La chiave del destino

Mandala ruota del tempo

Il mandala, figura archetipica composta dal cerchio e dal quadrato (o dalla croce), costituisce un simbolo della totalità psichica che sorge spontaneamente nella coscienza nei periodi di disgregazione della personalità, rappresentando il centro attorno al quale ricostruirla secondo il proprio disegno interiore

Carl Gustav Jung mostrò particolare interesse nei confronti dell’astrologia fin dagli esordi della sua vita professionale, come testimonia la lettera del 12.VI.1911 indirizzata al professor Sigmund Freud, contenuta nell’epistolario curato da Aniela Jaffé in collaborazione con Gerhard Adler e pubblicato in tre volumi dalle Edizioni Scientifiche Ma.Gi. Srl con il titolo Lettere, nella quale scrisse che impegnava le serate facendo calcoli oroscopici, per scoprirne il contenuto psicologico di verità, e che, fino a quel momento, aveva trovato alcune cose notevoli, che certamente sarebbero sembrate incredibili al suo maestro, come il caso di una signora della quale aveva delineato un quadro caratteriale nettissimo, con alcuni eventi precisi del suo destino, che però non apparteneva a lei, bensì alla madre, deducendo dalle configurazioni astrali caratteristiche che le andavano a pennello, in quanto soffriva di uno straordinario complesso materno, concludendone che in tale disciplina un giorno si sarebbe potuta scoprire un bel po’ di scienza giunta in cielo per via di intuizione.
Diciannove anni dopo, nel discorso commemorativo in memoria di Richard Wilhelm tenuto il 10 maggio 1930 e pubblicato nel volume tredicesimo delle sue opere complete, edite in Italia da Bollati Boringhieri, intitolato Studi sull’alchimia, Jung definì l’astrologia come la summa di tutte le conoscenze psicologiche dell’antichità, della quale lo psicologo doveva per forza di cose interessarsi, e, trentasei anni dopo la testimonianza datane a Freud, nella lettera del 6.IX.1947 indirizzata al professor Raman, che gli aveva scritto da Bangalore in India, confidò che erano più di trent’anni che se ne interessava, l’appassionava soprattutto la questione di come determinate complicazioni caratteriali potessero essere spiegate ricorrendo all’oroscopo, tanto che, in caso di diagnosi psicologiche difficili, faceva sempre redigere il tema natale del paziente, in modo da acquisire un nuovo punto di vista, ricavandone spesso una spiegazione per fatti che altrimenti non avrebbe potuto comprendere, e ne trasse quindi la conclusione che l’astrologia rivestiva un particolare interesse per gli psicologi.
Essa, proseguì Jung, si fonda su una realtà psichica di tipo empirico denominata proiezione: si tratta cioè di contenuti per così dire psichici che si ritrovano poi nelle costellazioni, da qui derivò l’idea che tali contenuti provenissero dalle stelle, con le quali invece sono semplicemente in rapporto sincronico, considerazione già espressa nella lettera inviata il 29.I.1934 al professor Baur di Zurigo, nella quale spiegò che lo studio accurato dell’inconscio mostra una strana coincidenza con il tempo, ne discende che gli antichi furono in grado di proiettare una serie di contenuti interiori, percepiti inconsciamente, nelle determinanti esterne di natura astronomica del tempo, e questo fatto è il fondamento della correlazione degli avvenimenti psichici con le determinanti cronologiche, ossia della corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo attestata oggettivamente dall’astrologia, che, nello zodiaco tropico, riconosce il quadrante di un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino.
Infine, cinquant’anni dopo la lettera indirizzata a Freud, Jung ribadì, poco prima di morire, in una conversazione intercorsa il 23 gennaio 1961 tra lui ed il diplomatico e scrittore cileno Miguel Serrano riportata nel libro Jung parla, Interviste e incontri a cura di William Mc Guire e R.F.C. Hull, edito da Adelphi, che è talmente forte la corrispondenza tra l’universo e la psiche, che potrebbe perfino darsi che le invenzioni e le idee di un tempo a tre dimensioni siano semplicemente il riflesso della nostra struttura mentale, e, dopo aver raccomandato all’ambasciatore di fare quel che gli aveva consigliato l’I Ching, perché quel libro non sbaglia mai, sentenziò che esiste senz’altro un nesso preciso tra la psiche individuale e l’universo, e che quando gli riusciva difficile classificare un paziente lo mandava a farsi fare l’oroscopo, che corrispondeva sempre al suo carattere, che poi interpretava psicologicamente.
Da queste brevi note, tratte dal suo epistolario, si comprende che Jung si interessò di astrologia perlomeno per mezzo secolo, affascinato dalla questione di come determinate complicazioni caratteriali potessero essere spiegate ricorrendo al tema natale, problematica affrontata da André Barbault nel libro Dalla psicoanalisi all’astrologia, edito da Nuovi Orizzonti, che presi in lettura il 25 gennaio 2005 nella foresta del Ribelle, nel quale l’astrologo francese accostò psicoanalisi ed astrologia, ritenendo che nel Novecento quest’ultima dovesse rivestirsi di un linguaggio psicologico, distinguendo così un determinismo psichico ed un determinismo cosmico: il cielo di nascita sarebbe il testimone del piano strutturale dell’individuo e la personalità che a quest’ultimo spetta di sviluppare nel corso della vita sarebbe conforme alla sua formula astrale, considerazione che, esposta in questi termini, ignora completamente il fondamento ontologico del carattere, racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della genitura, e del destino, rivelato nello svolgimento preordinato dei transiti planetari.
La psicoanalisi, argomentava Barbault, rivela che la psiche è spinta a realizzare il proprio destino da un dinamismo interiore, pertanto l’uomo si indirizza istintivamente verso ciò che è in lui sotto forma di immagini o simboli, perciò il suo divenire non dipende in misura così marcata dalle circostanze esterne, in quanto egli sceglie, fra le occasioni che gli si offrono, quelle più conformi alla propria natura, e questo perché nessuna forza esterna può agire stabilmente ed intensamente sull’animo senza avere la complicità di una forza interiore; carattere e destino sono dunque due aspetti di uno stesso determinismo naturale, nella vita non incontriamo altri che noi stessi, ed il destino è ineluttabile solo nella misura in cui è impossibile sfuggire a se stessi: ne consegue che l’esistenza non si compie a dispetto degli sforzi e delle aspirazioni umane, ma piuttosto a causa di questi sforzi e di queste aspirazioni, e che per l’uomo non c’è nulla di più salutare che riconoscere ed accettare questo destino interiore.
Barbault collegava poi il fenomeno psicologico dell’automatismo di ripetizione alle posizioni planetarie ed alle configurazioni astrali del tema natale, in quanto ogni pianeta, nel settore astrologico in cui si trova, si presenta come un fattore sul quale si edificano una serie indefinita di costruzioni dello stesso tipo: esso rappresenta un principio da cui si sviluppa la costante espressione di uno stato che resta invariato per tutta la vita e che si traduce in una serie di situazioni apparentemente diverse ma sostanzialmente identiche; sotto questa luce, il destino appare come una potenza evolutiva che ciascuno porta dentro di sé, da qui il termine destino interiore: a seconda che l’uomo persegua un’immagine di successo o insuccesso, fortuna o disgrazia, viene attratto in direzione di tutto ciò che è misteriosamente legato alla felicità o all’infelicità e si costruisce da sé il proprio paradiso o il proprio inferno.
Barbault, riprendendo l’ipotesi secondo la quale gli astri inclinerebbero in quanto immanenti alla natura umana, affermava, conformemente al vero, che nella carta del cielo non sono inscritti gli avvenimenti del destino, malattia, matrimonio, fortuna, viaggi e via enumerando, ma le forze profonde che li determinano e li condizionano, anche se, nella mia esperienza personale, ho riscontrato accadimenti segnati inequivocabilmente da transiti planetari eccezionali per intensità e precisione rispetto ai punti transitati, i quali, com’è noto, discendono rigidamente dalle posizioni radicali dei pianeti, essendo fissati una volta per tutte nell’atto d’esser nati, scandendo così lo svolgersi preordinato del tempo del destino individuale; l’ipotesi dell’astrologo francese riguardo il determinismo psichico appare dunque insufficiente ad illustrare la totalità del destino dell’uomo concreto, non potendo spiegare psicologicamente eventi le cui determinanti sono estranee alla sua volontà e non si sarebbero potuti produrre in alcun modo ricorrendo ad azioni consce o inconsce, essendo stabiliti da soverchianti cause esteriori.
Secondo Barbault, l’interpretazione astrologica pone l’osservatore di fronte alla configurazione di una condizione umana, sia essa una tendenza psichica, un tratto caratteriale oppure il dinamismo del comportamento, ottenuta considerando l’aspetto planetario come un rapporto ben definito che si stabilisce fra due pianeti, la cui rappresentazione tipo è data dalla Luna nelle sue differenti fasi di allontanamento dal Sole, e, solo secondariamente, dinnanzi ad un destino possibile e probabile, in quanto conseguente, essendo strettamente connesso a quell’interno umano che è la replica dell’esterno astronomico; però, e qui, per l’autore, interviene un margine di azione consapevole, più ci si innalza nella scala umana più si sfugge al determinismo cosmico, poiché questo determinismo esiste allo stato inferiore dello psichismo, nell’inconscio, alla radice degli istinti, per quanto, a livello metafisico, esso sia riconducibile all’essere, che contiene simultaneamente lo sviluppo preordinato di tutto ciò che, riversandosi nel tempo e nello spazio, dà luogo al divenire, argomento che l’astrologo francese non considera affatto.
La psicoanalisi, proseguiva Barbault, ci ha aperto gli occhi non solo su quella specie di complicità che si stabilisce fra le nostre più recondite aspirazioni e le opportunità che l’ambiente esterno ci offre, ma anche sulla contabilità della nostra economia affettiva, la quale decide tutta la gamma di soluzioni possibili, dal trionfo alla catastrofe: tutto ciò che ci capita porta infatti l’impronta caratteristica della nostra personalità; tuttavia essa ha affrontato solo in modo occasionale i problemi intersoggettivi, e quindi non è ancora in grado di darci una soluzione di insieme al problema, anche se, sulla base di un’ampia ricerca statistica e con il sostegno del calcolo delle probabilità, Michel Gauquelin è in grado di affermare che i bambini nascono, con maggiore frequenza rispetto alla media, alla levata o al culmine di quello stesso astro che si levava o culminava alla nascita del padre o della madre, per cui si può ammettere che in una certa misura le astralità dei genitori determinano i figli a subire talune avversità.
Barbault, riprendendo il concetto psicologico della proiezione, spiegava che ciò di cui non si è preso coscienza viene trasferito su un oggetto esterno ed interpretato come fatto esteriore, pur trattandosi in realtà di una condizione interna, perciò, nella misura in cui l’uomo concreto si rifiuta di riconoscere questi fattori soggettivi e li esclude dal suo mondo cosciente, essi continuano ad insinuarsi ed a frapporsi fra lui e gli oggetti che esamina, che risultano modificati dall’immagine deformante proveniente dal suo inconscio, costringendolo alla ripetizione dei suoi errori; ne discende il riconoscimento implicito dell’utilità di una mappa oggettiva del proprio carattere, racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della genitura, e della conoscenza dello sviluppo prestabilito delle tappe fondamentali dell’esistenza indicato dallo svolgimento preordinato dei transiti planetari rispetto al tema natale, dal quale discendono rigorosamente essendone lo spiegamento nel tempo, che dimostrano l’oggettività del destino.
Barbault, invece, nel libro L’astrologia e la previsione dell’avvenire, edito da Armenia, che presi in lettura il 23 settembre 2005, non concependo il destino come qualcosa di definito nella sua compiutezza ed ignorando la sostanza del tempo ed il particolare rapporto che lo lega all’eternità, di cui costituisce un’immagine come il divenire rappresenta un’immagine in movimento dell’essere in cui tutto coesiste simultaneamente in un istante eterno, dava una lettura puramente psicologica anche dei transiti planetari, i quali, stabilendo un rapporto fra la posizione di un pianeta nel circuito celeste ed un punto sensibile della carta del cielo natale, mettono in relazione l’essere con l’attuale, costituendo la condizione del passaggio attraverso il quale l’essere sbocca nel divenire: in quest’ottica il pianeta transitato rappresenta una tendenza che si esprime attivamente o passivamente, passando dallo stato latente allo stato manifesto, come se uscisse da una pausa o si risvegliasse, trasformando così quel che sei in quel che divieni.
Si verifica perciò l’attualizzazione di una potenzialità della natura intrinseca dell’essere che diviene oggetto di attivazione o di riattivazione di una corrente interiore, che si manifesta comunemente, a livello elementare di un potenziale inferiore, sotto l’aspetto di uno stato d’animo, un sentimento si anima e contraddistingue il clima, o di uno stato di coscienza, un pensiero contribuisce a tonalizzare l’umore, anche se la cosa più frequente è un insieme dell’uno e dell’altro che viene vissuto sotto forma di emotività cerebralizzata, ma, fintantoché si esprime in tal modo, la tendenza resta contenuta; ad un livello più elevato, però, questo fermento interiore sfocia nell’atto, per cui il soggetto tende a manifestare attivamente questo stato onde soddisfare positivamente il bisogno sorto dentro di lui.
Soltanto ad un livello superiore, e qui l’autore francese non spiega come ciò avvenga, in cui il transito prende una certa corposità, l’attivazione della tendenza comporta un evento, generando una data situazione o un avvenimento propriamente detto, ossia un accadimento non dipendente da azioni consce o inconsce dell’uomo concreto, che, per così dire, lo vive come assolutamente esterno, come il clima che si trova a vivere ogni giorno, pioggia o bel tempo, freddo o caldo, non dipende in alcun modo dalla sua volontà, dimostrando l’insufficienza dell’interpretazione puramente psicologica del tema natale e dei transiti planetari; Barbault precisava poi, sotto il profilo tecnico, che, dato che quanto accade ad ogni uomo in un qualsiasi momento della sua esistenza è conforme alla sua natura, e proviene da lui stesso, l’azione di un pianeta nel suo transito non può differire da quella di nascita.
Tradotto in termini più comprensibili, il pianeta transitante assume, nell’interpretazione astrologica, lo stesso significato che ha nel tema natale, governando una o più case e trovandosi in una di esse, e poiché ogni avvenimento dell’esistenza è espressione di una composizione originale in cui interviene una data formula, il fenomeno del transito planetario è tanto più importante quanto più si accresce la concomitanza dei suoi partecipanti, sia per il numero dei pianeti transitanti sia per quello dei punti sensibili transitati: più è grande il connubio dell’uomo con il cielo, più è alta l’onda di Universo che lo sostiene; per Barbault, dunque, la previsione astrologica è essenzialmente una previsione psicologica insieme ad una psicologia previsiva, punto di vista che rinuncia fatalmente a spiegare la dimensione destinica degli eventi.
Il fatto che si possano individuare i periodi in cui si verificheranno eventi futuri di una data specie, con tanta più precisione quanto più è stato sviscerato il passato dell’uomo concreto mediante lo studio dei transiti planetari rispetto ai medesimi punti sensibili transitati del suo tema natale, scoprendone così il comportamento effettivo ogni qual volta vengono sottoposti a sollecitazione, attesta invece la realtà del destino, inteso letteralmente come lo sviluppo prestabilito delle tappe fondamentali dell’esistenza, riconoscibile nella corrispondenza tra eventi esteriori ed interiori e moto preordinato dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, che dimostra altresì che il tempo scorre come un fiume lungo un alveo predeterminato portando con sé l’insieme concorde degli eventi fisici e psichici dell’esistenza, ma questo Barbault, con la sua interpretazione puramente psicologica dell’astrologia, non può considerarlo.
L’autore francese affermava infine che ogni previsione è informazione, ed ogni informazione servizio, perciò il miglior passaporto per superare una prova è quello di avere un destino, di vivere per uno scopo superiore o di mettersi al riparo nella fede, e l’astrologo deve aiutare coloro che gli si rivolgono a scoprire questo genere di risorse attraverso un approccio che punti a provocare una luce nuova, ma per farlo occorrerebbe disporre di un quadro generale oggettivo dell’esistenza nel quale inserire l’uomo concreto, conferendo senso alla sua vita, cosa che Barbault, con il suo razionalismo, rinuncia a fare, in quanto la sua concezione dell’astrologia fornisce soltanto la chiave di lettura del destino interiore, mancando di spiegare quegli accadimenti che, pur fondamentali nell’esistenza umana, non dipendono in alcun modo dalla volontà conscia o inconscia di chi li vive, limitandone così la portata conoscitiva.
Considerando invece che l’astrologia ricollega oggettivamente l’uomo concreto ad un principio di ordine universale, la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, ed il particolare rapporto evidenziato dalla metafisica tra essere e divenire, per il quale ogni cosa coesiste simultaneamente nell’essere in un istante eterno e si svolge diacronicamente nel divenire precipitando nel tempo, che ha natura di un flusso continuo che scorre come un fiume lungo un alveo prestabilito portando con sé l’insieme concorde degli eventi fisici e psichici dell’esistenza, la cui mutevole qualità si disvela nell’interpretazione astrologica del moto preordinato dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, sistema convenzionale di misurazione del tempo e quadrante di un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino, la sua esistenza acquista allora una chiarezza cristallina, trovando la sua collocazione naturale nel cosmo e la definizione oggettiva del compito per cui è nato.
Nell’essere, infatti, esiste, già perfettamente compiuto in un’immagine eterna, lo svolgimento prestabilito dell’esistenza dell’uomo concreto, il quale, non essendo egli causa sufficiente di se stesso, in quanto non si è creato da solo, agisce sempre secondo il proprio carattere, che non si è dato da sé ma lo determina in maniera incoercibile, racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della sua genitura, immagine archetipica del dovere assegnatogli dall’essere, che rivela inoltre la qualità della sua nascita ed il compito che gli sta fitto nel cuore, mentre lo studio dei transiti planetari, che discendono rigidamente dalle posizioni radicali dei pianeti, illustra lo sviluppo prestabilito delle tappe fondamentali della sua esistenza, ossia il modo in cui si svolge effettivamente il suo destino, avvolgendolo così in un quadro generale oggettivo dell’esistenza che conferisce senso al suo esserci nel mondo e, rispecchiando l’ordine armonioso del cielo, l’aiuta ad orientarsi nel caos apparente che lo circonda.
In quest’ottica, il grafico astrologico della genitura rappresenta un mandala personale, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita, simbolo della totalità psichica, supporto oggettivo per la meditazione su se stessi che consente dapprima di riconoscere le singole componenti del carattere nelle configurazioni planetarie che lo compongono, dopodiché, scavando dentro di sé per mezzo dell’acquisita consapevolezza, di sviscerare le zone d’ombra del proprio essere, per aderire così al disegno complessivo rappresentato in esso, e, infine, dopo aver ricostruito la propria biografia ed averla messa in relazione con i transiti planetari del passato, di attuare consapevolmente il proprio destino, delineato nello sviluppo preordinato dei transiti planetari rispetto al tema natale, che illustrano la sequenza prestabilita dei climi futuri della propria vita.
Riconosciuta la configurazione astrologica che indica il punto dolente dell’esistenza, vedendola in azione ogni qual volta venga stimolata da transiti planetari, si possono erigere difese tali da impedire la ripetizione di comportamenti nocivi e migliorare la propria vita, sconfiggendo così i fenomeni psicologici della proiezione e dell’automatismo di ripetizione; conoscendo il proprio tema natale, sentendone la corrispondenza delle singole componenti con le proprie azioni e reazioni, è possibile, determinando in anticipo, mediante lo studio dei transiti planetari, i periodi più insidiosi per la propria sicurezza, erigere difese adeguate contro i pericoli derivanti da cedimenti interiori riguardo i propri punti deboli, com’è accaduto a me con le mie illusioni associative e come accade a chiunque si riconosca in esso, sappia leggere la qualità del tempo e ne tragga insegnamenti utili per stabilire come comportarsi.
L’astrologia, dunque, oltre a far riconoscere se stessi nel proprio tema natale, per raggiungere così un livello più elevato di consapevolezza, consente, per quel che riguarda il fluire del tempo, di individuare i periodi favorevoli o sfavorevoli dell’esistenza, coniugando necessità cosmica e decisione umana, quanto di esterno è già stabilito che accada ed il modo in cui l’uomo concreto reagisce agli eventi, per alzare la guardia quando è in gioco la propria incolumità; emerge allora l’utilità dell’interpretazione psicologica datane da Barbault: se conosco me stesso e le mie debolezze, e so che vivrò giorni nei quali potrei cedere, come ho ceduto in passato guastandomi l’esistenza, allora posso elevare l’attenzione ed erigere difese contro me stesso e le mie tendenze nocive, mentre per quel che riguarda gli accadimenti esterni, totalmente indipendenti dalla mia volontà conscia o inconscia, essa, riscontrandoli oggettivamente nella corrispondenza sincronica con transiti planetari eccezionali, attesta la realtà del destino.
Inquadrata la propria esistenza nello svolgersi qualitativamente preordinato del tempo, illustrato oggettivamente dal moto prestabilito dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, quadrante di un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino, riconosciuta la corrispondenza degli eventi fondamentali della propria vita con i transiti planetari rispetto ai medesimi punti sensibili transitati, si può vivere in base alla conoscenza della qualità del tempo presente e futura, seguendo così il libretto di istruzioni personale rappresentato dal grafico astrologico della genitura, che, fissato una volta per tutte nell’atto d’esser nati, come lo sono i transiti planetari che ne discendono rigidamente, essendone lo sviluppo progressivo nel tempo, consente di agire secondo l’insegnamento esposto nella Bhagavadgītā, nella quale sono illustrate la nozione indù del dharma e l’azione svolta senza tenerne in conto i frutti.
Il grafico astrologico della genitura rappresenta dunque un autentico mandala personale, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita, supporto oggettivo per la meditazione su se stessi e sul proprio destino, figura archetipica composta dal cerchio e dal quadrato (o dalla croce), che Jung, oltre a riscontrarne la presenza in ogni cultura, constatò sorgere spontaneamente nei casi di disgregazione della personalità, presentandosi come un fattore unificante, centro a partire dal quale ricostruirla secondo il proprio disegno interiore; il mandala, termine che in sanscrito significa cerchio magico, simboleggia infatti il centro, la meta ed il Sé come totalità psichica, costituendo l’autorappresentazione di un processo centripeto, della creazione di un nuovo centro della personalità a partire dalla dispersione del soggetto.
Secondo l’esperienza professionale di Jung, il mandala sorge per lo più in situazioni caratterizzate da disorientamento e perplessità, e l’archetipo che ne è costellato rappresenta uno schema ordinatore che si sovrappone al caos psichico come una trama psicologica, rispettivamente come un cerchio suddiviso in quattro, grazie al quale ogni contenuto riceve il proprio posto ed il tutto che tende a dissolversi nell’indefinito mantiene la sua coesione mediante la circonferenza che lo custodisce e lo protegge, testimonianza che acquista maggior valore se si considera che proviene non tanto da uno scienziato, quanto da uomo che, nella sua autobiografia Ricordi, Sogni, Riflessioni raccolti ed editi da Aniela Jaffé, pubblicata da BUR saggi, affermava: “La mia vita è la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio”, in quanto egli viveva concretamente le proprie scoperte, soprattutto quelle relative agli studi sull’alchimia.
E difatti, nell’introduzione al testo alchemico cinese Il segreto del fiore d’oro, contenuto nel volume tredicesimo delle sue opere complete, intitolato Studi sull’alchimia, Jung spiegava di aver imboccato una nuova via, nell’ambito delle pratiche di guarigione, ricorrendo a discipline poste al di fuori del paradigma corrente, quali l’alchimia, che, nel processo di trasmutazione dei metalli, illustra simbolicamente come ottenere un mutamento interiore e realizzare la Grande Opera, avendo spesso constatato quanto facilmente alcuni individui riuscivano a superare un problema nel quale altri fallivano completamente, e questo superamento risultava, se ne accorse poi, da un innalzamento del livello della coscienza: quando, cioè, nell’orizzonte del paziente compariva un qualsiasi interesse più elevato e più ampio, il problema insolubile perdeva tutta la sua urgenza; non veniva risolto in modo logico, ma sbiadiva di fronte ad un nuovo e più forte orientamento dell’esistenza, e neppure veniva rimosso e reso inconscio, ma appariva semplicemente sotto un’altra luce, diventando così realmente diverso.
Il paziente riusciva a superare se stesso grazie a potenzialità a lui sconosciute, e Jung, interrogandosi su cosa avesse fatto per provocare tale processo risolutivo, citando la nozione taoista del wu wei, l’azione nella non-azione, concludeva che non aveva fatto proprio niente, aveva semplicemente lasciato accadere, come insegnava il maestro Lao-tze, poiché, se non si abbandonano le proprie occupazioni abituali, la luce circola secondo le sue leggi, e, come ammoniva il vecchio saggio: « Se ci capitano degli affari, dobbiamo accettarli; se ci attendono cose, dobbiamo conoscerle a fondo »; il lasciare agire, il fare nel non-fare, l’abbandonarsi del Maestro Eckhart diventò allora, per lo psicologo svizzero, la chiave che dischiude la porta verso la via: bisogna essere psichicamente in grado di lasciare accadere, questa è un’arte che quasi nessuno conosce, perché la coscienza interviene continuamente ad aiutare, correggere e negare, e non è capace di lasciare che il processo psichico si svolga indisturbato.
Nell’osservare il processo di sviluppo dei pazienti che tacitamente, quasi senza rendersene conto, erano riusciti a superare se stessi, Jung constatò che i loro destini avevano tutti un elemento comune, in quanto il nuovo giungeva loro dalla sfera delle potenzialità nascoste, o dall’esterno o dall’interno, ed essi l’accettavano e crescevano con il suo aiuto, e gli parve tipico che gli uni lo ricevessero dall’esterno e gli altri dall’interno, o meglio che agli uni esso si sviluppasse dall’esterno ed agli altri dall’interno, pur non essendo mai il nuovo una cosa soltanto esterna o soltanto interna: se proveniva da fuori, diventava una profonda esperienza interiore, se invece proveniva dall’interno si trasformava in un evento esterno, però in nessun caso era stato procurato intenzionalmente e consciamente, ma sembrava piuttosto essere generato dal fluire del tempo, come il mio incontro con l’astrologia, avvenuto nell’anno 2000, punto di svolta della mia esistenza.
A questo punto, proseguiva Jung, le vie percorse dai due tipi menzionati prima parevano dividersi; entrambi avevano imparato ad accettare ciò che capitava loro, ed il rovesciamento della loro natura comportava un ampliamento, un’elevazione ed un arricchimento della personalità, purché venissero conservati i valori precedenti, a patto che non fossero delle semplici illusioni, ma la via non è priva di pericoli, ogni bene ha un prezzo, e lo sviluppo della personalità è tra le cose più preziose, si tratta di dire di sì a se stessi, di porsi dinanzi a se stessi come il compito più grave, un compito che richiede un impegno totale, ma mentre il cinese può appellarsi all’autorità di tutta la sua cultura, e, se si incammina sulla lunga via, compie la migliore tra le cose che potrebbe fare, l’occidentale che voglia veramente imboccare questa via ha invece contro di sé ogni autorità intellettuale, morale e religiosa, e, considerato che l’accedere ad una coscienza superiore ci priva di ogni copertura e di ogni sicurezza, l’individuo deve impegnarsi totalmente, in quanto solo in virtù della sua integrità può procedere oltre, e soltanto la sua integrità può essergli garanzia che la sua vita non si tramuti in un’avventura assurda.
Per Jung il principio di individuazione, consistente essenzialmente nel differenziarsi dalla massa per seguire la propria legge interiore, processo che crea un “individuo” psicologico, vale a dire un’unità separata ed indivisibile capace di diventare se stessa e di realizzare il proprio Sé, e, oltrepassando l’angusto orizzonte scientifico, se possiede le capacità intellettive, di forzare il passo al guardiano della soglia per divenire come l’essere, per identificazione tra soggetto conoscente ed oggetto conosciuto ottenuta mediante l’intuizione intellettuale, organo della conoscenza metafisica, costituiva un’esperienza concreta, e difatti, nel saggio Il divenire della personalità, contenuto nel volume diciassettesimo delle sue opere complete, intitolato Lo sviluppo della personalità, che, originariamente, costituiva il testo di una conferenza intitolata Die Stimme des Inners (La voce interiore), tenuta nel novembre 1932 al Kulturbund di Vienna, lo psicologo svizzero se ne occupò estesamente, intendendolo come il fine supremo dell’esistenza.
In quel saggio, che si apriva con la considerazione che, allora, sembrava che il fine ultimo ed il supremo desiderio di ognuno fosse sviluppare quella totalità della natura umana che si definisce personalità, tanto che educare alla personalità era diventato un ideale pedagogico alla moda, contrapposto a quello dell’uomo-massa o uomo-medio standardizzato richiesto dalla generale massificazione, Jung ricordava che, secondo una giusta valutazione del dato storico, le grandi gesta di riscatto della storia del mondo hanno avuto costantemente origine da personalità eminenti, e mai dalla massa inerte e sempre subordinata, che anche per il minimo gesto ha bisogno del demagogo, e, polemizzando contro l’abuso di pedagogia, spiegava che ciò che comunemente si intende con personalità è una totalità psichica definita, salda e vigorosa, e che senza fermezza, integrità e maturità non si rivela personalità alcuna: tale arduo compito, pertanto, può riguardare gli adulti, non i bambini.
Nessuno può aiutare ad acquisire una personalità se non la possiede egli stesso, ma per riuscirvi è necessaria una vita intera, in tutti i suoi aspetti biologici, sociali e psicologici, in quanto essa è la suprema realizzazione dell’indole innata al singolo essere vivente, è l’atto di supremo coraggio di fronte alla vita, l’affermazione assoluta dell’essere individuale ed il più riuscito adattamento alle condizioni universali dell’esistenza, unito alla maggiore libertà possibile di autodeterminazione: educare qualcuno a questo non è cosa da poco; oltretutto la personalità si sviluppa nel corso della vita da tendenze in nuce che è difficile o addirittura impossibile decifrare, e solo le nostre azioni riveleranno chi siamo: dapprima non sappiamo quali atti o misfatti, quale destino, quale bene e quale male sia racchiuso in noi, soltanto l’autunno mostrerà cosa ha generato la primavera, e solo a sera si vedrà cosa ha inaugurato il mattino.
Lo sviluppo della personalità non ubbidisce a nessun desiderio, a nessun ordine, a nessuna considerazione, ma solo alla necessità, gli è infatti indispensabile la spinta motivante di eventi interni o esterni; lo sviluppo della personalità, dalle sue tendenze in nuce fino alla completa consapevolezza, è al tempo stesso un dono ed una disgrazia: la sua prima conseguenza è il consapevole ed inevitabile distacco dell’individuo dalla dimensione indifferenziata ed inconsapevole della massa, e ciò significa patire un isolamento che neppure il più riuscito adattamento, né il più felice inserimento nel proprio ambiente, né la famiglia, né la società, né la posizione possono evitare: lo sviluppo della personalità è una fortuna che si può pagare solo a caro prezzo, chi ne parla a sproposito pensa pochissimo alle sue conseguenze, che bastano a destare il più profondo sgomento in spiriti indubbiamente più deboli.
Sviluppo della personalità significa fedeltà alla propria legge, bisogna dunque avere fiducia in essa, provare per essa una leale perseveranza ed una fiduciosa speranza; la personalità non può mai svilupparsi senza che l’individuo scelga, coscientemente e con una decisione morale consapevole, di seguire la propria strada, perciò non solo la motivazione causale, cioè la necessità, ma anche la decisione morale consapevole deve dare il proprio impulso: senza la necessità, il cosiddetto sviluppo sarebbe una pura e semplice acrobazia della volontà, senza la decisione consapevole, lo sviluppo finirebbe per arenarsi in un ottuso, inconsapevole automatismo, ma si può decidere intimamente di seguire la propria strada solo quando la si ritenga la migliore, le altre strade essendo rappresentate dalle convenzioni di natura morale, sociale, politica, filosofica e religiosa, che dimostrano che la stragrande maggioranza degli uomini sceglie di seguire un metodo, e quindi una dimensione collettiva, a spese della propria interezza.
Le convenzioni sono una necessità collettiva, un espediente, non un ideale in senso etico e religioso: accettarle significa sempre rinunciare alla propria integrità e sfuggire alle conseguenze ultime del proprio essere; sviluppare la propria personalità, pertanto, è un’impresa impopolare che dal di fuori sembra un irritante rifiuto della strada maestra, un’eccentricità da eremiti, non c’è da meravigliarsi perciò che fin dai tempi più remoti solo pochi si siano votati a questa straordinaria avventura: se fossero stati tutti pazzi potremmo liquidarli come idiotai, come menti particolari che esulano dall’ambito del nostro interesse, sfortunatamente, però, in genere le personalità sono degli eroi leggendari dell’umanità, ammirati, amati, venerati, la vera prole divina, il cui nome dura in eterno, i fiori ed i frutti, i semi fecondi dell’albero dell’umanità, e questo accenno alle personalità storiche è sufficiente a chiarire perché lo sviluppo della personalità è un ideale, e perché l’accusa di individualismo è un’ingiuria.
La grandezza delle personalità storiche non è mai consistita nella loro incondizionata sottomissione alle convenzioni, ma al contrario nella loro capacità di affrancarsi dalle convenzioni; esse si sono stagliate come vette al di sopra della massa, che si aggrappava a paure, convenzioni, leggi e metodi collettivi, hanno scelto la propria strada ed all’uomo comune è sempre parso sorprendente che a vie già battute e con destinazioni note qualcuno sia destinato a preferire un sentiero erto e stretto che conduce verso l’ignoto, perciò si è sempre ritenuto che un individuo del genere, se non è matto, sia posseduto da un demone o da un dio, perché questo evento prodigioso, il fatto che un uomo sia capace di agire altrimenti da come ha sempre agito l’umanità, poteva essere spiegato solo con il dono di un potere demoniaco o di uno spirito divino: chi altro poteva in fondo controbilanciare il peso schiacciante dell’umanità intera e dell’eterna abitudine se non un dio?
Questo dimostra che per l’uomo comune la personalità d’eccezione costituisce sempre un fenomeno soprannaturale, e difatti quel che fa pendere inesorabilmente la bilancia a favore dell’inconsueto è ciò che comunemente si definisce vocazione, un fattore irrazionale che, fatalmente, spinge ad emanciparsi dalla massa e dalle strade già battute: la personalità autentica ha sempre una vocazione, ed ha fede, ha fiducia (pistis) in lei come in un dio, benché, come direbbe l’uomo comune, sia soltanto un suo modo di sentire; questa vocazione tuttavia opera come una legge divina cui non c’è deroga, ed il fatto che moltissimi, seguendo la propria strada, finiscano in rovina, non significa nulla per chi ha una vocazione: egli deve ubbidire alla propria legge come se fosse un demone a suggerirgli nuove straordinarie strade, perché chi ha una vocazione sente la voce della sua interiorità, è chiamato, perciò la tradizione vuole che egli abbia un proprio demone, da cui riceve consiglio ed ai cui ordini deve ubbidire.
Solo chi è in grado di assentire consapevolmente alla forza della vocazione che gli si fa incontro dal suo più intimo essere diventa una personalità, chi invece le soggiace diventa preda del cieco corso degli eventi e ne viene annientato, ed è proprio questo il tratto grandioso e liberatorio di ogni personalità autentica, decidere spontaneamente di consacrarsi alla propria vocazione e tradurre consapevolmente nella propria realtà individuale ciò che, vissuto inconsapevolmente dal gruppo, porterebbe solo alla rovina; l’uomo che, tradendo la propria legge, non sviluppa la personalità, si è lasciato sfuggire il senso della propria vita, ma la natura, fortunatamente, benevola ed indulgente, alla maggior parte degli uomini non ha mai messo in bocca la fatale domanda sul senso della loro vita, e quando nessuno domanda non occorre che qualcuno risponda.
Così come la grande personalità influisce sulla società e la libera, la redime, la trasforma e la rigenera, anche la nascita della propria personalità ha un effetto terapeutico sull’individuo; la voce interiore porta alla coscienza il male che affligge il tutto, cioè il popolo cui apparteniamo o l’umanità di cui siamo parte, ma presenta questo male in forma individuale, sicché in un primo momento si potrebbe pensare che tutto questo male sia solo una caratteristica dell’individuo: per farci cadere in tentazione la voce interiore ci mostra il male in modo allettante e suasivo, e se non gli si cede neppure in parte nulla di questo male apparente entra dentro di noi, ma non può esserci neppure alcun rinnovamento, né alcuna rigenerazione, se invece l’Io ubbidisce totalmente alla voce interiore allora i suoi contenuti agiscono come se fossero altrettanti demoni e succede una catastrofe.
Soltanto se l’Io ubbidisce solo parzialmente, ed è in grado di affermare se stesso evitando di essere completamente fagocitato, allora può rendere propria la voce, e ne risulterà che il male era solo apparentemente tale, mentre in realtà reca salute ed illuminazione, e ciò si spiega con il fatto che il carattere della voce interiore è luciferino nel senso più proprio e più inequivocabile del termine, perciò pone l’uomo davanti alle decisioni morali ultime, senza le quali non potrebbe mai giungere alla coscienza di sé ed acquisire la personalità; nella voce interiore l’infimo ed il sommo, l’eccelso e l’abietto, verità e menzogna spesso si mescolano imperscrutabilmente, aprendo in noi un abisso di confusione, smarrimento e disperazione, ecco perché ci sono epoche nella storia del mondo in cui il bene deve tramontare, ed ecco perché ciò che è destinato a diventare il meglio appare dapprima un male.
La problematica della voce interiore è piena di insidie segrete, è un terreno estremamente pericoloso e sdrucciolevole, proprio com’è pericolosa ed incerta la vita stessa quando abbandoni i binari consueti, ma chi non è disposto a perdere la propria vita non saprà neppure conquistarsela: lo sviluppo della personalità è un azzardo, ed è tragico che proprio il demone della voce interiore sia al tempo stesso il pericolo estremo e l’aiuto indispensabile, è tragico ma logico, è nella natura delle cose che sia così; la strada che si cela dentro di noi è come un elemento vivente della psiche, che la filosofia classica cinese chiama Tao e paragona ad un corso d’acqua che scorre inesorabilmente verso la propria meta: essere nel Tao significa compimento, integrità, vocazione pienamente realizzata, principio e fine, e completa realizzazione del significato dell’esistenza intrinseco a tutte le cose: la personalità è il Tao.
Teorizzando il principio di individuazione, esponendo le linee guida del divenire della personalità, Jung poneva l’uomo di fronte ad un abisso: rifiutare il richiamo della propria voce interiore, rimanendo confuso nella massa e vivendo la frustrazione di non essere riuscito a realizzarsi compiutamente, oppure assecondarlo rischiando di perdersi, in quanto il percorso prospettato, oltre ad essere arduo, appariva privo di guida, essendo il daimon, o demone interiore, esso stesso fonte di pericolo; avrebbe potuto soccorrerlo con l’astrologia, ma, per quanto lo stregone svizzero facesse erigere l’oroscopo dei pazienti dei quali gli riusciva difficile fare una diagnosi, che poi interpretava in senso psicologico, non essendo un astrologo, e non disponendo di un quadro generale dell’esistenza in grado di inquadrare l’uomo concreto in un disegno di proporzioni cosmiche capace di sfatarne il nichilismo, non poteva aiutarlo nel cammino che porta all’individuazione, non conoscendone in anticipo il tracciato ed i periodi più pericolosi.
Nonostante il mezzo secolo di familiarità con l’astrologia documentato dal suo epistolario, Jung, se riuscì a vedere nel grafico astrologico della genitura la mappa oggettiva del carattere, non conoscendo la sostanza del tempo ed il particolare rapporto che lo lega all’eternità, di cui costituisce un’immagine come il divenire rappresenta un’immagine in movimento dell’essere in cui tutto coesiste simultaneamente in un istante eterno, mancò di coglierne il ricollegamento metafisico con l’essere, e, nello sviluppo preordinato delle tappe fondamentali dell’esistenza, quello con il divenire, ossia con il destino individuato determinando la qualità del tempo passata, presente e futura mediante lo studio dei transiti planetari, pertanto non poté afferrare la chiave del destino che apre lo scrigno della conoscenza della propria personalità, dei lati luminosi e delle zone d’ombra sulle quali lavorare per esprimere pienamente se stessi e realizzare il compito per cui si è nati; egli, dunque, muoveva alla cieca.

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Necessità cosmica e decisione umana

La corrispondenza tra Macrocosmo e Microcosmo, tra universo e dimensione umana, attestata oggettivamente dall’astrologia (Très Riches Heures du Duc de Berry)

La corrispondenza tra Macrocosmo e Microcosmo, tra universo e dimensione umana, attestata oggettivamente dall’astrologia (Très Riches Heures du Duc de Berry)

Carl Gustav Jung, nel discorso commemorativo tenuto a Monaco il 10 maggio 1930 in memoria di Richard Wilhelm, autore di una pregevole traduzione del libro oracolare di saggezza cinese I Ching spentosi il 1° marzo di quello stesso anno, dopo avergli tributato il possesso in notevole misura del raro carisma della maternità spirituale, al quale dovette l’ineguagliata capacità di immedesimarsi nello spirito dell’Oriente, facoltà che gli rese possibile realizzare le sue incomparabili traduzioni, aggiungeva che a chi, come a lui, era toccata la rara fortuna di sperimentare il potere divinatorio del Libro dei Mutamenti, potendo contare sul valido aiuto dell’amico defunto, alla lunga non poteva rimanere celato il fatto di trovarsi in presenza di un punto d’appoggio archimedeo a partire dal quale si potrebbe scardinare lo sterile razionalismo impadronitosi degli uomini della modernità.
Jung proseguiva poi indicando nel principio di sincronicità, o coincidenza significativa attestante un rapporto acausale tra eventi esterni e condizioni psicologiche avente carattere numinoso, la base di funzionamento dell’I Ching, e, riferendosi all’astrologia come fenomeno di sincronismo in larga scala, evidenziava, in termini approssimativi ma appropriati per un profano, la natura di sistema convenzionale di misurazione del tempo dello zodiaco tropico utilizzato dagli astrologi, aggiungendo che era stato costretto a soffermarsi su tali argomenti dal fatto che, studiando i fenomeni psicologici, aveva verificato che esiste una sincronia tra eventi fisici e psichici, e che, dunque, sussiste un nesso preciso tra la psiche umana e l’universo, quel legame che Dane Rudhyar aveva trovato nell’astrologia, che lo psicologo svizzero, nel discorso commemorativo in memoria di Wilhelm, definì come la summa di tutte le conoscenze psicologiche dell’antichità.
Il fatto che sia davvero possibile ricostruire in modo soddisfacente il carattere di una persona a partire dall’oroscopo di nascita dimostra la relativa validità dell’astrologia, proseguiva Jung, ma l’oroscopo di nascita non si fonda per nulla sull’effettiva posizione degli astri, bensì su un sistema cronologico arbitrario e meramente concettuale; a causa del fenomeno astronomico della precessione degli equinozi, infatti, l’equinozio di primavera si è spostato ampiamente dal 0° della costellazione dell’Ariete giungendo ai primi gradi di quella dei Pesci, o, addirittura, agli ultimi gradi di quella dell’Acquario, per cui, ove si formulino corrette diagnosi astrologiche, sosteneva giustamente lo stregone svizzero, esse non si fondano sull’influenza degli astri, ma su nostre ipotetiche qualità temporali, vale a dire, in altre parole: tutto ciò che viene generato e prodotto in un particolare momento reca in sé la qualità specifica di quello stesso momento.
Jung non era nuovo a considerazioni del genere sull’I Ching e sull’astrologia: le sue opere complete, edite in Italia da Bollati Boringhieri, e l’epistolario, curato da Aniela Jaffé in collaborazione con Gerhard Adler e pubblicato in tre volumi dalle Edizioni Scientifiche Ma.Gi. Srl con il titolo Lettere, ne sono pieni; particolarmente significativa, sulla natura di sistema convenzionale di misurazione del tempo dello zodiaco tropico, la lettera inviata il 29.I.1934 al professor Baur di Zurigo, nella quale lo psicologo svizzero sosteneva, riguardo l’argomento della precessione degli equinozi, che esso non è un’obiezione contro la validità dell’astrologia bensì contro la teoria primitiva secondo cui le stelle emanano certi effetti, rivelandosi in questo ben più ferrato di tanti astrologi che ignorano il fondamento della loro disciplina.
Riferendosi alle posizioni dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, che non costituiscono dati astronomicamente esatti, non coincidendo più i segni zodiacali con le omonime costellazioni celesti, citava l’astrologo francese Paul Choisnard, il quale, sull’argomento, affermava che il segno zodiacale dell’Ariete, nonostante il fenomeno della precessione degli equinozi, rimane sempre nella stessa dodicesima porzione dello zodiaco tropico, per cui, proseguiva Jung, l’affermazione Sole in Ariete non è un’asserzione astronomica, bensì un’indicazione temporale: è primavera, stagione dell’anno che contiene forze attive che si manifestano indipendentemente dallo zodium astronomico in cui si trova il Sole, e, concludeva, tra qualche millennio, quando il Sole durante l’equinozio di primavera si troverà nella costellazione del Capricorno, non per questo essa perderà le sue forze vitali.
Il fatto che l’astrologia fornisca risultati validi, proseguiva Jung, prova che ad agire non sono le posizioni apparenti degli astri, bensì i periodi, i quali vengono misurati o determinati per mezzo di posizioni astrali definite arbitrariamente: il tempo risulta perciò un flusso di eventi ricolmo di qualità e non, come vorrebbe la nostra filosofia, un concetto astratto o una precondizione della conoscenza, e la validità dei risultati dell’oracolo cinese dell’I Ching indica il medesimo fatto peculiare; lo studio accurato dell’inconscio, concludeva lo stregone svizzero, mostra una strana coincidenza con il tempo, ne discende che gli antichi furono in grado di proiettare una serie di contenuti interiori, percepiti inconsciamente, nelle determinanti esterne di natura astronomica del tempo, e questo fatto è il fondamento della correlazione degli avvenimenti psichici con le determinanti cronologiche.
Jung individuò dunque nella proiezione di contenuti inconsci nelle determinanti astronomiche del tempo il nesso tra la psiche umana e l’universo, ma poiché non conosceva la sostanza del tempo ed il particolare rapporto che lo lega all’eternità, di cui costituisce un’immagine come il divenire rappresenta un’immagine in movimento dell’essere in cui tutto coesiste simultaneamente in un istante eterno, che ha natura di flusso continuo che scorre come un fiume in un alveo prestabilito trascinando con sé l’insieme concorde degli eventi fisici e psichici dell’esistenza, pur ricorrendo spesso al libro oracolare cinese dell’I Ching non poté esplicitare il rapporto esistente tra necessità cosmica e decisione umana, come invece fa oggettivamente l’astrologia, che, fondandosi sullo zodiaco tropico, quadrante di un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino, attesta la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo.
Lo ribadì comunque, poco prima di morire, in una conversazione intercorsa il 23 gennaio 1961 tra lui ed il diplomatico e scrittore cileno Miguel Serrano riportata nel libro Jung parla, Interviste e incontri a cura di William Mc Guire e R.F.C. Hull, edito da Adelphi, nella quale, rispondendo all’interlocutore che gli aveva comunicato la sua decisione di andarsene dall’India, risoluzione avallata dall’I Ching, gli suggerì di fare quel che gli era stato detto, perché, aggiunse, quel libro non sbaglia mai, quindi proseguì affermando che esiste senz’altro un nesso preciso tra la psiche individuale e l’universo, e che quando gli riusciva difficile classificare un paziente lo mandava a farsi fare l’oroscopo, che corrispondeva sempre al suo carattere, che poi interpretava psicologicamente, ed infine sentenziò che è talmente forte la corrispondenza tra l’universo e la psiche, che potrebbe perfino darsi che le invenzioni e le idee di un tempo a tre dimensioni siano semplicemente il riflesso della nostra struttura mentale.
Jung attribuiva una relativa validità all’astrologia perché non era un astrologo; io, invece, che astrologo lo sono davvero e so affrescare il carattere di una persona ed illustrarne lo svolgimento preordinato delle tappe fondamentali dell’esistenza senza neppure aver bisogno di vederla, posso testimoniare, per esperienza diretta vissuta sulla mia pelle, l’assoluta validità dell’astrologia: il fatto che sia possibile delineare il carattere di una persona interpretandone il tema natale ed individuarne le tappe fondamentali dell’esistenza, ossia il destino, mediante lo studio dei transiti planetari, che esistano fenomeni di attrazione reciproca individuabili tramite la sinastria tra i grafici astrologici delle persone coinvolte e che esista il fenomeno dell’ereditarietà astrale, consistente nella rassomiglianza dei temi natali dei componenti del nucleo familiare, con ricorrenza di posizioni dei pianeti in certi segni e case, di medesime dominanti planetarie e del ripresentarsi di aspetti angolari tra gli stessi pianeti, ne attesta oggettivamente la validità.
L’astrologia prova inoltre che il tempo scorre come un fiume in un alveo prestabilito portando con sé l’insieme concorde degli eventi fisici e psichici dell’esistenza, in quanto il moto dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, che fornisce la base oggettiva dell’interpretazione astrologica, è continuo e preordinato nel suo svolgimento, come lo è il tempo, e poiché esiste una corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo, confermata dalla validità delle interpretazioni caratteriali e dei pronostici astrologici, dalle sinastrie e dal fenomeno dell’ereditarietà astrale, e dal momento che dal tema natale discendono rigorosamente i transiti planetari, fissati una volta per tutte nell’atto d’esser nati, come d’altronde lo stesso carattere, trattandosi dello sviluppo successivo del loro moto a partire da quell’istante fatale, delineando lo svolgimento prefissato delle tappe della vita attesta altresì la realtà del destino.
L’astrologia, essendo oggettiva nel fondamento dal quale gli astrologi traggono i propri giudizi, pone l’uomo concreto di fronte al rapporto tra necessità cosmica, individuata dallo svolgimento preordinato del moto dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, e decisione umana presa in relazione agli accadimenti dell’esistenza, rendendolo responsabile dell’attuazione cosciente del proprio destino: dal punto di vista dell’essere, infatti, tutto è già accaduto, coesistendo simultaneamente in un istante eterno, mentre dal punto di vista del divenire il passato è chiuso, il presente è incerto ed il futuro appare aperto ad ogni possibilità; ma l’apertura del tempo è un’illusione: gli eventi, alla stregua dell’acqua che scorre nell’alveo di un fiume, prenderanno sempre l’unica strada percorribile, come attesta il fatto che sia possibile fare pronostici astrologici circa il momento in cui avverranno, con tanta maggior precisione quanto più si è verificato il comportamento pregresso dei transiti planetari rispetto ai medesimi punti transitati.
L’astrologia, ricollegando l’esperienza umana al moto preordinato dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, dirada le nebbie del destino facendo luce sull’apparente disordine terrestre, e, in tal modo, unisce ontologia e prassi mostrando il fondamento ontologico di carattere, nel tema natale, e destino, nello sviluppo prestabilito dei transiti planetari, avvolgendo così l’uomo concreto in un quadro generale oggettivo della sua esistenza che lo pone di fronte al dilemma fondamentale tra necessità cosmica, alla quale sono soggetti anche gli dèi, e decisione umana: se gli eventi scorrono lungo un alveo prestabilito come l’acqua di un fiume, se tutto è già scritto, che valore ha la determinazione umana?
Interviene qui la saggezza orientale, che, nella Bhagavadgītā, espone chiaramente la nozione indù del dharma, quando Krishna spiega ad Arjuna che Egli, pur possedendo ogni cosa e non avendo bisogno di acquisire nulla, agisce incessantemente nel mondo per mezzo degli esseri viventi, e che, dunque, il più valoroso dei figli di P
āndu deve agire esclusivamente in base al proprio dovere di casta, lo svadharma, combattendo i nemici senza tenere in conto i frutti dell’azione, seguendo così la necessità del reale, che, osservata con sguardo oggettivo, indica naturalmente la via da seguire, insegnamento ribadito da Lao-tze nel Tao Tê Ching, dov’è esposta la nozione taoista del wu wei, alla quale l’Uomo reale si rifà agendo in accordo con il fluire della Via, senza preferenze personali e ritirando il proprio corpo quando l’azione è compiuta.
La confusione interiore nei confronti del mondo nasce dal fatto che la mente si percepisce distaccata dalla realtà materiale, producendo dualità tra soggetto ed oggetto, tra l’io e l’altro da sé, e, per l’incapacità di comprendere la vastità dell’universo e delle sue leggi, pretende di opporvisi andando contro corrente, ma nei momenti di smarrimento è possibile ricorrere a strumenti di conoscenza che esplicitano oggettivamente il nesso tra la psiche individuale e l’universo, quali l’I Ching e l’astrologia, che, considerando il tema natale come un mandala personale che racchiude l’immagine archetipica del dovere assegnato dall’essere, consente di liberarsi dalla morale del risentimento evangelizzata dai predicatori dell’eguaglianza per agire liberamente la propria natura in accordo con la qualità del tempo.
Con l’astrologia, e con la consapevolezza che ne consegue, si può infatti realizzare se stessi al livello più elevato possibile compatibilmente con le energie indicate nel grafico della genitura, adempiendo così il dovere insito nella propria natura, che, non essendo nessun uomo causa sufficiente di se stesso, in quanto non si è creato da solo, qualcun altro gli ha necessariamente assegnato, riconoscendo le componenti del proprio carattere nei singoli elementi astrologici, e, per quel che riguarda lo sviluppo dell’esistenza, agendo conformemente alla necessità del tempo indicata dai transiti planetari, che esplicano nel corso della vita quel che è contenuto in germe nel tema natale, facendo concentrare di volta in volta l’attenzione su determinati settori dell’esperienza umana, attraverso eventi esterni o incontri, finché non si comprende se stessi e non ci si rende conto che non si può essere altro da sé.
Considerato che nell’essere tutto è già accaduto, e che il divenire scorre lungo binari predeterminati, l’unica variabile sulla quale è possibile agire, una volta scoperti il fondamento ontologico di carattere e destino e la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo, è la mente, la quale può porre un argine alle tendenze più negative del carattere indicate nel tema natale, ma, soprattutto, individuato il proprio dharma, può ricostruire l’esistenza partendo dalla consapevolezza delle componenti necessarie a realizzare il dovere nei confronti dell’essere che costituisce lo scopo per cui si è nati: in termini aristotelici, si tratta di passare dalla potenza, ciò che è indicato in maniera immutabile ed archetipica nel grafico astrologico della genitura, all’atto, rendendo effettivi i singoli elementi astrologici e fondendoli coscientemente secondo il disegno rappresentato in esso, raggiungendo così l’entelechia, condizione di perfezione di un ente che ha realizzato ogni sua potenzialità.
Conoscere lo svolgersi preordinato degli eventi dell’esistenza, ossia la necessità cosmica, serve ad orientarsi nel mondo in base al disegno racchiuso nel grafico astrologico della genitura attuando una decisione umana consapevole, e, dal punto di vista iniziatico, fornisce quella coscienza di se stessi che consente di sciogliere i lacci della morale eteronoma per seguire il proprio dharma, in quanto la liberazione dal ciclo continuo di nascita e morte avviene mediante una forma di ascesi intellettuale per cui l’uomo concreto, dominando coscientemente le energie rappresentate nel tema natale, può penetrare l’essere divenendo identico ad esso, per identificazione tra soggetto conoscente ed oggetto conosciuto; l’astrologia costituisce dunque, in maniera più lucida ed oggettiva dell’I Ching, quel punto d’appoggio archimedeo per scardinare lo sterile razionalismo impadronitosi della mentalità occidentale auspicato dallo stregone svizzero, per sfatare il nichilismo della modernità e dare imperiosamente la scalata al cielo.

L’esperienza del tempo

Clessidra

Nella clessidra l’ampolla inferiore mostra il dovere compiuto, quella superiore il dovere da compiere, ed in mezzo sta l’istante eterno

A cavallo tra il 2011 ed il 2012, riflettendo sulla successione dei post del blog, quando il progetto era ancora allo stadio embrionale ed i pensieri faticavano a trovare uno sbocco coerente e scorrevole per illustrare il complesso di conoscenze e riflessioni che desideravo esprimere, lessi, tra numerosi altri, tre libri riguardanti il tempo: Il libro dell’orologio a polvere ed Al muro del tempo, di Ernst Jünger, editi entrambi da Adelphi, e Tempo ed Eternità, di Ananda K. Coomaraswamy, pubblicato da Luni Editrice, del quale ho scritto nel post omonimo.
Il primo libro di Ernst Jünger, dedicato ad uno specifico strumento di misurazione del tempo, la clessidra, il cui significato etimologico è ladra d’acqua, in quanto le prime clessidre adoperavano quell’elemento naturale, affronta un lunghissimo excursus storico che ne descrive l’evoluzione fino all’invenzione dell’orologio meccanico, che, con il meccanismo a scatto dello scappamento, interrompe la continuità del moto e rende l’oggetto misurato tanto razionale quanto artificiale, puntualizzando che l’orologio a polvere, più che misurare il tempo, misura una durata prestabilita, mezz’ora, un’ora, quattro ore, otto ore, e così via, ed anticamente veniva usato per scandire i turni di guardia delle sentinelle e delle vedette marittime, in quanto l’ampolla inferiore mostrava il dovere compiuto e quella superiore il dovere da compiere; il volume, ricco di note, disegni e fotografie, testimonia l’interesse per il tempo nutrito da un uomo che, avendo attraversato indenne le tempeste d’acciaio di due guerre mondiali, è vissuto tanto a lungo da assistere due volte al passaggio della cometa di Halley.
Nel libro Al muro del tempo, invece, incentrato sui cambiamenti epocali legati al passaggio dall’era dei Pesci all’era dell’Acquario, di cui potevano scorgersi già i sintomi, Jünger, con la tipica prosa lenta e dilatata dalla quale emergono all’improvviso verità impronunciabili, dedica un capitolo, intitolato Riflessioni di un non astrologo sull’astrologia, all’astrologia, la cui rinascita, avvenuta intorno alla fine dell’Ottocento, non cessava di turbare gli spiriti moderni, che, utilizzando un orologio cosmico basato sul ciclo delle rivoluzioni planetarie, dispone di un quadrante suddiviso in qualità che non frammenta il tempo in modo uniforme e monotono, come fanno gli orologi meccanici, ma sul quale le ore si susseguono, senza per questo essere uguali l’una all’altra, ed immagini potenti e profondamente radicate, i dodici segni zodiacali, si danno vicendevolmente il cambio; l’autore era consapevole che la diffusione dell’astrologia, contraddicendo i presupposti razionalistici del paradigma corrente e minando le fondamenta della scienza, costituiva un segno premonitore dell’avvicendamento dell’era precessionale.
Inoltre, insistendo sulla singolarità del destino e sull’innata ineguaglianza degli uomini, l’astrologia combatte il livellamento dell’epoca moderna, sicché, di fronte al minaccioso appiattimento dei tempi moderni, l’astrologo non perde mai di vista l’innata dignità umana e non presta orecchio ad astratte formule di uguaglianza e libertà, è l’essere-così dell’uomo a fungere da presupposto imponendogli limiti temporali e spaziali e facendogli evitare o scegliere tempi e luoghi della vita secondo una modalità che trova radici nella propria legge interiore, nel suo habitus e nel suo carattere intesi nel senso più largo, perciò assegna all’individuo concreto un rango superiore rispetto a quello che gli possono accordare il pensiero astratto ed un’astratta regola distributiva, e, rincarando la dose, Jünger concludeva che qualsiasi dottrina affermi che l’uomo a priori nasce per lo stato o per la società, è una falsa dottrina: l’uomo nasce per vivere il proprio destino e procede su questa via, tutti gli altri obblighi sopraggiungono a posteriori, sono la conseguenza di qualità particolari come l’essere uomo, donna, padre, il far parte di un popolo e di una comunità.
Jünger distingueva un tempo misurabile ed un tempo del destino: il primo, astronomico, determinato quantitativamente in base al ciclo delle rivoluzioni planetarie, il secondo, ciclico, soggetto all’interpretazione astrologica, e poiché l’orologio che li scandisce è uno solo, concludeva, logos e nomos vengono posti in relazione reciproca, anzi scambiati, e si fondono l’uno nell’altro per lo sguardo che interpreta; l’astrologia, proseguiva l’autore, costituisce un metodo di indagine che connette la vita a più ampi processi, la sua rappresentazione, il suo simbolo, l’oroscopo, è ciclico, e poiché esso si richiama alla più grande e più antica rotazione che ci è dato conoscere, ad essa basta un solo ed immutabile orologio per decifrare ciò di cui è suonata l’ora; ad ogni nuova nascita una nuova, piccola ruota comincia il corso che le è prescritto all’interno dell’immensa rivoluzione cosmica, l’oroscopo dell’uomo funge da immagine dell’orologio cosmico, la sua configurazione decreterà la legge secondo la quale egli è entrato nel gioco, il suo carattere ed il suo destino.
Jünger affrontava poi il tema centrale del libro, la concezione del tempo quale sostanza non uniforme e neppure lineare che ne avevano le civiltà tradizionali, sottolineando che, ovunque, i passaggi d’epoca sono stati intesi come chiusure ed aperture di cicli, e che il mondo stava vivendo uno di questi momenti, con il passaggio dall’era precessionale dei Pesci a quella dell’Acquario, riferendosi al fenomeno astronomico della precessione degli equinozi: ogni anno l’equinozio di primavera si verifica in anticipo rispetto all’anno precedente, spostandosi di un grado ogni settantadue anni, sicché l’anno platonico dura 25920 anni ed il mese platonico 2160 anni, ed il susseguirsi di questi mesi, denominati ere precessionali, produce effetti psicologici importanti sulla popolazione, come notava Carl Gustav Jung, tanto che nei monumenti delle civiltà del passato si riscontra la serie di animali rappresentata dal toro, dall’ariete e dai pesci, quest’ultima propria del cristianesimo, segno che ogni civiltà, osservando l’orologio cosmico, identificava se stessa con la costellazione che sorgeva al momento dell’equinozio di primavera.
Ma al di là dell’incertezza su dove si trovi il grado zero dello zodiaco siderale, che rende incerto l’inizio delle ere precessionali, l’età dell’Acquario si preannuncia con molti sintomi che fanno presagire un mutamento di clima, e, considerate le caratteristiche di questo segno zodiacale, è pressoché certo che nel prossimo mese platonico gli uomini non saranno fratelli tra loro: a ciò ha già pensato il cristianesimo, e se ne sono visti i risultati; Jünger e Coomaraswamy concludono dunque la mia ricerca sul tempo, ma fu nel lontano 1993, leggendo la prefazione all’I Ching di Carl Gustav Jung, che incontrai per la prima volta il concetto di tempo qualitativo riscontrabile praticamente nell’uso dell’oracolo cinese, che lo stregone svizzero sosteneva non sbagliasse mai, e con la nozione di sincronicità, espressione di una sostanziale identità tra psiche e materia che collega eventi esterni e condizioni psicologiche superando l’angusto principio di causalità: difatti non esiste un ordinamento causale del mondo, esso è dato così com’è, senza causa, pertanto non ha senso ragionarci sopra in termini esclusivamente causali.
Nel saggio La sincronicità come principio di nessi acausali (1952), pubblicato da Bollati Boringhieri, Carl Gustav Jung indicava con quel termine una coincidenza significativa, ossia un rapporto acausale tra eventi esterni e condizioni psicologiche avente carattere numinoso, tale per cui si avverte chiaramente che quel che è accaduto non può essere un puro caso, rifacendosi in ciò all’antico paradosso greco Εν τò πάν (En to pán), Uno è il Tutto, dell’universo inteso allo stesso tempo come unità e molteplicità, sicché la sincronicità veniva definita come relatività di tempo e spazio condizionata psichicamente, secondo le parole dello psicologo svizzero: “Io impiego dunque in questo contesto il concetto generale di sincronicità nell’accezione speciale di coincidenza temporale di due o più eventi non legati da un rapporto causale, che hanno uno stesso o un analogo contenuto significativo. Sincronicità significa allora anzitutto la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi esterni, che paiono paralleli significativi della condizione momentaneamente soggettiva e – in certi casi – anche viceversa.”
Il fenomeno della sincronicità, proseguiva Jung, è quindi la risultante di due fattori: un’immagine inconscia si presenta direttamente o indirettamente alla coscienza come sogno, idea improvvisa o presentimento ed un dato di fatto obiettivo coincide con questo contenuto, ma considerare l’ipotesi che un medesimo significato possa manifestarsi nella psiche umana e al tempo stesso nell’ordinamento di un evento contemporaneo esterno e indipendente contrasta con le tradizionali visuali scientifiche e teorico-conoscitive, perciò lo stregone svizzero ricordava di non perdere mai di vista che la validità delle leggi naturali è puramente statistica, ed il metodo statistico, per sua natura, stempera gli eventi rari per concentrarsi sull’evento medio, che finisce per divenire l’unico davvero esistente; fenomeni sincronistici si verificano con relativa regolarità e frequenza nei casi di procedure intuitive o magiche, ed io, negli anni in cui leggevo Jung, dopo essermi rifugiato nella foresta del Ribelle, ne sperimentavo in continuazione, come continuo a viverne ancor oggi, sia pure con minor stupore, e furono proprio tali fatti a convincermi ad abbandonare tutto e ad affidarmi alla corrente del tempo.
Marie-Louise von Franz, allieva di Jung, nel libro Psiche e materia, pubblicato da Bollati Boringhieri, sosteneva, citando il maestro, che psiche e materia esistono in un unico ed identico mondo, e ciascuna partecipa dell’altra, altrimenti qualsiasi azione reciproca sarebbe impossibile, e ciò, per una mente razionale plagiata dalla modernità, costituisce uno spiraglio di luce nell’angusto mondo della ragione: quando un archetipo viene attivato nell’inconscio del soggetto che lo esperisce, producendo così uno stato di forte tensione emotiva, psiche e materia sembrano non esistere più come entità separate, bensì coordinate ad una sola situazione simbolica piena di senso; in simili condizioni mondo fisico e mondo psichico costituiscono due facce della stessa realtà, che lo psicologo svizzero denominò unus mundus, e gli eventi sincronistici, espressione di un ordine acausale, rappresentano singolarità in cui si manifesta sporadicamente l’unità di psiche e materia e rinviano ad un aspetto unitario cosciente trascendente dell’essere, sicché psiche e materia sarebbero due volti dello stesso segreto vivente, il mondo unico.
Il ruolo ricoperto dall’affetto nel sorgere di eventi sincronistici non era affatto di un’idea nuova, ricordava Jung: già Avicenna ed Alberto Magno se ne resero conto chiaramente, e, proprio di quest’ultimo, citava un brano del De mirabilibus mundi, che faceva riferimento al Liber sextus dei Naturalia di Ibn Sina, che, nel XII e XIII secolo, esercitò un influsso decisivo sul pensiero dei grandi scolastici, come lo stesso Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Ruggiero Bacone ed altri: “(…) dopo la lettura dei libri negromantici e che hanno per tema immagini magiche (imaginum) e magia, ho trovato che [realmente] l’emotività (affectio) dell’anima umana è la radice principale di tutte le cose. […] Chi vuole quindi conoscere il segreto di questo fatto per provocarlo e scatenarlo, deve sapere che chiunque può influenzare magicamente ogni cosa, se cade preda di un grande accesso… e allora lo deve fare precisamente in quell’ora in cui l’accesso lo aggredisce e agire con le cose che l’anima gli prescrive”; esiste dunque una forza immaginativa nella psiche dell’uomo che, nello stato di alta tensione affettiva e nella costellazione astrologica adeguata, produce mutamenti concreti nel mondo materiale.
Nel corso dei suoi studi Marie-Louise von Franz proseguì la ricerca sul tempo, intrapresa da Jung in relazione all’I Ching, approfondendo la conoscenza delle tecniche divinatorie, che traggono responsi sul futuro sulla base di atti apparentemente scollegati dalla realtà che si propongono di indagare, esponendone i risultati nei saggi L’esperienza del tempo: il dio arcano che presiede alla vita, pubblicato da RED, e Le tracce del futuro: divinazione e tempo, edito da TEA, partendo dai greci, che identificavano il tempo, percepito come un costante fluire di eventi esterni ed interni, con Oceano, fiume divino che circondava la terra inglobando il cosmo o serpente che si morde la coda recante sulla schiena lo zodiaco, intuizione sottesa a tutte le teorie che misurano il tempo mediante il flusso di una sostanza; anche per i cinesi il tempo formava un continuum contenente qualità o situazioni fondamentali che potevano presentarsi in luoghi diversi in modo relativamente simultaneo, ed il Libro dei Mutamenti era stato elaborato proprio sul presupposto che il tempo consiste di un flusso fasi ordinate di trasformazione della totalità cosmica.
Marie-Louise von Franz illustrava le caratteristiche dei sistemi di predizione del futuro basandosi sulla definizione junghiana del numero quale elemento d’ordine più primitivo dello spirito umano, archetipo dell’ordine divenuto cosciente, sottolineando il duplice carattere complementare del numero naturale, che è assieme quantità e qualità e consente di rappresentare la compenetrazione del mondo della materia, rappresentato dalla quantità, e di quello della psiche, rappresentato dalla qualità, la cui serie infinita mostra fasi temporali qualitative nell’esserci della totalità cosmica; in tutte le forme di divinazione numerica, che rappresentano tentativi primitivi dell’umanità di contare l’energia psichica e le sue costellazioni, si conta in senso retrogrado per sfuggire alla confusione della molteplicità, i cinesi utilizzavano i numeri, con la loro natura irrazionale ed abissale, per indovinare la realtà, in Cina la matematica era usata soltanto a fini divinatori, Richard Wilhelm, poi, il traduttore dell’I Ching, spiegava l’idea cinese della divinazione dicendo che, se sapessimo contrarre l’albero nel seme, sapremmo pronosticare il futuro.
L’attenzione di Marie-Louise von Franz si appuntò dapprima sugli oracoli divinatori che operano per mezzo di numeri, ossia sui sistemi di divinazione nei quali un numero viene prodotto attraverso qualche gesto arbitrario, e, sulla base del risultato ottenuto, si trae il responso al quesito del consultante, quindi precisò la differenza esistente tra oracoli numerici ed altre tecniche di divinazione, che catalizzano le conoscenze inconsce tramite l’osservazione di un qualche tipo di struttura caotica, esattamente come avviene nel test di Rorschach, nel quale, osservando il disegno caotico, il completo disordine della forma confonde la mente cosciente e fa sorgere improvvisamente una fantasia, ed avanzò l’ipotesi che potremmo essere tutti dei medium, ed avere quindi una conoscenza assoluta, se la luce abbagliante della coscienza egoica non la offuscasse, per questo il medium ha bisogno di un abaissement du niveau mental, di un abbassamento del livello mentale che gli consenta di vedere oltre, e, per ottenerlo, deve immergersi in trance, in uno stato simile al sonno, per far emergere le proprie conoscenze.
Jung affermava che era notorio che l’affetto emotivo produce tale abaissement du niveau mental, una sopraffazione della coscienza da parte di contenuti inconsci, per cui la percezione di spazio e tempo si riduce completamente e regna soltanto un continuum spazio-temporale che rende possibile la coincidenza e la simultaneità di eventi psichici e non-psichici, eventi che manifestano un legame fra di loro basato su una comunanza di significato, e non su un meccanismo di causa-effetto, ossia di sincronicità; Marie-Louise von Franz attribuiva questa conseguenza anche all’osservazione di una forma caotica, oppure alla stanchezza, testimoniando che lei stessa, trovandosi fisicamente esausta, aveva lampi di coscienza assoluta che, dopo aver dormito bene alcune notti, svanivano, in quanto la conoscenza assoluta è come la luce di una candela, e se la luce elettrica della coscienza egoica è accesa è impossibile vederne il lume, così, osservando un disegno caotico, si rimane confusi e non ci si riesce a raccapezzare, il funzionamento della mente cosciente si inceppa ed emerge una fantasia inconscia.
Marie-Louise von Franz si domandò allora quale differenza vi fosse fra un moderno esperimento scientifico ed un oracolo divinatorio, e rispose che nell’esperimento scientifico il caso è un elemento di disturbo che viene eliminato, scacciato il più lontano possibile, ne rimane soltanto una piccola parte che non si può sopprimere e che infastidisce lo scienziato, che tende a trascurarlo ed a fare come se non si fosse mai verificato, per non screditare la perfezione formale delle sue teorie, mentre l’oracolo adotta un approccio diverso, complementare, che mette il caso al centro di tutto: si prende una moneta, la si lancia ed il fatto casuale che esca testa o croce è la fonte stessa dell’informazione; sono due approcci assolutamente complementari: l’esperimento scientifico tende ad eliminare il caso, l’oracolo gli assegna un ruolo centrale, e difatti l’esperimento si basa sulla ripetizione, l’oracolo sul gesto unico, l’esperimento si basa sul calcolo delle probabilità, l’oracolo si serve del singolo, unico numero come fonte di informazione, in questo modo il risultato casuale diviene il centro della riflessione.
L’esperimento fisico viene ripetuto nel tempo allo scopo di ottenere informazioni relative ad un pezzetto di realtà, non è possibile sperimentare se non si definisce prima l’angolo di universo che si vuole studiare, per l’oracolo è esattamente il contrario: esso è un evento unico sotto il profilo temporale, in quanto viene interrogato una volta sola, ed il suo scopo non è quello di ottenere informazioni su un frammento della realtà, bensì sull’intera situazione psicologica esterna, interna, presente e futura del consultante, e, sotto questo profilo, è del tutto complementare rispetto all’esperimento fisico; la ripetizione è il segreto della probabilità: più volte si ripete la situazione, più è possibile formulare esattamente la probabilità dell’esito, finché alla fine, e questa è la formulazione statistica del concetto di probabilità, si può dire che, se si fanno infinite prove, è possibile definirne il valore limite; tutta la matematica, e l’uso che ne viene fatto nella fisica moderna, è basata sull’incapacità di prevedere eventi singoli e sul tentativo di prevedere invece con notevole precisione migliaia o milioni di eventi.
L’interpretazione probabilistica della fisica quantistica afferma che, in certi esperimenti, il risultato è, nel caso singolo, essenzialmente imprevedibile, mentre la distribuzione statistica dei risultati relativi all’esperimento ripetuto numerose volte riproduce una distribuzione di probabilità che può essere calcolata, in certi casi, con precisione estrema; la scienza, pertanto, odia le tecniche divinatorie e l’astrologia, che ha una base scientifica nello zodiaco tropico, nei sistemi di domificazione e nella posizione dei pianeti, in quanto il metodo statistico elimina il caso singolo, l’annulla come se non avesse importanza, mentre per l’uomo concreto il caso singolo è tutto, coincidendo con la sua stessa unica ed irripetibile esistenza, ed esse trattano esclusivamente il caso unico e non ripetibile, ciò che è precluso alle osservazioni scientifiche, incentrate sulla ripetizione di eventi in quantità tale da escludere i casi estremi, perciò la scienza non ha niente di interessante da dire all’uomo reale, nessun significato da trasmettere, nessuna certezza utile, nessun tipo di orientamento, nessun appiglio nel mare caotico della vita.
A tale riguardo Marie-Louise von Franz citava Jung, che illustrava questo paradosso prendendo ad esempio un cumulo di pietre, delle quali si può dire, con assoluta precisione statistica, che la loro dimensione media sia di tre centimetri cubi, ma, per quanto questa misurazione sia vera, si tratta soltanto di un’astrazione mentale: tra le pietre del mucchio, infatti, potrebbe non esservene nessuna che misuri esattamente tre centimetri cubi, l’informazione, pertanto, pur essendo corretta sotto il profilo scientifico, è del tutto inutile ai fini pratici e conoscitivi della realtà, mentre soddisfa appieno il desiderio di razionalizzazione del mondo che tende ad eliminarne il significato per restituirne un modello meccanico privo di senso; il caso unico, o il caso individuale, non riguarda la scienza perché non esiste alcun mezzo matematico per descriverlo, e difatti gli scienziati si irritano quando glielo si fa notare e dicono che la pietra unica non esiste, o che esiste, sì, ma non ha nulla a che fare con la scienza, essendo legati emozionalmente all’idea che solo il calcolo delle probabilità e la statistica siano la verità.
Marie-Louise von Franz affrontò dunque la questione dell’origine del calcolo delle probabilità, ideato dal matematico e filosofo Blaise Pascal e dal matematico Pierre de Fermat, che, stimolati da un giocatore che domandò al primo un sistema infallibile per vincere, intrapresero una corrispondenza epistolare dalla quale nacque il calcolo delle probabilità, la cui radice è il gioco; la psicologa junghiana ammetteva che c’erano molti scienziati che si rendevano perfettamente conto del fatto che, attraverso la statistica ed il calcolo delle probabilità, ricostruivano soltanto un modello mentale della natura che non copre l’intera realtà, e difatti l’ipotesi dell’assoluta validità delle leggi di causalità durò sino agli inizi della fisica quantistica, quando la ricerca sul comportamento delle particelle elementari costrinse i fisici a sostituire il concetto di causalità con il concetto di probabilità matematica, da allora il comportamento di una particella elementare non può più essere previsto ed è retto dal caso, si può prevedere solo la probabilità del comportamento di molte particelle, il resto rimane un mistero insondabile.
I paradossi del principio di indeterminazione di Heisenberg hanno attirato l’attenzione dei fisici sui processi mentali dell’osservatore, poiché l’osservazione dipende dall’influenza del mezzo di osservazione sull’oggetto, così i fisici moderni hanno dovuto riflettere su che cosa facciano realmente, in quanto, con i loro strumenti di indagine, costringono la natura a rispondere in un determinato modo, ma non otterrebbero quella risposta se non l’osservassero con quei mezzi, e qui si riaffaccia prepotentemente l’unus mundus junghiano, un universo che include eventi fisici e psichici in cui acquistano valore preminente i casi singolari di sincronicità; la stima delle probabilità, invece, può dare informazioni solo sulle medie e sulle misure valutabili come regolari, ma non può dare alcuna informazione su ciò che avviene una sola volta, perciò, quando i fisici sostengono che l’evento occasionale non cade nell’ambito dell’indagine fisica, lo sottraggono al campo della ricerca in quanto non si lascia cogliere con questi strumenti matematici, dunque viene esclusa ogni informazione sull’esperienza unica.
Eppure, proseguiva Marie-Louise von Franz, nonostante avvengano di continuo eventi sincronistici, ossia coincidenze significative, nella storia occidentale è stato osservato solo un tipo di costellazione del genere, e cioè il fatto che, quando uno scienziato fa una scoperta, o quando viene realizzata un’invenzione che cambia la situazione dell’umanità, tende a succedere che diversi scienziati abbiano la stessa idea nel corso dello stesso anno, indipendentemente l’uno dall’altro, oppure che due persone, che non sanno nulla l’una dell’altra, inventino la stessa cosa nello stesso anno, ne segue una disputa in merito alla possibilità di plagio, ci si chiede se essi non sapessero l’uno dell’altro e se uno dei due non abbia rubato l’idea all’altro, ma in molti casi è effettivamente dimostrabile che non c’era alcun rapporto fra di loro, hanno semplicemente scoperto la stessa cosa nello stesso tempo; questo è il modo cinese di guardare le cose, e la storia della scienza è il solo campo in cui tale modo di pensare sia stato riconosciuto dalla mente occidentale, in quanto la scienza moderna è sostanzialmente una religione dogmatica ed autoreferenziale.
La scienza, dunque, adottando il calcolo delle probabilità, raccoglie una massa enorme di dati su eventi ripetibili un numero considerevolmente elevato di volte, dopodiché ne trae un valore medio che tende a realizzarsi nel caso di ripetizione dell’osservazione all’infinito, ma non dice assolutamente nulla, e perciò non ha alcun valore per l’uomo concreto che vive la sua vita unica ed irripetibile e deve prendere decisioni importanti sulla sua esistenza in assenza di dati completi sulla realtà, sul caso singolo, allora diventa pienamente comprensibile il valore degli oracoli e degli eventi sincronistici, come evidenzia la storia, riportata da Marie-Louise von Franz, di undici generali cinesi che, durante una battaglia, si trovarono a dover decidere se attaccare o ritirarsi; ne seguì una discussione strategica che si protrasse a lungo, nella quale alcuni erano favorevoli all’attacco ed altri alla ritirata, senza che si trovasse un accordo, allora i generali misero la questione ai voti: tre di loro votarono per l’attacco ed otto per la ritirata, ed a quel punto attaccarono, perché il numero tre, in Cina, possiede la qualità dell’unanimità, e vinsero.
Agli undici generali, interessati a risolvere una questione pratica della massima importanza, non sarebbe stata ovviamente di nessun aiuto la scienza, che, al massimo, avrebbe offerto loro una probabilità di riuscita dell’impresa bellica, qualora fosse stata ripetuta un numero abbastanza elevato di volte, oppure ne avrebbe registrato l’esito a posteriori, dimostrando così la sua inutilità, ed infatti fu un episodio sincronistico, l’apparizione del numero tre in una delle due opzioni di scelta, a far rompere gli indugi ed a renderli effettivamente unanimi, tanto che attaccarono e vinsero; ma, nella divinazione, è necessario che chi la pratica sia dedito ad una totale sincerità, sottolineava Marie-Louise von Franz: se essa fallisce è infatti possibile constatare che l’indovino aveva un problema nevrotico personale che ha proiettato sul materiale in questione, oscurando la preoccupazione del consultante, perciò, per conoscere il futuro, occorre prima di tutto spogliarsi di ogni illusione, ed in tal senso ricordava che Jung, alla fine della sua vita, affermava di non usare più l’I Ching, in quanto conosceva in anticipo l’esito della consultazione.
Nella divinazione rientra dunque la questione del tempo, immagine dell’eternità e flusso continuo che porta con sé la totalità degli eventi fisici e psichici dell’esistenza costituendo l’alveo in cui scorre il divenire, a sua volta immagine in movimento dell’essere nel quale tutto coesiste in un istante eterno; esperienza del tempo e tracce del futuro sono intimamente legate tra loro, negli episodi di sincronicità, nel funzionamento degli oracoli e nell’astrologia, che, nei gradi di longitudine dello zodiaco tropico dei pianeti e dei punti fittizi del tema natale e dei corrispondenti transiti planetari, rappresenta un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino individuale, e sono queste le cose che interessano l’uomo concreto, cosciente di vivere un’esistenza unica, che ha bisogno di basi oggettive per conoscere se stesso, nel grafico astrologico della genitura, ed il clima in cui ha vissuto, vive e vivrà, nello studio dei transiti planetari, nonché di ottenere risposte articolate su come prendere una decisione, nel caso dell’I Ching, oppure dirette e specifiche, nel caso di altre tecniche di divinazione, ad esempio i tarocchi.
Ripercorrendo il lungo cammino che mi ha portato a conoscere la sostanza del tempo, iniziato con l’acquisto dell’oracolo cinese dell’I Ching, nel lontano 1993, e conclusosi di recente, con la lettura del libro Tempo ed Eternità di Ananda K. Coomaraswamy, mi sorprendo a considerare come sia curioso che, ad occuparsene, siano stati scrittori eminenti come Ernst Jünger, autori tradizionali come Coomaraswamy e psicologi come Carl Gustav Jung, lo stregone di Bollingen, e la sua allieva Marie-Louise von Franz, ciascuno interessato a trovarvi le tracce di un mondo negato dal razionalismo moderno che pure riconosceva nella propria esperienza quotidiana, ma non astrologi, che invece dovrebbero interessarsene in quanto l’astrologia è essenzialmente lo studio della qualità del tempo impressa su ciascuna nascita e nel corso del divenire, e ciò attesta lo stato di abbandono in cui versa questa conoscenza tradizionale che ricollega Macrocosmo e Microcosmo in un unico respiro e restituisce senso, significato e scopo all’uomo smarrito nell’angoscia del nichilismo della modernità.

I Ching e qualità del tempo

Il pa-kua illustra il mutamento ciclico degli stati del divenire

Il pa-kua illustra il mutamento ciclico degli stati del divenire

Presi confidenza con la sostanza del tempo nei primi mesi del 1993, poco prima di acquistare il libro che mi illuminò sul significato delle linee tracciate sui palmi delle mie mani, quando la congiunzione celeste tra Urano e Nettuno, che si verifica all’incirca ogni 171 anni, transitava in aspetto angolare di congiunzione con il mio Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, imponendomi di rivitalizzare l’immagine della mia realizzazione con un progetto che tenesse conto della dimensione trascendente, collegamento che riesco a ricostruire a posteriori, dopo circa vent’anni, grazie alle date di pubblicazione dei libri ed al fatto che lo zodiaco tropico è un orologio cosmico che, sotto il profilo individuale, misura il tempo del destino fissato immutabilmente nell’istante della nascita.
Seguendo l’intuizione, che mi proiettava verso strumenti di conoscenza della realtà fondati sul principio dell’Unità del Tutto e della corrispondenza di ogni parte con la totalità cosmica, acquistai una copia dell’I Ching, edito da Adelphi, che si apriva con una prefazione di Carl Gustav Jung, datata Zurigo 1949, che, pur non essendo un sinologo, aveva comunque molto da dire su quel libro, che definiva grande e straordinario, potendone testimoniare l’esperienza personale nell’uso, e, nel contempo, rendeva omaggio alla memoria dell’amico Richard Wilhelm, scomparso il 1 marzo 1930, cui, nel discorso commemorativo pronunciato per la sua morte, aveva attribuito il raro carisma della maternità spirituale, autore di una traduzione dell’oracolo cinese rimasta senza rivali in Occidente, della quale lo stesso traduttore conosceva il valore culturale, avendo appreso la filosofia e l’uso del Libro dei Mutamenti dal venerabile saggio Lao Nai-hsüan, ed avendone messo in pratica la tecnica per molti anni.
Nella prefazione lo psicologo svizzero rivelava di essersi interessato a quella tecnica oracolare, o metodo di esplorazione dell’inconscio, per circa trent’anni, e di aver già maturato una certa dimestichezza con l’I Ching quando conobbe Wilhelm, poco dopo il 1920, che gli confermò ciò che già sapeva e gli insegnò molte altre cose, così, supportato dalla teoria e dall’esperienza, poteva affermare che, alla base della mentalità cinese quale la si scorgeva all’opera nel libro, c’era esclusivamente l’aspetto accidentale degli eventi, la sola cosa che interessasse era ciò che l’Occidente definiva coincidenza, mentre la causalità, idolo degli occidentali, passava quasi inosservata; l’istante sotto osservazione, infatti, appariva all’antica visione cinese più come un colpo di fortuna che come il risultato ben definito di catene causali concorrenti, ciò che rilevava era la configurazione che gli eventi accidentali assumevano al momento dell’osservazione, in quanto l’istante osservato è il totale di tutti gli ingredienti.
Quando si gettano le tre monete, o si contano i quarantanove steli di millefoglio, tutti i dettagli casuali entrano nel quadro dell’attimo sotto osservazione formandone una parte, in quanto qualunque cosa avviene in un dato momento possiede inevitabilmente la qualità peculiare di quell’istante, ed a riprova di ciò Jung citava esperti enologi che dall’aspetto, gusto e comportamento di un vino sapevano individuarne luogo di origine ed annata, antiquari ai quali bastava un’occhiata per indicare l’epoca, la provenienza e l’autore di un oggetto d’arte o di un mobile, ed astrologi che sapevano dire, senza nessuna previa informazione, quale fosse la posizione del Sole, della Luna e del segno zodiacale che sorgeva al momento della nascita dell’individuo, per non citarne altri che, come me, riescono ad affrescare il ritratto caratteriale di una persona senza averla mai vista, semplicemente dando uno sguardo al grafico astrologico della sua genitura, a dimostrazione che i momenti lasciano tracce di lunga durata.
Tale principio è alla base del funzionamento del libro oracolare dell’I Ching: l’esagramma elaborato in risposta al quesito del consultante coincide con il momento del lancio delle tre monete non soltanto nel tempo, ma anche nella qualità, essendo concepito come un indicatore della situazione essenziale prevalente nell’istante della sua origine, e tale visione delle cose sottintende quel che Jung definiva sincronicità, concetto che formula un punto di vista diametralmente opposto a quello della causalità, che, al di là della venerazione religiosa che gli viene tributata in Occidente, è soltanto una verità statistica che non regge la prova della vita reale, fuori dai laboratori degli scienziati, dove non c’è spazio per l’astrazione razionale; la sincronicità considera particolarmente importante la coincidenza degli eventi nello spazio e nel tempo, scorgendovi qualche cosa di più del mero caso, e cioè una peculiare interdipendenza degli eventi oggettivi tra loro, come pure tra essi e le condizioni soggettive dell’osservatore.
L’antica mentalità cinese, proseguiva lo psicologo svizzero, contemplava il cosmo in una maniera paragonabile a quella del fisico moderno, il quale non può negare che il suo modello dell’universo sia una struttura decisamente psicofisica: l’evento microfisico include l’osservatore esattamente come la realtà che forma il sostrato dell’I Ching abbraccia le condizioni soggettive, ovvero psichiche, nella totalità della situazione momentanea; come la causalità descrive la sequenza degli eventi, così per la mentalità cinese la sincronicità considera la loro coincidenza, focalizzandosi sulla considerazione che gli eventi fisici sono della medesima qualità degli eventi psichici e presupponendo che la situazione configuri un quadro leggibile o comprensibile, di cui i sessantaquattro esagrammi sono lo strumento mediante il quale si può determinare il significato di altrettante situazioni differenti ed insieme tipiche, e queste interpretazioni sono l’equivalente delle spiegazioni causali.
Il nesso causale è statisticamente necessario e può quindi essere sottoposto ad esperimento, mentre con la sincronicità, in condizioni normali, sembra impossibile fare esperimenti, in quanto le situazioni sono ogni volta uniche e non possono essere ripetute, sicché, nell’I Ching, il solo criterio di validità della sincronicità è l’opinione dell’osservatore, per il quale il testo dell’esagramma corrisponde ad una fedele riproduzione del suo stato psichico; si presuppone che la caduta delle monete o il risultato ottenuto con la divisione del mazzo di steli di millefoglio sia proprio quale deve essere necessariamente in una data situazione, poiché ogni cosa che avviene in quel momento vi appartiene quale indispensabile elemento del quadro, ma una verità ovvia come questa rivela la sua natura significativa soltanto nel caso sia possibile leggere il disegno e verificarne l’interpretazione, in parte mediante ciò che l’osservatore conosce della situazione soggettiva ed oggettiva, in parte mediante il carattere degli eventi successivi.
Poiché l’antica mentalità cinese considerava il Libro dei Mutamenti permeato da entità spirituali operanti in modo misterioso alle quali si potevano porre domande nella fiducia di ottenere risposte intelligenti, Jung, per mostrare al lettore non iniziato la maniera in cui operava l’oracolo, decise di condurre un esperimento in armonia con la concezione cinese, personificando l’I Ching e chiedendogli il suo giudizio sulla sua situazione attuale, ossia sull’intenzione dello psicologo svizzero di presentarlo alla coscienza occidentale nella sua nuova veste, in occasione dell’uscita nel mercato librario della traduzione inglese, secondo un modo di procedere che rientrava nella filosofia taoista, tentando un dialogo con un libro che pretendeva di essere animato, ripetendo così un procedimento psicologico che era stato reiterato per millenni dalla civiltà cinese, e che per Confucio o Lao-tze rappresentava da un lato una suprema espressione dell’autorità spirituale e dall’altro un rompicapo filosofico.
Lanciando le tre monete Jung ottenne l’esagramma n° 50, “Il Crogiolo”, e ne dedusse che l’I Ching definiva se stesso come un recipiente rituale contenente cibo cotto, nutrimento spirituale che, stando al nove al secondo posto, generava invidia tra la gente, ma l’oracolo si mostrava certo che nessuno potesse sottrargli il proprio valore, mentre il nove al terzo posto indicava che il manico del crogiolo era alterato, cosicché non lo si poteva più afferrare nella maniera originaria, non se ne poteva comprendere il contenuto e perciò si era impediti nel progredire, non essendo più sostenuti dal saggio consiglio del libro e dalla sua profonda intelligenza, perciò il grasso del fagiano, la parte migliore della portata, non veniva mangiata, tuttavia la pioggia, cadendo sulla terra, scacciava la condizione di indigenza ed il pentimento svaniva, e, finalmente, veniva la salute: era la risposta di qualcuno che aveva una buona opinione di sé, ma il cui valore non era generalmente apprezzato e non era neppure molto noto.
Jung riconosceva trattarsi di una reazione perfettamente comprensibile, quale ci si potrebbe aspettare da un essere umano che si trovasse in una situazione simile, e ricapitolava il modo in cui aveva ottenuto il responso, lanciando in aria per sei volte le tre monete, lasciandole cadere sul tavolo, rotolare a piacimento e poi fermarsi formando combinazioni di testa e croce che restituivano le linee dell’esagramma, e, sottolineava, ciò che rendeva affascinante un libro come l’I Ching era il fatto che una reazione sensata sgorgasse da una tecnica che in apparenza escludeva fin dall’inizio ogni senso, per concludere assicurando che, sulla base della sua esperienza, l’esempio appena citato non costituiva un’eccezione: le risposte sensate e piene di significato erano la regola, e quando conseguivano da domande rivolte da persone, coincidevano in larga misura con il punto debole psicologico di chi aveva consultato l’oracolo ponendo il problema che l’angustiava in quel momento.
Jung proseguiva poi menzionando il significato delle restanti linee dell’esagramma, procedimento contrario alla prassi degli antichi cinesi, che interpretavano soltanto il significato delle linee mutevoli, se ve n’erano, come conferma una nota del testo, confondendo il lettore con un’interpretazione eterodossa e fuorviante, sostenendo che, nella sua esperienza, tutte le linee assumono significato nella maggioranza dei casi, dopodiché si concentrava sull’esito del responso: benché l’I Ching si fosse dimostrato soddisfatto della nuova edizione, quello non era ancora un pronostico circa l’effetto che il libro avrebbe avuto sul pubblico al quale era destinato; poiché nell’esagramma ottenuto c’erano due linee yang messe in evidenza dal valore numerico nove, che, assieme a quelle designate da un sei, hanno in sé una tensione interna così forte da provocarne il mutamento nei loro opposti, lo yang si tramutava in yin, e, per effetto di questo mutamento, si otteneva l’esagramma n° 35, “Il Progresso”.
Anche in questo caso la lettura di Jung era viziata dal fatto di non interpretare la sentenza e l’immagine dell’esagramma che forniva l’esito della situazione, rappresentanti rispettivamente un uomo di valore accolto a corte ed onorato come collaboratore del re, comportamento esente da invidia che arreca progresso sociale, e dal sole che si leva al di sopra della terra, esce dalla foschia e splende nella sua purezza originaria, depurato dal legame con l’elemento terrestre, indice che l’I Ching era pronto ad affrontare serenamente il proprio destino nel mercato librario anglosassone, dove pensava di affermarsi quanto più si elevava in alto il suo nome, ma unicamente i significati della progressione delle linee mobili, per poi concludere che l’oracolo si era espresso più o meno come avrebbe fatto qualsiasi persona assennata a proposito del futuro di un’opera tanto controversa, e questa predizione era così ragionevole e piena di buon senso che sarebbe stato difficile pensare ad una risposta più pertinente.
Quanto sopra riportato, precisava Jung, accadeva prima che egli avesse scritto quei paragrafi, così, avendo alterato la situazione di fatto, ora si aspettava di sentire dall’oracolo qualcosa che si riferisse alla sua azione personale, ma prima teneva a precisare, essendo uno scienziato, di non essersi sentito troppo a proprio agio nel presentare ad un pubblico moderno e non privo di senso critico quelle che venivano considerate una raccolta di formule magiche arcaiche con l’idea di renderle più o meno accettabili; se aveva acconsentito a farlo era perché riteneva che nel modo di pensare degli antichi cinesi vi fosse ben più di quanto potesse sembrare a prima vista, e perché l’I Ching insiste continuamente sull’importanza di conoscere se stessi, anche se il metodo con cui si dovrebbe arrivare a questa conoscenza non è fatto per le persone frivole ed immature, o per gli pseudointellettuali ed i razionalisti: è adatto solo per persone ponderate e riflessive che si soffermano a pensare su ciò che fanno e sulle esperienze che vivono.
Jung era profondamente convinto del valore della conoscenza di sé, ma si domandava che senso avesse raccomandarla quando i maggiori saggi di ogni tempo ne avevano predicato la necessità senza successo; ciononostante si era assunto l’impegno della prefazione, mentre in precedenza si era espresso a riguardo dell’oracolo una sola volta, nel discorso in memoria di Richard Wilhelm, nel quale aveva affermato che a chi era toccata la rara fortuna di sperimentare il potere divinatorio dell’I Ching, alla lunga non poteva restare celato il fatto di trovarsi in presenza di un punto d’appoggio archimedeo a partire dal quale si poteva scardinare l’atteggiamento mentale degli occidentali, per il resto aveva sempre mantenuto un silenzio discreto, eppure non si potevano mettere da parte alla leggera uomini della statura di Confucio e Lao-tse dopo averne apprezzato la qualità del pensiero, e meno ancora si poteva sorvolare sul fatto che il Libro dei Mutamenti fu la loro principale fonte di ispirazione.
Poiché la personalità del singolo individuo è spesso coinvolta nel responso dell’oracolo, Jung formulò una domanda che l’invitava a commentare espressamente la sua azione, e dal lancio delle tre monete scaturì l’esagramma n° 29, “L’Abissale”, del quale lo psicologo svizzero non menzionò né la sentenza né l’immagine, rappresentanti una situazione di pericolo oggettivo nella quale si sta come l’acqua in una gola montana e dalla quale si esce comportandosi come l’acqua, che continua a scorrere e riempie tutti i punti che tocca senza rifuggire da nessun punto pericoloso, da nessuna caduta, e non perde per nessun motivo la sua natura essenziale, rimanendo fedele a se stessa in qualunque condizione, perciò, contando sulla veracità del cuore, che fa sì che si penetri la situazione fino in fondo e si abbia successo, il nobile trae dall’acqua l’ammaestramento a mantenersi saldo nella virtù e ad insegnare agli altri tutto ciò che dipende dalla costanza, per focalizzarsi invece sull’unica linea mobile yin.
Il sei al terzo posto, nell’esagramma n° 29, “L’Abissale”, descriveva una situazione in cui era necessario fermarsi finché non si palesasse una via di uscita, per quanto fosse penoso permanere nell’immobilismo, e Jung confessava che, in passato, avrebbe accettato incondizionatamente il monito rivoltogli a non agire così, ed avrebbe rifiutato di manifestare la sua opinione sull’I Ching, per la sola ragione che non ne aveva alcuna, ma, nella condizione attuale, il suggerimento poteva servire come esempio del modo in cui funziona il Libro dei Mutamenti, e, aggiungeva lo psicologo svizzero, doveva ammettere che quella linea rappresentava molto appropriatamente i sentimenti con i quali aveva scritto quel che precedeva, e trovava altrettanto pertinente il confortante inizio dell’esagramma, se sei verace hai riuscita nel cuore; perché stava ad indicare che l’elemento decisivo della questione non era il pericolo esterno, quello oggettivo, ma la condizione soggettiva, cioè se si credeva di essere veraci oppure no.
Jung proseguiva poi con l’abitudine, contraria alla mentalità cinese, di leggere la sequenza di significato delle rimanenti linee mobili dell’esagramma, saltando l’unica che effettivamente lo era, e che, per effetto del mutamento in una linea yang, restituiva l’esagramma n° 48, “Il Pozzo”, con il quale l’I Ching, dopo il monito a non agire così rivolto allo psicologo svizzero che, inizialmente, aveva pensato di scrivere un commento psicologico all’intero libro, gli ricordava di essere un pozzo, sempre uguale a se stesso se si cambia città, paese, lingua, e, perciò, traduzione, e che da esso si attinge la vita, soltanto, però, può farlo chi ha la corda abbastanza lunga e la brocca intatta, altrimenti lo colpisce la sciagura di non potersi abbeverare alla fonte di saggezza, e poi menzionava di nuovo le linee mobili, anziché l’immagine e la sentenza dell’esagramma che forniva l’esito della sua domanda: meglio lasciar fare all’oracolo, al quale attingerà chi ha abbastanza intelligenza e sensibilità per comprenderne la profondità.
Era chiaro che in questa prognosi chi parlava era di nuovo l’I Ching, che presentava se stesso come una sorgente d’acqua viva, mentre l’esagramma precedente descriveva il pericolo cui si esponeva chi cadeva accidentalmente dentro l’abisso, per scoprire che si trattava soltanto di un pozzo in disuso; Jung ricapitolava poi le operazioni svolte, ricordando che alla prima domanda l’oracolo aveva risposto paragonando se stesso ad un crogiolo, un recipiente rituale bisognoso di restauri, mentre la risposta alla seconda domanda diceva che si era messo in una situazione difficile, perché il Libro dei Mutamenti rappresentava una cavità profonda e pericolosa in cui si poteva restare facilmente impantanati; tuttavia la buca si rivelava alla fine un vecchio pozzo che aspettava solo di essere restaurato per svolgere di nuovo la sua funzione, e, giunto a questo punto, lo psicologo svizzero riconosceva che, come psichiatra, se un essere umano avesse dato quelle risposte, avrebbe dovuto dichiararlo sano di mente.
Seguiva poi la prefazione di Richard Wilhelm, che narrava le vicissitudini in cui si era formata la traduzione, elaborata a Tsingtao, divenuta rifugio di dotti tra i più rinomati dopo la rivoluzione cinese, dove incontrò il suo venerato maestro Lao Nai-hsüan: ad un’accurata traduzione del testo ne seguiva una nuova dalla versione tedesca in cinese, fin quando il senso originario risultava espresso con esattezza, ma allo scoppio della guerra mondiale i sapienti cinesi furono dispersi ai quattro venti, il signor Lao si rifugiò a Ch’ü-fu, patria di Confucio, e Wilhelm, pur dirigendo la Croce Rossa durante l’assedio, continuò ad occuparsi dell’antica saggezza cinese; quando la città venne espugnata i due ripresero gli studi e la traduzione fu portata a termine, allora il destino richiamò lui in Germania ed il vecchio maestro si accomiatò dalla vita, quindi, tornato a Pechino, il lavoro di traduzione fu concluso nelle calde giornate estive del 1923, raggiungendo una forma tale da poter essere mandata nel mondo.
Nell’introduzione al Libro dei Mutamenti Wilhelm sottolineava che esso era indiscutibilmente uno dei libri più importanti della letteratura mondiale, le sue origini appartenevano all’antichità mitica ma i sapienti più illustri avevano sempre continuato ad occuparsene, e quasi tutto ciò che in più di tremila anni di storia cinese era stato pensato in fatto di idee grandi ed importanti era in parte stato suscitato da questo libro ed in parte aveva influito sulla sua interpretazione, sicché si poteva tranquillamente affermare che nell’I Ching era contenuta l’elaborazione più matura della saggezza di millenni, e che qui avevano le loro radici comuni i due rami della filosofia cinese, confucianesimo e taoismo, ma anche la scienza e l’arte del governare avevano attinto costantemente a questa fonte di saggezza, difatti questo libro sfuggì, unico tra gli antichi scritti confuciani, al grande rogo di tutti i libri voluto da Ch’in Shih Hiang Ti, ed il suo influsso sulle vicende quotidiane dei cinesi continuava ad essere ancora molto forte.
Il Libro dei Mutamenti fu in primo luogo una raccolta di segni destinata a servire come oracolo, che, nella forma più primitiva, rispondeva affermativamente o negativamente alla domanda posta, il veniva indicato da una linea intera ed il no da una linea spezzata; successivamente le linee furono combinate a coppie, formando quattro combinazioni di linee intere e spezzate, e, infine, venne aggiunto un terzo elemento che diede origine agli otto trigrammi, o otto segni, concepiti come immagini di ciò che avveniva in cielo ed in terra, trapassanti continuamente l’uno nell’altro, proprio come nell’universo ogni fenomeno trapassa in un altro: l’idea dominante del Libro dei Mutamenti, infatti, è che gli otto trigrammi sono segni di mutevoli stati di trapasso, immagini che mutano incessantemente, dunque l’attenzione non è diretta alle cose nel loro essere, bensì ai moti delle cose nel loro mutamento, sicché gli otto segni sono immagini delle tendenze motorie delle cose, e non delle cose stesse.
Per ottenere una molteplicità ancora maggiore, queste otto immagini furono combinate a coppie e ne risultò così un totale di sessantaquattro segni composti ciascuno da sei linee positive o negative immaginate come mutevoli; ogni qual volta una linea muta lo stato rappresentato da un segno, esso si trasforma in un altro, ma non tutte le linee devono mutare, ciò dipende dal loro carattere: le linee positive in movimento sono designate da un nove, quelle negative in movimento da un sei, mentre le linee in quiete, che quindi servono solo come materiale per la costruzione dei segni senza possedere un particolare significato intrinseco, sono rappresentate da un sette o da un otto, e soltanto le linee mobili vanno prese in considerazione nella consultazione dell’oracolo; abbiamo pertanto una serie di sessantaquattro stati espressi simbolicamente che possono trapassare l’uno nell’altro per il moto delle loro linee, ma che restano immobili qualora l’esagramma sia composto di soli sette ed otto.
Con il trascorrere del tempo l’I Ching, da oracolo divinatorio basato sulla legge del mutamento e delle immagini dei sessantaquattro stati di mutamento, si arricchì dell’elemento morale, ossia di indicazioni pratiche sul modo di operare nella situazione evidenziata dall’esagramma o dagli esagrammi ottenuti, divenendo così un libro di saggezza; nel XII secolo a.C. re Wen e suo figlio, il duca di Chou, munirono i segni ed i tratti, fino ad allora muti, dai quali si doveva caso per caso dedurre il futuro per mezzo della divinazione, di consigli per un comportamento opportuno, di conseguenza l’uomo cominciò a partecipare alla formazione del proprio destino, poiché le sue azioni interferivano nel divenire universale tanto più quanto prima si potevano individuare i germi del divenire; fintanto che stavano ancora divenendo, le situazioni si potevano guidare, ma una volta che si fossero dispiegate nelle loro conseguenze, diventavano entità soverchianti di fronte alle quali gli uomini rimanevano inermi.
Seguiva poi la traduzione del Libro dei Mutamenti di Richard Wilhelm, suddivisa nell’esposizione, nel libro primo, del testo dei sessantaquattro esagrammi, mentre il secondo ed il terzo contenevano rispettivamente il materiale ed i commenti, che non ho mai letto per intero, essendomi focalizzato essenzialmente sulla dimensione oracolare e di saggezza del libro, per la quale risulta fondamentale l’appendice, che spiega le modalità di consultazione dell’I Ching, un testo sempre attuale: quando l’interrogo mi chiarisce la realtà che vivo e mi fornisce consigli operativi su come agire, invitandomi a maturare un atteggiamento consapevole di me stesso e delle azioni da compiere, perciò non vorrei mai separarmene; colgo la sua presenza discreta e rassicurante ogni qual volta alzo lo sguardo in direzione della libreria, dov’è esposto in bella vista da circa vent’anni per ricordarmi la mutevolezza ciclica della qualità del tempo e la necessità di affrontare la realtà comportandomi come l’acqua.