Tempo ed Eternità

La ruota del tempo

La ruota del tempo

Ananda K. Coomaraswamy, uno dei pochi autori tradizionali che meritino di essere letti, studiò per tutta la vita i concetti di tempo ed eternità, ma soltanto pochi mesi prima di morire riunì nel libro Tempo ed Eternità, pubblicato da Luni Editrice, il materiale accumulato nel corso dei decenni, suddividendolo in cinque capitoli dedicati rispettivamente all’induismo, al buddhismo, al pensiero filosofico greco, islamico e cristiano-moderno, testo che costituisce una sorta di testamento spirituale dell’autore, le cui considerazioni sono sintetizzate nella frase conclusiva del capitolo sull’islām: Il tempo è un’imitazione dell’eternità, come il divenire lo è dell’essere, e il pensiero del conoscere, ricollegandosi, in quest’ultima similitudine, al rapporto esistente tra la conoscenza metafisica e l’intuizione intellettuale, che René Guénon definiva l’organo della conoscenza stessa, che, aderendo all’oggetto conosciuto, lo rende identico al soggetto conoscente, e, applicata all’essere, conduce all’Identità Suprema, termine ultimo del percorso iniziatico.
Nella prefazione al volume di Coomaraswamy Grazia Marchianò affronta lucidamente le difficoltà insite negli argomenti trattati dall’autore tradizionale delineando il rapporto esistente tra tempo ed eternità, e dissolve efficacemente ogni equivoco precisando che: “La dottrina metafisica contrappone semplicemente il tempo in quanto continuum all’eternità, che non è nel tempo e che non può essere propriamente chiamata durata perpetua, poiché essa coincide con il presente reale, l’istante, di cui non si può avere esperienza nel tempo. Qui la confusione sorge solo per una coscienza che riflette in funzione del tempo e dello spazio, poiché, per essa, un « istante » succede ad un altro « istante » senza interruzione e sembra che vi sia una serie indefinita di istanti, collettivamente assommati nel « tempo ». Questa confusione può essere dissipata se ci rendiamo conto che nessuno di questi istanti ha durata e che, quanto alla misura, essi sono tutti degli zero la cui « somma » è impensabile. E’ una questione di relatività: siamo « noi » a essere in movimento, mentre l’Ora è immutabile anche se sembra spostarsi – proprio come il sole sembra levarsi a causa della rotazione della terra.”
Sintetizzando, l’essere è, ed esiste, immutabile, in una dimensione che non è né spaziale né temporale, per cui di esso non si può dire nulla, se non che è non duale, in quanto, qualora gli si attribuisse una qualsiasi qualità, lo si limiterebbe mutilandolo del suo opposto, contiene ogni cosa, è eterno, trovandosi, letteralmente, al di fuori del tempo, ed è la causa prima della manifestazione e del divenire, ossia dei fenomeni che nascono, si sviluppano, deperiscono e scompaiono, poiché ciò che è non diviene, mentre ciò che diviene non è, sicché soltanto l’essere è reale, i fenomeni sono pura apparenza e l’universo è un’immagine in movimento dell’essere che l’essere contempla per conoscere se stesso; il tempo, da questo punto di vista, è un continuum indivisibile nel quale tutte le cose sono generate e distrutte: esso, infatti, non è composto di ora atomici più di quanto qualsiasi altra grandezza sia costituita da atomi, ed è formato solo dal passato e dal futuro, l’Ora istantaneo non ne fa parte perché l’eternità è Ora oppure non è affatto, per cui, considerato un qualsivoglia punto nella successione temporale, le parole poi e prima, sarà ed è stato, testimoniano la sua inesistenza ed attestano che, in ogni momento, siamo più vicini all’eternità, ed all’essere, che non in un qualunque istante collocato nel passato o nel futuro.
Dal punto di vista dell’essere, dunque, il tempo è un’illusione, come lo è la manifestazione, ad ogni istante l’intero universo è annientato ed un altro che gli assomiglia ne prende il posto, mentre dal punto di vista del divenire l’unica cosa che esiste è il fluire incessante dei fenomeni, che fanno capolino nella storia per un solo momento e poi non sono più; esso costituisce l’alveo nel quale scorrono le cose manifestate, e, come un fiume, segue un percorso prestabilito che gli indù ripartirono in un susseguirsi ininterrotto di cicli cosmici, la natura preordinata del tempo risulta evidente se si tiene conto del fatto che l’universo è retto da leggi, e che, dato il punto iniziale della manifestazione, gli stati successivi discendono rigidamente dall’applicazione di quelle leggi allo stato primo, ed è anche chiaro che ogni qual volta un uomo, per mezzo dell’intuizione intellettuale, aderisce all’essere divenendo identico ad esso, nell’attimo dell’illuminazione coglie la realtà delle cose e l’illusione del divenire, e, divenuto eterno nella sua sostanza più intima, permane tra gli uomini come un’apparenza conservando la conoscenza di qualsiasi stato del passato e del futuro, pur trovandosi ormai fuori dal tempo, e ciò spiega la diffidenza delle civiltà tradizionali per la storia e la ricerca dell’essere attuata mediante la conoscenza metafisica.

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