peraltro la generalità dei liberi muratori, setacciai la rete in cerca di materiale astrologico che lessi diligentemente per formarmi una visione generale della disciplina, e, nel successivo mese di marzo, compresi il ruolo dei pianeti quali governatori delle case astrologiche nell’interpretazione dei temi natali, ed intanto, nelle librerie, sfogliavo i manuali per leggere i significati attribuiti alle componenti del grafico astrologico della mia genitura, provando una sofferenza lancinante per la presa di consapevolezza del carico karmico che ne scaturiva.
In quel periodo cominciò a manifestarsi l’angoscia esistenziale che mi accompagnò fino all’inizio del 2003, ed io mi ritrovai ad avere sotto mano gli elementi del puzzle senza però riuscire a ricomporli in un quadro organico, così, prossimo ad abbandonare tutto senza sapere cosa fare della mia vita, privo di identità, estraneo ai valori del paradigma corrente, incapace di conferire senso all’esistenza, impossibilitato ad agire secondo la mia natura, vissi la descrizione del significato della congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna come una pugnalata inferta alla totalità del mio essere, tanto calzava con il mio vissuto e tanto sembrava condannarmi alla ripetizione del passato: allora odiavo tutto di me stesso e della mia vita, nome, famiglia, ambienti in cui ero stato costretto dalle burocrazie statali ed aziendali, e rifiutavo tutto ciò che avevo costruito agendo sconsideratamente le energie del mio tema natale.
Eppure, in me, c’erano tutti i presupposti per la riuscita, come compresi oggettivamente quando riscontrai la validità della regola aurea secondo la quale ad un tema natale dotato di forma corrispondono un carattere ed un destino fuori dal comune, e, ripensando al passato ed osservando le mie macerie esistenziali, mi domandai stupito perché il grafico astrologico della mia genitura, così complesso ed articolato, avesse prodotto soltanto il me stesso di allora, e come mi confermò il risultato ottenuto nel test delle matrici progressive avanzate di Raven somministratomi dall’associazione degli individui altamente intelligenti, che mi attribuì un indice QI pari a 160 punti della scala Cattell, equivalente al 99° percentile della distribuzione dell’intelligenza nella popolazione adulta, collocandomi nella fascia ristretta ed elitaria dell’1% degli individui più intelligenti della collettività, cosa che, stando agli scienziati che l’hanno studiata, in cima a tutti Hans Jurgen Eysenck, che dedicò l’esistenza a divulgarne la conoscenza, avrebbe dovuto garantirmi il successo a scuola e nella vita, ma a me, abbandonato nelle mani della Repubblica Italiana, era accaduto l’esatto contrario, e non sapevo spiegarmene la ragione.
In quegli anni non apparivano evidenti i risultati della corsa illusoria ai titoli di studio ed alle carriere burocratiche intrapresa dai miei coetanei, perciò ci si poteva credere e ci si credeva investendoci tempo e denaro, ed a me bruciava particolarmente l’esito delle mie attività lavorative, che avevo abbandonato avendovi riscontrato un odio incomprensibile ma tenace nei confronti della qualità, ancor prima di comprendere che non corrispondevano alla mia vocazione, che, a causa delle pressioni familiari e della pochezza dell’ambiente di nascita, non avevo potuto riconoscere ed assecondare con tutto me stesso, cambiamenti indicati dalla struttura della VI casa natale, con Plutone e la congiunzione tra Giove ed Urano, che simboleggiano insofferenza alla routine quotidiana imposta dall’esterno, frequenti mutamenti lavorativi e necessità di una rigenerazione nell’organizzazione delle attività produttive, cosa che si potrebbe realizzare imparando a selezionare gli uomini per le loro capacità effettive.
E difatti, fin dai primi giorni trascorsi in banca mi ero accorto che, nella formazione dell’organico, non v’era stata altra selezione che quella attuata sulla base dei titoli di studio rilasciati dalla Repubblica Italiana, che, come Iahvè, inverte la valutazione degli uomini per non far risentire gli ultimi, così replicai al vicedirettore del personale della filiale capogruppo, che, per ammonirmi a stare attento a quel che dicevo, minacciò di non confermarmi nell’impiego al termine del periodo di prova, che non avevo nulla di cui preoccuparmi, tanto lì prendevano tutti, ma non solo: i funzionari assegnavano il giudizio ottimo nelle note annuali di merito al 98% del personale, come sottolineò il direttore della scuola di formazione aziendale, riportando lo stupore dell’ABI riguardo al fatto che, con tale eccellenza qualitativa, l’istituto di credito avesse accumulato perdite di bilancio per duemila miliardi di lire, che poi vennero ripianate dai contribuenti, e poiché l’azienda premiava gli ultimi, nei due anni trascorsi lì se ne andarono i migliori, attratti da altre prospettive, e rimasero coloro che non potevano fare altrimenti.
Io me ne andai all’improvviso, sopraffatto dalla nausea per la ripetizione smaccatamente destinica dell’ambiente del servizio militare, avvenuta durante il transito di congiunzione di Plutone con Nettuno retrogrado radix, pianeta responsabile delle frequentazioni peggiori della mia vita, quando Urano transitò in aspetto angolare di quadratura con Saturno radix, pianeta governatore del Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, l’immagine della mia realizzazione, irritato da un collega di mezz’età proveniente da una società del gruppo bancario posta in liquidazione, assunto da poco come impiegato dopo un periodo di mobilità, che, avendo perso la qualifica di funzionario, rifiutava di darmi il cambio nelle mansioni di cassa, e l’azienda non aveva nulla da obiettare, perciò ero costretto a vivere tumulato lì, finché, in occasione di un ponte festivo, la direzione mandò in ferie lui e non me, che abitavo in un’altra regione, così maturai il distacco, che avvenne secondo il mio destino, considerata la serie di eventi che mi portarono nell’organico della banca dei promotori finanziari più importate d’Italia.
La prospettiva indicatami era quella di svolgere una libera professione senza dover soggiacere a particolari vincoli o costrizioni, in realtà si trattava di un’attività analoga al lavoro parasubordinato, con l’aggravante dell’ingerenza indebita della struttura manageriale e dell’assenza di uno stipendio, e mentre in banca c’era un organigramma burocratico nel quale i dipendenti venivano inseriti sulla base dei titoli di studio, nonostante non avessero le qualità personali richieste dalla posizione ricoperta, oppure ne avessero di sovrabbondanti, le società di intermediazione mobiliare raccoglievano il peggio di coloro che erano stati rifiutati dal settore impiegatizio, e poiché non v’era altro criterio di riconoscimento del valore professionale se non quello del mercato, emergevano persone che suscitavano orrore solo a guardarle, per non parlare del fatto che, per sopravvivere, bisognava trasformare ogni relazione interpersonale in un’occasione per guadagnare denaro, un ambiente simile a quello descritto nella Favola delle api di Bernard de Mandeville, operetta morale che illustra come siano la menzogna, la truffa, il furto e l’inganno le molle che rendono vitale l’economia e florida la nazione.
Bastò poco per comprendere che non vi sarei rimasto a lungo, e, dopo aver cambiato intermediario finanziario appena ottenuta l’iscrizione all’albo professionale, ed avendo deciso che non avrei mai ripetuto un’esperienza del genere, nell’aprile 2002 me ne andai disgustato da tutto quel che avevo vissuto, rimanendo senza prospettive, e, finalmente libero da vincoli esterni, cominciai a fare quel che avrei fatto fin da piccolo, se fossi stato libero di seguire me stesso, così, quasi senza avvedermene, finii per ritirarmi nella foresta del Ribelle, provando inizialmente la sensazione che la mia presenza in quel luogo fosse illegittima, e, mentre cercavo risposte alle mie domande di senso, dimenticatomi di me stesso, un giorno, per mettere ordine nella mia esistenza, decisi di cominciare a scriverne, com’ero certo avrei fatto fin da bambino, raccontando del destino beffardo che mi aveva costretto a subire vicinanze intollerabili: nella mia vita erano infatti mutati i fondali, ma tutto era rimasto tragicamente identico a se stesso, essendo stato oppresso ininterrottamente dalla mentalità collettiva nettamente antiqualitativa.
Mi trovai di fronte allo spettacolo raccapricciante delle mie macerie esistenziali, che mi suscitavano odio e ribrezzo per non essere riuscito ad allontanarmi di un passo dalle mie origini, riconoscendovi il prodotto avariato della mia azione nel mondo operata secondo un paradigma egalitario che mi era ostile e che, mediante la razionalizzazione dell’esistenza attuata per mezzo della scuola di massa e del lavoro, omologava ogni differenza di carattere e di capacità intellettive, e, così facendo, aveva soffocato la mia vocazione; cominciai allora a riflettere su me stesso e sulla mia vita basandomi sull’oggettività del mio tema natale e della valutazione scientifica del mio QI, entrambi, questi, indicatori dotati di valore predittivo, capaci, cioè, di determinare a priori la portata delle mie realizzazioni, interrogandomi sulla congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna, che accentuava la sensazione di orfanità indicata dall’angolarità del primo, e poco importa che si trattasse di un aspetto puramente psicologico, gli effetti erano comunque reali: privazione affettiva e macerazione morale, che, nel mio caso, derivava dall’incomprensione delle mie potenzialità intellettive avvenuta nell’infanzia da parte della famiglia, ma, soprattutto, dello stato.
Per lungo tempo ho pensato che il problema fossi io, poi, dopo aver cominciato a scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica, come espediente per far emergere alla luce della coscienza le ragioni della rabbia che provavo per il modo in cui si era svolta la mia esistenza, ed aver letto tutti i libri di Eysenck sull’intelligenza e sulla significatività dell’indice QI, e, successivamente, la letteratura scientifica sulla plusdotazione infantile, traendone la conferma oggettiva del fatto che i bambini plusdotati soffrono la vicinanza dei loro compagni più lenti, io, con Mercurio stimolato dall’aspetto angolare di quadratura con la congiunzione tra Giove ed Urano, mi spazientivo facilmente, in classe si annoiano, disturbano gli altri alunni e fanno frequenti assenze, e, poiché superano agevolmente i cicli di studio inferiori, non maturano la disciplina necessaria per affrontare quelli superiori, così finiscono spesso per interromperli, ho compreso che le cose non stavano in questo modo, come attesta il fatto che, dal 2000, non faccio altro che studiare, esattamente quel che mi rifiutavo di fare per la scuola, mentre quando prendevo in prestito i libri dalla biblioteca comunale mia madre me ne distoglieva ripetendomi insistentemente di fare i compiti a casa, perciò non ho potuto soddisfare la mia vocazione alla conoscenza.
Se è certo dunque che la congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna rappresenta il peso karmico delle figure genitoriali, nel senso che, essendo nato qualitativamente differenziato da genitori che non potevano comprendere le mie possibilità, non ho potuto svilupparle adeguatamente e realizzare me stesso, è però altrettanto vero che dalla Repubblica Italiana, che, come ogni moderna società degli eguali, ha adottato l’ascensore sociale dell’istruzione di massa per permettere agli studenti capaci e meritevoli di emergere socialmente grazie all’impiego delle proprie inclinazioni, mi sarei aspettato il dovere istituzionale di riconoscere le mie capacità intellettive, se non nel mio interesse, per quello della nazione, ma ciò non è accaduto, e ne ho compreso i motivi indagando i disastri perpetrati sulla scuola italiana dall’egalitarismo in voga negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, che, con la riforma della scuola media unica, ne ha eliminato la selettività, quindi, aprendo l’università ai diplomati provenienti da qualsiasi corso di studi superiore, ha posto fine alla coerenza dei percorsi scolastici, e, infine, con la pratica livellante del diciotto politico, ha prodotto uno scadimento generale della qualità dei laureati.
Fin da piccolo pativo dunque il tradimento della mia realizzazione da parte della famiglia e della patria, la cui costituzione, scritta con il dito di Iahvè, come le tavole della testimonianza ricevute da Mosè sul monte Sinai, essendo stata concepita da cristiani, socialisti e comunisti, è stata ideata ad immagine e somiglianza degli scarti del genere umano, perciò premia gli ultimi invece dei migliori elementi di natura, ma, cosa sorprendente per il sistema capitalistico, lo stesso facevano le burocrazie aziendali, e tali valutazioni ed atteggiamenti antiqualitativi spiegano appieno il senso di orfanità indicato dalla congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna: nasco complesso dalla mancanza di complessità dei miei genitori, e tale discontinuità, che rende arduo ricongiungermi con le memorie del futuro presentite a sprazzi fin dall’infanzia, è ciò che più mi opprime, così, trovando nemici in casa e fuori casa, non potevo che soffrire l’ostilità nei confronti della qualità e la pressione costante affinché mi uniformassi al livello medio e mediocre dei miei compagni di classe e di lavoro, ma io rifiutavo tale coercizione ed ogni invito a non curarmi dei miei vicini ed a pensare soltanto a fare il mio dovere, trovando che, per il mio senso di giustizia, fosse intollerabile che il premio venisse assegnato agli ultimi anziché ai primi.
Tale criterio di valutazione mi sembrava irrimediabilmente assurdo in ragione del fatto che, se lo sforzo programmato e meccanico al quale venivo sottoposto, a scuola come nel lavoro, doveva essere prodotto unicamente al fine di ricevere una ricompensa, alla stregua della retribuzione che Iahvè concede a coloro che sono giusti ai suoi occhi, considerato chi erano i miei compagni di classe ed i miei colleghi di lavoro, mi sarei aspettato che il premio spettasse a me, che, ovunque sia stato, sono stato riconosciuto universalmente come una persona di valore, ma poi subentrava il pietismo cristiano che obbligava le persone che detenevano l’autorità ad aiutare chi non ce la faceva ad andare avanti da solo e mi invitava a farmi andar bene il fatto di aver compiuto il mio dovere, ma quello non era affatto il mio dovere, il compito che mi sta fitto nel cuore derivante dalla mia legge interiore che mi spinge ad agire per realizzare lo scopo per cui sono nato, ma qualcosa che dovevo fare se volevo essere pagato, così, attraversando la crisi personale implicita nella struttura della VI casa del grafico astrologico della mia genitura, mi arresi all’impossibilità della pretesa moderna di razionalizzare l’esistenza.
Avevo infatti la tendenza a considerare reale la forza coercitiva delle norme astratte emanate per regolare i comportamenti umani, come simboleggia la VI casa natale, la cui cuspide cade nel segno zodiacale modesto e routinario della Vergine e contiene Plutone e la congiunzione tra Giove ed Urano, e difatti mi sembrava che un’organizzazione burocratica vasta ed impersonale fosse in grado di garantire l’efficienza del processo produttivo, qualora tutti si fossero attenuti fedelmente alle disposizioni date, ma, senza tener conto delle capacità effettive e del carattere delle persone coinvolte, era votata inevitabilmente al fallimento, perciò, considerati gli esiti disastrosi di tale modello organizzativo, cominciai a liberarmi del peso karmico del Nodo Lunare Sud congiunto con il Signore di Ade nella VI casa natale e nel sesto segno zodiacale, che ne rafforza il significato per concordanza, che indica un forte orientamento alla razionalizzazione dell’esistenza mediante schemi mentali rigidi fondati sull’eguaglianza, che dovevo abbandonare per seguire il fluire del divenire e trovare in me stesso il senso della mia vita, così, quando lessi il significato dell’asse dei Nodi Lunari nel grafico astrologico della mia genitura, compresi che la strada verso cui tendevo istintivamente si stava materializzando nello studio dell’astrologia, allora abbandonai le certezze illusorie del mondo moderno per seguire il percorso indicato dal Nodo Lunare Nord nel segno zodiacale dei Pesci e nella XII casa natale, che indica la necessità di aprirsi alle influenze spirituali e di lasciare che le cose accadano secondo natura.
Compii dunque un atto di fede nel mio destino, cosa che avevo sempre evitato di fare, nonostante ne sentissi il richiamo, in quanto mi riusciva facile percorrere le vie convenzionali organizzate dalla società, che però non mi portavano l’elevazione sociale indicata dal Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, e, uscito dalla razionalizzazione economica dell’esistenza, ripresi gli studi interrotti sull’I Ching e sulla qualità del tempo e sulla nozione taoista del wu wei delineata nel Tao Tê Ching, che spiega come seguire il fluire della Via ritirando il proprio corpo quando l’azione è compiuta, e, leggendo la Bhagavadgītā, scoprii la nozione indù del dharma e l’azione svolta senza tenerne in conto i frutti, così, ispirandomi a tali modelli di comportamento, dissolsi gradualmente il condizionamento moderno dell’homo œconomicus del pensiero liberale, concepito astrattamente come nato libero da qualsiasi vincolo comunitario ed eguale ai suoi simili, dotato di perfetta razionalità ed orientato al perseguimento del suo miglior interesse economico, e, scomparse le pressioni ostili sulla mia natura, mi accorsi che, per un processo benefico di resilienza, recupero della forma che avrei assunto spontaneamente se fossi stato libero di evolvere secondo il modello archetipico rappresentato nel mio tema natale, stavo finalmente diventando me stesso, un uomo che adempie consapevolmente il compito per cui è nato.
Ritiratomi nella foresta del Ribelle, per recuperare le forze e preparare la vendetta, ho infine delineato un quadro generale oggettivo dell’esistenza dell’uomo concreto capace di ricollegarlo ad un principio di ordine universale, la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, e di conferire senso alla sua vita recuperando le nozioni smarrite di carattere, vocazione e destino, che sfatano l’errore egalitario attestando l’unicità di ogni uomo e rendono vana la razionalizzazione dell’esistenza al fine di eguagliarne le sorti, riconoscendo il fondamento ontologico del carattere, racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della genitura, nell’essere, e quello del destino, le tappe preordinate dell’esistenza riconoscibili nello studio dei transiti planetari rispetto al tema natale, nel divenire, e se il mio disegno in favore della qualità è molto più esteso di quanto non appaia a prima vista, insistendo particolarmente sulla selezione degli elementi migliori della collettività e sull’organizzazione politica fondata sulle élite, nondimeno è essenzialmente pronta l’esposizione della parte astrologica, per cui, qualora incontrassi le salde compagnie smarrite di cui conservo il ricordo nostalgico nella struttura della VII casa del grafico astrologico della mia genitura, potrei cominciare a divulgarla dando senso compiuto alla struttura della III casa natale, con il Sole e Mercurio nel segno zodiacale del Cancro, che indicano la trasmissione di una dottrina in un ambiente comunitario.
Sarebbe impossibile spiegare brevemente il modo in cui sono giunto a definire le linee guida del mio pensiero, come invece faccio diffusamente nella mia autobiografia in chiave astrologica, che, oltre a liberarmi del passato facendomi ricongiungere con le memorie del futuro strappate all’essere durante l’infanzia, consente di piegare su di me il tempo, come vuole la congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna, cosa che, quando cominciai a scrivere, non avevo preventivato; quel che rileva sapere è che, in seguito allo choc procuratomi dalla descrizione della problematica fondamentale della mia esistenza, ho compreso di essere inquadrato in un disegno di proporzioni cosmiche che ha dissolto il nichilismo che mi pervadeva, ed ora, dopo aver approfondito i fatti della mia vita, ed averli confrontati con le determinanti astrologiche del mio tema natale, confermate nella loro funzione dalla reazione ai transiti planetari, ed avendo riconosciuto gli impedimenti alla mia realizzazione nel paradigma corrente, di cui tratto nella parte prima nel manoscritto, e nelle origini famigliari, di cui tratto nella parte seconda, ho compreso che la mia natura, che non mi sono dato da me e mi condiziona con la forza incoercibile della necessità, è incomprimibile, ragion per cui non posso far altro che riedificare la mia esistenza secondo il disegno racchiuso nel grafico astrologico della mia genitura, come spiego nella parte terza, prendendo come modello la mappa oggettiva del mio carattere, che illustra il mio dharma.
Oltre un decennio di meditazione sul mio tema natale mi ha portato a conoscerne i singoli elementi e la loro reazione ai transiti planetari, ossia il clima che vivo ed il genere di eventi che mi accadono quando vengono attivati determinati punti sensibili, dimostrandomi così la realtà del destino, per cui, essendo il moto dei pianeti lungo lo zodiaco tropico preordinato ed immutabile, facendoli muovere come le lancette sul quadrante dell’orologio cosmico che scandisce il tempo del destino, e confrontandoli con lo sviluppo della mia esistenza, comprendo che la mia ascesa sarà lenta e che dovrò sopportare il peso delle origini per tutta la vita, per quanto non mi piaccia; mi mancano, però, ed è questa una delle ragioni per le quali scrivo, le salde compagnie smarrite di cui porto il ricordo nostalgico nella struttura della VII casa del grafico astrologico della mia genitura, rappresentate simbolicamente da Plutone, pianeta governatore del Discendente nel segno zodiacale dello Scorpione, che sostiene la mia elevazione mediante l’aspetto angolare di trigono con il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, e se tale elemento è presente nel tema natale, devono necessariamente esistere, nella realtà, le persone capaci di incarnarne il significato, disperse dalla mano crudele del destino nell’istante fatale della caduta dei semi nel tempo: anime affini per sensibilità, intelligenza, visione del mondo, né atee né monoteiste, che reputano naturale che il premio debba andare ai migliori e comprendono la necessità delle élite.
Qualora riuscissi a trovarle, e se potessi disporre di un luogo fisico dal quale poter diffondere liberamente la mia influenza, troverebbero riscontro effettivo anche il Sole e Mercurio nel segno zodiacale del Cancro e nella III casa natale, che indicano la possibilità di divenire il centro di emanazione di un nuovo paradigma capace di mutare il volto del mondo, e, con l’espandersi della mia influenza, anche tramite gli scritti, prenderebbe corpo l’aspetto angolare di congiunzione tra Urano, pianeta governatore dell’XI casa nel segno zodiacale dell’Acquario, le amicizie ed i progetti fondati su interessi intellettuali comuni, che, trovandosi nel segno zodiacale della Bilancia, romperebbero le regole sociali consolidate, e Giove, pianeta governatore delle case VIII e IX nel segno zodiacale del Sagittario, i valori condivisi e le dottrine spirituali, che, trovandosi nel segno zodiacale della Vergine, verrebbero esposti con precisione e chiarezza adamantina, congiunzione che, trovandosi nella VI casa natale, indica un’organizzazione che unisca tali caratteristiche e mi aiuti a diffondere il mio pensiero; realizzato questo ambiente comunitario omogeneo per qualità e coeso nella visione del mondo e nei proponimenti, nel quale agirei liberamente senza subire le vicinanze intollerabili impostemi dalle burocrazie statali ed aziendali nelle quali sono stato processato alla stregua di ogni mio simile nel sembiante umano, la veemente congiunzione nella VII casa natale tra Marte nel segno zodiacale del Sagittario e Nettuno retrogrado nel segno zodiacale dello Scorpione, venendo meno le persone che, al primo sguardo, avverto come nemiche, potrebbe infierire apertamente con tutte le proprie forze contro i tre monoteismi abramitici e contro le ideologie egalitarie poste alla base del paradigma corrente, filiazioni secolarizzate del cristianesimo, come fa già da molti anni nella segreta operosità della foresta del Ribelle.
Risulta allora evidente che il grafico astrologico della genitura rappresenta oggettivamente il disegno pre-destinato attorno al quale prende forma l’esistenza dell’uomo concreto di cui parlava Jung nella citazione riportata da Arroyo, che bisogna riconoscere e realizzare coscientemente per adempiere il dovere per cui si è nati, perciò è necessario individuare con esattezza il significato di ogni singolo elemento, e, se non lo si riscontra come realtà effettiva nella propria vita, si deve cercare di identificarne la funzione, per formarsi un’idea di come potrebbe essere e poi realizzarlo concretamente, e ciò si verifica, in modo particolare, quando il pianeta o il punto sensibile viene interessato da transiti di pianeti lenti, soprattutto Urano, Nettuno e Plutone, che, stazionando a lungo sui medesimi gradi di longitudine dello zodiaco tropico, attivano la tendenza indicata mediante aspetti angolari, e, qualora non sia presente nella vita, accentuano la nostalgia per l’assenza che fa sì che ci si attivi per trovarla, com’è accaduto a me con il transito di Urano in aspetto angolare di opposizione con Plutone radix, pianeta che rappresenta simbolicamente i miei alleati, che mi mise di fronte alla necessità di tracciarne chiaramente il profilo, che però, allora, mi lasciò attonito in un vuoto afasico, tanto non riuscivo a scorgerne l’immagine, e, quando ruppe per la prima volta l’orbita, il 15 marzo 2009, emersero nella mia mente le categorie di persone elencate nella pagina contatti del mio sito Internet, dopodiché, il modello che ne sono andato sviluppando nel corso degli anni, durante il transito di Plutone in aspetto angolare di trigono con Saturno radix, pianeta governatore della mia realizzazione, ha influito modificando la mia visione del mondo, affinché, orientandomi verso di loro, potessi finalmente incontrarli.
Il grafico astrologico della genitura, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita, mandala personale modellato dall’essere quale supporto oggettivo per la meditazione su se stessi e sul proprio destino, aiuta dunque a guarire dalla ferita originaria individuata dalla configurazione astrologica più problematica ed a riedificare l’esistenza secondo il modello rappresentato da quella mappa oggettiva del carattere che, non essendocelo dato da soli, non si può far altro che agire con la massima consapevolezza, ed allora si comprende perfettamente che l’astrologia può davvero scardinare lo sterile razionalismo impadronitosi della mentalità degli uomini moderni, in quanto illustra oggettivamente come vivere seguendo soltanto se stessi, per realizzare così il proprio dharma, ma per farlo occorre ribellarsi alla razionalizzazione dell’esistenza operata dalla modernità, che, tramite la scuola di massa ed il lavoro retribuito, riduce tutti al livello dell’ultimo uomo di nietzschiana memoria per eguagliarne le sorti; ne discende che seguire solo se stessi è una sfida per uomini liberi che si lasciano guidare unicamente dalla propria stella polare, e, pertanto, hanno un proprio destino, uomini talmente audaci da pensarsi capaci di spezzare in due parti il corso dei millenni e fondare una civiltà normale in cui prevalgano valori di spiritualità e gerarchia.

Lo Ierofante

Lo Ierofante nei tarocchi di Aleister CrowleySono trascorsi all’incirca vent’anni da quando, facendo le prime stese di carte con i tarocchi, uscivano immancabilmente il Diavolo, l’Eremita ed il Folle, che denunciavano lo smarrimento esistenziale in cui versavo allora, vittima dell’odio nei confronti della qualità proprio del paradigma corrente, e nel frattempo ho attraversato il nichilismo della modernità fino ad individuarne la causa nella razionalizzazione dell’esistenza, quindi ho forzato il passo al guardiano della soglia e mi sono risvegliato come il Mago, l’iniziato che, riscoprendo in sé l’intuizione intellettuale, coglie la realtà metafisica liberandosi dalla tirannia della scimmia del logos, che, con i suoi schemi mentali egalitari, produce un’orrenda inversione della verità, dopodiché, divenuto un Astrologo, mi sono impadronito della sostanza del tempo e della conoscenza dei destini umani ricollegando l’uomo angosciato dall’assenza di senso ad un principio di ordine universale, la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, mostrandogli inoltre come divenire ciò per cui è nato appropriandosi della nozione indù del dharma e della nozione taoista del wu wei, che spiegano che ciascuno ha un proprio compito che gli deriva dal carattere che non si è dato da sé ed insegnano ad agire senza tenere in conto i frutti dell’azione, ed ora, al termine del percorso di studi che mi ha portato ad individuare la genesi della morale del risentimento evangelizzata dai predicatori dell’eguaglianza, che esalta innaturalmente gli ultimi e reprime i migliori talenti di natura, e so come fare per estinguerla, assumo le funzioni dello Ierofante, colui che svela i misteri ultimi della vita, libera dall’ignoranza ed apre la via all’Identità Suprema.
Lo Ierofante, gran sacerdote dei misteri eleusini che presiedeva il rito di iniziazione e mostrava ai misti gli oggetti sacri che ne svelavano l’arcano, siede su un trono occultato da una lunga veste arancione che lascia scoperti soltanto il volto, gli avambracci e le mani, con la destra sostiene verticalmente un bastone con tre anelli congiunti, simbolo dei tre eoni di Iside, Osiride ed Horus, mentre la sinistra è atteggiata in un gesto magico, dietro la testa coperta da un copricapo a punta ha un fiore a cinque petali, simbolo della quintessenza, circondato da un serpente dalla cui coda precipita una colomba, e la sua figura è completamente inscritta in una stella a sei punte rappresentante il Macrocosmo composta da due triangoli i cui vertici sono rivolti verso l’alto e verso il basso, simbolo dell’uomo che si eleva spiritualmente e del principio divino che gli si fa incontro, mentre la stella a cinque punte rappresentante il Microcosmo posta al centro del petto, all’interno del pentagono che costituisce il cuore di una seconda stella a cinque punte con il vertice rivolto verso il basso, contiene Horus bambino, il signore del nuovo eone che soppianterà quello del dio morente, ricollegando così queste due dimensioni, come fa l’Astrologo.
Questo arcano maggiore è riferito al segno zodiacale del Toro, nel quale l’elemento Terra, nel pieno del rigoglio primaverile, presenta la forma più forte ed equilibrata, che è governato da Venere, che compare davanti alla figura maschile come una donna armata di spada che tiene nella mano sinistra una falce di Luna, pianeta che in questa sede si esalta, ricalcandone la postura ed illuminandone il volto, e difatti lo Ierofante siede su un trono circondato dall’animale che lo rappresenta e da due elefanti, e, ai quattro angoli della carta, dai simboli dei segni zodiacali della croce fissa, Toro e Leone per i segni omonimi, incrociati con l’aquila per lo Scorpione e con l’angelo per l’Acquario, restituendo così l’immagine di una stabilità inattaccabile; il gran sacerdote dei misteri eleusini sta seduto con gli occhi chiusi, lo sguardo interiore concentrato sulla conoscenza metafisica, con un’espressione beffarda sul volto incorniciato da una lunga barba di foggia mediorientale, lanciando una sfida alle figure prive di occhi che lo circondano: lui mostra la via che conduce alla verità, ma i misti devono dimostrarsi all’altezza di vedere, e pertanto, per comprendere il segreto dell’iniziazione, debbono metterci gli occhi.
Con l’astrologia ricollego l’uomo concreto ad un principio di ordine universale, inquadrandolo in un disegno di proporzioni cosmiche che restituisce senso all’esistenza e sfata il nichilismo conseguente alla morte del dio cristiano, ma dell’eone maledetto che per due millenni ha calunniato la vita residua ancora la morale eteronoma evangelizzata dai predicatori dell’eguaglianza, con gli errori logici di bene e male, colpa e peccato, laicizzatasi poi nelle ideologie egalitarie di stampo moderno, che però è possibile superare rifacendosi alle nozioni indù del dharma e taoista del wu wei, che dimostrano che non esistono né giustificazioneretribuzione per le azioni compiute in vista della beatitudine eterna, ma soltanto il compito che sta fitto nel cuore e l’azione agita senza tenerne in conto i frutti, ed annichiliscono il modello antropologico dell’homo œconomicus del pensiero liberale sul quale fondano le istituzioni politiche della modernità, il quale agisce spinto dal solo calcolo economico per appropriarsi della maggiore quantità di beni, minandone le basi, e se Mosè, che era un handicappato, è riuscito ad invertire i valori dominanti obbligando i migliori a prosternarsi davanti agli ultimi, cosa potrò realizzare, io, che sono altamente intelligente in maniera scientificamente accertata, conosco la genesi della morale mosaica, so come estinguerla ed intendo fondare un paradigma basato su valori di spiritualità e gerarchia?
Il disegno che perseguo è dunque molto più esteso di quel che lasciano intuire le qualifiche “astrologo e scrittore” della mia descrizione personale, le uniche che possa dimostrare ora, e mi pone naturalmente nel solco dell’opera filosofica di Friedrich Nietzsche, che intendeva operare una trasvalutazione di tutti i valori senza però disporre di mezzi adeguati allo scopo: gli mancava l’astrologia, risorta verso la fine dell’Ottocento, che attua un ricollegamento metafisico del carattere individuale con l’essere e rivela lo svolgimento preordinato delle tappe del destino, invitando all’amor fati; non conosceva gli studi critici sulla formazione del canone biblico, che ne certificano il carattere compilatorio ed i continui rimaneggiamenti; non poteva attingere a traduzioni decenti dei testi orientali, dai quali avrebbe tratto le nozioni indù del dharma e taoista del wu wei, che sfatano la morale eteronoma che impone valori contro natura; non conosceva l’indice QI, che attesta l’ineguale distribuzione delle capacità intellettive tra gli uomini smentendo la fisima cartesiana dell’uomo dotato di una ragione eguale ai suoi simili, fondamento delle filosofie razionalistiche e delle ideologie moderne; non conosceva il principio di sincronicità, che trascende il principio di causalità mostrando l’unità del Tutto; non conosceva la dottrina indù dei cicli cosmici né aveva nozione della qualità del tempo, pur avendo teorizzato l’eterno ritorno dell’identico; così, per uscire dal paradigma giudaico-cristiano, non gli rimaneva che appellarsi alla terra, come predicava il suo profeta Zarathustra, essendo egli un ateo ed un antimetafisico, ed affidare a Dioniso, il dio dell’ebbrezza, il compito di soppiantare il crocifisso negatore di vita.
Se però Nietzsche fosse vissuto oggi, in un’epoca democratica che egli riteneva possibile, certo, ma, aggiungeva, chiunque l’avesse meditata a fondo conosceva un disgusto di più rispetto agli altri uomini, e, forse, anche un nuovo compito, quello, del tutto conseguente, di costituire un’élite che operasse un raddrizzamento della mentalità collettiva riportandola su valori normali, ed avesse assistito alle prove che sono in grado di fornire sulla realtà del destino individuale, attestando così che ciascuna esistenza esiste perfettamente compiuta nell’eternità e si rivela gradualmente precipitando nel tempo, che il tema natale mostra il carattere dell’uomo concreto ed i transiti planetari lo sviluppo preordinato delle tappe del suo destino, e che, aggiungendovi la misurazione scientifica delle capacità intellettive rappresentata dall’indice QI, si ottengono i criteri oggettivi con i quali costituire un raggruppamento di uomini dotati di un solido carattere ed una chiara intellettualità risoluti a ribaltare il paradigma corrente, avrebbe abbandonato le sue vedute antimetafisiche per aderire ad un quadro generale dell’esistenza collocato naturalmente al di là del bene e del male, essendo anch’io, come lui, un immoralista, perciò la sua immagine campeggia nella barra laterale del blog: l’anticristiano par excellence assiste silenziosamente all’esposizione delle mie tesi, valuta attentamente i miei argomenti ed impara come si pongono nuovi valori capaci di spezzare in due parti il corso dei millenni e datare l’avvento di una nuova era, e se potesse contemplare la mia visione con un unico colpo d’occhio, come i misti guardavano gli oggetti sacri mostratigli dallo Ierofante, trasfigurandosi, ne rimarrebbe tanto affascinato quando terrificato.

Intuizione intellettuale e conoscenza metafisica

René Guénon

René Guénon: Blois, 15 novembre 1886 – Il Cairo, 7 gennaio 1951

Il giorno 2 dicembre 2004, in un periodo non propriamente esaltante della mia esistenza segnato dai transiti di Plutone, che formava un aspetto angolare di quadratura con se stesso radix, e di Urano, che formava un aspetto angolare di doppia quadratura rispetto all’opposizione radicale tra Marte e Venere, che rendevano difficili i miei rapporti con gli altri a causa della mancata definizione del profilo dei miei alleati, le persone rappresentate da Plutone, pianeta governatore del Discendente nel segno zodiacale dello Scorpione, e di Saturno, che transitava nella IV casa natale precipitandomi nella riconsiderazione delle mie origini, mentre mi trascinavo dietro la questione del significato della breve esperienza nella libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, l’ultima delle mie illusioni associative, con la mente dinamizzata dal transito di Urano in aspetto angolare di trigono con Mercurio radix, l’unico favorevole in quell’epoca di quadrature, presi in lettura, nella foresta del Ribelle, il libro di René Guénon La crisi del mondo moderno, pubblicato da Edizioni Mediterranee nella traduzione e con un’introduzione di Julius Evola, e fu allora che feci l’incontro fulminante con la nozione della pura intellettualità, che permea l’intera opera dell’autore tradizionale francese.
Quello fu il primo libro di Guénon che mi capitò tra le mani, e, leggendolo, cominciai a comprendere le ragioni del mio disagio per il mondo moderno, il cui paradigma è incentrato sullo pseudo-principio dell’eguaglianza degli uomini e sulla razionalizzazione della realtà attuata per finalità economiche, e se all’inizio rimasi perplesso dall’esposizione di concetti diametralmente opposti a quelli instillati dalle istituzioni politiche e dai media, la civiltà attuale si sostiene sulla menzogna, sul plagio e sul contenimento delle cose che non si possono dire, quando lo ripresi in lettura, il 19 luglio 2007, mi accorsi di quanto descrivesse fedelmente quel tragico accidente della storia che è l’epoca moderna, la quale sta esplorando le possibilità più infime della condizione materiale, quelle rifiutate da ogni civiltà normale che l’ha preceduta, considerazioni affrontate anche da Julius Evola, autore, nel 1934, dell’opera Rivolta contro il mondo moderno, ma nessuno dei due ha esposto la questione dal punto di vista interiore, descrivendo cosa produce una civiltà del genere sull’uomo qualitativamente differenziato partendo dalle proprie vicende personali, come faccio io nella mia autobiografia in chiave astrologica.
Nel suo libro, pubblicato nel 1927, nel periodo tra le due guerre mondiali, conseguenza logica delle forze telluriche scatenatesi con la modernità, Guénon indicava nel razionalismo, attitudine specificamente moderna consistente nel negare dogmaticamente qualsiasi realtà di ordine superrazionale, il limite della modernità, alla quale, continuava, a partire dal Rinascimento non è rimasto altro che la filosofia e la scienza profana, negazione dell’intellettualità vera e limitazione della conoscenza al piano più inferiore, lo studio empirico ed analitico di fatti non più ricondotti ad alcun principio, la dispersione in una moltitudine indefinita di dettagli insignificanti, l’accumulazione di ipotesi infondate distruggentesi incessantemente a vicenda, e vedute frammentarie che a nulla possono condurre, salvo che a quelle applicazioni pratiche che costituiscono la sola effettiva superiorità della civiltà moderna: superiorità, invero, poco invidiabile e che nello svilupparsi fino a soffocarne ogni altra preoccupazione ha conferito a tale civiltà quel carattere puramente materiale che fa di essa una vera mostruosità.
Guénon menzionava poi la dottrina indù dei cicli cosmici, e, considerando lo stato in cui versava allora il mondo moderno, si domandava retoricamente se non fosse giunta l’epoca temibile accennata nei libri sacri di quella tradizione, il Kali-Yuga, l’era oscura che precede il passaggio da un Manvantara ad un altro, nella quale le caste saranno mescolate e la stessa famiglia non esisterà più; tutto faceva infatti presagire che quella che la tradizione nordica definisce l’età del lupo fosse prossima, in quanto quel che caratterizza l’ultima fase del ciclo è lo sfruttamento di ciò che è stato trascurato o respinto nelle fasi precedenti, e la civiltà moderna vive manifestamente solo di quel che le civiltà precedenti non vollero per se stesse, quelle conoscenze inferiori, così vane per chi possiede una conoscenza di altro ordine, che dovevano tuttavia essere realizzate nell’ambito del Mahā-Yuga e non potevano esserlo che in uno stadio in cui l’intellettualità vera era di fatto scomparsa, ossia verso la fine del ciclo cosmico.
Guénon vedeva nella confusione che, partendo dall’Occidente, invadeva l’Oriente di allora, attualmente ancor più simile al nostro modo di vivere di quanto si potesse ipotizzare in quegli anni, il segno precursore del momento in cui, secondo la tradizione indù, la dottrina sacra dovrà essere chiusa tutta in una conca per riapparire intatta all’alba del nuovo mondo, poiché il punto più basso del Kali-Yuga corrisponde necessariamente al punto più alto del Satya-Yuga del Manvantara successivo, e, per prepararsi agli eventi, auspicava la formazione di un’élite intellettuale che operasse un raddrizzamento della mentalità collettiva, perché se tutti capissero cos’è veramente il mondo moderno esso cesserebbe immediatamente di esistere, la sua esistenza, come quella dell’ignoranza e di tutto quel che è limitazione, essendo puramente negativa e derivata dalla negazione della verità tradizionale e super-umana, ed allora si produrrebbe un mutamento benefico non catastrofico, per ottenere il quale occorrerebbe per l’appunto un’élite poco numerosa ma abbastanza salda da dare la direzione alla massa, che obbedirebbe alle sue suggestioni senza nemmeno sospettarne l’esistenza ed i mezzi di azione.
Quella del raddrizzamento della mentalità collettiva, attuata da un’élite intellettuale allo scopo di instaurare una civiltà tradizionale, era la motivazione fondamentale che spingeva Guénon ad esporre la conoscenza metafisica agli occidentali, correggendone nel contempo gli errori in ambito spirituale; ne trattano in particolare tre suoi libri, che lessi in ordine inverso rispetto alla loro data di pubblicazione, secondo una logica dettata dalla facilità di approccio che può averne un lettore privo di qualsivoglia preparazione teorica, in quanto il primo descrive lo sfacelo del mondo moderno, il secondo mette a confronto Oriente ed Occidente indicando una possibilità di restaurazione tradizionale di quest’ultimo, ed il terzo risale ai princìpi universali ai quali ricollegare la civiltà tradizionale auspicata dall’autore francese: La crisi del mondo moderno (1927), pubblicato da Edizioni Mediterranee nella traduzione e con un’introduzione di Julius Evola, preso in lettura il 2 dicembre 2004 e riletto il 19 luglio 2007; Oriente e Occidente (1924), pubblicato da Edizioni Studi Tradizionali di Torino, preso in lettura il 6 giugno 2006; Introduzione generale allo studio delle dottrine indù (1921), edito da Adelphi, preso in lettura il 25 giugno 2007.
In
Oriente e Occidente Guénon definiva la civiltà tradizionale come una civiltà fondata sul riconoscimento di un ordine superiore a tutto ciò che è umano e temporale, sulla presenza e sull’autorità esercitata da élite che traggono da questo piano trascendente i princìpi metafisici ed i valori necessari per raggiungere un più alto sistema di conoscenza, nella quale tutto è ordinato e disposto gerarchicamente in conformità ad essi, in modo che ogni cosa vi appaia come l’applicazione ed il prolungamento di una dottrina puramente intellettuale o metafisica nella sua essenza, ed in cui la sfera intellettuale domini tutte le altre, cosicché tutto proceda direttamente da essa, e, si tratti di scienze o di istituzioni sociali, ciò non rappresenterà in definitiva altro che applicazioni contingenti, secondarie e subordinate delle verità puramente intellettuali, ragion per cui ritorno alla tradizione e ritorno ai princìpi costituiscono, per l’autore tradizionale francese, la medesima cosa.
Per Guénon, dunque, l’
élite intellettuale ha il compito di preparare il ritorno dell’Occidente ad una civiltà tradizionale nei suoi princìpi e nelle sue istituzioni, sia indipendentemente sia in collaborazione con esponenti dell’Oriente ancora tradizionale, attuando un cambiamento nella mentalità collettiva che arresti il processo di dissoluzione in atto prima che contagi il mondo intero, ma il suo appello rimase inascoltato e nel frattempo le cose sono peggiorate, il modello occidentale si è propagato come un’infezione virale tanto da teorizzare e praticare l’esportazione della democrazia, come corollario della diffusione del capitalismo; i suoi membri sono caratterizzati dall’intellettualità pura, attitudine che, secondo l’autore tradizionale, non può essere determinata mediante criteri esteriori, mentre io ritengo possa essere individuata mediante l’indice QI, e devono essere stabiliti nei princìpi della conoscenza metafisica, che riguarda l’essere, ciò che è e non diviene, e perciò è immutabile, poiché per dirigere veramente ciò che è mobile non bisogna essere a propria volta trascinati nel movimento.
Il percorso per attuare il ritorno ad una civiltà tradizionale deve compiersi partendo dai princìpi metafisici per dedurne poi le conseguenze, discendendo così fino alle applicazioni più contingenti, integrando con dati orientali gli elementi tradizionali rimasti in Occidente, per conferirgli il senso più profondo della loro ragione d’essere, perciò Guénon lanciò un appello al cattolicesimo, affinché si facesse promotore della restaurazione, che però rimase incompreso, e difatti chiunque abbia letto gli autori tradizionali sa quanto egli sia chiaro ed illuminante nella definizione di concetti e nella confutazione di errori, ma, passando nell’ambito delle soluzioni pratiche, rimangono inaccettabili le sue proposte di affiliarsi al compagnonaggio o alla massoneria, o, peggio ancora, di cambiare mentalità e costumi per aderire all’esoterismo islamico, e qui subentra Evola, che indica alcune vie per forzare il passo al guardiano della soglia senza doversi ricollegare ad organizzazioni tradizionali ormai inesistenti.
Nel periodo di costituzione dell’élite, proseguiva Guénon, coloro che saranno chiamati a farne parte potranno acquistare e sviluppare in se stessi la pura intellettualità attraverso lo studio delle dottrine orientali, poiché in Occidente non gli sarebbe dato di trovarla, e chiunque conosca la nozione indù del dharma e la nozione taoista del wu wei sa come esse rettifichino permanentemente la mentalità ed il comportamento occidentali, ma, aggiungeva, finché non si sarà giunti al momento adatto le considerazioni che si riferiscono ai punti di vista secondari non dovranno intervenire se non a titolo di esempio: infatti, quando siano presentate opportunamente ed in forma appropriata, esse possono avere il vantaggio di facilitare la comprensione di verità più essenziali, fornendo una specie di punto d’appoggio, così come possono destare l’attenzione di persone che, per un errato apprezzamento delle proprie facoltà, potrebbero credersi incapaci di attingere alla pura intellettualità, non sapendo di cosa si tratti.
L’intuizione intellettuale è infatti la più immediata fra le conoscenze, come pure la più alta, ed è assolutamente indipendente dall’esercizio di ogni facoltà di ordine sensibile o perfino razionale; essa significa conoscenza diretta e non mediata, percezione immediata o innata di un insieme complesso di dati che prescinde dal pensiero ma non è uno stato emotivo, bensì una comprensione chiara, fulminea e completa, essendo l’immediatezza del processo il suo tratto distintivo: l’intuizione arriva tutta in una volta, istantaneamente, come una rivelazione, senza che vi siano passaggi logici coscienti o processi di pensiero riflessivo, perciò usano l’intuizione tutti coloro che sono capaci di rintracciare le informazioni pertinenti e che riescono a scorgere il significato invisibile in una massa nebulosa di dati, in quanto l’intuizione percepisce l’immagine, il paradigma, e senza di essa nessuna metafisica reale è possibile, mentre al di fuori di essa non si può cogliere che un’ombra della verità.
Se un’idea è vera, proseguiva Guénon, appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di comprenderla, se invece è falsa non c’è da gloriarsi di averla inventata: un’idea vera non può essere nuova, in quanto la verità non è un prodotto dello spirito umano, ma esiste indipendentemente dagli uomini, che devono solo conoscerla; tutto ciò che è, qualunque sia il suo modo d’essere, partecipa necessariamente dei princìpi universali, e nulla esiste se non per partecipazione a tali princìpi, i quali sono le essenze eterne ed immutabili contenute nella permanente attualità dell’intelletto divino, si può quindi affermare che tutte le cose, per quanto siano contingenti in se stesse, traducono o rappresentano i princìpi al loro modo ed al loro livello di esistenza, altrimenti non sarebbero che puro e semplice nulla, ne consegue che la conoscenza dei princìpi, che è la conoscenza per eccellenza, la conoscenza metafisica nel vero senso della parola, è universale come questi stessi princìpi, dunque interamente libera da tutte quelle contingenze individuali che intervengono non appena si passi alle applicazioni.
La conoscenza vera implica essenzialmente un’identificazione del soggetto conoscente con l’oggetto conosciuto, cosa che si può esprimere dicendo che nel rapporto e nella misura in cui vi è conoscenza, l’essere conoscente è l’essere conosciuto, cosicché l’oggetto conosciuto diviene un attributo, cioè una modalità, del soggetto conoscente, e difatti la realizzazione metafisica è la presa di coscienza di ciò che è, in modo permanente ed immutabile, al di fuori di ogni successione temporale o di qualsiasi altro genere, in quanto gli stati dell’essere, considerati nel loro principio, coesistono in perfetta simultaneità nell’eterno presente; a questo punto Guénon, considerata l’estraneità del pensiero occidentale moderno all’idea che la realizzazione dell’essere avvenga attraverso la conoscenza, ribadiva fermamente che non potrà mai esservi vera metafisica per chiunque non comprenda veramente che l’essere si realizza con la conoscenza, e che non può realizzarsi in altro modo.
La partecipazione alla tradizione non è pienamente effettiva che nella misura in cui implica la comprensione della dottrina, e questa consiste anzitutto nella conoscenza metafisica, poiché nell’ordine metafisico si trova il principio donde tutto il resto deriva; nel libro Introduzione generale allo studio delle dottrine indù Guénon espose la conoscenza metafisica ad un pubblico occidentale, la cui mentalità è deformata da suggestioni instillate di continuo mediante un processo ipnotico di indottrinamento che tacita bruscamente chiunque ne metta in discussione gli idola, precisando che il dominio di ogni scienza è sempre circoscritto dall’esperienza, mentre il dominio della metafisica è costituito essenzialmente da ciò per cui non può esserci esperienza possibile, in quanto si trova al di là della fisica, di conseguenza l’ambito di ogni scienza particolare può estendersi indefinitamente, se ne è suscettibile, senza mai giungere ad avere il sia pur minimo punto di contatto con quello della metafisica.
Guénon precisava poi che l’oggetto della metafisica non è assimilabile all’oggetto particolare di una qualsiasi scienza, in quanto esso deve essere sempre assolutamente lo stesso, non potendo in alcun modo essere qualcosa di mutevole e soggiacente alle influenze di tempo e di luogo, poiché il contingente, l’accidentale, il variabile appartengono all’ambito dell’individuale; perciò, quando si tratta di metafisica, con il tempo ed il luogo possono cambiare solo i modi di esposizione, vale a dire le forme più o meno esteriori che la metafisica può assumere e che sono suscettibili di adattamenti diversi, ma essa resta sempre perfettamente identica a se stessa, il suo oggetto essendo essenzialmente uno, o, più esattamente, senza dualità, come dicono gli indù, e questo oggetto, sempre per il suo essere al di là della natura, è anche al di là del cambiamento: la metafisica, dunque, non tratta di credenze o opinioni, ma esclusivamente di certezza permanente ed immutabile, e non ha a nulla a che fare con le “scoperte”, perciò nei suoi confronti non è applicabile l’idea di evoluzione, e, dunque, nemmeno il metodo storico.
Le conoscenze metafisiche oltrepassano le formule in cui il linguaggio vorrebbe chiuderle, formule sempre inadeguate che tendono a restringerle ed a snaturarle, e poiché la metafisica si trova al di sopra della ragione, essa interviene in modo del tutto secondario per la formulazione e l’espressione esteriore di quelle verità che vanno al di là della sua sfera e della sua portata, in quanto le verità metafisiche possono essere concepite unicamente dall’intuizione intellettuale, che non è più dell’ordine individuale e che si può definire intuitiva per il carattere immediato della sua operazione, di cui la filosofia moderna ha negato l’esistenza perché non la capiva, quando non preferì semplicemente ignorarla; Guénon la designava con il nome di intelletto puro, seguendo Aristotele ed i suoi continuatori scolastici, per i quali l’intelletto è ciò che possiede immediatamente la conoscenza dei princìpi.
Aristotele dichiara espressamente che l’intelletto è più vero della scienza, vale a dire, in definitiva, della ragione che costruisce la scienza, ma che nulla è più vero dell’intelletto, il quale è necessariamente infallibile proprio perché la sua operazione è immediata e perché, non essendo distinto dal proprio oggetto, si confonde con la verità stessa; tale è il fondamento essenziale della certezza metafisica, e da questo si vede che l’errore può introdursi soltanto con l’uso della ragione, vale a dire nella formulazione delle verità concepite dall’intelletto, e ciò perché la ragione è evidentemente fallibile a causa del suo carattere discorsivo e mediato; pertanto, essendo ogni espressione necessariamente imperfetta e limitata, l’errore, nella forma se non nella sostanza, vi è inevitabile: per quanto rigorosa si voglia rendere l’espressione, quel che essa esclude è sempre molto più di quel che può includere.
Diviene così evidente quale sia, nel suo significato più profondo, la distinzione tra conoscenza metafisica e conoscenza scientifica: la prima dipende dall’intelletto puro, il cui dominio è l’universale, la seconda dipende dalla ragione, il cui dominio è il generale; la metafisica pura esclude il sistema, in quanto ogni sistema si presenta come una concezione chiusa ed angusta, come un insieme più o meno strettamente definito e limitato, ciò che è assolutamente incompatibile con l’universalità della metafisica, e poi tutti i sistemi sono invenzioni puramente umane nel senso più limitato della parola, invenzioni cioè di una ragione individuale che, disconoscendo i propri limiti, crede di essere capace di abbracciare l’intero universo e di poterlo riedificare secondo la propria fantasia, ponendo come principio la negazione assoluta di tutto quel che le è superiore, ed inoltre ogni sistema fonda su premesse specifiche e relative, essendo in definitiva soltanto lo sviluppo di un’ipotesi, mentre la metafisica, la quale ha un carattere di certezza assoluta, non può ammettere nulla di ipotetico.
L’enfasi posta da Guénon sulla pura intellettualità, il nous dei greci che coglie i noemi della conoscenza che poi la ragione, il logos, organizza discorsivamente per mezzo di un processo dianoetico, mi liberò dall’oppressione della gabbia del razionalismo, che riduce la realtà in sterili schemi mentali che inaridiscono la vita togliendole senso, e ciò fu per me determinante, considerata la struttura delle case VI e XII del grafico astrologico della mia genitura, che cadono rispettivamente nei segni zodiacali della Vergine e dei Pesci, indicando, nel primo caso, un’attitudine alla razionalizzazione del quotidiano, e, nel secondo caso, l’esigenza di un’apertura alla dimensione trascendente, e si estendono per quasi 49° di longitudine intercettando l’asse dei segni zodiacali Ariete-Bilancia, con il Nodo Lunare Nord nel segno zodiacale dei Pesci e ben tre pianeti nella VI casa natale, Plutone e Giove nel segno zodiacale della Vergine ed Urano nel segno zodiacale della Bilancia: tutto, nel mio carattere e nel mio destino, complottava affinché subissi la razionalizzazione dell’esistenza fin quasi a morirne, per poi cercare nella trascendenza la liberazione dall’oppressione della ragione discorsiva e dell’eguaglianza.
Guénon ricordava infatti che in ogni dottrina che sia metafisicamente completa, come lo sono le dottrine orientali, la teoria è sempre accompagnata o seguita da una realizzazione effettiva, della quale essa non è che la base necessaria: nessuna realizzazione può essere affrontata senza una sufficiente preparazione teorica, ma l’intera teoria è ordinata in vista della realizzazione, come il mezzo in vista del fine, e questa prospettiva è supposta, almeno implicitamente, persino nell’espressione esteriore della dottrina, in quanto conoscere ed essere sono in fondo un’unica e stessa cosa, rappresentano due aspetti inseparabili di un’unica realtà, aspetti che non si possono neppure più distinguere realmente là dove tutto è senza dualità, dal che discende l’identità dell’essere e del conoscere, e difatti le dottrine orientali sono unanimi nell’affermare che la contemplazione è superiore all’azione, allo stesso modo che l’immutabile è superiore al mutamento; l’azione, non essendo che una modificazione transitoria e momentanea dell’essere, non può avere in sé il proprio principio e la propria ragione sufficiente.
Essa può avere conseguenze solo nell’ambito dell’azione e la sua efficacia cessa là dove si arresta il suo influsso, perciò, come conseguenza del suo carattere momentaneo, i risultati dell’azione sono sempre staccati da chi li produce, l’azione non può dunque far uscire dalla sfera dell’azione ed ottenere la liberazione, ciò che invece implica, nel suo fine autentico, una realizzazione metafisica: un’azione, quale che sia, potrà tutt’al più portare a realizzazioni parziali, corrispondenti a certi stati superiori, ma ancora determinati e condizionati; l’azione, s
e non si riconnette ad un principio che vada al di là del suo dominio contingente, non è che illusione pura, ed il principio donde essa può trarre tutta la realtà di cui è suscettibile, la sua esistenza e la sua stessa possibilità, si trova solo nella contemplazione, o, se si preferisce, nella conoscenza, i due termini essendo sinonimi o almeno coincidenti, dato che la conoscenza stessa e l’operazione con cui la si raggiunge non possono in alcun modo venire separate.
La conoscenza sola permette di uscire dal mondo del mutamento e dalle limitazioni che gli sono inerenti, e, quando essa raggiunge l’immutabile, possiede essa stessa l’immutabilità, poiché ogni conoscenza è essenzialmente identificazione con il proprio oggetto; l’azione, invece, si perde nel mondo generando eterotelìa, eterogenesi dei fini che colpisce l’agire umano, in quanto essa, entrando nel divenire, si confonde con il movimento mutando direzione in maniera imprevedibile e producendo effetti spesso sorprendenti in termini di scostamento degli esiti rispetto ai propositi originari, mentre la conoscenza intellettuale rimane avvinghiata all’essere che la possiede e lo trasforma: il frutto della conoscenza si trova in se stesso, contrariamente a quello dell’azione, che, non essendo opposta all’ignoranza, non può allontanarla, ne consegue che la conoscenza per identificazione, ossia l’Identità Suprema, costituisce il fine ultimo del percorso iniziatico, la realizzazione effettiva dell’essere.
Riferendosi al fenomeno delle religioni, che tanta rilevanza riveste nella mentalità occidentale, Guénon spiegava che le verità religiose o teologiche, non essendo formulate da un punto di vista puramente intellettuale, e non possedendo l’universalità che appartiene esclusivamente alla metafisica, sono princìpi soltanto in un senso relativo, ciò che le caratterizza è difatti qualcosa di inferiore, poiché la religione comporta l’unione di tre elementi di ordine diverso: un dogma, che ne costituisce la parte intellettuale, necessario in quanto la fede devozionale, non potendo concepire l’essere, che può essere conosciuto soltanto mediante l’intuizione intellettuale, scade, per difetto di intelligenza, nell’invenzione di un Dio personale che esiste fuori dall’uomo, irraggiungibile ed inconoscibile con le sue sole forze; una morale, che ne costituisce la parte sociale, che regola il comportamento dei fedeli in vista della retribuzione delle loro azioni, a seconda dell’osservanza o meno delle leggi e dei comandamenti divini; un culto, che è l’elemento rituale e partecipa al tempo stesso di entrambi.
I tre monoteismi abramitici promettono la salvezza, uno stato inferiore alla liberazione, in cambio di buone azioni, dove la bontà dell’azione dipende dall’adesione alla morale evangelizzata dai predicatori dell’eguaglianza, gente alla quale non fa difetto soltanto il miele, ma l’azione non può liberare l’uomo dal mutamento, come invece fa la conoscenza, perciò, nonostante Guénon ponesse la conoscenza metafisica al di sopra della teologia e delle fedi devozionali, la sua equazione personale, che lo portò ad abbracciare l’esoterismo islamico, e, con esso, l’exoterismo che ne costituisce la base dottrinale, gli impedì di trarre la conseguenza logica che la conoscenza dei princìpi metafisici ha a che fare con la verità, che è una ed immutabile, coincidendo con la conoscenza dell’essere, mentre gli errori logici di bene e male, assieme alla favola del libero arbitrio, sono espressione della convenienza di chi ha posto i valori sottostanti la morale, nel caso dei tre monoteismi abramitici Mosè, un handicappato; il male non è dunque una privatio boni, come sostengono i cristiani, ma l’oscuramento della pura intellettualità dovuto all’ignoranza, all’incapacità di conoscere il vero aderendo intuitivamente alla realtà, cosa che si traduce nei fatti nell’imposizione dell’eguaglianza e nel dominio incontrastato della ragione discorsiva.