La favola del libero arbitrio

Al-Khidr, il Verdeggiante, vertice spirituale dell’esoterismo islamico e guida degli Afrâd, gli iniziati non appartenenti ad un alcuna catena formale

Al-Khidr, il Verdeggiante, vertice spirituale dell’esoterismo islamico e guida degli Afrâd, gli iniziati non appartenenti ad un alcuna catena formale

Il 15 dicembre 2005, mentre cercavo di comprendere il significato della breve esperienza vissuta nella libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, ritrovo di squilibrati, perditempo, millantatori, maestri nell’arte dell’inganno ed uomini usi a ben mangiare ed ancor meglio bere, che, con sommo sprezzo del ridicolo, si reputano migliori dei profani, pur non essendovi in loro nulla di essenziale che li distingua da quelli, presi in prestito, nella foresta del Ribelle, il libro di René Guénon Iniziazione e realizzazione spirituale, pubblicato da Edizioni Studi Tradizionali di Torino, che spiegava lucidamente la realtà dell’iniziazione, consistente essenzialmente nella trasmissione di una certa influenza spirituale, operata mediante un rito, con il quale si effettua il ricollegamento ad un’organizzazione avente lo scopo precipuo di conservarla e di trasmetterla.
Nel capitolo V, intitolato A proposito del ricollegamento iniziatico, Guénon accennava ad un caso particolare di iniziazione, che avviene in casi assolutamente eccezionali senza ricollegamento ad un’organizzazione tradizionale, quando le circostanze rendono impossibile la trasmissione normale, e coinvolge individualità aventi qualificazioni di gran lunga superiori all’ordinario ed aspirazioni così forti da attirarsi l’influenza spirituale che non possono ricercare con i propri mezzi; il discorso proseguiva in appendice, con la citazione di un passaggio delle Pagine dedicate a Mercurio di Abdul-Hâdi, pubblicate nel numero di agosto 1946 degli Études Traditionelles, il quale distingueva due catene iniziatiche, una storica e l’altra spontanea: la prima si comunica in santuari stabiliti e noti sotto la direzione di uno Sheykh (Guru) vivente, autorizzato, che possiede le chiavi del mistero, la seconda avviene sotto la guida di un maestro che può essere assente, sconosciuto, o addirittura morto da parecchi secoli, e, mediante essa, si può trarre dal presente la stessa sostanza spirituale che altri traggono dall’antichità.
Guénon, in una nota esplicativa a questo testo, dopo aver accennato al fatto che nella seconda catena si coglieva un’allusione alla funzione del vero Guru interiore, come lo si ritrova nell’insegnamento della tradizione indù, spiegava che dal punto di vista del Tasawwuf, l’esoterismo islamico, queste cose appartengono alla via degli Afrâd, il cui maestro è Seydna El Khidr, e che esse sono al di fuori della giurisdizione del « Polo » (El Qutb), che comprende soltanto le vie regolari ed abituali dell’iniziazione, ma si tratta di casi eccezionali che si verificano in circostanze che rendono impossibile la trasmissione normale, per esempio in mancanza di qualsiasi organizzazione iniziatica regolarmente costituita; in una lettera sull’argomento, riportata in appendice, Guénon spiegava che El-Khidr è propriamente il maestro degli Afrâd, i quali sono indipendenti dal Qutb e possono anche non esserne conosciuti, si tratta dunque di qualcosa di più diretto, e che in certo qual modo è fuori da funzioni definite e delimitate, anche se molto elevate, ed è per questa ragione che il numero degli Afrâd è indeterminato.
Al-Khidr, il Verdeggiante, che attinse l’acqua della giovinezza alla sorgente della Vita, prolungando così la propria esistenza fino alla fine dei tempi, e, vestito di verde, colore dell’islam, fa verde la natura intorno a sé, è la designazione data dall’esoterismo islamico al personaggio anonimo ed enigmatico che compare nella sura XVIII del Corano, avente titolo Al-Kahf, La Caverna, con il quale Mosè, che pure viene considerato dall’Islam come inviato legiferante e polo spirituale della sua epoca, appare in rapporto di subordinazione sia di ordine gerarchico che conoscitivo, in quanto il santo profeta senza nome è presentato come detentore di una scienza proveniente da Allah, ma sarebbe più appropriato dire da Iahvè, essendo questo il nome della divinità unica dei tre monoteismi abramitici utilizzato dagli ebrei, ed egli gli domanda di trasmettergli soltanto una porzione di ciò che gli è stato insegnato.
L’episodio è narrato nei versetti 61-83 della sura XVIII, che riporto di seguito nella traduzione del Corano pubblicata da UTET a cura di Martino Mario Moreno, che ne spiega anche l’antefatto: secondo un hadîth del profeta, Mosè, interrogato dagli israeliti su chi fosse il più sapiente degli uomini, asserì di essere lui stesso, così Dio, dopo averlo rimproverato per la sua superbia, gli rivelò che alla confluenza dei due mari, quello dei romani e quello dei persiani, c’era un uomo assai più dotto, e, per trovarlo, era necessario che partisse portando del pesce in un canestro: il giorno in cui avesse perso il pesce, avrebbe trovato l’uomo; il profeta partì su una piccola imbarcazione con il suo aiutante Giosuè, e, giunti ad una roccia, si ancorarono, fu allora che il pesce guizzò via dal canestro, ma se ne accorsero soltanto la sera, dopo aver fatto un altro tratto di navigazione.
61. Ricorda quando Mosè disse al suo garzone: « Dovessi camminare per anni, non mi fermerò finché non giungerò alla confluenza dei due mari ».
62. Quando giunsero alla confluenza, si dimenticarono del loro pesce, che prese, libero, la via del mare.
63. Quando furono passati oltre, Mosè disse al suo garzone: « Dacci la nostra colazione, ché il viaggio ci ha stancati ».
64. Disse l’altro: « Lo sai? Quando siamo giunti alla roccia, mi son dimenticato (è Satana che me l’ha fatto dimenticare) del pesce, e questo ha preso miracolosamente la via del mare ».
65. Disse Mosè: « E’ proprio quello che volevamo ». E ritornarono sui loro passi.
66. E trovarono un nostro servo al quale avevamo concesso misericordia da parte nostra e insegnata una scienza da noi promanata.
67. « Posso accompagnarti – gli chiese Mosè – per imparare da te, per mia direttiva, un po’ di quello che ti è stato insegnato? »
68. « Non riuscirai, con me, ad aver pazienza – rispose quello –.
69. Come potrai, infatti, essere paziente in ciò che sfugge alla tua esperienza? »
70. « Se Dio vuole mi troverai paziente e obbediente in ogni cosa » assicurò Mosè.
71. « Va bene – disse. – Se mi accompagni, non mi fare domande intorno ad alcuna cosa, se non te ne parlo io per primo ».
72. Partirono dunque. E quando furono montati sulla nave, quello la bucò. « Come? – disse Mosè –. Ne vuoi dunque far annegare l’equipaggio, che l’hai bucata? E’ ben grave quello che hai fatto! »
73. « Non te l’ho detto – rispose l’altro – che con me non avresti avuto pazienza? »
74. « Non mi rimproverare della mia dimenticanza – si scuso Mosè – e non essere troppo severo con me ».
75. Proseguendo incontrarono un giovane, e quello l’uccise. « Hai tolto la vita, non in cambio di un’altra vita, ad un innocente? Hai commesso un atto nefando » scattò Mosè.
76. « Non ti avevo detto che non saresti stato capace di pazientare con me? »
77. « Se ti domando ancora qualche cosa, non ti accompagnare più con me, ché te ne avrei veramente data ragione ».
78. Proseguendo, giunsero a una città e chiesero ai suoi abitanti da mangiare, ma quelli si rifiutarono di ospitarli. Vi trovarono un muro che stava per sfasciarsi: quello lo raddrizzò. « Se volessi, potresti anche farti dare un compenso » osservò Mosè.
79. « Stavolta ci separiamo – rispose l’altro. – Ma prima ti spiegherò le cose per le quali tu non hai avuto pazienza.
80. La nave apparteneva a dei poveri lavoratori del mare. L’ho voluta lesionare perché li attendeva un re che si appropria con la forza di ogni nave.
81. Quanto al giovane, i suoi genitori erano dei credenti, e noi tememmo che egli imponesse loro la sua oltracotanza e miscredenza;
82. e volemmo che il nostro Signore desse loro in cambio un figlio più puro ed affezionato.
83. Quanto al muro, esso apparteneva a due adolescenti orfani della città. Sotto c’era un tesoro di loro spettanza. Il loro padre era un uomo dabbene. Ora il tuo Signore, nella sua misericordia, ha voluto che, pervenuti alla maggiore età, essi estraggano il tesoro. Tutto ciò non l’ho fatto di mia iniziativa. Eccoti le spiegazioni che tu non hai avuto la pazienza di attendere. »
Allora mi colpirono la figura enigmatica di al-Khidr ed il riferimento all’iniziazione effettuata al di fuori di qualsivoglia catena iniziatica, unica strada percorribile nel mondo moderno per l’uomo qualitativamente differenziato, non essendovi in Occidente organizzazioni tradizionali degne di questo nome ed essendo la massoneria una società pseudo-iniziatica che storicamente ha sempre perseguito un disegno di chiara matrice contro-iniziatica, mentre ora, dopo aver letto le opere di Friedrich Nietzsche, la collego naturalmente alla morale eteronoma ed agli errori logici di bene e male: Mosè, infatti, che secondo il Pentateuco parlava faccia a faccia con Iahvè ed emanò per suo conto la Legge, nel Corano non riesce a comprendere la conoscenza posseduta dal Verdeggiante, il quale compie atti contrari alle norme divine emanate dall’inviato legiferante, suscitandone la riprovazione, ed al materialismo che permea l’Antico Testamento, riparando un muro a coloro che gli hanno rifiutato l’ospitalità.
L’incontro tra al-Khidr e Mosè si conclude poi con l’affermazione sconcertante del Verdeggiane che tutto ciò che ha fatto non l’ha fatto di sua iniziativa, che si spiega soltanto considerando che, possedendo egli una conoscenza proveniente da Allah, è libero di agire in contrasto con la morale della Legge, che è la medesima travasatasi nel cristianesimo e nell’islam, che esalta gli ultimi e condanna i potenti, essendo stata concepita da un uomo tardo di parola e tardo di lingua, un handicappato che, per risentimento nei confronti dei migliori di natura, ha invertito il paradigma naturale del genere umano obbligando gli uomini all’amore fraterno, sia pure limitato al prossimo, termine che, nell’Antico Testamento, indica il correligionario ebreo: la morale ebraica, difatti, è una morale doppia che impone due generi di comportamenti, a seconda che l’altro sia un fratello oppure un gentile, come quando dispone di non prestare ad usura al fratello ma ordina di prestare ad usura al gentile (Deuteronomio 23, 20-21).
Al-Khidr, che nella sura XVIII del Corano appare come l’iniziatore di Mosè, contravviene dunque alla legge mosaica, dimostrandosi superiore ad essa e comportandosi come un immoralista, e certamente fu tale Nietzsche, che si domandò chi avesse posto i valori cristiani, e, applicando il metodo genealogico, andando a ritroso nel tempo si imbatté nel genio ebraico nel campo della morale, in quanto fu Mosè ad invertire i normali rapporti tra gli uomini e le cose ideando la Legge ed affermando che fosse emanazione di Iahvè, che inizialmente era il dio nazionale degli ebrei e soltanto in seguito ebbe pretese universalistiche, incentrandola sulla legge del taglione, già contemplata nel codice di Hammurabi del XVIII secolo a.C., che conferiva alla vendetta una dimensione ed un controllo sociali impedendo così che la punizione superasse l’offesa, mitigandola però con la compensazione in denaro del torto subito.
Se Mosè si fosse trovato a legiferare soltanto per i casi di omicidio, o per altri reati contro la persona ed il patrimonio, non ci sarebbe stato alcun bisogno di chiamare in causa una divinità che emanasse la Legge e punisse ogni sua violazione, non a caso nell’Antico Testamento Iahvè viene considerato il giudice di tutta la terra (Genesi, 18, 25), ma il punto centrale del sistema morale ebraico, la genialità di quest’opera contro natura, consiste nel precetto dell’amore per il prossimo (Levitico 19, 18) e nell’obbligo di prestare soccorso al forestiero, all’orfano ed alla vedova (Deuteronomio 24, 17-22), ossia ai soggetti più deboli, quelli maggiormente somiglianti al profeta del Pentateuco, e ciò per consentirne la sopravvivenza, questi sì atti innaturali che nessuna persona sana compirebbe spontaneamente, perciò era necessario attribuirne l’origine al volere di una divinità creata appositamente a sua immagine e somiglianza: il Dio degli oppressi.
Inoltre, per convincere i figli d’Israele ad adottare comportamenti contro natura, quali l’amore per il prossimo, soprattutto quando lo si odia, ed il soccorso economico al forestiero, all’orfano ed alla vedova, che, se fossero stati agiti spontaneamente, non ci sarebbe stato bisogno di inventare la morale, occorreva costruire un sistema di retribuzione incentrato sulla ricompensa per chi osservava la Legge e sulla punizione per chi la violava, che, affidato alla divinità del deserto il compito di valutare la giustezza di ciascun uomo, ne faceva per l’appunto il giudice di tutta la terra, oltre che un fattore di intimidazione atto a garantirne il rispetto; il risultato fu raggiunto instillando, fin dalla più tenera età, il senso di colpa per la violazione delle regole divine, un’offesa nei confronti di Iahvè, in tal modo è stata costruita dall’uomo una morale che ha come modello antropologico di riferimento gli ultimi, gli infelici, i malriusciti, i condannati dalla vita, gli esseri che maggiormente somigliavano al legislatore Mosè.
La retribuzione aveva inizialmente carattere collettivo e riguardava l’intera nazione ebraica: se il popolo eletto seguiva la Legge, i comandamenti e gli statuti emanati da Iahvè, allora otteneva vittoria sui nemici e prosperità materiale, altrimenti pativa sciagure e sconfitte; poi, con il trascorrere del tempo, constatata la rovina dei regni di Israele e di Giuda e la deportazione degli israeliti nella cattività babilonese, divenne progressivamente individuale ma pur sempre limitata all’esistenza terrena, però sorse la questione del giusto che soffre mentre l’ingiusto prospera, ossia del debole che patisce con la disgrazia gli effetti della propria inabilità di natura e del potente che ottiene quello che vuole in virtù della propria vitalità traboccante, sicché, contro ogni promessa di giustizia, chi seguiva le regole della divinità del deserto non otteneva la retribuzione sperata e chi faceva da sé otteneva ricchezza ed opulenza.
Gli israeliti, anziché dedurne l’inesistenza del giudice di tutta la terra, trasposero la retribuzione nell’al dl là, ma gli ebrei conoscevano soltanto lo Sceol, dimora di tutti i defunti simile all’Ade greco, così ci pensò Gesù, dopo aver universalizzato il vincolo dell’amore per il prossimo e dichiarato decaduta la legge del taglione, ad inventare il paradiso e l’inferno, luoghi ultraterreni di beatitudine eterna e di tormento eterno nei quali sarebbero andati rispettivamente i giusti ed i malvagi, e, per accentuare il timor di Dio, esaltò a dismisura la figura del Diavolo, cui vennero attribuiti superbia, volontà di potenza e lussuria sfrenata, tutto ciò che una genia di impotenti non può permettersi, deformando grottescamente i tratti dell’uomo ben nato allo scopo di demonizzarlo, dopodiché intervenne Maometto, che sigillò la tendenza egalitaria insita nei tre monoteismi abramitici con Iblis, l’angelo creato col fuoco scacciato dal paradiso per essersi rifiutato di prosternarsi davanti all’uomo, creato da semplice fango modellato.
I tre monoteismi abramitici, essendo stati concepiti appositamente per rivolgersi agli ultimi, ai mal riusciti, ai condannati dalla vita, deplorano moralmente la qualità allo scopo di legittimare la preminenza dell’inabilità di natura, e difatti ciascuno di essi è stato divulgato da esemplari perfetti di predicatori dell’eguaglianza: Mosè, un handicappato, portò la Legge di Iahvè ai figli d’Israele, e chiunque abbia letto l’Antico Testamento sa di che materiale umano si tratti; Gesù, criticato aspramente dai farisei perché si avvicinava a gente ladra, bugiarda ed assassina, predicò la lieta novella dell’avvento del regno di Dio ai pubblicani, ai malati, agli infermi, alle prostitute, ai peccatori, alle donne, agli schiavi, ai poveri, agli indemoniati muti e ciechi e muti, ai lebbrosi, ai paralitici, agli idropici, ai ciechi, agli storpi, ai sordomuti ed anche agli uomini con la mano inaridita, il sale della terra; Maometto, nato orfano e disagiato, dopo una profonda crisi spirituale passò dal politeismo patrio ad una nuova dottrina mutuata dal giudeo-cristianesimo e basata sull’eguaglianza, che predicò inizialmente ai poveri, agli schiavi ed agli ebrei.
La morale serve a regolare i comportamenti degli uomini ed a farli convivere pacificamente in società, ma non esiste una morale assoluta, ciascun popolo ha un proprio modo di vivere e propri usi e costumi, perciò i valori che l’informano sono sempre puramente umani, contingenti e transeunti, lo stesso accade per la morale ebraica, divenuta poi cristiana ed infine mussulmana, lo si realizza appieno indagandone le origini e scoprendo che la formazione dei testi biblici, aventi carattere compilatorio pasticciato ed abborracciato, si è protratta per secoli, sovrapponendosi e contraddicendosi, ciononostante si è preteso che essa fosse stata emanata da una divinità piuttosto bizzarra che crea gli uomini ineguali ma pretende che si considerino eguali, che pone inimicizia tra di loro ma pretende che si amino fraternamente, e, per costringerli ad agire contro natura, ha ideato un sistema retributivo che punisce coloro che violano le sue leggi e premia quanti le seguono fedelmente.
Nella morale comune sottostante i tre monoteismi abramitici è evidente la matrice egalitaria originata dall’odio nei confronti della qualità, dal risentimento proprio degli ultimi nei confronti dei potenti, dei felici, dei ben nati, che porta a svalutarli per esaltare gli inabili di natura, eppure di ogni cosa esistente, appartenga essa al mondo minerale, vegetale o animale, si apprezzano universalmente gli esemplari migliori, pietre preziose, piante, fiori e frutti pregiati, animali di razza con tanto di pedigree, soltanto degli uomini si supervalutano gli esemplari peggiori, i mal riusciti, i condannati dalla vita, e si promette loro il regno dei cieli, perciò Nietzsche addebitava al cristianesimo la décadence della specie umana, il progressivo indebolimento del genere umano ottenuto selezionando sistematicamente gli uomini all’incontrario, reprimendo le energie dei migliori per favorire l’esistenza dei condannati dalla vita.
Esattamente ciò che fa la Repubblica Italiana, la cui costituzione è stata scritta con il dito di Iahvè, come le tavole della testimonianza consegnate a Mosè sul monte Sinai, ad opera dei tre maggiori partiti di massa, democrazia cristiana, partito socialista e partito comunista, che, assieme, raccolsero il 75% dei suffragi nell’assemblea costituente, e, pertanto, vi infusero i loro princìpi invertiti, con tutte le contraddizioni tra l’economia sociale di mercato dei cattolici e l’anticapitalismo di socialisti e comunisti, fondandola sul lavoro, ciò che caratterizza l’ultimo uomo, ed imponendo, con l’articolo 3, non soltanto lo pseudo-principio dell’eguaglianza formale degli uomini, comune alle democrazie liberali, ma anche quello dell’eguaglianza sostanziale, mai realizzato sul piano pratico, perché chi nasce ricco rimane ricco, ma applicato alla perfezione laddove si dovrebbero selezionare gli elementi migliori della nazione, nella scuola di massa, perciò i migliori emigrano all’estero, oppure, come nel mio caso, attuano il passaggio al bosco e si rifugiano nella foresta del Ribelle per preparare la vendetta.
Iahvè per gli ebrei, Signore Iddio per i cristiani ed Allah per i mussulmani, tre nomi diversi che indicano una medesima divinità che ha in odio la qualità e predilige l’inabilità di natura, un Dio morale giudice di tutta la terra che presuppone l’esistenza di un ordinamento morale del mondo che stabilisca immutabilmente cos’è bene e cos’è male, nonché di fatti morali tali per cui chi operi il bene venga premiato con la prosperità materiale o con la beatitudine eterna, e chi operi il male venga punito con la sciagura terrena o con la dannazione eterna; il tema della scelta dell’uomo, già presente nell’Antico Testamento, si impose prepotentemente in ambito cristiano a causa dell’attesa del giorno del Giudizio, quando tutti gli uomini vissuti ovunque ed in qualunque tempo saranno giudicati per l’osservanza o l’inosservanza della Legge divina, sulla base della banale considerazione che, poiché esiste il male, un Dio onnipotente non può che essere anche malvagio, mentre un Dio completamente buono non può essere onnipotente, così, per superare questa contraddizione irrisolvibile del monoteismo, fu inventato il libero arbitrio.
Escamotage utilizzato per trasferire la responsabilità del male dalla divinità agli uomini, libero arbitrio significa che ciascun uomo, ovunque nel mondo ed in qualunque tempo storico, posto di fronte alla realtà, comprende perfettamente qual è l’azione giusta e qual è quella sbagliata, e, con la sua sola volontà, sceglie di compiere il bene o il male, e ciò perché i tre monoteismi abramitici presuppongono l’esistenza di un ordinamento morale del mondo, un’organizzazione della realtà basata sulla morale di Iahvè, travasatasi poi nel cristianesimo ed infine nell’islam, cosa palesemente falsa: non esistono alcun bene o male stabiliti una volta per tutte tali che l’intelletto dell’uomo possa discernerli e poi scegliere liberamente cosa fare, come pretendono i cristiani, e la vicenda di al-Khidr e Mosè, narrata nella sura XVIII del Corano, costituisce la dimostrazione migliore dell’impossibilità di agire seguendo rigide categorie di comportamento che determinino aprioristicamente bene e male sulla base di una morale eteronoma.
Il libero arbitrio è la favola escogitata dai cristiani per giustificare l’esistenza del male in presenza di un Dio onnipotente dichiarato totalmente buono, che viene dunque trasferito sull’uomo, che, supposto in grado di conoscere l’esito delle proprie azioni, essendo bene e male conseguenze dell’azione, sceglie con la propria ragione come comportarsi, e non si comprende perché mai un essere razionale dovrebbe volere coscientemente il male, se non per vendicarsi, così al-Khidr, agendo in maniera contraria alla Legge ebraica ed attirandosi la riprovazione di Mosè, il quale parlava faccia a faccia con Iahvè ma si dimostra incapace di comprendere le ragioni del Verdeggiante, conferma a fortiori che l’uomo comune non può stabilire quale sia il comportamento migliore da tenere, essendo per lui impossibile conoscere chiaramente le conseguenze delle proprie azioni, non essendo dotato di una scienza trascendente.
Secondo la favola del libero arbitrio chiunque abbia tendenze innate contrarie all’ordine morale stabilito da Iahvè è malvagio per scelta, e non a causa della propria natura, perciò, per essere come lo vuole la divinità del deserto, deve introvertite i propri impulsi vitali, farsi pecora, animale da armento, snaturarsi, essere altro da se stesso; dinanzi a tale orrore, mostruosa costruzione del risentimento degli ultimi nei confronti dei potenti, spicca per chiarezza intellettuale la nozione indù del dharma, natura essenziale di ogni essere senziente, compito che gli sta fitto nel cuore e non abbisogna di forzature per essere eseguito; osservando l’uomo per ciò che è, e non come astrazione mentale scollegata dalla realtà, si scopre infatti che è la sua natura a sancirne il comportamento, e che non esistono bene e male validi in senso assoluto nei confronti di ogni essere umano, tutto si riduce ad una questione di efficacia: è bene ciò che consente di essere se stessi, male ciò che non adempie il proprio dharma.
L’azione pura costituisce dunque il rimedio all’eterotelìa, eterogenesi dei fini che colpisce l’agire umano, in quanto, nel momento in cui si agisce con intenzione, in vista del conseguimento di un dato frutto, l’azione, entrando nel mondo del divenire, si confonde con il movimento mutando direzione in maniera imprevedibile e producendo effetti spesso sorprendenti in termini di scostamento degli esiti rispetto ai propositi originari; solamente chi non ha forma, né un ethos, si fa dettare la legge del proprio comportamento dall’esterno, così come soltanto chi non è un destino trova la propria dimensione nel lavoro, ciò che di più basso l’uomo può dare, e difatti i fedeli dei tre monoteismi abramitici agiscono per finalità egoistiche, anelando la ricompensa della beatitudine eterna, perciò seguono la Legge di Iahvè, del Signore Iddio e di Allah, una morale eteronoma che non sta loro fitta nel cuore, come il dharma indù, che impone di agire senza tenere in conto i frutti della propria azione, dalla quale discende un’azione non conforme al fluire degli eventi, al Tao, al quale si dovrebbe reagire mediante il wu wei taoista, l’unico modo coerente di comportarsi di fronte ad una realtà in gran parte ignota.

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La nozione indù del dharma

Krishna, auriga divino, ed Arjuna, il più valoroso dei figli di Pāndu, sul carro da guerra nel campo di battaglia dei Kuru

Krishna, auriga divino, ed Arjuna, il più valoroso dei figli di Pāndu, sul carro da guerra nel campo di battaglia dei Kuru

Presi confidenza con la nozione indù del dharma grosso modo verso la fine del 2001, dopo aver acquistato i primi libri di astrologia, favorito dal fugace transito di Giove nella seconda casa natale che, dall’aprile al luglio di quell’anno, risollevò temporaneamente le mie finanze, affossate poi dal transito di Saturno nel medesimo settore, avendo nel frattempo letto tutto il materiale astrologico reperito in rete e compreso, nel mese marzo, il ruolo dei pianeti come governatori delle case, imparando così ad interpretare, sia pure in maniera rudimentale, i temi natali delle persone che mi capitavano sotto mano, trovando ampi riscontri delle mie deduzioni nella realtà delle loro esistenze, ed avendo stabilito, sfogliando i manuali astrologici nelle librerie del centro di Roma, quali autori valesse leggere e quali, invece, meritassero di rimanere sugli scaffali ad accumulare la polvere.
Allora versavo nel disorientamento tipico di chiunque si accosti ad una disciplina esclusa dal paradigma dominante e soffra l’assenza di una teoria generale che l’inquadri in un disegno di ampio respiro e ne legittimi le evidenze empiriche, ciononostante individuai un filone di autori che, nei mesi successivi, lessi avidamente per formarmi una visione della tecnica astrologica che implicasse il minor numero possibile di elementi: i dodici segni zodiacali, le dodici case astrologiche, i dieci pianeti e l’asse dei Nodi Lunari, legati tra loro da rapporti di governo e da aspetti angolari di congiunzione, sestile, quadratura, trigono ed opposizione, riservando un’attenzione modesta all’aspetto angolare di quinconce, qualora presenti un’orbita molto stretta, e praticamente nulla a quello di semisestile; questi elementi, assieme ai transiti planetari, permettono di descrivere il carattere di ogni uomo e di illustrare lo sviluppo delle tappe del suo destino, stabilito immutabilmente nell’istante della sua nascita nel moto preordinato dei pianeti rispetto ai punti sensibili del grafico astrologico della sua genitura.
Fu la lettura di un libro di Dane Rudhyar, L’astrologia centrata sulla persona, edito da Astrolabio-Ubaldini, raccolta di sei saggi pubblicati negli anni 1969, 1970 e 1971 che ruotavano intorno alla domanda che apriva la prefazione: “A che serve l’astrologia?”, evidenziando le differenze tra l’approccio orientato sull’evento e quello centrato sulla persona e delineando una filosofia, rivolta a nuove menti, tesa a produrre l’autorealizzazione personale ed una nuova moralità per astrologi capaci di considerare la forma complessiva del tema natale senza smarrirsi nell’analisi di ogni singolo aspetto, a stimolare il mio interesse per la nozione indù del dharma, in quanto, oltre a parlarne ripetutamente, citava, a pagina 72, il verso trentacinquesimo del canto terzo della Bhagavad Gītā: « E’ meglio il proprio dharma, anche se compiuto in modo imperfetto, che il dharma di un altro compiuto perfettamente. E’ meglio la morte nel compimento del proprio dharma: il dharma di un altro è colmo di pericolo. »
L’autore, un francese registrato all’anagrafe come Daniel Chennevière trasferitosi da giovane in America dove assunse un nuovo nome mutuandolo dal termine sanscrito rudra, il rosso, che significa letteralmente “il terribile, colui che urla”, divinità maschile vedica che regna sulle tempeste e viene identificata a volte con il dio del fuoco o con l’aspetto distruttivo di Śiva, simbolo di un’azione dinamica paragonabile all’energia elettrica liberata attraverso il fulmine, fu, oltre che astrologo, musicista, pittore, poeta, filosofo e massone, e, come tale, infarciva i suoi scritti con abbondanti divagazioni di carattere libero muratorio che allora, fresco di iniziazione ed ancora incerto nel giudizio, facevano sì che gli attribuissi una considerazione maggiore di quel che meritava; atteggiamento comprensibile il suo, dato che scriveva per un pubblico, quello americano, dalla psicologia semplice, facile alle suggestioni ed agli entusiasmi, che credeva fermamente nell’avvento di una Nuova Era di pace, prosperità e fratellanza universale, secondo il disegno del Grande Architetto Dell’Universo tracciato fedelmente sulla tavola di loggia dai devoti figli della vedova, anche se, devo dargliene atto, colse l’essenza di alcuni aspetti pratici dell’astrologia e definì una filosofia che ne orientasse l’uso.
Rudhyar, ritenendo che la cultura europea si trovasse nella sua fase autunnale e che fosse necessario trovare nuovi schemi di pensiero e nuovi valori capaci di rivitalizzarla, cercava un nesso tra l’universo psicologico e la dimensione cosmica e lo trovò nell’astrologia, conoscenza che dispone di un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino e che ricollega l’uomo ad un principio di ordine universale, l’effettiva corrispondenza tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, illustrando in maniera oggettiva carattere e destino mediante un sistema di riferimento numerico, i gradi di longitudine dello zodiaco tropico dei pianeti e dei punti fittizi del grafico astrologico della genitura e dei corrispondenti transiti planetari, che salda lo svolgersi qualitativamente preordinato del tempo allo stato del cielo nel momento della nascita e durante il dipanarsi del sentiero della vita.
E difatti, in quel volume, l’autore espose alcune intuizioni che mi fornirono dei validi spunti di riflessione per organizzare il mio pensiero allora in formazione: che il tema natale rappresenta l’intero universo messo a fuoco in un punto particolare di spazio e tempo, essendo tecnicamente la rappresentazione bidimensionale della relazione tra cielo e terra nel momento e nel luogo della nascita; che esso è la formula esistenziale dell’uomo concreto nel suo essere totale, la sua firma (nel senso occulto del termine), il suo nome sacro; che il compito dell’astrologia è quello di rivelare, ad una mente ancora confusa e generalmente contorta dalle pressioni dell’ambiente socio-culturale, le strutture basilari che caratterizzano la maniera particolare in cui le energie della natura umana sono organizzate dentro di lui, affinché possa orientare, polarizzare e riordinare le sue attività secondo il suo modello celeste; che tutto ciò che nasce in un tempo particolare ed in un punto specifico dello spazio è organizzato secondo un modello-seme, o archetipo, simboleggiato dalla sua carta del cielo natale, che definisce ciò che quell’organismo dovrebbe essere per soddisfare la sua funzione nello schema universale delle cose.
Rudhyar, che assegnò alla sua filosofia il nome di astrologia umanistica, spiegava che essa doveva occuparsi essenzialmente di problemi di coscienza, essendo basata sull’accettazione conscia che ogni uomo deve fare di se stesso, di ciò che potenzialmente egli è, della sua totalità, senza che vi rimanga attaccato nessun luogo comune etico di buono o cattivo, fortunato o sfortunato; ciò significa, proseguiva l’autore, che ciascuno dovrebbe accettare la propria carta del cielo così com’è, cercando di soddisfarne le implicazioni relative, ma esse devono essere viste in una luce totalmente nuova, nel riconoscimento che ogni tema natale realizzi uno scopo significativo del tutto valido e che, come individuo, ciascuno è quello scopo, qualunque esso sia e comunque la società o i genitori possano considerarne il valore, e pertanto l’astrologo, nel momento in cui si trova davanti ad una carta astrologica, deve avere la mente libera da ogni ricetta, concetto e preconcetto: dev’essere, insomma, un immoralista.
Quando ci accostiamo alla vita secondo questo ordine di idee, proseguiva Rudhyar, capiamo in modo assai vivido ciò che i filosofi induisti intendono con dharma, la verità di esistenza propria di ogni creatura vivente, modello fondamentale della personalità racchiusa nel grafico astrologico della sua genitura; il karma, invece, è il tipo specifico di attività atto a realizzarlo, ed il Karma Yoga è il processo di totale accettazione delle attività richieste per soddisfare il proprio dharma, per quanto il termine karma si riferisca anche ai risultati delle azioni passate, essendo la legge impersonale che regola il ciclo delle rinascite: le azioni che non sono state compiute secondo il dharma, infatti, lasciano dietro di sé dei residui e rimangono come affare incompiuto, determinando il dharma della nuova nascita.
Nel capitolo nono del libro L’astrologia centrata sulla persona, intitolato L’astrologia come Karma Yoga, Rudhyar spiegava che il Karma Yoga è l’unione, cioè lo yoga, con quanto dev’essere fatto per realizzare pienamente le caratteristiche e le potenzialità della propria nascita, e ciò significa accettazione incondizionata della carta natale come mezzo per realizzare il proprio dharma, ma l’identificazione con il proprio modello cosmico dev’essere il risultato di un processo conscio, ottenuto mediante una focalizzazione positiva e dinamica della coscienza su di esso: lo scopo finale non è solo soddisfare il proprio destino-individualità ma, nel processo stesso di questo compimento, realizzare consapevolmente e chiaramente lo scopo del proprio tema natale quando e dove esso avvenne, cioè il perché della propria esistenza come persona concreta.
Tuttavia, questo scopo non può mai essere veramente compreso se l’atto di conoscenza non è identico all’atto di realizzazione del destino, in quanto il dharma è rivelato attraverso l’operato del karma, ma solo se c’è una focalizzazione della coscienza su questo operato quando avviene, non prima che avvenga; una carta di nascita, pertanto, ha valore solo se è vista come sfondo nei momenti critici di scelta, ossia nelle crisi e nelle decisioni della vita della persona che essa simboleggia, ed il Karma Yogi compirà l’atto prescritto senza considerarne le conseguenze sapendo, con una conoscenza che va al di là della ragione, della tradizione, della paura o della precipitazione, che per lui è proprio il prossimo passo, in quanto il tema natale di ogni uomo rappresenta il suo nome celeste, che va accettato con mente equanime e misurata, senza attaccamento a successo o fallimento, a piacere o dolore, a gioia o dispiacere, a ricchezza o povertà.
Colsi un ulteriore accenno al dharma nella primavera del 2002, in una conversazione intercorsa il 23 gennaio 1961 tra il diplomatico e scrittore cileno Miguel Serrano e Carl Gustav Jung riportata nel libro Jung parla, Interviste e incontri a cura di William Mc Guire e R.F.C. Hull, edito da Adelphi, il quale, dopo aver detto che l’uomo dovrebbe vivere secondo la propria natura, sforzandosi prima di tutto di conoscere se stesso per poi vivere in armonia con la propria verità, domandò retoricamente: “Che cosa penseremmo di una tigre che fosse vegetariana? Che è una cattiva tigre”, un essere che non esegue il compito per cui è nato, ed era stato proprio lo psicologo svizzero a farmi avvicinare alla nozione di tempo qualitativo, con la sua prefazione al libro oracolare cinese dell’I Ching, che sosteneva non sbagliasse mai, convinto com’era che esistesse un nesso preciso tra la psiche individuale e l’universo, e difatti rivelò all’ambasciatore che quando gli riusciva difficile classificare un paziente lo mandava a farsi fare l’oroscopo, che corrispondeva sempre al suo carattere, e poi lui l’interpretava psicologicamente, perché l’astrologia, sosteneva, costituiva la summa di tutte le conoscenze psicologiche dell’antichità.
In quegli anni, segnati dell’angoscia esistenziale evidenziata dal transito di Nettuno in aspetto angolare di quadratura con l’Ascendente e con Saturno radix, elementi astrologici significatori di me stesso e della mia realizzazione, che il paradigma corrente fondato sullo pseudo-principio dell’eguaglianza degli uomini, sulla repressione dei migliori e sulla supervalutazione degli ultimi, considera entrambi illegittimi, mi imbattei spesso in Jung, mentre cercavo di comprendere cosa mi fosse accaduto, soprattutto in relazione all’astrologia, così, nel dicembre 2001, lessi la sua autobiografia Ricordi, Sogni, Riflessioni, raccolti ed editi da Aniela Jaffé, inserita nella collana BUR saggi, che egli volle fosse pubblicata postuma e non fosse inclusa tra le sue opere, nella quale, nel prologo, lo stregone svizzero affermava che la sua vita era la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio, e che, nel raccontare se stesso, non poteva utilizzare un linguaggio scientifico, non potendo sperimentare se stesso come un problema di tale natura.
Quel libro riportava alcune fotografie, in bianco e nero, del dipinto raffigurante il nonno di Jung, che una leggenda voleva fosse figlio illegittimo di Goethe, di suo padre, un teologo e pastore protestante, di sua moglie Emma, di Jung stesso adulto, della Torre di Bollingen, costruita ed ampliata, nell’arco di oltre due decenni, seguendo lo sviluppo della sua personalità, della pietra cubica scolpita con le sue mani a ricordo e per gratitudine in occasione del suo 75° compleanno, di lui, ormai invecchiato, mentre leggeva fumando la pipa o tagliava la legna, avendo scelto di vivere lì senza corrente elettrica e pompando l’acqua da un pozzo, di una pagina del suo
Libro rosso raffigurante Filemone, la sua guida spirituale, e, infine, dell’ingresso della casa a Küsnacht, che, sul frontone, recava il responso dell’oracolo di Delfi ai Lacedemoni che volevano muovere guerra agli ateniesi: « Vocatus atque non vocatus deus aderit », con il quale la divinità assicurava loro la propria presenza, chiamata o meno che fosse, testimoniando di un uomo che si faceva impregnare e vivificare dai simboli.
Cosa siamo per la nostra visione interiore, sosteneva Jung, e che cosa l’uomo sembra essere
sub specie aeternitasis, può essere espresso solo con un mito: il mito è più individuale, rappresenta la vita con maggiore precisione della scienza, che si serve di concetti troppo generali per poter soddisfare la ricchezza soggettiva della vita singola, così, all’età di ottantatré anni, egli aveva deciso di narrare il suo mito personale, consapevole di poter fare solo dichiarazioni immediate, soltanto raccontare storie, ed il problema non era stabilire se esse fossero vere o meno, ma se raccontassero la sua verità; compresi allora che quello psicologo di fama mondiale, che non si era sottratto al confronto con discipline collocate al di fuori del paradigma corrente, poteva aiutarmi a trovare il modo di conferire senso alla mia esistenza, se non altro fornendomi esperienze di guarigione dalle quali ricavare un insegnamento personale, e che la sua esistenza, sotto questo profilo, rivestiva un carattere esemplare.
E’ importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute, sosteneva Jung, riempie la vita di qualcosa di impersonale, di un
numinosum; l’uomo deve sentire che vive in un mondo che, per certi aspetti, è misterioso, che in esso avvengono e si sperimentano cose che restano inesplicabili, che l’inatteso e l’inaudito appartengono a questo mondo, ed io, che allora vivevo così tante sincronicità, talmente sconcertanti nella loro significatività ed intensità che, se non avessi provato concretamente cosa significava imbattersi in esse, non avrei intrapreso la strada percorsa finora, ne rimasi profondamente impressionato, e poi anche lui aveva dentro di sé un demone che lo dominava costringendolo a perseguire la sua visione, un’immagine della propria realizzazione che premeva per emergere ed affermarsi a scapito di tutto.
Fu però soltanto nell’inverno 2004, quando, dopo aver attuato il passaggio al bosco, mi ritirai definitivamente nella foresta del Ribelle, per raccogliere le forze e preparare la vendetta, che cominciai a spulciare i diciannove volumi delle sue opere complete, pubblicate in Italia da Bollati Boringhieri, dapprima alla ricerca di riferimenti astrologici, assai frequenti anche nel suo epistolario, che trovai elencati nell’indice analitico per argomenti, quindi lessi l’interessante ma non risolutivo saggio La sincronicità come principio di nessi acausali (1952), contenuto nel volume ottavo, La dinamica dell’inconscio, nel quale Jung riportava i risultati di un esperimento astrologico ed approfondiva il concetto di sincronicità, e, infine, rimasi colpito dal commento al testo alchemico cinese Il segreto del fiore d’oro, contenuto nel volume tredicesimo, Studi sull’alchimia, e dal saggio intitolato Il divenire della personalità, contenuto nel volume diciassettesimo, Lo sviluppo della personalità, che, originariamente, costituiva il testo di una conferenza intitolata Die Stimme des Inners (La voce interiore), tenuta nel novembre 1932 al Kulturbund di Vienna, che mi fornirono indicazioni utili per affrontare la situazione in cui vivevo allora.
Nel commento al testo alchemico cinese Il segreto del fiore d’oro Jung spiegava di aver imboccato una nuova via, nell’ambito delle pratiche di guarigione, ricorrendo a discipline poste al di fuori del paradigma corrente, quali l’alchimia, che, nel processo di trasmutazione dei metalli, illustra simbolicamente come ottenere un mutamento interiore e realizzare la Grande Opera, avendo spesso constatato quanto facilmente alcuni individui riuscivano a superare un problema nel quale altri fallivano completamente, e questo superamento risultava, se ne accorse poi, da un innalzamento del livello della coscienza: quando, cioè, nell’orizzonte del paziente compariva un qualsiasi interesse più elevato e più ampio, il problema insolubile perdeva tutta la sua urgenza; non veniva risolto in modo logico, ma sbiadiva di fronte ad un nuovo e più forte orientamento dell’esistenza, e neppure veniva rimosso e reso inconscio, ma appariva semplicemente sotto un’altra luce, diventando così realmente diverso.
Il paziente riusciva a superare se stesso grazie a potenzialità a lui sconosciute, e Jung, interrogandosi su cosa avesse fatto per provocare tale processo risolutivo, citando il wu wei taoista, l’azione nella non-azione, concludeva che non aveva fatto proprio niente, aveva semplicemente lasciato accadere, come insegnava il maestro Lao-tze, poiché, se non si abbandonano le proprie occupazioni abituali, la luce circola secondo le sue leggi, e, come ammoniva il vecchio saggio: « Se ci capitano degli affari, dobbiamo accettarli; se ci attendono cose, dobbiamo conoscerle a fondo »; il lasciare agire, il fare nel non-fare, l’abbandonarsi del Maestro Eckhart diventò allora, per lo psicologo svizzero, la chiave che dischiude la porta verso la via: bisogna essere psichicamente in grado di lasciare accadere, questa è un’arte che quasi nessuno conosce, perché la coscienza interviene continuamente ad aiutare, correggere e negare, e non è capace di lasciare che il processo psichico si svolga indisturbato.
Nell’osservare il processo di sviluppo dei pazienti che tacitamente, quasi senza rendersene conto, erano riusciti a superare se stessi, Jung constatò che i loro destini avevano tutti un elemento comune, in quanto il nuovo giungeva loro dalla sfera delle potenzialità nascoste, o dall’esterno o dall’interno, ed essi l’accettavano e crescevano con il suo aiuto, e gli parve tipico che gli uni lo ricevessero dall’esterno e gli altri dall’interno, o meglio che agli uni esso si sviluppasse dall’esterno ed agli altri dall’interno, pur non essendo mai il nuovo una cosa soltanto esterna o soltanto interna: se proveniva da fuori, diventava una profonda esperienza interiore, se invece proveniva dall’interno si trasformava in un evento esterno, però in nessun caso era stato procurato intenzionalmente e consciamente, ma sembrava piuttosto essere generato dal fluire del tempo, come il mio incontro con l’astrologia, avvenuto nell’anno 2000, punto di svolta della mia esistenza.
A questo punto, proseguiva Jung, le vie percorse dai due tipi menzionati prima parevano dividersi; entrambi avevano imparato ad accettare ciò che capitava loro, ed il rovesciamento della loro natura comportava un ampliamento, un’elevazione ed un arricchimento della personalità, purché venissero conservati i valori precedenti, a patto che non fossero delle semplici illusioni, ma la via non è priva di pericoli, ogni bene ha un prezzo, e lo sviluppo della personalità è tra le cose più preziose, si tratta di dire di sì a se stessi, di porsi dinanzi a se stessi come il compito più grave, un compito che richiede un impegno totale, ma mentre il cinese può appellarsi all’autorità di tutta la sua cultura, e, se si incammina sulla lunga via, compie la migliore tra le cose che potrebbe fare, l’occidentale che voglia veramente imboccare questa via ha invece contro di sé ogni autorità intellettuale, morale e religiosa, e, considerato che l’accedere ad una coscienza superiore ci priva di ogni copertura e di ogni sicurezza, l’individuo deve impegnarsi totalmente, in quanto solo in virtù della sua integrità può procedere oltre, e soltanto la sua integrità può essergli garanzia che la sua vita non si tramuti in un’avventura assurda.
Nella conferenza Il divenire della personalità, che si apriva con la considerazione che, allora, sembrava che il fine ultimo ed il supremo desiderio di ognuno fosse sviluppare quella totalità della natura umana che si definisce personalità, tanto che educare alla personalità era diventato un ideale pedagogico alla moda, contrapposto a quello dell’uomo-massa o uomo-medio standardizzato richiesto dalla generale massificazione, Jung ricordava che, secondo una giusta valutazione del dato storico, le grandi gesta di riscatto della storia del mondo hanno avuto costantemente origine da personalità eminenti, e mai dalla massa inerte e sempre subordinata, che anche per il minimo gesto ha bisogno del demagogo, e, polemizzando contro l’abuso di pedagogia, spiegava che ciò che comunemente si intende con personalità è una totalità psichica definita, salda e vigorosa, e che senza fermezza, integrità e maturità non si rivela personalità alcuna: tale arduo compito, pertanto, può riguardare gli adulti, non i bambini.
Nessuno può aiutare ad acquisire una personalità se non la possiede egli stesso, ma per riuscirvi è necessaria una vita intera, in tutti i suoi aspetti biologici, sociali e psicologici, in quanto essa è la suprema realizzazione dell’indole innata al singolo essere vivente, è l’atto di supremo coraggio di fronte alla vita, l’affermazione assoluta dell’essere individuale ed il più riuscito adattamento alle condizioni universali dell’esistenza, unito alla maggiore libertà possibile di autodeterminazione: educare qualcuno a questo non è cosa da poco; oltretutto la personalità si sviluppa nel corso della vita da tendenze in nuce che è difficile o addirittura impossibile decifrare, e solo le nostre azioni riveleranno chi siamo: dapprima non sappiamo quali atti o misfatti, quale destino, quale bene e quale male sia racchiuso in noi, soltanto l’autunno mostrerà cosa ha generato la primavera, e solo a sera si vedrà cosa ha inaugurato il mattino.
Lo sviluppo della personalità non ubbidisce a nessun desiderio, a nessun ordine, a nessuna considerazione, ma solo alla necessità, gli è infatti indispensabile la spinta motivante di eventi interni o esterni; lo sviluppo della personalità, dalle sue tendenze in nuce fino alla completa consapevolezza, è al tempo stesso un dono ed una disgrazia: la sua prima conseguenza è il consapevole ed inevitabile distacco dell’individuo dalla dimensione indifferenziata ed inconsapevole della massa, e ciò significa patire un isolamento che neppure il più riuscito adattamento, né il più felice inserimento nel proprio ambiente, né la famiglia, né la società, né la posizione possono evitare: lo sviluppo della personalità è una fortuna che si può pagare solo a caro prezzo, chi ne parla a sproposito pensa pochissimo alle sue conseguenze, che bastano a destare il più profondo sgomento in spiriti indubbiamente più deboli.
Sviluppo della personalità significa fedeltà alla propria legge, bisogna dunque avere fiducia in essa, provare per essa una leale perseveranza ed una fiduciosa speranza; la personalità non può mai svilupparsi senza che l’individuo scelga, coscientemente e con una decisione morale consapevole, di seguire la propria strada, perciò non solo la motivazione causale, cioè la necessità, ma anche la decisione morale consapevole deve dare il proprio impulso: senza la necessità, il cosiddetto sviluppo sarebbe una pura e semplice acrobazia della volontà, senza la decisione consapevole, lo sviluppo finirebbe per arenarsi in un ottuso, inconsapevole automatismo, ma si può decidere intimamente di seguire la propria strada solo quando la si ritenga la migliore, le altre strade essendo rappresentate dalle convenzioni di natura morale, sociale, politica, filosofica e religiosa, che dimostrano che la stragrande maggioranza degli uomini sceglie di seguire un metodo, e quindi una dimensione collettiva, a spese della propria interezza.
Le convenzioni sono una necessità collettiva, un espediente, non un ideale in senso etico e religioso: accettarle significa sempre rinunciare alla propria integrità e sfuggire alle conseguenze ultime del proprio essere; sviluppare la propria personalità, pertanto, è un’impresa impopolare che dal di fuori sembra un irritante rifiuto della strada maestra, un’eccentricità da eremiti, non c’è da meravigliarsi perciò che fin dai tempi più remoti solo pochi si siano votati a questa straordinaria avventura: se fossero stati tutti pazzi potremmo liquidarli come idiotai, come menti particolari che esulano dall’ambito del nostro interesse, sfortunatamente, però, in genere le personalità sono degli eroi leggendari dell’umanità, ammirati, amati, venerati, la vera prole divina, il cui nome dura in eterno, i fiori ed i frutti, i semi fecondi dell’albero dell’umanità, e questo accenno alle personalità storiche è sufficiente a chiarire perché lo sviluppo della personalità è un ideale, e perché l’accusa di individualismo è un’ingiuria.
La grandezza delle personalità storiche non è mai consistita nella loro incondizionata sottomissione alle convenzioni, ma al contrario nella loro capacità di affrancarsi dalle convenzioni; esse si sono stagliate come vette al di sopra della massa, che si aggrappava a paure, convenzioni, leggi e metodi collettivi, hanno scelto la propria strada ed all’uomo comune è sempre parso sorprendente che a vie già battute e con destinazioni note qualcuno sia destinato a preferire un sentiero erto e stretto che conduce verso l’ignoto, perciò si è sempre ritenuto che un individuo del genere, se non è matto, sia posseduto da un demone o da un dio, perché questo evento prodigioso, il fatto che un uomo sia capace di agire altrimenti da come ha sempre agito l’umanità, poteva essere spiegato solo con il dono di un potere demoniaco o di uno spirito divino: chi altro poteva in fondo controbilanciare il peso schiacciante dell’umanità intera e dell’eterna abitudine se non un dio?
Questo dimostra che per l’uomo comune la personalità d’eccezione costituisce sempre un fenomeno soprannaturale, e difatti quel che fa pendere inesorabilmente la bilancia a favore dell’inconsueto è ciò che comunemente si definisce vocazione, un fattore irrazionale che, fatalmente, spinge ad emanciparsi dalla massa e dalle strade già battute: la personalità autentica ha sempre una vocazione, ed ha fede, ha fiducia (pistis) in lei come in un dio, benché, come direbbe l’uomo comune, sia soltanto un suo modo di sentire; questa vocazione tuttavia opera come una legge divina cui non c’è deroga, ed il fatto che moltissimi, seguendo la propria strada, finiscano in rovina, non significa nulla per chi ha una vocazione: egli deve ubbidire alla propria legge come se fosse un demone a suggerirgli nuove straordinarie strade, perché chi ha una vocazione sente la voce della sua interiorità, è chiamato, perciò la tradizione vuole che egli abbia un proprio demone, da cui riceve consiglio ed ai cui ordini deve ubbidire.
Solo chi è in grado di assentire consapevolmente alla forza della vocazione che gli si fa incontro dal suo più intimo essere diventa una personalità, chi invece le soggiace diventa preda del cieco corso degli eventi e ne viene annientato, ed è proprio questo il tratto grandioso e liberatorio di ogni personalità autentica, decidere spontaneamente di consacrarsi alla propria vocazione e tradurre consapevolmente nella propria realtà individuale ciò che, vissuto inconsapevolmente dal gruppo, porterebbe solo alla rovina; l’uomo che, tradendo la propria legge, non sviluppa la personalità, si è lasciato sfuggire il senso della propria vita, ma la natura, fortunatamente, benevola ed indulgente, alla maggior parte degli uomini non ha mai messo in bocca la fatale domanda sul senso della loro vita, e quando nessuno domanda non occorre che qualcuno risponda.
Così come la grande personalità influisce sulla società e la libera, la redime, la trasforma e la rigenera, anche la nascita della propria personalità ha un effetto terapeutico sull’individuo; la voce interiore porta alla coscienza il male che affligge il tutto, cioè il popolo cui apparteniamo o l’umanità di cui siamo parte, ma presenta questo male in forma individuale, sicché in un primo momento si potrebbe pensare che tutto questo male sia solo una caratteristica dell’individuo: per farci cadere in tentazione la voce interiore ci mostra il male in modo allettante e suasivo, e se non gli si cede neppure in parte nulla di questo male apparente entra dentro di noi, ma non può esserci neppure alcun rinnovamento, né alcuna rigenerazione, se invece l’Io ubbidisce totalmente alla voce interiore allora i suoi contenuti agiscono come se fossero altrettanti demoni e succede una catastrofe.
Soltanto se l’Io ubbidisce solo parzialmente, ed è in grado di affermare se stesso evitando di essere completamente fagocitato, allora può rendere propria la voce, e ne risulterà che il male era solo apparentemente tale, mentre in realtà reca salute ed illuminazione, e ciò si spiega con il fatto che il carattere della voce interiore è luciferino nel senso più proprio e più inequivocabile del termine, perciò pone l’uomo davanti alle decisioni morali ultime, senza le quali non potrebbe mai giungere alla coscienza di sé ed acquisire la personalità; nella voce interiore l’infimo ed il sommo, l’eccelso e l’abietto, verità e menzogna spesso si mescolano imperscrutabilmente, aprendo in noi un abisso di confusione, smarrimento e disperazione, ecco perché ci sono epoche nella storia del mondo in cui il bene deve tramontare, ed ecco perché ciò che è destinato a diventare il meglio appare dapprima un male.
La problematica della voce interiore è piena di insidie segrete, è un terreno estremamente pericoloso e sdrucciolevole, proprio com’è pericolosa ed incerta la vita stessa quando abbandoni i binari consueti, ma chi non è disposto a perdere la propria vita non saprà neppure conquistarsela: lo sviluppo della personalità è un azzardo, ed è tragico che proprio il demone della voce interiore sia al tempo stesso il pericolo estremo e l’aiuto indispensabile, è tragico ma logico, è nella natura delle cose che sia così; la strada che si cela dentro di noi è come un elemento vivente della psiche, che la filosofia classica cinese chiama Tao e paragona ad un corso d’acqua che scorre inesorabilmente verso la propria meta: essere nel Tao significa compimento, integrità, vocazione pienamente realizzata, principio e fine, e completa realizzazione del significato dell’esistenza intrinseco a tutte le cose: la personalità è il Tao.
In quegli anni, dopo aver abbandonato tutto per seguire la mia vocazione, soffocata sin dall’infanzia da un paradigma ostile alla qualità, le considerazioni di Jung sullo sviluppo della personalità e sulla voce interiore mi parvero, oltre che illuminanti, decisamente incoraggianti: non ero il solo ad aver sentito il richiamo verso qualcosa di superiore ed autentico che meritava di essere esplorato, benché il pericolo abissale di perdere me stesso si stagliasse chiaramente quale possibile esito di quella scelta; ciononostante, nei mesi che seguirono persi progressivamente interesse nei confronti delle sue opere e focalizzai l’attenzione sulle tematiche che potevano chiarirmi il senso delle esperienze vissute fino a quel momento, soprattutto in relazione alla massoneria, ritrovo di squilibrati, perditempo, millantatori, maestri nell’arte dell’inganno ed uomini usi a ben mangiare ed ancor meglio bere, che, con sommo sprezzo del ridicolo, si reputano migliori dei profani, pur non essendovi in loro nulla di essenziale che li distingua da quelli, l’ultima delle mie illusioni associative, quella che, avendovi aderito liberamente e spontaneamente, come direbbero i miei carissimi fratelli massoni, mi bruciava dentro più di qualsiasi altra.
L’opera scientifica di Jung, infatti, escludeva per sua natura la dimensione trascendente, ad esempio quella che sta dietro il Tao da lui menzionato in conclusione della conferenza sul divenire della personalità, una forma di trascendenza immanente che lo scienziato non poteva indagare con i suoi metodi di studio ordinari, che non ammettono altro che la materia, né avrebbe potuto intendere gli effetti dell’iniziazione in altro senso che non fosse quello psicologico, come aveva già fatto nei suoi studi sull’alchimia, così mi orientai verso l’approfondimento degli autori tradizionali e delle tematiche legate alla Tradizione primordiale, ma dello stregone di Bollingen mi rimane impressa un’affermazione illuminante, che reputo tanto più credibile in quanto proviene da un uomo che ha realizzato se stesso ed ha esaminato, nel corso della sua esistenza, i destini di tanti altri uomini: « Ciò che accade a un individuo è caratteristico di lui stesso. Rappresenta un modello, e tutti i pezzi gli si adattano. Uno dopo l’altro, via via che la sua vita procede, vanno a posto secondo un qualche disegno pre-destinato. »
Intorno alla metà di febbraio 2005, seguendo chissà quale intuizione, mentre, secondo l’elenco dei libri che leggevo allora, ero alla ricerca del nesso tra astrologia, esoterismo e politica, presi in lettura il libro di Mircea Eliade Occultismo, stregoneria e mode culturali, pubblicato da Sansoni, dal quale trassi il brano inserito in apertura della mia autobiografia in chiave astrologica, che mi chiarì improvvisamente, con la fulminante luminosità delle parole dell’eminente storico delle religioni del secolo scorso, quel che avevo compreso intuitivamente riguardo l’astrologia, ossia la sua capacità di sfatare il nichilismo della modernità ricollegando oggettivamente l’uomo concreto ad un principio di ordine universale, l’effettiva corrispondenza tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, sulla base dell’orologio cosmico che scandisce il tempo del destino rappresentato dallo zodiaco tropico, restituendogli così quella dignità e quel significato che la filosofia del Novecento gli negava recisamente.
Mi imbattei nuovamente nel dharma leggendo il libro di René Guénon Iniziazione e realizzazione spirituale, edito da Edizioni Studi Tradizionali di Torino, che presi in prestito il 15 dicembre 2005; nel capitolo XVIII, intitolato Le tre vie e le forme iniziatiche, l’autore spiegava che la tradizione indù distingue tre forme di iniziazione, o mârga, conosciute rispettivamente come Karma, Bhakti e Jnâna, azione, devozione e conoscenza, e che lo Jnâna-mârga è quello che meglio conviene agli esseri di natura sattvica, mentre il Bhakti-mârga ed il Karma-mârga sono più adatti a quelli la cui natura è prevalentemente rajasica, ma se si intende il Karma-mârga nel senso più esteso, come svadharma, ossia l’adempimento da parte di ciascun essere della funzione che è conforme alla sua natura, allora la Bhagavadgītā espone un Karma-yoga specificamente adatto all’uso degli Kshatriya, gli appartenenti alla casta dei nobili guerrieri, nonostante le loro iniziazioni presentino carattere soprattutto Bhaktico, e l’iniziazione libero muratoria, volendo attribuire valore a quella che, in fondo, è una semplice messinscena carnevalesca, è soltanto una modesta iniziazione di mestiere, altro che Arte Reale, come andavano millantando i miei carissimi fratelli massoni.
Il 28 novembre 2006, qualche mese dopo aver cominciato a scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica, avvertendola sempre più chiaramente come il compito della mia vita, presi in lettura il libro di James Hillman Il codice dell’anima, edito da Adelphi, nel quale l’analista junghiano spiegava che il paradigma dominante per interpretare le esistenze individuali, ossia il gioco reciproco tra genetica ed ambiente, omette di considerare l’essenziale che c’è in ogni uomo, la sua natura fondamentale, il suo modo d’essere, riducendolo a mero risultato del palleggio tra forze ereditarie e forze sociali, e che quanto più una vita viene spiegata sulla base di qualcosa che è già nei cromosomi, o che i genitori hanno fatto o hanno omesso di fare, ed alla luce dei primi anni ormai lontani, tanto più la biografia che ne risulterà sarà la storia di una vittima, e la vita seguirà una sceneggiatura dettata dal codice genetico, dall’eredità ancestrale, da accadimenti traumatici, da comportamenti inconsapevoli dei genitori, da incidenti sociali, mentre ogni esistenza andrebbe spiegata in termini di carattere, vocazione, destino.
Hillman criticava l’eccessiva enfasi posta dalle teorie psicoanalitiche sui condizionamenti genitoriali, che considerava alla stregua di superstizioni parentali, ed era dell’avviso, rifacendosi alla teoria della ghianda di Platone, che fosse l’uomo, guidato da un demone personale, il daimon socratico, a scegliere i propri genitori, e, di riflesso, i vari condizionamenti della sua vita, per poter sviluppare ciò che è presente in nuce dentro di sé fin dalla nascita, e, per dimostrarlo, prese ad esempio le vite di alcuni personaggi famosi che ne avevano seguito la chiamata realizzando così grandi cose, nel bene o nel male, in quanto: « Le persone eccezionali manifestano la propria vocazione nel modo più lampante e forse da questo dipende il fascino che esse esercitano. Forse, anzi, sono eccezionali perché la loro vocazione traspare con tanta chiarezza e perché esse vi aderiscono con tanta fedeltà. Sono modelli, esempi di vocazione e della sua forza, e anche di lealtà verso i suoi segnali. E’ come se queste persone non avessero alternative. », e mi sembrò che parlasse di me.
Nel mito di Er, un guerriero valoroso, figlio di Armenio, originario della Panfilia, che conclude la Repubblica di Platone, al quale peraltro Hillman accennava soltanto per sommi capi, si narra che egli morì in battaglia ma si risvegliò dodici giorni dopo, sulla pira funeraria, per testimoniare quel che aveva visto nell’al di là, raccontando che le anime dei morti subivano un giudizio, e, trascorso un millennio in cielo o negli inferi, a seconda dei comportamenti tenuti nell’esistenza precedente, si radunavano in un prato pronte a tornare a nuova vita, poi si incamminavano verso una colonna di luce nella quale era sospeso il fuso della Necessità, che girava sulle ginocchia della dea Ananke, intorno al quale c’erano, ad uguale distanza, le sue tre figlie, le Parche di bianco vestite con il capo coronato di bende, che cantavano Lachesi il passato, Cloto il presente ed Atropo l’avvenire: la prima assegnava le sorti per mezzo dell’araldo divino, la seconda filava i destini umani, la terza li rendeva irreversibili.
Le anime si presentavano dunque davanti a Lachesi, dove un araldo divino le metteva in ordine, quindi prendeva dalle ginocchia della Parca le sorti ed i modelli delle diverse condizioni umane, montava su un palco e diceva loro che le aspettava una nuova vita, ma non sarebbe stata la sorte ad assegnare loro il daimon personale, ciascuna anima avrebbe scelto il suo, la sorte indicava soltanto l’ordine di scelta, ma la scelta rimaneva responsabilità individuale di ciascuno, la divinità non ne aveva colpa, e l’ultima chiamata a scegliere aveva ancora la possibilità di decidere della propria sorte, a maggior ragione se le scelte delle altre fossero state sbagliate, e, gettate le sorti, ciascuna anima raccoglieva quella che le era caduta più vicina, e, in base all’ordine in cui era stata sorteggiata, sceglieva, tra le varie condizioni di vita, quella che maggiormente somigliava alle esperienze del passato, salvo poi dolersi della propria stoltezza: erano poche le anime che si dimostravano sagge nell’attimo fatale della decisione.
Dopo che le anime avevano scelto la propria condizione di vita Lachesi assegnava loro un daimon personale, custode dell’esistenza ed adempitore del destino, che le conduceva da Cloto, che, con un giro di fuso, convalidava la scelta, quindi da Atropo, che, una volta filato il destino, lo rendeva irrevocabile, dopodiché, senza voltarsi indietro, passavano sotto il trono di Ananke, dea della Necessità, e, infine, arrivavano nella pianura di Lete, la pianura della dimenticanza, arsa da un calore soffocante e terribile, e si accampavano presso le rive del fiume Amalete, il fiume ove ogni cura si perde, delle cui acque nessun vaso può essere riempito, ed ogni anima beveva un po’ di quell’acqua, ma chi non sapeva trattenersi esagerava e dimenticava l’esperienza della dimensione metafisica, quindi le anime si addormentavano; poi, nel pieno della notte, scoppiò un tuono, la terra tremò e le anime furono lanciate qua e là, come in uno sfavillare di tante stelle cadenti, verso il luogo della loro nascita.
L’anima incarnata, avendo bevuto l’acqua del fiume Amalete, ha dimenticato cosa c’era prima della nascita, ed è quindi ignara della sua nuova condizione di vita, ma il daimon no, ed interviene nell’ambito della sua esistenza svolgendo una funzione di promemoria in molti modi: motivando, proteggendo, inventando ed insistendo con ostinata fedeltà, opponendosi alla facile ragionevolezza dei compromessi ed obbligando spesso il suo padrone alla devianza ed alla bizzarria, specialmente quando si sente trascurato o contrastato; il daimon, inoltre, è dotato di prescienza, anche se non dei particolari, in quanto non ha il potere di manipolare gli eventi per conformarli all’immagine ed adempiere la vocazione, e difatti conosce soltanto il senso generale del destino cui presiede, l’immagine della sua realizzazione, e la vita, intesa come immagine, non sa che farsene di dinamiche familiari e predisposizioni genetiche.
Ciascuna vita si offre alla vista come una sequela di immagini e chiede innanzitutto di essere guardata, il tempo non rientra nelle equazioni del mito, si riceve un’immagine eterna ed occorre tutta la vita per dipanarla, e, se pure è percepita tutta in una volta, la si comprende solo lentamente; l’anima possiede dunque un’immagine del proprio destino che il tempo può rendere manifesta soltanto come futuro, pur essendo perfettamente compiuta nell’essere necessita infatti dello svolgersi preordinato del tempo per manifestarsi nel divenire, ma ciò che determina l’eminenza non è tanto una vocazione alla grandezza, quanto la chiamata del carattere, l’impossibilità di essere diversi da quel che si è nella ghianda, ed allora le si ubbidisce fedelmente, oppure si è incalzati senza scampo dal proprio daimon.
Successivamente, leggendo il libro di René Guénon Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, edito da Adelphi, preso in lettura il 25 giugno 2007, dopo aver letto buona parte delle sue opere tra dicembre 2004 e giugno 2006, intervallandole con altri filoni di letture e con la scrittura della mia autobiografia in chiave astrologica, trovai finalmente una definizione limpida del dharma, che, come indica il senso della radice verbale dhr, “reggere”, da cui è derivata, nel suo significato più generale non designa altro che una maniera di essere; è, se si vuole, la natura essenziale di un essere, che comprende tutto l’insieme delle sue qualità o proprietà caratteristiche, e determina, attraverso le tendenze o le disposizioni che implica, il modo in cui questo essere si comporta, tanto nella sua totalità quanto in rapporto ad ogni circostanza particolare, mentre il karma è solo l’azione mediante cui tale disposizione verrà manifestata esteriormente, purché l’azione sia normale, cioè conforme alla natura degli esseri e dei loro stati.
Il 25 agosto 2009, stimolato dalla scrittura della mia autobiografia in chiave astrologica, che stava rivelando con sempre maggior chiarezza il sentiero invisibile che avevo percorso inconsapevole di quanto i miei passi fossero gravidi di destino, presi in lettura il libro di Marcello Veneziani Sul destino: se la vita non sorge dal caso, edito da SugarCo, il cui autore, un intellettuale non estraneo alla frequentazione di autori tradizionali quali René Guénon e, soprattutto, Julius Evola, e, pertanto, avvezzo alle considerazioni ultime sull’uomo e sul valore delle sue azioni, spiegava che avere un destino radica l’essere nell’avvenire, dà senso all’accadere e concatena l’esistenza, conferendole significato con la rivelazione della simultaneità di passato, presente e futuro, il segreto del tempo; il destino è la trama in cui viviamo, la spina dorsale dell’esistenza, che non sta in piedi senza quell’asse che l’orienta in alto, attraversandola, e la sostiene eretta, anche quando vorrebbe abbattersi e ripiegare.
Il destino, inoltre, libera l’azione dall’ossessione degli esiti, poiché se l’esito dell’agire prescinde dalla volontà, l’azione rifulge incondizionata, diviene pura, certa che darà comunque dei frutti, ma altresì persuasa che essi non dipenderanno aritmeticamente dalle cifre e dagli umori che li hanno pre-disposti: interverrà qualcosa che genererà eterotelìa, paradosso delle conseguenze, o comunque scarto tra la volontà e l’evento, e quella eterogenesi dei fini non tradirà colui che compie l’azione ma lo libererà dal calcolo dei suoi risultati, in quanto l’esito non appartiene al nostro esserci, ma alla trama complessiva del mondo in cui entra anche la nostra azione; l’importante, allora, è adempiere il proprio compito, giacché i risultati non rientrano nelle nostre facoltà, noi possiamo solo predisporre la strada.
Veneziani integrò questo discorso, quasi un preludio all’introduzione del dharma indù illustrato nella Bhagavadgītā, in un altro suo libro, I vinti: i perdenti della globalizzazione e loro elogio finale, edito da Mondadori, che presi in lettura il 17 novembre 2009, nel quale egli, nell’elogio finale, spiegava che le vittorie e le sconfitte passano, o sono archiviate nei pallottolieri della storia, quel che resta è lo stile, in quanto gli esiti dipendono da molti fattori, lo stile invece dipende soprattutto da noi; se gli esiti tradiscono le premesse fino a capovolgerle si verifica la cosiddetta eterogenesi dei fini, dal punto di vista filosofico il segno dei vinti, che avviene quando gli scopi per cui si è intrapresa un’azione non sono raggiunti, ma sono stati falliti, deviati o rovesciati, di conseguenza la via che congiunge le premesse agli esiti non può essere assorbita nelle prime come negli ultimi: ottimi e pessimi possono essere gli scopi come i risultati, ma entrambi non ci dicono abbastanza di noi.
E’ lo stile con cui abbiamo affrontato quell’impegno che ci qualifica e ci definisce, è il tratto che separa un’idea dalla sua realizzazione che fa la differenza e ci rivela realmente per quel che siamo; mentre nelle idee originarie come negli esiti finali dominano altri fattori, lo stile riguarda quel che siamo davvero quando tutti gli orpelli non ci sono più, è quel che resta di noi quando siamo svestiti di potere, strumenti di prestigio e di dominio, travestimenti sociali e trasfigurazioni virtuali, cioè quando siamo noi stessi e non quel che abbiamo o il ruolo che ricopriamo; lo stile di vita è l’essenziale che si rivela allo sguardo, una forma di nudità dell’essere colta mediante l’ethos: esso rimanda propriamente al carattere, che dà una forma al nostro esistere nel mondo ed alla nostra relazione con gli altri.
Ma fu soltanto in occasione dell’organizzazione del materiale per la formazione della conferenza sulla sostanza del tempo, nel gennaio 2010, dopo averne letto molti anni prima il testo scaricato dalla rete, che lessi, prendendola dagli scaffali della sala umanistica, la Bhagavadgītā, Il Canto del Beato, edita da UTET, a cura di Raniero Gnoli, sulla base della versione Kashmira tradotta dall’originale sanscrito e commentata da Abhinavagupta, uno dei più prestigiosi pensatori indiani, integrandola, nell’inverno 2011, con la visione del film Mahābhārata, preso in prestito dalla biblioteca Europea, che, con un’ambientazione scenica e dialoghi teatrali, sacrificando necessariamente l’enorme complessità del testo all’immediatezza del mezzo, narra le lotte tra i Kaurava ed i Pāndava fino allo scontro finale, e, infine, per poterla rileggere in agosto e scrivere questo post, il 31 luglio scorso ne presi in prestito un’altra traduzione, la Bhagavad Gītā a cura di Anne-Marie Esnoul, pubblicata da Adelphi.
Il Canto del Beato, poema dialogato di settecento versi comprendente diciotto canti corrispondenti ai capitoli dal XXV al XLII del libro VI del Mahābhārata, detto Libro di Bhīshma, fa parte della maggiore epica indiana, il Mahābhārata per l’appunto, che racconta la feroce guerra intercorsa fra i due rami dei discendenti di Bhārata, i cento Kaurava, figli di Dhrtarāstra, guidati da Duryodhana, il maggiore di essi, ed i loro cugini, i cinque Pāndava, figli di Pāndu, guidati dal primogenito Yudhisthira; i Kaurava, che non tolleravano i cugini Pāndava e cercavano di estrometterli dal potere con ogni mezzo, riuscirono nell’intento grazie ad una partita a dadi fra Duryodhana e Yudhisthira, il quale perse e fu obbligato a cedere la sua parte di regno e ad andare in esilio, con i suoi quattro fratelli, per tredici anni; trascorso il periodo stabilito Yudhisthira reclamò il suo regno, ma Duryodhana rifiutò di restituirglielo, così scoppiò
una guerra tremenda alla quale parteciparono non solo indiani, ma anche alleati di ogni paese.
Krishna Vāsudeva, che non era un semplice principe ma il dio Visnu che aveva assunto sembianze umane, essendo imparentato sia con i Kaurava che con i Pāndava tentò inutilmente di appianare il loro conflitto, così, quando Duryodhana ed Arjuna si recarono da lui per sollecitarne l’alleanza, propose loro di scegliere tra l’aiuto del suo esercito e la sua opera di consigliere inerme; Duryodhana scelse l’esercito ed Arjuna il dio in incognito, preferendo la qualità alla quantità, ed allora Egli divenne il guidatore del carro da guerra del Pāndava, e, come tale, compare nel canto primo del poema, nel mezzo del campo di battaglia dei Kuru, antenato comune alle due famiglie, dove i combattenti sono in procinto di affrontarsi, che descrive le conseguenze psicologiche del conflitto nell’anima di Arjuna.
La Bhagavadgītā si situa infatti nel punto cruciale del Mahābhārata, poco prima che la grande battaglia abbia inizio, nel campo sacro dei Kuru, dove, s
chierati in assetto di guerra, gli eserciti dei Kaurava e dei Pāndava suonano le buccine pronti al combattimento, ma Arjuna, l’arciere legalmente figlio di Pāndu, il cui vero padre è però il dio Indra, colto da angoscia e compassione davanti alla strage immane che si sta preparando domanda al suo auriga, di cui ignora la reale identità, se non sia meglio astenersi dalla lotta che uccidere parenti, maestri ed amici; comincia così un dialogo tra i due nel quale Krishna cerca di dissipare i dubbi dell’amico prediletto e di mostrargli qual è, per un guerriero, la via da seguire, e se all’inizio le sue risposte non escono dal quadro dei costumi del tempo, nel canto terzo Egli abbandona il suo carattere umano per rivestire quello dell’Assoluto personificato.
Nel campo sacro dei Kuru, in un clima di sospensione del tempo, Krishna risponde ad Arjuna, che, abbattuto, si è accasciato sul sedile del carro ed ha abbandonato l’arco e le frecce, che il suo sconforto è dovuto al turbamento della sua stessa umanità, che l’istupidisce e l’avvilisce, ed alla compassione nel vedere i suoi parenti entrare nelle fauci della morte, tanto da piangere chi rifiuta il pianto parlando così come un insensato, in quanto i savi non piangono né per i morti né per i vivi, perché, spiega la divinità: « Non fu mai tempo in cui non ero, io, e tu e questi principi tutti, né ci sarà mai tempo in cui non saremo, noi tutti, dopo quest’esistenza. A quel modo che in questo corpo il sé incorporato passa attraverso l’infanzia, la giovinezza e la vecchiaia, così, alla morte, egli assume un altro corpo. Il forte non è su ciò mai perplesso. I contatti della materia, o Arjuna, danno luogo a freddo, a caldo, a piacere e a dolore. Essi vanno e vengono, impermanenti. Sopportali coraggiosamente, o Arjuna. L’uomo che non è da essi turbato, o Arjuna, uguale nella gioia e nel dolore, forte, è idoneo all’immortalità. »
« Né una cosa inesistente può diventare esistente né una cosa esistente può diventare inesistente. I savi che vedon le cose secondo realtà hanno ben visto il termine di esse due. E sappi che esso è indistruttibile, ciò, dico, da cui quest’universo è pervaso. Nessuno può distruggere ciò che è indefettibile. Soggetti a fine, si dice, son questi corpi, in via di distruzione, questi corpi, dico, di colui che abita nei corpi, eterno, non conoscibile. Perciò combatti, o Arjuna. Chi pensa che lui sia l’uccisore e chi pensa che lui sia l’ucciso, tutti e due sono ignoranti. Egli non uccide e non è ucciso. Egli non nasce e non muore mai, né, essendo stato, v’è tempo in cui non sarà ancora. Innato, eterno, permanente, antico, egli non muore, quando muore il corpo. Colui che sa com’egli sia indistruttibile, perpetuo, innato, indefettibile, come può, o Arjuna, essere ucciso? E come può uccidere? »
« A quel modo che un uomo abbandona i suoi vecchi vestimenti e ne prende di nuovi, così il sé abitante nel corpo abbandona i suoi vecchi corpi e ne prende di nuovi. Lui non feriscono l’armi, Lui non brucia il fuoco, Lui non bagnano l’acque, Lui non dissecca il vento. Egli non può esser ferito, non bruciato, non bagnato, non disseccato. Egli è eterno, onnipervadente, saldo immobile, primevo. Egli, dicono, è immanifesto, impensabile, immutabile. Perciò, conoscendolo per tale, tu non hai ragione di piangere. Tu puoi pensare, oppure, che esso è in uno stato di eterna nascita o di eterna morte. Ma anche in tal caso, o Arjuna, tu non hai ragione di piangere su di esso. Di chi nasce è invero certa la morte, di chi muore è certa la nascita. Perciò su di una cosa inevitabile, tu non hai ragione di piangere. Gli esseri sono immanifesti nel loro principio, manifesti, o Arjuna, nel loro stato di mezzo e immanifesti nella fine. Perché mai dolersi di ciò? Come miracolo uno lo vede, come miracolo un altro ne parla, come miracolo un altro lo ascolta: ma, pur avendo ascoltato, nessuno lo intende. »
« Quest’abitante del corpo è sempre presente, invulnerabile, nel corpo di ognuno, o Arjuna. Perciò tu non hai ragione di piangere su nessuna creatura. Inoltre, guardando al tuo proprio dovere, non hai ragione di tremare. Per un guerriero non c’è infatti cosa migliore di un doveroso combattimento. Un combattimento come questo, che capita così senza cercarlo e spalanca le porte del cielo, i guerrieri, o Arjuna, lo ottengono grazie alle azioni meritorie fatte in passato. Ma se tu non vuoi combattere questa giusta battaglia, manchi allora ai tuoi propri doveri e all’onore, ed incorri in un grave pericolo. Gli esseri narreranno del tuo perpetuo disonore e per l’uomo stimato il disonore è peggio assai della morte. I grandi guerrieri penseranno che tu sei fuggito dal campo per paura e sarai così disprezzato proprio da quelli che più ti stimavano. E i tuoi nemici diranno su di te molte parole sconvenienti, facendo onta al tuo valore. Che v’è, dimmi, di più doloroso? Vinto, otterrai il cielo: vittorioso godrai della terra. Sorgi dunque, o Arjuna, risoluto a combattere. Piacere e dolore, perdite e acquisti, vittoria e sconfitta, tutte queste cose considerale uguali e accingiti a combattere. Così sarai immune dal peccato. »
Krishna prosegue poi esortando Arjuna ad agire senza tenere in conto i frutti della propria azione: « Occupati solo dell’azione, non occuparti mai dei frutti. Non essere mai spinto ad agire dal frutto delle tue azioni, né, d’altro lato, abbi attaccamento per l’inazione. Compi le tue azioni, o Arjuna, stando ben fermo nello yoga, avendo abbandonato l’attaccamento. Sii uguale nel successo e nell’insuccesso. Lo yoga, si dice, è uguaglianza. Colui le cui imprese siano qui, senza eccezioni, prive del legame del desiderio, colui che tutto offre alla rinuncia, costui è un vero rinunciatario, un vero saggio! L’azione cattiva invero si dilunga grazie allo yoga della ragione, o Arjuna. Cerca protezione nella ragione. Miserabili son coloro che son morsi dal desiderio di frutti. Chi è così unito alla ragione, abbandona ambedue queste cose, il male e il bene. Perciò, consacrati allo yoga. Lo yoga è l’abilità nelle azioni. I saggi, uniti nella ragione, rinunciano ai frutti provenienti dalle azioni, e, liberi dal legame della nascita, vanno nel piano senza macchia. »
Krishna continua ad esporre il suo insegnamento dicendo che nessuno può rimanere per un solo istante senza compiere qualche azione, ma colui che, padroneggiando i sensi mediante lo spirito, intraprende con distacco la pratica dello yoga dell’azione, mettendo in opera le proprie facoltà attive, quegli eccelle fra gli asceti; ad eccezione delle opere compiute per uno scopo sacrificale, difatti, l’azione è ciò che in questo mondo incatena, perciò, liberi da attaccamenti, occorre assolvere i propri compiti compiendo le azioni prescritte, in quanto l’azione agita con distacco mira all’integrità dell’universo: non c’è infatti nulla che Egli debba o abbia bisogno di fare, nulla da ottenere che non possegga già, tuttavia non cessa di agire, poiché, se non compisse la sua opera, i mondi sprofonderebbero e le creature sarebbero annientate.
E’ dunque necessario che Arjuna dedichi all’Assoluto personificato, ossia al Bhāgavan, al beato Krishna, ogni sua azione, con spirito perfettamente interiorizzato, libero da ogni desiderio come da ogni spirito di possesso, poiché coloro che mettono in pratica questa dottrina sono anche liberati dagli atti; l’auriga divino invita quindi il più valoroso dei figli di Pāndu a compiere il proprio svadharma, il dovere proprio della casta dei guerrieri, combattere i propri nemici, per quanto ingrato possa apparirgli tale compito, trovandosi di fronte a parenti, maestri ed amici, dicendogli (Bhagavadgītā III, 35): « Meglio il nostro proprio dovere, benché imperfetto, che il dovere altrui ben adempiuto. Meglio la morte nell’adempimento del proprio dovere, piuttosto che la prosperità prodotta dal dovere altrui. ».
Esortazione ripetuta nel canto diciottesimo, quello conclusivo, nel quale Krishna, ricordando ad Arjuna l’importanza di assolvere il proprio compito naturale, lo svadharma, dice (Bhagavadgītā XVIII, 47): « Meglio il nostro proprio dovere, benché imperfetto, che il dovere altrui ben adempiuto. Meglio la morte nell’adempimento del proprio dovere, piuttosto che la prosperità prodotta dal dovere altrui. Colui che compie le opere prescrittegli dalla sua propria natura, non incorre in peccati. », per aggiungere poi (Bhagavadgītā XVIII, 48): « L’uomo, o Arjuna, non deve abbandonare l’opera che egli è nato a fare, neanche se essa è difettosa. Ogni intrapresa è avvolta invero da difetti, come il fuoco dal fumo. » e, per concludere, rivela al più valoroso dei figli di Pāndu che egli gli è immensamente caro, quindi gli domanda se, dopo averlo ascoltato, il suo sgomento, dovuto all’ignoranza, si è dileguato, ed Arjuna, risollevatosi e pronto alla battaglia, conferma che esso è svanito grazie alle parole del Beato, e che, avendo ritrovato la propria presenza di spirito, è pronto a combattere secondo il suo ordine.
La Bhagavadgītā
esorta dunque a vivere secondo il proprio dharma, o modo d’essere particolare che, non essendo nessun uomo causa sufficiente di se stesso, in quanto non si è creato da sé, gli deriva necessariamente dall’esterno, per effetto della legge impersonale del karma o di una scelta individuale effettuata al cospetto di Lachesi ha poca importanza ai fini pratici, natura essenziale di un essere, per usare le parole di René Guénon, che comprende tutto l’insieme delle sue qualità o proprietà caratteristiche, e determina, attraverso le tendenze o le disposizioni che implica, il modo in cui questo essere si comporta, tanto nella sua totalità quanto in rapporto ad ogni circostanza particolare; all’interno di ogni uomo, infatti, sta, innato ed indefettibile, un compito che sta fitto nel cuore e rappresenta il dovere conforme alla sua natura che, se adempiuto correttamente, aiuta a sostenere l’universo.
Dalla constatazione che ciascun uomo ha un dharma specifico consegue logicamente che esiste anche un karma che gli è proprio, ossia, citando le parole di Guénon, un’azione mediante la quale tale disposizione verrà manifestata esteriormente, purché l’azione sia normale, cioè conforme alla natura degli esseri e dei loro stati, ed ai rapporti che ne derivano, ed allora diviene essenziale conoscere se stessi ed il compito che sta fitto nel cuore, per poterlo realizzare ed adempiere così lo scopo per cui si è nati, perché ogni uomo, al pari di tutto ciò che lo circonda, cose o persone, è un oggetto gettato nella corrente del divenire, alle cui leggi obbedisce anche se non se ne rende conto, e se agisce mosso da preferenze personali, ritenendo che sia possibile agire contro la realtà, finisce immancabilmente in disgrazia.
Nessun uomo, infatti, dispone degli esiti delle proprie azioni, né, pertanto, può ottenere sempre ciò che desidera egoisticamente, perciò l’unico modo di esistere conformemente all’ordine universale è essere quanto più aderente alla propria natura essenziale, al proprio carattere che, reagendo agli eventi della vita, forgia il destino, ed al compito che gli sta fitto nel cuore e gli detta l’azione normale da svolgere senza tenerne in conto i frutti, ai quali occorre rinunciare in quanto essa, entrando nel mondo e combinandosi con il flusso tumultuoso del divenire, è soggetta, come una maledizione, ad eterotelìa, eterogenesi dei fini che fa sì che, in maniera spesso sorprendente, ogni intento utilitaristico finisca per avere esiti diversi da quelli ipotizzati, a volte del tutto opposti rispetto alle intenzioni originarie.
Ripercorrendo il lungo cammino intrapreso quando, assecondando la chiamata del mio daimon, abbandonai tutto per seguire me stesso ed il compito che mi sta fitto nel cuore, in risposta all’angoscia esistenziale impadronitasi di me negli anni successivi al 2000, punto di svolta della mia esistenza, che mi indusse a rigettare definitivamente le convenzioni sociali che livellano l’uomo mediante la scuola di massa ed il lavoro retribuito, sopprimendone la vocazione, riconsiderando le letture svolte in oltre un decennio di riflessioni sul significato e sullo scopo della vita, alle quali devo aggiungere un proverbio arabo, Il destino ti attende sulla strada che hai fatto per evitarlo, che lessi poco dopo essermi introdotto da me stesso allo studio dell’astrologia ed ebbe su di me un effetto dirompente, mi accorgo di aver girato sempre attorno alla stessa immagine, tendendo istintivamente alla realizzazione del mio destino.
Nel contempo ho affrontato, da solo, le incognite e le criticità di un lungo processo di guarigione personale, protrattosi per anni, che mi ha portato a dissolvere il nichilismo della modernità, affinché poi potessi incidere concretamente sulle istituzioni politiche, sociali ed economiche che fanno dell’economia il plumbeo destino degli uomini contemporanei, ed a scoprire che c’è una ragione per cui siamo vivi, e, mentre percorrevo il cammino tortuoso ed oscuro nell’abisso della conoscenza di me stesso con un’incrollabile fiducia metafisica nella riuscita, penetrato nel fondamento ontologico di carattere e destino, ho trovato la soluzione che risolve me stesso, e, assieme ad essa, una spiegazione oggettiva ed una tecnica personalizzata in grado di illustrare, a chiunque conosca i propri dati di nascita, il proprio carattere e lo svolgimento preordinato delle tappe fondamentali della propria esistenza.
Esiste infatti un nesso preciso tra la psiche individuale e l’universo, tra carattere e destino, evidenziato oggettivamente dall’astrologia, che rende oggettiva la nozione indù del dharma, pur nell’ambito della soggettività dell’esistenza concreta, per mezzo del grafico astrologico della genitura, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita, che diviene così un vero e proprio mandala personale, simbolo dell’integrità della vita psichica, e, mostrando gli automatismi di ripetizione, o coazione a ripetere, identificati dallo studio dei complessi planetari, consente di sviscerarli e depotenziarli per mezzo della parola terapeutica, favorendo la guarigione dal nichilismo ed aiutando a realizzare consapevolmente il compito che sta fitto nel cuore.

Gli anni della solitudine

La sensazione di smarrimento ed angoscia esistenziale provata negli anni 2001-2003 mi portò, nel mese di marzo 2002, ad abbandonare la società di intermediazione mobiliare nella quale lavoravo, e, l’anno seguente, durante il transito di Saturno in aspetto angolare di quadratura con Plutone radix, che, governando il primo il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno ed il secondo il Discendente nel segno zodiacale dello Scorpione, dimostrò chiaramente come quel legame associativo fosse incompatibile con l’immagine della mia realizzazione, la massoneria, che avevo ritenuto fosse un’autentica società iniziatica capace di dissolvere il nichilismo che mi pervadeva, ed invece aveva confuso ancor di più i miei già incerti pensieri, così, rimasto solo e senza identità sociale, mi accorsi che, nella mia esistenza, erano mutati scenari, città, luoghi, ambienti scolastici e lavorativi, ma tutto era rimasto esattamente come quand’ero piccolo, un sottofondo desolante e deprimente di miseria umana che mi opprimeva interiormente, l’agitazione convulsa dei miei primi trent’anni di vita non mi aveva allontanato di un passo dalla pochezza che mi circondava, perciò, per evitare il ripetersi degli incontri karmici indicati da Nettuno retrogrado nella VII casa del grafico astrologico della mia genitura, rifiutai di seguire G. in un’altra società di intermediazione mobiliare, divenuto ormai consapevole che non un lavoro avrebbe cambiato la mia vita, ma l’incontro con persone qualitativamente differenziate che, come me, non sopportano di essere omologate agli scarti del genere umano.
In quegli anni avevo già preso confidenza con l’astrologia, di cui avevo intuito l’essenziale, compreso il ruolo giocato dalla complessità della struttura del grafico astrologico della genitura nel definire la qualità individuale, cosa che si verifica quando la maggior parte o tutti i pianeti, collocati in segni zodiacali loro confacenti, formano aspetti angolari tra di loro, con i pianeti personali legati ai pianeti superiori, le remote orbite da Urano a Plutone, e gli assi cadono in segni zodiacali forti, tracciando all’interno del cerchio zodiacale un disegno dalla trama decisa, definendo destini che si svolgono su un piano più elevato di quello biologico ed esprimendo necessità ed impegno fuori dal comune, così, conoscendo l’elevata intelligenza che mi caratterizza, rammentando il significato delle linee tracciate sui palmi delle mie mani e considerata la complessità del mio tema natale, mi domandai stupito per quale motivo queste potenzialità avessero prodotto soltanto il me stesso di allora; ignoravo che agivano contro di me due millenni di pietismo cristiano, frutto della morale del risentimento, ed oltre tre secoli di pensiero politico moderno fondato sullo pseudo-principio dell’eguaglianza degli uomini che fa dell’economia un plumbeo destino collettivo, eppure, nonostante le avversità, conservavo intatta la certezza che la grandezza che avvertivo dentro di me dovesse esprimersi per mezzo di opere, per quanto, pressato da esigenze che mi erano estranee, non riuscissi a trovare uno sbocco conforme al mio sentire, perciò mi ero lasciato deformare dal lavoro, illudendomi che lì si celasse la chiave della mia realizzazione.
Accadde allora, inaspettatamente, che, quando Urano transitò in aspetto angolare di doppia quadratura rispetto all’opposizione radicale tra Venere e Marte, riapparvero, dopo oltre un anno di assenza, gli astrologi massoni che mi avevano dimostrato la serietà di questa disciplina fin troppo maltrattata, e, di lì a poco, nacque un newsgroup astrologico nel quale, con l’entusiasmo delle mie illusioni associative, credetti di poter trovare persone con un sentire simile al mio, ne trovai invece alcune che volevano trascinarmi nuovamente nel sistema di vita al quale mi ero appena sottratto, che, peraltro, non piaceva neppure a loro, soltanto non potevano tollerare che vi fosse qualcuno che seguisse se stesso piuttosto che deformarsi in cambio della sicurezza economica, e difatti quelle frequentazioni si svolsero in maniera tesa e contrastata, come ci si aspetterebbe da un transito planetario di quadratura, mentre il recente transito di Urano in aspetto angolare di sestile / trigono rispetto alla stessa opposizione radicale ha favorito la pubblicazione del mio sito Internet e di questo blog senza che vi fossero attriti, dopo un’assenza dalla rete durata circa sei anni; inoltre ricevevo l’incomprensione di chi veniva a conoscenza del mio interesse per l’astrologia, che, fraintendendone l’impiego, mi spronava ad utilizzarla per guadagnare denaro, mentre io, obbedendo ad un’esigenza vitale, cercavo di definire la visione del mondo capace di sfatare il nichilismo e l’egalitarismo livellante dell’epoca moderna intuita sul finire del 2000, quando osservai per la prima volta la simulazione del moto dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, che mi dischiuse un insieme di possibilità che ho impiegato un decennio per esplorarle fino in fondo.
Se, dunque, in quegli anni mi riuscì impossibile emergere secondo la mia natura, fu per la mancanza di un ambiente composto esclusivamente di persone qualificate capaci di comprendere le mie intuizioni, e difatti, ogni volta che provavo ad esternare la mia visione qualitativa della realtà, come peraltro mi accadeva fin da bambino, venivo ricacciato nel mio esilio interiore dai rimbrotti del paradigma corrente e costretto a consolidare il mio pensiero in una forma capace di resistere alle pressioni esterne con la forza schiacciante della verità, ma ciò richiedeva tempo, oltre che tranquillità, così, esasperato dal fallimento dell’esperienza internettiana e dalla scoperta che perfino gli astrologi massoni si erano rivelati maestri nell’arte dell’inganno, come la generalità dei loro carissimi fratelli, durante l’ultimo transito separativo di Plutone in aspetto angolare di quadratura rispetto a se stesso radix, che nel biennio precedente mi aveva fatto sperimentare relazioni tese e disturbanti affinché comprendessi cosa cercare negli alleati, abbandonai di colpo tutto quanto per immergermi nei miei studi, senz’altra bussola che la voce del mio daimon che mi spronava a trovare una soluzione al mio malessere esistenziale, accogliendo i suggerimenti contenuti nel brano musicale Le aquile non volano a stormi, tratto dall’album Dieci stratagemmi di Franco Battiato: non prestare orecchio alle menzogne, non farti soffocare dai maligni, non nutrirti di invidie e gelosie; da allora i giorni ed i mesi hanno preso a correre veloci, ed io ho percorso una strada oscura ed incerta nella quale, a tratti, ho temuto di offuscarmi, soffrendo in silenzio i danni del tempo nell’incerto cammino del ritorno, seguendo la guida degli antichi saggi, affidandomi all’intuizione ed attraversando il male.
Nella tranquillità della foresta del Ribelle, turbata inizialmente dalla sensazione che la mia presenza in quel luogo fosse illegittima, agiva in me la cattiva coscienza delle false convinzioni instillatemi nel passato, cominciai a mettere ordine nella realtà, per raccapezzarmi tra le mie macerie esistenziali e realizzare il mio destino, cosa che mi ha portato, all’inizio del 2006, durante l’ultimo transito di Urano in aspetto angolare di sestile con Saturno radix, che ha determinato un mutamento di orientamento professionale analogo a quello che, con l’aspetto angolare di quadratura dello stesso pianeta, verificatosi nel marzo 1997, mi portò a licenziarmi bruscamente dalla banca, ed a quello di Nettuno, avvenuto tra il 2001 e l’inizio del 2003, che mi sprofondò nell’angoscia e mi fece abbandonare la società di intermediazione mobiliare, a scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica, organizzando materiale accumulato negli anni precedenti, con l’intenzione originaria di illustrare l’utilizzo dell’astrologia riferendola ad un’esistenza concreta, ma, mentre scrivevo, emergeva con sempre maggiore chiarezza ciò che c’era in me di represso, così, partendo da un capo del problema, e seguendone lo svolgimento, inserendo nel racconto il contesto politico, economico e sociale nel quale ho vissuto, ho recuperato l’oggettività della mia esperienza personale, e, partendo da essa, ho colmato il vuoto di valori che permea la modernità e costruito i germi di un paradigma destinato a sostituire quello vigente, ponendo le basi per concludere l’eone cristiano ed inaugurarne uno in cui prevalgano, conformemente alla realtà della naturale ineguaglianza degli uomini, valori di spiritualità e gerarchia.

Gli elementi del puzzle

PuzzleLa lucidità di pensiero e la chiarezza di intenti che sperimento oggi, dopo anni di studio sulle determinanti storiche, politiche, economiche e sociali della modernità, con conseguente correzione degli errori logici indotti dallo pseudo-principio dell’eguaglianza degli uomini, e di profonda riflessione su me stesso, supportata dalla meditazione sugli scritti degli autori tradizionali e dall’approfondimento delle fonti originali, mi mancavano del tutto nel 2000, anno di svolta della mia esistenza, quando, mentre vagavo disperatamente alla ricerca della qualità, mi accaddero alcuni eventi destinici che trascinano i loro effetti fino ad oggi.
La notte del 17 maggio uscii indenne da un incidente stradale dalle conseguenze potenzialmente disastrose, ricavandone la certezza che mi fosse stata offerta una seconda possibilità di guarire dal nichilismo che mi oscurava l’anima; il 10 luglio fui iniziato in una loggia massonica posta all’obbedienza della libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, al quale mi ero avvicinato pensando che si trattasse di un autentico Ordine iniziatico e tradizionale; due giorni dopo ricevetti la missiva del Mensa Italia attestante la misurazione scientifica del mio QI, che mi collocava nell’insieme ristretto ed elitario dell’1% degli individui più intelligenti della popolazione adulta; il 9 dicembre scaricai da Internet il programma astrologico freeware Astrolog 5.40, che utilizzo tuttora nonostante la grafica scarna ed essenziale, e, a ridosso delle festività natalizie, incontrai in chat alcuni astrologi massoni che mi confermarono, con la precisione delle descrizioni caratteriali e delle diagnosi mediche tratte dallo studio delle carte natali che sottoponevo alla loro attenzione, che l’astrologia era una conoscenza reale ed efficace, contrariamente all’immagine stereotipata che ne davano i mass media.
Allora, come il Folle dei tarocchi, non sapevo esattamente cosa facessi, concentrato, come un fanciullo rapito dal rompicapo dell’esistenza, su realtà che mi sarebbero state altrimenti precluse senza lo strumento Internet, e non mi stupisco di aver contattato la massoneria nel luglio 1999, dopo aver trascorso qualche settimana ad approfondire i contenuti del vecchio sito dell’istituzione massonica ed aver compiuto trent’anni, mentre Saturno entrava nella I casa natale segnando un tempo in cui avrei dovuto concentrarmi sulla definizione di me stesso, rafforzando, con il passaggio sulla sua posizione natale, l’idea dell’apertura di un nuovo ciclo, dopo che quello precedente era stato segnato dall’obbligo istituzionale e burocratico di frequentare persone dalle capacità medie e mediocri dovendole considerare ipocritamente eguali a me per non farle risentire.
Il tempo che si andava profilando, invece, richiedeva che ricercassi liberamente le persone alle quali associarmi, e tale ricerca, in accordo con la mia natura, doveva avvenire secondo criteri di selezione elitari che riguardassero l’essenza dei partecipanti, anziché attribuzioni esteriori ed artificiali quali titoli di studio, ricchezza posseduta e professione esercitata, indicatori sintetici della loro funzione economica, e non a caso il 28 maggio 2000, mentre si preparavano gli eventi che mi portarono all’iniziazione massonica ed all’iscrizione all’associazione degli individui altamente intelligenti, si verificò la grande congiunzione celeste tra Giove e Saturno, che ritorna regolarmente ogni vent’anni, nel 22° 44’ del segno zodiacale del Toro, in aspetto angolare di trigono praticamente perfetto con Plutone radix, pianeta governatore del Discendente nel segno zodiacale dello Scorpione e significatore dei miei alleati, ricordandomi il bisogno mai sopito di ricongiungermi alle salde compagnie smarrite di cui porto il ricordo nostalgico nella struttura della VII casa del grafico astrologico della mia genitura.
Sia pure inconsciamente, agivo spinto dalla mia natura, o, più propriamente, dalla mia legge interiore considerata illegittima dal mondo moderno fondato su un paradigma materialistico e nettamente antiqualitativo, mentre ora ho la piena consapevolezza che ero alla ricerca della qualità individuale, che colsi intuitivamente nella stratificazione gerarchica degli intelletti individuata dalla misurazione scientifica dell’indice QI, che negli anni successivi approfondii sotto i profili scientifico e pedagogico, ma mi distaccai quasi subito dall’associazione degli individui altamente intelligenti, avendone constatato la natura di contenitore anodino organizzato a scopo ludico; i massoni, invece, si dimostrarono maestri sì, ma nell’arte dell’inganno, della millanteria e della mistificazione, meritando appieno, per l’impegno e l’audacia riposti nei lavori di masticazione, l’appellativo di uomini usi a ben mangiare ed ancor meglio bere nonché di benemeriti della ristorazione; fondamentale, viceversa, fu l’incontro con l’astrologia e con i misteriosi compagni di chat di quegli anni.
La scampata morte nell’incidente stradale, la massoneria, l’intelligenza e l’astrologia rappresentano gli elementi attorno ai quali si è addensata nel tempo una visione generale della realtà tesa a recuperare il senso del destino e della qualità individuale: la libera muratoria universale, infatti, conservava la struttura verticale dell’Ordine ed affiliava i neofiti con il metodo della cooptazione, perché soltanto chi possegga tutti i requisiti richiesti, e non uno di meno, può integrarsi pienamente nella comunità e perseguirne il fine, in caso contrario l’elemento difettoso turberebbe la serenità dell’ambiente partendo dai punti sui quali è carente, sviando gli altri dalle finalità originarie ed innescando quel processo di degenerescenza che colpisce inevitabilmente ogni organizzazione che accolga nel suo seno individui non debitamente qualificati, ma, ciononostante, aggregava chiunque senza il minimo ritegno, mentre l’associazione degli individui altamente intelligenti, che selezionava i soci in base ad un criterio oggettivo, aveva un’organizzazione democratica e scopo ludico.
Togliendo il superfluo da quelle due associazioni, ossia la mancanza di omogeneità della massoneria, dovuta all’assenza di un fine che definisse le caratteristiche qualitative atte a realizzarlo, e la struttura egalitaria dell’associazione degli individui altamente intelligenti, costituita fondamentalmente per finalità ricreative, si ottiene esattamente quel che cercavo invano in quegli anni, senza averne coscienza: un Ordine verticale che affiliasse i neofiti mediante cooptazione in base a criteri di selezione oggettivi, un solido carattere ed una chiara intellettualità, allo scopo di costituire un’élite portatrice di una visione spirituale dell’esistenza, coesa, omogenea, consapevole del proprio ruolo e determinata a ribaltare il paradigma corrente, nella quale l’astrologia, oltre a certificare la qualità degli iniziati nella complessità della struttura del grafico astrologico della genitura, mostrasse il ricollegamento dell’uomo concreto ad un principio di ordine universale, l’effettiva corrispondenza tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale Unità del Tutto, fornisse la prova oggettiva del destino individuale e servisse da supporto per educarli a divenire ciò per cui sono nati.