La testa del drago

Yama, divinità della morte, regge con la bocca, con le mani e con i piedi la Ruota della Vita (Bhavachakra), con i sei regni nei quali gli esseri senzienti trasmigrano incessantemente mossi da avidità, odio ed ignoranza, rappresentati rispettivamente dal gallo, dal serpente e dal maiale posti nel suo centro e responsabili del ciclo continuo delle nascite e delle morti

Yama, divinità della morte, regge con la bocca, con le mani e con i piedi la Ruota della Vita (Bhavachakra), con i sei regni nei quali gli esseri senzienti trasmigrano incessantemente mossi da avidità, odio ed ignoranza, rappresentati rispettivamente dal gallo, dal serpente e dal maiale posti nel suo centro e responsabili del ciclo continuo delle nascite e delle morti

Nel giugno 2001, mentre Saturno si approssimava ad entrare nella II casa natale, privandomi dei valori materiali ed obbligandomi a trovare il senso della mia esistenza in una visione del mondo che implicasse la dimensione trascendente, negli anni in cui andava maturando l’angoscia esistenziale che, senza che potessi ipotizzarne l’esito, pur avvertendo il distacco dal sistema di vita burocratico ed omologante fondato su scuola e lavoro, mi avrebbe portato ad abbandonare tutto per seguire soltanto me stesso, quando, nel pieno delle mie illusioni associative, mi ostinavo ancora a credere che i massoni fossero degli iniziati autentici, il maestro venerabile della loggia che mi iniziò alla libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, un grande iniziato del Rito Scozzese Antico ed Accettato, levando ieraticamente al cielo il sacro indice mi disse, dall’alto della sua stazza corpulenta e dei suoi capelli bianchi, che, oltre alla consueta paccottiglia libraria di fine Ottocento della quale si nutrono i carissimi fratelli liberi muratori, avrei dovuto leggere il libro egiziano dei morti, ma io, un po’ per diffidenza nei suoi confronti, un po’ perché G. mi confidò di aver letto, anni addietro, il libro tibetano dei morti, recatomi in una libreria acquistai questo testo e lo lessi, traendone un mutamento di orientamento interiore che, allora, non potevo immaginare dove mi avrebbe portato.
Contrariamente al suggerimento bibliografico del mio maestro venerabile acquistai dunque una copia del Bardo Thodol, noto in Occidente con la titolazione errata de Il libro tibetano dei morti, mentre in Tibet è conosciuto come Il grande libro della liberazione naturale attraverso la comprensione nello stato intermedio, scritto nell’VIII-IX secolo d.C. da Padma Sambhava e scoperto nel XIV secolo d.C. dal noto scopritore di tesori Karma Lingpa, nella versione tradotta dal tibetano da Robert A.F. Thurman, pubblicato da Corbaccio in edizione economica nella collana Mandala con una prefazione del Dalai Lama, il quale spiegava agli occidentali che i tibetani, pur essendo rinomati per la loro spiritualità, si ritengono persone molto concrete e realiste, perciò considerano l’analisi e lo studio sistematico del processo umano di morte come una prudente e concreta preparazione a ciò che è inevitabile, e difatti questo libro rappresenta un manuale di istruzioni utile a coloro che stanno affrontando la loro fine, e, ovviamente, ai loro cari che vogliono aiutarli nel momento del trapasso, in quanto descrive un processo estremamente reale attraverso cui tutti gli uomini sono destinati a passare dopo il decesso e prima della vita successiva, ossia il passaggio nei tre stati intermedi del processo di morte e rinascita.
Allora, un anno dopo l’incidente automobilistico dal quale uscii miracolosamente indenne e che segnò l’inizio della mia seconda esistenza, tanto da costituire l’oggetto del capitolo primo della mia autobiografia in chiave astrologica, ero particolarmente sensibile al tema della morte, essendo l’iniziazione una morte simbolica rispetto al mondo profano seguita da una rinascita alla vita iniziatica, perciò lessi con molto interesse la parte introduttiva curata da Robert Thurman, il quale, dopo aver illustrato l’origine storica della civiltà spirituale tibetana, minacciata di estinzione dal genocidio umano e culturale perpetrato da oltre sessant’anni dai comunisti cinesi, che invasero il Tibet nel lontano 1950 reclamandone il possesso, spiegava, relativamente al titolo dell’opera, che i tibetani distinguono sei stati intermedi: l’intervallo fra la nascita e la morte (« stato intermedio della vita »), fra il sonno e la veglia (« stato intermedio del sonno »), fra la veglia e l’assorbimento profondo (« stato intermedio dell’assorbimento profondo »), ed i tre stati intermedi durante il processo morte-rinascita (stato intermedio del « punto di morte », stato intermedio della « realtà » e stato intermedio dell’« esistenza »).
Secondo l’arte tibetana del morire lo stato intermedio, periodo di transizione dalla morte ad una nuova nascita, è il momento migliore per influenzare positivamente il processo causale dell’evoluzione, in quanto, durante questa fase cruciale, l’impulso evolutivo, ossia il karma, è temporaneamente fluido, così, avendo coscienza di essere morto e sapendo cosa sta attraversando, il defunto può guadagnare, o perdere, molto terreno; i tibetani ne sono estremamente consapevoli, perciò considerano il Libro della liberazione naturale alla stregua di un vero e proprio tesoro, una guida al miglioramento del proprio destino, poiché, dimostrandosi vigili durante questo stadio del processo, possono ottenere la liberazione oppure influenzare al meglio la nuova nascita, e, come supporto visivo, ricorrono alla Ruota della Vita (Bhavachakra), che si trova frequentemente in Tibet ed altrove nel mondo buddhista, spesso dipinta sui muri dei templi, che raffigura l’iconografia dei sei regni della trasmigrazione, rappresentando l’esperienza concreta del trapassato, il quale vola fra le fauci di Yama, divinità della morte, che la tiene con la bocca, con le mani e con i piedi, per poi prendere la posizione che gli spetta in virtù del proprio karma.
Il libro della liberazione naturale, raccolta di indicazioni sul percorso da affrontare da leggere ad alta voce all’indirizzo del defunto, che si presume stia vagando, disorientato dal trapasso, nei pressi del suo cadavere, presuppone dunque il contesto cosmologico rappresentato dalla Ruota della Vita quale scenario del viaggio attraverso lo stato intermedio, figura composta da quattro cerchi concentrici elaborata allo scopo di illustrare visivamente le intuizioni spirituali che descrivono il ciclo continuo delle morti e delle nascite, che, nel cerchio interno, il mozzo attorno al quale si sviluppa il movimento, contiene i tre veleni, rappresentati dal gallo, dal serpente e dal maiale, i quali simboleggiano rispettivamente l’avidità, l’odio e l’ignoranza, che corrompono l’uomo interiormente dando luogo all’incessante ciclo di nascita, morte e rinascita, e, nel secondo cerchio, diviso in due metà, mostra, nella parte bianca, degli uomini che raggiungono la liberazione ed escono dal ciclo di nascita e morte, seguendo un filo bianco che li conduce fuori dalla necessità nella terra dei Buddha, mentre nella metà nera altri uomini precipitano nei regni infernali, tormentati da spiriti maligni.
Nel terzo cerchio, suddiviso in sei parti ricche di personaggi e cose reali o fantastiche e di paesaggi idilliaci o terrificanti, sono rappresentati i sei regni di esistenza condizionata come li concepisce la cosmologia buddhista, ossia le sei condizioni principali frutto della percezione degli esseri senzienti, e, di conseguenza, prodotto del loro karma, domini che hanno in comune l’esperienza della sofferenza e della morte, simboleggiata da Yama, come anche le cause del ciclo del dolore, rappresentate simbolicamente dai tre animali collocati al centro della raffigurazione, là dove il movimento ha origine, e difatti la Ruota della Vita è una rappresentazione turbinosa del vortice della vita, il samsāra, nel quale tutti gli esseri senzienti sono condannati a migrare incessantemente fin quando l’odio, l’avidità e l’ignoranza non si dissolveranno definitivamente dalle loro menti, soltanto allora conseguiranno la liberazione, il nirvāna, ed Il libro della liberazione naturale fornisce indicazioni precise sul cammino da seguire per rinascere in una condizione superiore ed evitare le forme di vita negative.
Nella parte inferiore della ruota, che raffigura i piani di esistenza orrendi, ci sono i regni infernale, dei preta e degli animali, corrispondenti alle condizioni dipendenti dall’odio, dall’avidità e dall’ignoranza: i regni infernali, con otto inferni caldi, otto inferni freddi, otto inferni che schiacciano ed otto inferni che tagliano, si ispirano direttamente alle esperienze del caldo, del freddo, della compressione e della dissezione, e sono il prodotto di azioni negative causate prevalentemente dall’odio; il regno dei preta, o spiriti affamati, creature affamate ed assetate avvinte da uno stato mentale di estrema frustrazione, le quali hanno stomaci giganteschi, gole lunghe chilometri e strette come uno spillo, e quando trovano qualcosa che assomigli a del cibo, ingerendolo, provano un irresistibile bruciore, sono l’incarnazione della fame, della sete, della brama e della frustrazione, e devono la loro condizione all’accrescersi dell’avidità; il regno animale, le cui creature soffrono per la relativa mancanza di intelligenza e per la limitata capacità conoscitiva, è il prodotto della stratificazione dell’ignoranza, della follia o della stupidità.
Nella parte superiore della ruota, invece, si trovano i regni degli uomini, degli asura e degli dèi: il regno degli uomini, che incarnano ogni tipo di negatività, pur essendo liberi dagli eccessi di odio, avidità ed ignoranza che vincolano gli esseri infernali, i preta e gli animali, essendo la forma umana non soltanto il prodotto di questi aspetti negativi, ma anche dei loro contrari, pazienza, generosità e sensibilità intelligente, li pone nella condizione di essere liberi dall’essere guidati involontariamente da reazioni istintive, e di avere l’opportunità di usare tale libertà con intelligenza e sensibilità per realizzare la libertà suprema e la felicità duratura; il regno degli asura, o antidèi, creature che godono di libertà ed opportunità superiori rispetto agli uomini, essendo ascesi alla loro condizione passando per il regno umano, che hanno rivolto la propria generosità, la propria tolleranza e la propria sensibilità alla ricerca del potere, e, invidiosi degli dèi, sono perennemente in guerra con essi; il regno degli dèi, che in seguito alla lunga pratica della generosità, della sensibilità e della tolleranza associate alla loro maestria nel controllo della mente, si sono elevati dalla forma di vita umana fino ai vari paradisi, nei quali godono di libertà ed opportunità maggiori rispetto agli uomini, ma la stessa ricchezza di cui sono dotati è il loro più grande nemico, in quanto il piacere fa dimenticare loro l’esigenza della liberazione.
Nel cerchio esterno, infine, sono raffigurati i simboli dei dodici nessi causali della produzione condizionata, ossia l’insieme dei meccanismi di interazione sui quali si reggono i fenomeni nelle loro relazioni causali, il modello buddhista dell’origine del mondo: un cieco con un bastone che si dirige verso un burrone, l’ignoranza; un vasaio che lavora alla sua ruota modellando vasellame di forma varia, le forze creatrici; una scimmia che salta continuamente da un ramo all’altro di un albero, la coscienza; degli uomini in una barca in balia delle onde, nome e forma; un edificio con le finestre vuote, i sei sensi; una coppia di amanti che si toccano, il contatto; un uomo con una freccia in un occhio, la sensazione; una donna che offre da bere ad un uomo, la brama; una donna che raccoglie frutti da un albero, l’attaccamento; un uomo ed una donna che copulano, il divenire; una donna che partorisce, la nascita; un uomo che porta in spalla un cadavere avvolto in un lenzuolo bianco, vecchiaia e morte.
Il libro della liberazione naturale, descrivendo il percorso affrontato dal defunto nello stato intermedio, mi fece comprendere la realtà del trapasso da una condizione di esistenza all’altra, così, per documentarmi meglio, acquistai un libro divulgativo sulla reincarnazione che spiegava quanto sia comune, nelle culture che ne ammettono la realtà, che bambini molto piccoli ricordino vividamente l’esistenza precedente al punto da condurre i loro genitori presso quelli che furono i loro cari, riconoscerli, fornire informazioni riservate su di loro e scovare oggetti nascosti, per poi perderne memoria crescendo, quindi, il 16 gennaio 2004, presi in prestito, nella foresta del Ribelle, il libro Immortalità e reincarnazione, pratiche e dottrine in Cina, Tibet, India, di Alexandra David-Néel, edito da Alkaest, autrice di cui avevo letto in precedenza Maghi e mistici del Tibet, pubblicato da Astrolabio-Ubaldini, che mi fece comprendere come ciascuna scuola differisca per il numero di componenti in cui si ritiene si divida la parte sottile dell’uomo, e per il modo in cui questi si ricombinano con quelli di altri defunti, sicché non è la medesima entità che si reincarna, ma un insieme di tendenze che formano un nuovo aggregato.
In seguito trovai una formulazione decisamente più chiara del concetto basilare del ciclo morte-rinascita nella Bhagavadgītā, Il Canto del Beato, prendendo dagli scaffali della sala umanistica la versione pubblicata da UTET a cura di Raniero Gnoli, nelle parole che Krishna, auriga divino, rivolge ad Arjuna, il più valoroso dei figli di Pāndu, sul carro da guerra nel campo di battaglia dei Kuru, in un clima di sospensione del tempo, per sedarne i timori ed incitarlo al compimento del suo dovere di casta, lo svadharma: « Non fu mai tempo in cui non ero, io, e tu e questi principi tutti, né ci sarà mai tempo in cui non saremo, noi tutti, dopo quest’esistenza. A quel modo che in questo corpo il sé incorporato passa attraverso l’infanzia, la giovinezza e la vecchiaia, così, alla morte, egli assume un altro corpo. Il forte non è su ciò mai perplesso. I contatti della materia, o Arjuna, danno luogo a freddo, a caldo, a piacere e a dolore. Essi vanno e vengono, impermanenti. Sopportali coraggiosamente, o Arjuna. L’uomo che non è da essi turbato, o Arjuna, uguale nella gioia e nel dolore, forte, è idoneo all’immortalità. »
« Né una cosa inesistente può diventare esistente né una cosa esistente può diventare inesistente. I savi che vedon le cose secondo realtà hanno ben visto il termine di esse due. E sappi che esso è indistruttibile, ciò, dico, da cui quest’universo è pervaso. Nessuno può distruggere ciò che è indefettibile. Soggetti a fine, si dice, son questi corpi, in via di distruzione, questi corpi, dico, di colui che abita nei corpi, eterno, non conoscibile. Perciò combatti, o Arjuna. Chi pensa che lui sia l’uccisore e chi pensa che lui sia l’ucciso, tutti e due sono ignoranti. Egli non uccide e non è ucciso. Egli non nasce e non muore mai, né, essendo stato, v’è tempo in cui non sarà ancora. Innato, eterno, permanente, antico, egli non muore, quando muore il corpo. Colui che sa com’egli sia indistruttibile, perpetuo, innato, indefettibile, come può, o Arjuna, essere ucciso? E come può uccidere? »
« A quel modo che un uomo abbandona i suoi vecchi vestimenti e ne prende di nuovi, così il sé abitante nel corpo abbandona i suoi vecchi corpi e ne prende di nuovi. Lui non feriscono l’armi, Lui non brucia il fuoco, Lui non bagnano l’acque, Lui non dissecca il vento. Egli non può esser ferito, non bruciato, non bagnato, non disseccato. Egli è eterno, onnipervadente, saldo immobile, primevo. Egli, dicono, è immanifesto, impensabile, immutabile. Perciò, conoscendolo per tale, tu non hai ragione di piangere. Tu puoi pensare, oppure, che esso è in uno stato di eterna nascita o di eterna morte. Ma anche in tal caso, o Arjuna, tu non hai ragione di piangere su di esso. Di chi nasce è invero certa la morte, di chi muore è certa la nascita. Perciò su di una cosa inevitabile, tu non hai ragione di piangere. Gli esseri sono immanifesti nel loro principio, manifesti, o Arjuna, nel loro stato di mezzo e immanifesti nella fine. Perché mai dolersi di ciò? Come miracolo uno lo vede, come miracolo un altro ne parla, come miracolo un altro lo ascolta: ma, pur avendo ascoltato, nessuno lo intende. »
« Quest’abitante del corpo è sempre presente, invulnerabile, nel corpo di ognuno, o Arjuna. Perciò tu non hai ragione di piangere su nessuna creatura. Inoltre, guardando al tuo proprio dovere, non hai ragione di tremare. Per un guerriero non c’è infatti cosa migliore di un doveroso combattimento. Un combattimento come questo, che capita così senza cercarlo e spalanca le porte del cielo, i guerrieri, o Arjuna, lo ottengono grazie alle azioni meritorie fatte in passato. Ma se tu non vuoi combattere questa giusta battaglia, manchi allora ai tuoi propri doveri e all’onore, ed incorri in un grave pericolo. Gli esseri narreranno del tuo perpetuo disonore e per l’uomo stimato il disonore è peggio assai della morte. I grandi guerrieri penseranno che tu sei fuggito dal campo per paura e sarai così disprezzato proprio da quelli che più ti stimavano. E i tuoi nemici diranno su di te molte parole sconvenienti, facendo onta al tuo valore. Che v’è, dimmi, di più doloroso? Vinto, otterrai il cielo: vittorioso godrai della terra. Sorgi dunque, o Arjuna, risoluto a combattere. Piacere e dolore, perdite e acquisti, vittoria e sconfitta, tutte queste cose considerale uguali e accingiti a combattere. Così sarai immune dal peccato. »
Le parole che Krishna rivolge ad Arjuna, che introducono peraltro la fondamentale nozione indù del dharma, tra le quali spicca per chiarezza la frase: « Né una cosa inesistente può diventare esistente né una cosa esistente può diventare inesistente », erano riassunte efficacemente da Alexandra David-Néel nella formula: ciò che è non può cessare di essere, che esprime icasticamente il concetto che la parte imperitura dell’uomo, alla morte del corpo, continua ad esistere in altra forma, considerazione che appare del tutto evidente qualora si esca dal paradigma corrente, allora si comprende chiaramente che il ciclo nascita, morte, rinascita viene negato soltanto dai tre monoteismi abramitici, che venerano una divinità personale assoluta ed onnipotente che pone la Legge e, in base al rispetto o meno della sua volontà, premia o punisce gli uomini, trattandosi in realtà di uno stratagemma adottato da Mosè, un uomo tardo di parola e tardo di lingua, un handicappato, per imporre a tutti un sistema di valori tarato sugli scarti del genere umano, per privilegiare se stesso a scapito degli elementi migliori di natura.
La lettura del Bardo Thodol mi fece dunque intuire una via di uscita dalle aberrazioni del cristianesimo, che, invertendo tutto ciò che è normale, ha assegnato indiscriminatamente un’anima immortale a qualsiasi essere avente sembiante umano, mentre le religioni misteriche insegnavano come crearsene una per non essere dispersi dopo la morte, come indica il processo descritto ne Il libro della liberazione naturale, il quale si svolge meccanicamente in assenza di consapevolezza sul proprio stato mentale da parte del defunto, ed inoltre ha deformato la concezione del tempo istituendone una versione lineare in luogo della dottrina indù dei cicli cosmici, ha inventato la favola del libero arbitrio per imporre una morale eteronoma contro natura che privilegia gli ultimi a scapito dei primi, come vogliono i predicatori dell’eguaglianza, ha cancellato le nozioni di fato e destino individuale introducendo gli errori logici di bene e male, colpa e peccato, che cancellano la nozione indù del dharma omologando gli uomini ad un modello antropologico medio e mediocre che, come un infante, dipende costantemente da Iahvè.
Soltanto in seguito, però, trovai il modo di collegare la conoscenza metafisica alla realtà pratica dell’uomo concreto, coniugando così necessità cosmica e decisione umana, il quale ha un proprio carattere ed un proprio destino ed ha bisogno, una volta inquadrata la sua esistenza in un quadro generale oggettivo che le conferisca senso, di tradurre tali conoscenze teoriche in indicazioni operative, cosa che è possibile fare mediante l’interpretazione del tema natale, che, essendo un mandala personale modellato dall’essere, ha valore normativo in quanto mostra a ciascun uomo cos’è e, qualora la vita che si è costruito seguendo le suggestioni basate sull’omogeneizzazione di ogni essere al livello medio e mediocre del modello antropologico della modernità, la nietzschiana bestia nana da armento fornita di eguali diritti ed esigenze ottenuta mediante la scuola di massa ed il lavoro retribuito, non corrisponda alla sua interiorità, illustra come ricostruirla secondo il proprio disegno interiore, quindi, ricollegata la propria vita all’essere, si può entrare nella dimensione del divenire mediante lo studio dei transiti planetari, che mostrano lo svolgimento preordinato delle tappe fondamentali dell’esistenza, ossia il destino.
L’incontro con il buddhismo mi fece prendere coscienza della necessità di liberarmi dagli attaccamenti e dalla brama che divora l’esistenza precipitandola nel samsāra, ma se Il libro della liberazione naturale aiuta il defunto ad ottenere il nirvāna o una nascita migliore, l’astrologia serve a vivere secondo il proprio modello interiore per realizzare consapevolmente il proprio dharma, unica cosa sensata che rimanga da fare di fronte alla morte del Dio cristiano e delle ideologie materialistiche moderne, e difatti, tramite la scienza del tempo per eccellenza, concependo il tema natale come un mandala personale modellato dall’essere, supporto oggettivo per la meditazione sul proprio carattere e sul proprio destino, unendo ad esso la nozione indù del dharma e la nozione taoista del wu wei, aiuto l’uomo concreto ad orientarsi nella vita, e questo è sufficiente a fargli abbandonare lo sterile razionalismo impadronitosi della mentalità degli uomini moderni; quel che faccio ha dunque valore eminentemente pratico, in quanto permette a chiunque conosca i propri dati di nascita di ottenere la mappa oggettiva della propria interiorità e di conoscere lo sviluppo preordinato delle tappe fondamentali della sua vita.
Nel 2001, però, quand’ero ancora agli inizi della mia ricerca, impressionato dal carico karmico che emergeva dal grafico astrologico della mia genitura, approfondii tale argomento ritrovando diversi concetti propri delle dottrine orientali nel libro Astrologia karma trasformazione, le dimensioni interiori della carta natale, di Stephen Arroyo, edito da Astrolabio-Ubaldini, il quale, come già aveva fatto Dane Rudhyar, ma, essendo questi un massone, quel che scriveva mi era sembrato troppo fumoso per essere preso sul serio, li collegava all’astrologia infarcendo il testo di frequenti citazioni e continui riferimenti al pensiero di Carl Gustav Jung e di brani tratti da libri di astrologi americani, tra i quali Marc Edmund Jones e C.E.O. Carter, e, aspetto che trovai apprezzabile, l’autore rendeva viva l’astrologia raccontandola in prima persona; un’opera complessa, dunque, che però, ripresa a distanza di un decennio, comprendo che mi colpì più che altro per le interpretazioni dettagliate degli aspetti planetari che coinvolgono Urano in aspetto angolare di quadratura con Mercurio, di trigono con Venere e di sestile con Marte, Nettuno in aspetto angolare di congiunzione con Marte e di opposizione con Venere, e Plutone in aspetto angolare di sestile con il Sole e di largo trigono con la Luna, e, ovviamente, per il ruolo attribuito a Saturno, il mio padre celeste, quale elemento regolatore del karma.
Il libro di Arroyo, tuttavia, pur riferendosi al karma, aveva il limite di non menzionare né l’asse dei Nodi Lunari, né le coppie di segni opposti e complementari intercettati dalle case astrologiche, né i pianeti retrogradi alla nascita, elementi, questi, che hanno tutti un valore peculiare nell’analisi karmica di un tema natale, e, per quel che riguarda specificamente i Nodi Lunari, essi si configurano come un elemento dinamico della carta del cielo, illustrando la tendenza che, nel corso dell’incarnazione presente, attrae colui al quale si riferiscono spingendolo a ricercare le esperienze indicate dalla posizione del Nodo Lunare Nord per segno zodiacale e per casa natale, che poi vengono elaborate e digerite utilizzando le abilità innate indicate dalla posizione del Nodo Lunare Sud per segno zodiacale e per casa natale, al fine di integrare le due tendenze opposte per raggiungere un livello più elevato di consapevolezza, cosa che invece fecero molti altri astrologi, i quali, però, non resistettero alla tentazione di infarcire di suggestioni cristiane la descrizione di questo processo, caratteristica che accomuna coloro che credono di essersi liberati del cristianesimo perché scrivono di argomenti esoterici, mentre una reale liberazione dalle aberrazioni dei tre monoteismi abramitici è possibile soltanto ristabilendo la regola di giustizia secondo la quale il premio deve andare ai migliori elementi di natura, e non agli ultimi.
Per comprendere tecnicamente cosa sono i Nodi Lunari occorre considerare che il piano dell’orbita lunare è inclinato rispetto a quello dell’eclittica, ed i due piani, intersecandosi, individuano una retta, l’asse nodale, che interseca l’eclittica in due punti opposti: il primo, in cui la Luna passa da latitudine sud a latitudine nord, viene definito Nodo Lunare Nord, mentre il secondo, in cui la Luna passa da latitudine nord a latitudine sud, viene definito Nodo Lunare Sud; in prossimità di tali punti avvengono le eclissi di Sole e di Luna, che, pur essendo una stella di dimensioni ragguardevoli ed un satellite naturale che orbita attorno alla terra, e nonostante l’enorme differenza delle rispettive distanze rispetto al nostro pianeta, hanno la caratteristica sorprendente di avere lo stesso diametro apparente, ragion per cui, quando la Luna nuova si trova nei pressi di uno dei Nodi Lunari, avviene un’eclissi di Sole, mentre quando la Luna piena si trova nei pressi dei Nodi Lunari avviene un’eclissi di Luna, fenomeni cosmici che il mito spiegava con la presenza in cielo di un drago che periodicamente divorava i Luminari con la sua testa per restituirli dalla coda, perciò il Nodo Lunare Nord viene detto Caput Draconis, o Testa del Drago, ed il Nodo Lunare Sud viene detto Cauda Draconis, o Coda del Drago.
L’interpretazione astrologica del Nodo Lunare Nord, o Testa del Drago, depurata delle sciocchezze con cui gli astrologi karmici sono soliti infarcirla, consiste nell’attribuire al nativo le caratteristiche migliori del segno zodiacale e della casa natale da esso occupati, che nel corso dell’esistenza egli tenderà a sviluppare quanto più si libererà degli aspetti negativi attribuiti al segno zodiacale ed alla casa natale in cui si trova il Nodo Lunare Sud, che però ha la funzione preziosa di elaborare il nuovo mediante le abilità innate maturate nelle esistenze precedenti, così, considerata la struttura delle case VI e XII del grafico astrologico della mia genitura, che cadono rispettivamente nei segni zodiacali della Vergine e dei Pesci, indicando, nel primo caso, un’attitudine alla razionalizzazione del quotidiano, e, nel secondo caso, l’esigenza di un’apertura alla dimensione trascendente, e si estendono per quasi 49° di longitudine dello zodiaco tropico intercettando la coppia di segni zodiacali Ariete-Bilancia, indicanti il rapporto io-altri, con il Nodo Lunare Nord nel segno zodiacale dei Pesci e ben tre pianeti nella VI casa natale, Plutone e Giove nel segno zodiacale della Vergine ed Urano nel segno zodiacale della Bilancia, presi coscienza dolorosamente del fatto che tutto, nel mio carattere e nel mio destino, complottava affinché subissi la razionalizzazione dell’esistenza fin quasi a morirne, per poi cercare nella trascendenza la liberazione dall’oppressione della ragione discorsiva e dalla tirannia dell’eguaglianza.
Avevo infatti la tendenza a considerare reale la forza coercitiva delle norme astratte emanate per regolare i comportamenti umani, come simboleggia la VI casa natale, la cui cuspide cade nel segno zodiacale modesto e routinario della Vergine e contiene Plutone e la congiunzione tra Giove ed Urano, e difatti mi sembrava che un’organizzazione burocratica vasta ed impersonale fosse in grado di garantire l’efficienza del processo produttivo, qualora tutti si fossero attenuti fedelmente alle disposizioni date, ma, senza tener conto delle capacità effettive e del carattere delle persone coinvolte, era votata inevitabilmente al fallimento, perciò, considerati gli esiti disastrosi di tale modello organizzativo, cominciai a liberarmi del peso karmico del Nodo Lunare Sud congiunto con il Signore di Ade nella VI casa natale e nel sesto segno zodiacale, che ne rafforza il significato per concordanza, che indica un forte orientamento alla razionalizzazione dell’esistenza mediante schemi mentali rigidi fondati sull’eguaglianza, che dovevo abbandonare per seguire il fluire del divenire e trovare in me stesso il senso della mia vita, così, quando lessi il significato dell’asse dei Nodi Lunari nel grafico astrologico della mia genitura, compresi che la strada verso cui tendevo istintivamente si stava materializzando nello studio dell’astrologia, allora abbandonai le certezze illusorie del mondo moderno per seguire il percorso indicato dal Nodo Lunare Nord nel segno zodiacale dei Pesci e nella XII casa natale, che indica la necessità di aprirsi alle influenze spirituali e di lasciare che le cose accadano secondo natura.
Compii dunque un atto di fede nel mio destino, cosa che avevo sempre evitato di fare, nonostante ne sentissi il richiamo, in quanto mi riusciva facile percorrere le vie convenzionali organizzate dalla società, che però non mi portavano l’elevazione sociale indicata dal Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, e, uscito dalla razionalizzazione economica dell’esistenza, ripresi gli studi interrotti sull’I Ching e sulla qualità del tempo e sulla nozione taoista del wu wei delineata nel Tao Tê Ching, che spiega come seguire il fluire della Via ritirando il proprio corpo quando l’azione è compiuta, e, leggendo la Bhagavadgītā, scoprii la nozione indù del dharma e l’azione svolta senza tenerne in conto i frutti, così, ispirandomi a tali modelli di comportamento, dissolsi gradualmente il condizionamento moderno dell’homo œconomicus del pensiero liberale, concepito astrattamente come nato libero da qualsiasi vincolo comunitario ed eguale ai suoi simili, dotato di perfetta razionalità ed orientato al perseguimento del suo miglior interesse economico, e, scomparse le pressioni ostili sulla mia natura, mi accorsi che, per un processo benefico di resilienza, recupero della forma che avrei assunto spontaneamente se fossi stato libero di evolvere secondo il modello archetipico rappresentato nel mio tema natale, stavo finalmente diventando me stesso, un uomo che adempie consapevolmente il compito per cui è nato.
Aprendomi alle esperienze del Nodo Lunare Nord, orientando l’esistenza in direzione della Testa del Drago, abbandonando la razionalizzazione della vita attuata per finalità economiche, rimasto solo con me stesso, la mia vocazione, finalmente libera di esplicarsi secondo la propria natura, mi ha condotto fatalmente, come accadeva fin da piccolo, a ricercare nei libri i tasselli della visione che porto da sempre dentro di me, così, quasi senza accorgermene, all’incirca un decennio fa mi ritirai nella foresta del Ribelle, uno dei luoghi associati tradizionalmente alla XII casa natale, e, di tutto ciò che ho studiato nel corso degli anni, ho trattenuto infine soltanto l’astrologia, scienza del tempo per eccellenza oggettiva nel suo sistema di riferimento, i gradi di longitudine dello zodiaco tropico dei pianeti e dei punti fittizi del tema natale e dei corrispondenti transiti planetari, coniugandola con la metafisica e collegandola alla nozione indù del dharma ed alla nozione taoista del wu wei, astraendo il processo di liberazione dalla rappresentazione simbolica che ne hanno dato le culture orientali e presentandolo poi icasticamente in una versione comprensibile all’uomo occidentale, per favorirne un mutamento radicale di mentalità che lo porti ad abbandonare il paradigma corrente fondato su valori materialistici ed egalitari per sostituirlo con uno ispirato da valori di spiritualità e gerarchia, a dimostrazione di come abbia operato il Nodo Lunare Sud nell’elaborare razionalmente le esperienze richiamate dal Nodo Lunare Nord, del quale, come uno Ierofante degli antichi misteri eleusini, svelo ora i segreti.

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Figlio di Saturno

“Saturno mentre divora i suoi figli”, olio su intonaco di Francisco Goya facente parte della serie di quattordici dipinti (le pitture nere) realizzati sulle pareti della Quinta del Sordo, o casa del sordo, in località Cerro Bermejo, presso Madrid, dove abitò tra il 1819 ed il 1823

“Saturno mentre divora i suoi figli”, olio su intonaco di Francisco Goya facente parte della serie di quattordici dipinti (le pitture nere) realizzati sulle pareti della Quinta del Sordo, o casa del sordo, in località Cerro Bermejo, presso Madrid, dove abitò tra il 1819 ed il 1823

Se ora sono un astrologo lo devo a circostanze che non mi è lecito definire fortuite, ne divengo tanto più consapevole quanto più ricostruisco la mia storia personale, per scriverne dettagliatamente nella mia autobiografia in chiave astrologica, e riconosco che lo svolgimento della mia esistenza è avvenuto lungo tappe preordinate che, occorrendo lo svolgersi del tempo per manifestarsi, hanno composto un destino che discende direttamente dal carattere racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della mia genitura, e difatti, più rifletto sul mio tema natale e sui transiti planetari degli eventi fondamentali della mia biografia, verificandone la portata conoscitiva nei confronti della realtà passata, presente e futura, più mi accorgo di come io stesso e la mia vita vi somiglino.
Tutto iniziò con un incontro virtuale avvenuto a ridosso delle festività natalizie del 2000, punto di svolta della mia esistenza, quando, ricercando in rete materiale astrologico che leggevo diligentemente per formarmi una visione generale della disciplina, sfogliando le pagine restituite dai motori di ricerca rimasi folgorato nello scorgere, in un sito Internet, il simbolo massonico della squadra e del compasso collocato su sfondo blu, colore della libera muratoria universale, così cliccai sul pulsante della chat ed entrai in contatto con alcuni astrologi massoni che, allora, nel pieno le mie illusioni associative, credevo fossero davvero miei fratelli, mentre in seguito si rivelarono anche loro dei maestri nell’arte dell’inganno, come peraltro la generalità dei liberi muratori, che mi confermarono, con la precisione delle descrizioni caratteriali e delle diagnosi mediche tratte dallo studio delle carte natali che sottoponevo alla loro attenzione, che l’astrologia era una conoscenza reale ed efficace, contrariamente all’immagine stereotipata che ne davano i mass media.
Stimolato dalle conversazioni astrologiche che intrattenevo con loro ogni sera, il loro capo dormiva soltanto quattro ore per notte, una volta conversammo per otto ore filate fino alle quattro del mattino, misurai la differenza esistente rispetto ai miei carissimi fratelli di loggia, uomini usi a ben mangiare ed ancor meglio bere che, nel tempio, non sapevano quel che facevano, mentre profondevano passione ed entusiasmo indicibili nei lavori di masticazione che seguivano il momento rituale, riconoscendo loro il merito indiscutibile di praticare operativamente la loro disciplina, soprattutto il loro boss ne capiva, e difatti, la prima volta in cui ci parlammo, commentò la mia dominante saturnina dicendomi: “Sei anche tu un figlio di Saturno”, considerato che il Signore del karma e del tempo sorgeva nell’istante nella mia nascita, impregnando di sé la mia essenza e caratterizzandomi in un senso contrario a quello indicato dal Sole nel segno zodiacale del Cancro, oltre a ferire, con un aspetto angolare di congiunzione, la Luna nel luogo della sua esaltazione nel segno zodiacale del Toro, e, da allora, ho riflettuto a lungo sulla mia dominante astrologica, e sull’impronta che ha dato al mio carattere ed al mio destino.
Si dicono tante cose su Saturno, alcune giuste altre ingiuste, perché se è vero che, mosso dall’ambizione, si macchiò di un crimine scellerato, è altrettanto vero che, dopo l’esilio, maturò saggezza e distacco dalle cose del mondo, caratteristiche che conferisce a coloro che hanno il tema natale fortemente segnato dalla sua natura, temperandoli attraverso un’azione continua di solve et coagula tra gli opposti che lo caratterizzano, avidità e distacco; Saturno, infatti, detronizzò il padre, evirandolo con un falcetto, su istigazione della madre Gea, stremata dal fatto che Urano, la notte, calasse su di lei e l’ingravidasse, ma, essendogli stato profetizzato che uno dei suoi figli l’avrebbe spodestato, pretendeva che la sorella Rea glieli consegnasse appena nati, e poi li divorava, finché la dea, stanca del destino ingrato che toccava loro, alla nascita di Giove consegnò al fratello una pietra avvolta in un panno in luogo del neonato, e questi, non accorgendosi dell’inganno, l’ingoiò come aveva fatto con gli altri suoi figli, dopodiché Giove crebbe in una caverna allattato dalla capra Amaltea, e, alleatosi con i titani, spodestò Saturno, esiliandolo sulle coste del Lazio, ma prima gli fece rigettare i suoi fratelli, con i quali, tirando a sorte, si divisero il mondo: Zeus la terra, Ade gli inferi, Poseidon il continente sommerso.
Quella di Saturno non è una storia edificante, come suggerisce l’olio su intonaco che Francisco Goya dedicò alla divinità che divorava i propri figli, ciononostante, e questo fatto è noto da millenni a scienziati, filosofi ed artisti, ad esso appartengono qualità tali che, se si riesce a sopportarne il peso, garantiscono la riuscita nelle attività del pensiero e dello spirito, anche se, per farcela, bisogna vincere la tendenza alla secondarietà, quel peso opprimente della vita che ripiega l’essere su se stesso, come suggerisce il nero del dipinto, inserito peraltro in un ciclo di affreschi intitolato pitture nere, colore di Saturno e della nigredo, prima fase dell’opera alchemica, quella della morte alla vita profana e della putrefazione interiore delle scorie mondane, illustrata con dovizia di particolari da Albrecht Dürer nell’incisione a bulino Melencolia I del 1514, che raffigura simbolicamente la malinconia, l’umor nero, l’isolamento che prelude alle creazioni più elevate della condizione umana, caratteristiche, queste, proprie di Saturno, divinità della spoliazione raffigurata per questo nuda o seminuda.
La parola malinconia, indicante uno stato d’animo improntato a dolce e vaga mestizia, senza che peraltro sia originata da una causa definita, deriva dal greco melancholia, termine composto dalle parole mélas, nero, e cholé, bile, ossia bile nera, uno dei quattro umori, ovvero liquidi, dell’antica medicina ippocratica, ed è detta anche umor nero, ma non si riferisce affatto ad un moto di rabbia o di irritazione, bensì ad un dolce oblio che orienta il carattere all’introspezione, e proprio agli artisti viene riconosciuta un’indole malinconica capace di cogliere aspetti della realtà che sfuggono a coloro che sono orientati prevalentemente verso il mondo esterno, una sorta di passività, di struggente nostalgia di qualcosa che non si è conosciuto, di cui però si avverte dolorosamente la mancanza, e come tale la raffigurò Albrecht Dürer, attribuendole le sembianze di una donna alata seduta su una pietra grezza che tiene un compasso nella mano destra, simbolo dell’operatività architettonica, ed ha il volto corrucciato sostenuto in maniera indolente dalla mano sinistra il cui gomito è poggiato sul ginocchio, la quale, secondo una lettura in chiave alchemica, personifica la nigredo, oppure, sul piano simbolico, il primo momento del processo creativo, quello in cui l’artista si propone di mutare la realtà tramite l’immaginazione.
Sullo sfondo dell’incisione, nella parte sinistra, sono raffigurati un pipistrello che tiene un drappo recante il titolo dell’opera, una cometa, un arcobaleno ed una città che si specchia nell’acqua, e, isolati dal mondo, nella parte destra, una scala a pioli poggiata alla torretta di una fornace alle cui pareti sono appese una bilancia, una clessidra ed una campana, e, sotto quest’ultima, inciso nell’intonaco, il quadrato magico di Giove; sotto di essi, in primo piano, la donna alata seduta su una pietra grezza, e, al suo fianco, un putto alato seduto su una pietra più grande, con il volto gravato dai pensieri, che tiene in mano un chiodo ed una tavoletta con un foro ed un cappio, mentre ai piedi dell’illustrazione vi sono una pietra di forma sferica ed alcuni attrezzi da falegname, una pialla, due seghe, un metro, alcuni chiodi, e, a sinistra, un cane striminzito rannicchiato su se stesso, un ottaedro composto da sei pentagoni irregolari e da due triangoli equilateri, e, dietro di esso, l’athanor dell’alchimista, raffigurazione del momento che precede il lavoro iniziatico, quando si riscalda a fuoco lento l’umore atrabiliare per renderlo attivo e trasformare così la pietra grezza, sulla quale siede la figura alata, nell’ottaedro irregolare, simbolo dell’anima, e, infine, nella pietra sferica, che simboleggia l’essere.
La malinconia venne indagata approfonditamente anche da Robert Burton, un uomo di straordinaria erudizione che, dopo aver conseguito un dottorato ad Oxford, vi rimase come pastore protestante, nel singolare libro Anatomia della malinconia, che presi in lettura nella foresta del Ribelle l’8 febbraio 2005, pubblicato con lo pseudonimo di Democritus Junior in sei edizioni successive fra il 1621 ed il 1651, ciascuna accresciuta di alcuni capitoli, ed edito in Italia, a cura di Jean Starobinski, da Marsilio, nel quale l’autore, che peraltro conosceva l’astrologia, tanto che nel frontespizio dell’edizione del 1638 vengono raffigurati diversi tipi umani, dediti rispettivamente alla contemplazione, alla religione ed alle conquiste amorose, corredati dalle relative dominanti astrologiche, Saturno, Giove e Venere, lui stesso aveva Marte nella I casa natale e nel luogo del suo domicilio nel segno zodiacale dell’Ariete e Saturno nella X casa natale e nel luogo del suo domicilio nel segno zodiacale del Capricorno, si occupò diffusamente dell’umor nero utilizzando uno stile originale pieno di umorismo e facendo notevole ricorso ad aneddoti e citazioni di autori greci e latini, esponendone cause, conseguenze e rimedi.
Nell’introduzione l’autore spiegava di aver scelto lo pseudonimo di Democritus Junior richiamandosi all’Epistola a Damageto di Ippocrate, che riportava il resoconto del viaggio che questi fece ad Abdera per far visita a Democrito, che trovò nel suo orticello fuori città, sotto un pergolato ombroso, con un libro sulle ginocchia, immerso nei suoi studi, ora scriveva, ora passeggiava; l’argomento del suo libro era la malinconia e la follia, ed intorno a lui giacevano le carcasse di numerosi animali che aveva tagliato a pezzi e sezionato per scoprire la sede di questa atra bilis, o malinconia: di dove venisse e come si produceva nel corpo umano, allo scopo di poterla meglio curare in se stesso, e, con le sue osservazioni, insegnare agli altri a prevenirla e ad evitarla; Burton aveva dunque avuto l’audacia di imitarlo, di riesumare il suo trattato rimasto incompiuto e perduto nel tempo per portarlo a termine.
L’autore dichiarava infatti di scrivere della malinconia adoperandosi per evitarla, sottolineando che non c’è causa maggiore di malinconia dell’ozio, a ciò si riferisce l’incisione Melencolia I di Albrecht Dürer, considerato l’umore delle due figure alate sedute sulla pietra, e nessun rimedio migliore dell’attività, e difatti, da quando scrivo la mia autobiografia in chiave astrologica, quale strumento per far emergere da me stesso e raccogliere le risorse necessarie per adempiere il compito che mi sta fitto nel cuore, che si è rivelato inoltre un valido rimedio per guarire dal passato, mi accorgo che l’indolenza che mi caratterizzava, la sensazione che nulla valesse la pena di essere fatto, nonostante mi riesca bene tutto, è svanita per ricomparire a tratti soltanto quando cause di forza maggiore mi impediscono di immergermi quotidianamente nello studio, nella riflessione e nella scrittura; allo stesso modo Burton, scrivendo il suo libro sulla malinconia, si era dato da fare nella sua opera per evitare la noia della neghittosità con una sorta di piacevole impegno, per mutare l’ozio in un’occupazione produttiva, per procurare insieme beneficio e divertimento all’umanità ed avere così unito l’utile al dilettevole.
Burton spiegava nell’introduzione alla sua opera che quando si era assunto quel compito per la prima volta l’aveva fatto rispondendo ad un impulso interiore, per colmare il suo animo scrivendo, in quanto aveva una specie di ascesso nella testa di cui desiderava liberarsi, e non sarebbe riuscito ad immaginare un modo migliore di quello per riuscirvi, e, comunque, non avrebbe potuto trattenersi dal farlo, poiché ci si deve grattare per forza dove prude, e lui era stato tormentato non poco da quella malattia, o, per meglio dire, dalla sua signora Malinconia, sua Egeria, suo genio maligno, così, come chi è stato punto da uno scorpione, avrebbe scacciato chiodo con chiodo, lenito un dolore con un altro, ozio con ozio, e, come l’antidoto si estrae dal veleno del serpente, lui l’avrebbe tratto da quella che fu la causa prima della sua malattia; per giovare a se stesso si era dunque rivolto ai trattati di medicina custoditi nelle biblioteche, o che gli avevano consigliato gli amici, e si era assunto quel compito perché ciò che gli altri odono e leggono, lui l’aveva sentito e messo in pratica, traendo il proprio sapere non già dai libri ma dalla sua malinconia, tanto da poter affermare “Experto crede Roberto” (Credi a Robert, che è esperto!): un’esperienza dolorosa l’aveva infatti ammaestrato, perciò ora avrebbe aiutato gli altri per simpatia, e speso il suo tempo ed il suo sapere, che erano le sue più grandi ricchezze, per il bene comune.
Un paio di settimane prima del libro di Democritus Junior, il 24 gennaio 2005, avevo preso in lettura il Ritratto della malinconia di Romano Guardini, sacerdote, teologo e scrittore tedesco, edito da Morcelliana, che, nella pagina che precedeva il frontespizio, riproduceva l’incisione Melencolia I di Albrecht Dürer, allora seguivo questo filone di interessi, il cui capitolo primo riportava brani estratti dal Diario di Sören Kierkegaard, filosofo danese dell’esistenzialismo cristiano che nelle sue opere univa vita e pensiero, mi riconobbi in particolar modo nell’esperienza di apparire agli altri come una compagnia spensierata, salvo poi precipitare nell’afflizione morale quando tornavo solo con me stesso, oppresso dalla mancanza di senso della vita, aspetto dissoltosi progressivamente dopo aver iniziato a scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica e definito il quadro generale oggettivo dell’esistenza dell’uomo concreto, che mi ha fatto comprendere che mi trovo sulla strada giusta, a riprova che l’adempimento del proprio dharma comporta la guarigione; la malinconia, spiegava Guardini, è un’oppressione dello spirito consistente essenzialmente nella consapevolezza del vuoto metafisico che separa dall’origine della vita, che lui identificava nel Dio cristiano, condannandosi così a non poter colmare lo iato esistente, in quanto la divinità giudaico-cristiana ha creato il mondo per poi disinteressarsene, aspetto che esclude a priori il ricongiungimento tra uomo e Dio, la sofferenza è pertanto destinata a rimanere tale nel tempo, mentre la metafisica conosce l’intuizione intellettuale che conduce all’Identità Suprema.
Nello smarrimento esistenziale in cui versavo otto anni fa quel libro sembrò dirmi qualcosa, considerato che ne appuntai parecchi passi, che però, rileggendoli ora, che mi sono liberato coscientemente del cristianesimo ed ho sfatato il nichilismo che mi pervadeva grazie all’astrologia, scienza del tempo per eccellenza che ricollega oggettivamente l’uomo concreto ad un principio di ordine universale, la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, li ritengo superati dalla portata conoscitiva e dall’importanza del quadro generale dell’esistenza che ho delineato nel corso dell’ultimo decennio, raccogliendone accuratamente definizioni e prove, che si esprime nel linguaggio di carattere e destino individuali e libera dall’angoscia del fine dell’azione per mezzo della nozione indù del dharma e della nozione taoista del wu wei, eclissando così ogni forma di esistenzialismo, compreso quello cristiano: la spiegazione che sono in grado di fornire, in termini di conoscenza di se stessi e del significato della propria esistenza, restituisce il senso della dignità personale e libera dagli errori logici di colpa e peccato indotti dalla morale eteronoma evangelizzata dai predicatori dell’eguaglianza, testimoniando quanto abbia vagato inutilmente prima di trovare una conoscenza reale applicabile all’uomo concreto, piuttosto che sposare una via qualsiasi per convenienza personale.
Il peso della malinconia, indicato dal ruolo dominante di Saturno alla levata, me lo sono sentito addosso fin da piccolo, quando trascorrevo i pomeriggi sul divano, al buio, macerandomi interiormente nel disagio di esistere, oppure vagavo randagio, con la testa bassa e le mani in tasca dalla rabbia, per le vie della squallida periferia urbana nella quale ero stato precipitato da un avverso fato, perché lì, tra quella gente, non avrei mai voluto starci; ne ho avvertito la presa dolorosa fin quando ho cominciato a scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica, che, condensando in forma scritta le esperienze di una vita, ha riscaldato la bile nera al fuoco lento dell’azione interiore, rendendola idonea a produrre un’opera di largo respiro, ma allora, mentre leggevo quei libri, non scorgevo alcun senso nelle cose del mondo ed anelavo confusamente alla trascendenza, percependo una mancanza senza volto e senza nome che, per quanto mi guardassi attorno, non trovava riscontro in nulla di quel che cadeva sotto i miei occhi, perciò il libro di Guardini sembrò dirmi qualcosa, ma ora, che ho ben chiaro cosa sia il cristianesimo, so di aver sprecato il mio tempo nel prendere così tanti appunti su di esso, e, ritornando a quegli anni, comprendo che, molto più dei filosofi e dei teologi, poté l’astrologia, grazie alla straordinaria oggettività con la quale illustra carattere e destino dell’uomo concreto.
Ottenni una prima dimostrazione della sua capacità di restituire senso all’esistenza smarrita nel nichilismo leggendo il Trattato pratico di astrologia di André Barbault, edito da Astrolabio-Ubaldini, testo che, rileggendolo ora, reputo imprescindibile per chiunque voglia impratichirsi della materia, del quale non ricordo il momento esatto in cui l’acquistai, tuttavia, recando in copertina il prezzo espresso in lire, lo feci probabilmente nel 2002, anche se sono certo di averne letto il contenuto che mi interessava l’anno precedente, quando sfogliavo i testi astrologici nelle librerie del centro storico di Roma mentre scivolavo lentamente nell’angoscia esistenziale dovuta allo scollamento dalla realtà, prossimo ad abbandonare tutto per seguire soltanto me stesso, che mi confermò le peculiarità proprie del binomio Saturno-malinconia, peraltro già note nell’antichità, attribuendo alla mia dominante astrologica, definita “la grande leva della vita intellettuale, morale e spirituale”, una promessa di ricchezza conoscitiva che mi aprì un mondo di conferme riguardo il mio più profondo sentire, che però, a causa del paradigma corrente nettamente antiqualitativo, non avevo potuto esprimere concretamente nella mia vita.
Barbault, nel capitolo secondo del suo trattato, intitolato Verifiche e prove, citando gli studi statistici di Michel Gauquelin sulla ripartizione dei pianeti nel movimento diurno, ne riportava l’affermazione che “esiste una relazione certa fra le posizioni degli astri del sistema solare al momento della nascita e una determinata attività della vita degli uomini”, prima constatazione di un fatto astrologico, e, riguardo alla collocazione di Saturno alla levata, luogo che il Signore del karma e del tempo occupa nel grafico astrologico della mia genitura, mostrava, in un grafico dal significato inequivocabile, che quella posizione era presente in altissimo numero, rispetto alla media, nei temi natali di 3.305 scienziati (accademici delle scienze e della medicina), confermando così scientificamente non solo la regola astrologica secondo la quale l’astro alla levata ed alla culminazione, e, in misura minore, al Discendente ed al Fondocielo, assume valore dominante, ma anche il significato simbolico delle funzioni e professioni attribuite ai pianeti, che, nel caso di Saturno, indica, in posizione favorevole, uomini di scienza e di studio in generale, filosofi, matematici, economisti, teologi, scultori, architetti, ingegneri minerari, mentre, se il pianeta si trova in posizione mediocre, forma agricoltori, monaci, eremiti.
Nel capitolo sesto, dedicato alla natura dei pianeti, Barbault ritornava su Saturno, al quale la tradizione astrologica attribuisce il desiderio di meditare, di riflettere, di rivolgere l’animo all’aspetto profondo delle cose (scienziati, preti), che ha per analogie astronomiche valori di gravità e di dure prove associati alla luce triste del suo disco, l’astro peregrina solitario prigioniero dei suoi anelli, ed ha per elemento la Terra (il Freddo predomina sul Secco), e per età della vita la vecchiaia ed il ritorno alla terra; Saturno è un principio di conservazione, di rallentamento, di fissazione, di condensazione, di concentrazione, di cristallizzazione, di mineralizzazione, di astrazione, di strutturazione, è collegato al temperamento nervoso, al sistema osseo, all’udito, ai processi di inibizione, di carenza, di astenia, di impotenza, di sterilità, di ritenzione, di sclerosi, di atrofia, di paralisi, di regressione e di senilità; sotto il profilo caratterologico indica Introversione, Secondarietà e ristrettezza del campo della coscienza: l’individuo è un Flemmatico (non Emotivo-Attivo-Secondario), o un Sentimentale (Emotivo-non Attivo-Secondario), oppure (tipo inferiore) un apatico (non-Emotivo-non Attivo-Secondario).
Sotto il profilo delle funzioni psicologiche Saturno simbolizza le tendenze derivate da un’insoddisfazione, sia alimentare che affettiva, sofferta allo stadio orale, perciò il saturniano è un “mal divezzato” o un “frustrato affettivo”, e queste tendenze si polarizzano intorno ai due estremi dell’avidità e del distacco, da qui l’esistenza di due tipi opposti: l’avido, gaudente o ambizioso, egoista, possessivo, geloso, accaparratore, “appiccicoso” fino in fondo nel suo bisogno di acquistare ciò che gli manca, profondamente bulimico, ed il distaccato, indifferente, insensibile, modesto, spersonalizzato, ascetico, rassegnato “alla perdita del paradiso perduto”, autentico anoressico; con Saturno appare la complessità di una dialettica il cui meccanismo si svolge fra la dissolutezza e la disperazione, fra l’ipersensibilità e l’insensibilità, tra un estremo desiderio di esistere ed il dolore di vivere, fra la pigrizia e lo sforzo eccessivo fino all’usura, fra la liberazione ed il blocco delle inibizioni.
Il ruolo biologico di Saturno è ingrato, in quanto recide il cordone ombelicale che lega l’uomo alla Madre, all’animalità, ai vincoli terreni, ed ha il compito di far accettare le prove della crescita, che sono una successione di distacchi, di abbandoni, di rinunce, di sacrifici, di perdite, di colpi di falce, dall’uscita dal seno materno fino all’ultima spoliazione della vecchiaia, per affermare l’autonomia dell’essere umano, al quale conferisce le virtù della sua età, oppure, se egli rifiuta di accettare questa legge della vita, lo conduce all’infantilismo, alla regressione, all’inadattabilità; sotto il profilo della psicopatologia è legato all’atrofia dell’Io ed alla melanconia, mentre, per quel che concerne le professioni, riguarda la capacità di concentrarsi, di ripiegarsi su se stessi, di isolarsi e, implicando un ruolo di amministratore, di controllare, di osservare, di collezionare; relativamente al destino, simboleggia, in senso negativo, le privazioni, le restrizioni, gli ostacoli, i sacrifici, le perdite, le rinunce, le separazioni, gli abbandoni, i lutti, i rovesci di fortuna, le cadute, i decadimenti (malattia, schiavitù, isolamento, prigione, esilio), e, nell’aspetto positivo, contribuisce ad affermare la forza interiore nella disciplina, nello sforzo e nell’assumere le responsabilità, conferendo grandi ambizioni e l’elevazione intellettuale o spirituale.
Questa, dunque, la caratterizzazione simbolica della mia dominante astrologica, che allora, confuso e smarrito dalle esperienze ostili alla qualità subite nei luoghi in cui ero stato mischiato indiscriminatamente sulla base dell’erroneo presupposto dell’eguaglianza, contribuì a farmi comprendere alcuni aspetti del mio carattere, e del mio destino, che erano stati soffocati dal potere annichilente della modernità, che, per mezzo delle legge astratta e generalista e della burocrazia che ad essa si conforma, omogeneizza gli uomini al livello medio e mediocre dell’ultimo uomo di nietzschiana memoria utilizzando la scuola di massa, che in Italia, per motivi ideologici, è fortemente avversa al merito, e, in ogni caso, serve a rendere fungibili gli alunni allo scopo di inserirli docilmente nel sistema produttivo, incurante del loro carattere, della loro vocazione e del loro destino, i quali, qualora svolgano un lavoro dipendente, vengono remunerati con un’eguale retribuzione indipendentemente da qualità e quantità della prestazione, come vogliono i predicatori dell’eguaglianza, cristiani, socialisti e comunisti, che hanno creato la Repubblica Italiana, la cui costituzione è stata scritta con il dito di Iahvè, come le tavole della testimonianza ricevute da Mosè sul monte Sinai, concependola a loro immagine e somiglianza, perciò lo stato premia gli ultimi invece dei migliori elementi di natura.
Allora non mi ero ancora lasciato alle spalle la mia patria, pertanto ero inconsapevole del cammino che avrei percorso seguendo la mia natura, ma fu grazie all’astrologia che cominciai a rivedere la mia visione generale dell’esistenza, trovando nella descrizione della mia dominante saturnina una conferma oggettiva della mia vocazione alla conoscenza, mentre la complessità del grafico astrologico della mia genitura mi confermò la certezza interiore di un destino non comune; già nel 1993, nell’apprendere il significato delle linee tracciate sui palmi delle mie mani, ero rimasto colpito da quello della linea del Sole, rara e fortunata, che nella mano destra parte dal monte di Marte e raggiunge quello di Apollo, indicando successo letterario conseguito a prezzo di sforzi notevoli, che avvalorò la convinzione innata che sarei diventato uno scrittore, per quanto non avessi nulla da scrivere; questi indicatori rappresentarono dunque il riconoscimento a priori di una vocazione che, stante l’abbruttimento subito nella scuola di massa della Repubblica Italiana, che, come Iahvè, predilige gli scarti del genere umano agli elementi migliori di natura, non avevo potuto esprimere liberamente, mentre ora sono i fatti a confermarne la concretezza: nel 2000, punto di svolta della mia esistenza, ho ripreso a leggere, dopodiché mi sono ritirato nella foresta del Ribelle, e, da quell’istante, non ho fatto altro che studiare, riflettere e scrivere.
E difatti, nonostante il valore del mio indice QI sia pari a 160 punti della scala Cattell, equivalente al 99° percentile della distribuzione dell’intelligenza nella popolazione adulta, e mi collochi nella fascia ristretta ed elitaria dell’1% degli individui più intelligenti della collettività, ulteriore indicatore capace di misurare a priori le potenzialità individuali, avevo fallito inspiegabilmente proprio laddove avrei dovuto riuscire meglio, considerato che la scuola di massa costituisce il vanto dell’ultimo uomo, ossia il modo in cui chiunque, pur non provenendo da un ambiente agiato, può emergere socialmente mediante l’applicazione delle proprie capacità intellettive, ma, approfondendo la significatività delle misurazioni scientifiche dell’intelligenza, ho ottenuto la prova oggettiva che quel che mi è accaduto non è dipeso da una mia deficienza, e, nel giugno 2011, ho scoperto di aver vissuto il destino comune dei bambini plusdotati, quando vengono inseriti in classi composte di elementi di qualità eterogenea, così ora ho maturato la certezza definitiva che la Repubblica Italiana mi ha rubato la vita, e, riunendo questi tre indicatori dal valore predittivo, per quanto poco scientifici possano apparire i primi due alla mentalità moderna, posso selezionare gli elementi di un’élite dotati di un solido carattere ed una chiara intellettualità, cosa inconcepibile per il pensiero liberale, che astrae la sostanza che rende unico l’uomo concreto per processarlo come individuo anonimo al fine di renderlo fungibile nel processo produttivo.
Ripercorrendo la mia esistenza, utilizzando il mio tema natale come un mandala personale, supporto oggettivo per la meditazione su me stesso e sul mio destino, constatandone la forma complessa attestante un’esistenza fuori dal comune, riconosco nell’utilizzo proficuo delle mie capacità intellettive la sola possibilità che avevo di liberarmi dell’ambiente in cui sono cresciuto, ma questa strada mi è stata preclusa dal paradigma nettamente antiqualitativo che informa la modernità, mentre la mia vocazione alla conoscenza, non riconosciuta né valorizzata dallo stato, è stata avversata dalla famiglia, dalla quale mi separa l’aspetto qualitativo, la congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna nel luogo della sua esaltazione nel segno zodiacale del Toro testimonia infatti quanto distino, nella mia vita, realizzazione ed origine, facendomi soffrire in maniera bruciante la contraddizione indicata dal Luminare notturno, che governa il Fondocielo nel segno zodiacale del Cancro, si trova nella I casa natale e forma un aspetto angolare di trigono con il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, l’immagine della mia realizzazione, indicando l’impronta indelebile impressa su di me unita ad un sostegno di tipo puramente biologico-alimentare, e difatti non ho mai visto i miei genitori leggere un libro, è ovvio che non potessero comprendermi, quand’ero piccolo mia madre, ogni qual volta prendevo in prestito i libri dalla biblioteca comunale, mi incitava a fare i compiti a casa, anziché perdere tempo inutilmente.
Considerando il tradimento della patria e della famiglia riguardo la mia realizzazione, l’unica cosa che davvero mi interessi, che mi fa alzare al mattino e mi mantiene in vita, a dispetto della pesantezza di esistere nello squallore di un’umanità mediocre che mi accompagna da sempre, comprendo che Saturno non è quel cattivo padre di cui parla il mito, semmai è un padre molto esigente, severo ma giusto, che ha la pazienza di tenere a bada le mie pulsioni più deleterie, indicate principalmente dalla congiunzione nella VII casa natale tra Marte nel segno zodiacale del Sagittario e Nettuno retrogrado nel segno zodiacale dello Scorpione, che, fondando i rapporti umani sulla logica amico/nemico, inclina all’aggressività per motivi ideologici, e poiché assicura successo in tarda età, e ciò che sto scrivendo necessita di tempo e ponderazione per produrre effetti durevoli, considerato quel che presentivo dentro di me fin dall’infanzia, garantisce durata e continuità ai miei sforzi di elevazione, in quanto non solo occupa una posizione angolare alla levata, aspetto, questo, che, in base alle conferme statistiche di Gauquelin, implica la tendenza alla conoscenza, ma, ed è questo il fattore che ne incrementa la potenza, governa il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, garantendomi che non perderò mai di vista, neppure per un solo istante, qualunque siano le avversità che mi troverò ad affrontare, l’immagine della mia realizzazione; in questo, Saturno, il mio padre celeste, non mi ha mai tradito.

Un mandala personale modellato dall’essere

Grafico astrologico della mia genitura, o tema natale

Il grafico astrologico della mia genitura, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita, rappresenta un mandala personale, supporto oggettivo per la meditazione su me stesso e sul mio destino

C’è una citazione di Carl Gustav Jung, della quale non riesco a trovare la fonte originale, per poterla riscontrare nelle sue opere complete, nell’epistolario o nelle sue memorie, riportata nel libro di Stephen Arroyo Astrologia, karma, trasformazione, le dimensioni interiori della carta natale, edito da Astrolabio-Ubaldini, che, per la sua concordanza con la realtà della mia esistenza, e non dubito che lo stesso valga anche per altri uomini, considerato che nella vita si gira sempre attorno agli stessi, pochi, limitati aspetti dell’esperienza umana, nel tentativo di ricomporli in un quadro organico nel quale potersi riconoscere e trovare il senso del proprio esserci nel mondo, ho collocato in apertura della mia autobiografia in chiave astrologica: « Ciò che accade a un individuo è caratteristico di lui stesso. Rappresenta un modello, e tutti i pezzi gli si adattano. Uno dopo l’altro, via via che la sua vita procede, vanno a posto secondo un qualche disegno pre-destinato. »
Tale disegno pre-destinato, ma Jung non ne fa menzione, nonostante nel suo epistolario abbia confidato a più di un corrispondente che, nei casi di pazienti per i quali gli era difficile fare una diagnosi, faceva redigere il loro oroscopo, che poi interpretava in chiave psicologica, è rappresentato in maniera archetipica dal grafico astrologico della genitura, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita,
mandala personale modellato dall’essere che racchiude il carattere dell’uomo concreto ed il dovere che questi gli ha assegnato, che egli, nel corso dell’esistenza, seguendo le tappe prestabilite del destino evidenziate dallo sviluppo preordinato dei transiti planetari rispetto al tema natale, deve attuare coscientemente, poiché, non essendo causa sufficiente di se stesso, in quanto non si è creato da solo, non può comportarsi altrimenti che assecondando la necessità cosmica ed adempiendo il compito per cui è nato.
Il tema natale è infatti la chiave del destino che apre lo scrigno della conoscenza della propria personalità, dei lati luminosi e delle zone d’ombra sulle quali lavorare per esprimere pienamente se stessi e realizzare il compito per cui si è nati, ed i transiti planetari, che discendono rigidamente da esso, essendo lo sviluppo naturale del moto preordinato dei pianeti lungo lo zodiaco tropico dall’istante fatale della nascita, illustrano lo svolgersi predeterminato degli eventi relativi alla realizzazione del modello archetipico rappresentato dal grafico astrologico della genitura, che permane identico a se stesso per tutta la vita, costituendo una rappresentazione simbolica ed insieme oggettiva dell’essenza individuale: ne consegue che il compimento del destino è sempre e soltanto questione di tempo, in quanto, come il seme contiene in germe lo sviluppo dell’albero secolare, così l’uomo deve passare dalla potenza all’atto raggiungendo l’entelechia, condizione di perfezione di un ente che ha realizzato ogni sua potenzialità.
L’interpretazione del tema natale può essere infatti effettuata a partire dal primo vagito, quando il neonato stabilisce un rapporto autonomo con l’universo, e poiché esso permane identico per tutto il corso della sua vita, rappresentando il compito archetipico che deve realizzare, i fatti che gli accadono, l’insieme delle sue esperienze, incarnano il modo, diretto o tortuoso, nel quale egli, agendo nella realtà secondo il proprio carattere, si avvicina a compiere il dovere che l’essere gli ha assegnato, così ogni evento fisico o psichico costituisce un’occasione per realizzare quel disegno che l’inserisce armonicamente nel quadro cosmico; la biografia di ciascun uomo rappresenta dunque il percorso di avvicinamento alla perfezione del compito che deve realizzare, che riuscirà tanto meglio quanto più sarà capace di agire secondo il proprio carattere ciò che va fatto nel momento in cui dev’essere fatto, senza tenere in conto i frutti della propria azione, con lo stile di un’impersonalità attiva.
Se il grafico astrologico della genitura permane identico ed immutabile per l’intera durata della vita, ciò che cambia sono i periodi in cui, stante la pressione indicata dai transiti planetari rispetto a determinati punti sensibili, alcuni elementi del carattere, ed alcuni aspetti del destino, assumono maggior rilevanza rispetto agli altri, forzando chi non ha consapevolezza ad agire con spiccata unilateralità in una determinata direzione di vita; è pertanto fondamentale sapersi orientare nel tempo, coglierne oggettivamente la qualità e comprendere come affrontare i momenti cruciali dell’esistenza, coniugando così necessità cosmica e decisione umana, quanto di esterno è già stabilito che accada ed il modo in cui reagire agli eventi, per utilizzare tali periodi, compresi quelli avversi, per accumulare le risorse necessarie a comporre adeguatamente il proprio disegno interiore allo scopo di realizzare il compito che sta fitto nel cuore ed assolvere i propri obblighi nei confronti dell’essere.
Per cogliere questo obiettivo è fondamentale possedere conoscenza e consapevolezza, unite alla capacità di adempiere se stessi vincendo brama e cedimenti interiori, perché altrimenti, se bastasse abbandonarsi spontaneamente al divenire, come farebbe una qualsiasi persona naif, significherebbe che un qualunque primitivo di una zona sperduta del globo potrebbe raggiungere, per ciò stesso, le vette della realizzazione, mentre tutte le tecniche iniziatiche rimandano allo sforzo di ascesi interiore attuato per mezzo dell’intuizione intellettuale e la storia personale degli uomini che hanno realizzato se stessi attesta quante prove abbiano dovuto affrontare, prima fra tutte quella di dominarsi, di governare le proprie energie interiori indirizzandole durevolmente in direzione di uno scopo di ordine superiore che trascendesse l’esistenza puramente umana, bruciando nella lotta ogni scoria individuale.
L’incontro con l’astrologia rappresenta dunque un’iniziazione alla conoscenza del proprio carattere e del proprio destino: l’interpretazione del grafico astrologico della genitura e la scoperta della necessità cosmica sottostante le tappe fondamentali dell’esistenza, individuabili mediante lo studio dei transiti planetari, determina uno choc paragonabile a quello provocato dalle iniziazioni misteriche degli antichi culti pagani, perciò la scienza del tempo per eccellenza costituisce, in maniera più oggettiva dell’oracolo cinese dell’I Ching, quel punto d’appoggio archimedeo auspicato da Jung per scardinare lo sterile razionalismo impadronitosi della mentalità degli uomini occidentali, essendo la chiave della comprensione del proprio destino, ed io ne ho intrapreso lo studio perché avevo bisogno di ottenere delle conferme oggettive alla fiducia metafisica che nutro nel mio destino, per quanto non lo ami.
Mi avvicinai all’astrologia nel fatidico anno 2000, punto di svolta della mia esistenza, quando, scampato miracolosamente all’incidente stradale che inaugurò la mia seconda vita, dopo una fugace permanenza nell’associazione degli individui altamente intelligenti e l’affiliazione alla libera muratoria universale del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, organizzazione pseudo-iniziatica che contraffaceva l’idea dell’élite appropriandosi indebitamente della struttura dell’Ordine, approfittando di Internet, il 9 dicembre scaricai il programma astrologico freeware Astrolog 5.40, che utilizzo tuttora nonostante la grafica scarna ed essenziale, e, a ridosso delle festività natalizie, incontrai in chat alcuni astrologi massoni che mi confermarono, con la precisione delle descrizioni caratteriali e delle diagnosi mediche tratte dallo studio delle carte natali che sottoponevo alla loro attenzione, che l’astrologia era una conoscenza reale ed efficace, contrariamente all’immagine stereotipata che ne davano i mass media.
Uno di loro, un medico, senza conoscere altro di me che i miei dati natali, colse immediatamente il nodo principale della mia esistenza, spiegandomi che la congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna avrebbe segnato le ore della mia vita, mentre le rimanenti configurazioni planetarie del grafico astrologico della mia genitura, per quanto complesse, avrebbero scandito soltanto i minuti ed i secondi, rivestendo un’importanza secondaria rispetto alla necessità fondamentale del mio destino di integrare passato e futuro, di superare le origini senza sacrificare l’esigenza di mantenere il passato, passato che, a dire il vero, non vuol saperne di abbandonarmi, e, considerato il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, mi pronosticò una grande elevazione sociale, che mi avrebbe portato assai lontano dall’ambiente di nascita, avvalorando così una certezza che mi accompagnava fin dall’infanzia.
La congiunzione nella I casa natale, la mia persona, tra la Luna, pianeta governatore del Fondocielo nel segno zodiacale del Cancro, le origini che mi condizionano pesantemente, e Saturno, pianeta governatore del Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, la necessità vitale di incarnare un vertice sociale o politico, indica due tendenze contraddittorie che gravano su di me obbligandomi a piegare il tempo per farlo convergere nel mio essere, e, essendo il Luminare notturno legato all’infanzia ed il Signore del karma alla vecchiaia, accentuano la portata del conflitto; la mia esistenza si gioca infatti tutta nella dialettica tra passato e futuro, tra vita vegetativa e vita spirituale, tra sensibilità e ragione, tra necessità di mantenere le radici e desiderio di elevazione, come racconto nella mia autobiografia in chiave astrologica, nella quale memorie del passato e memorie del futuro si fondono nella descrizione oggettiva della mia vita per consentirmi di liberarmi del peso del primo e di ricongiungermi al secondo.
Ma Saturno e la Luna simboleggiano anche la coppia genitoriale, e, ad esaltarne il significato, governano le case opposte e complementari X e IV del mio tema natale, che rappresentano fra l’altro i genitori, e, considerando il fenomeno astrologico dell’ereditarietà astrale, assume particolare rilievo il fatto che la figura materna, rappresentata simbolicamente dal Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, sia nata con la congiunzione tra Sole e Marte, quest’ultimo nel luogo della sua esaltazione, nel medesimo segno zodiacale, e che anche la Luna si trovi lì, madre dalla quale ho ereditato la dominante saturnina, con il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno e Saturno, suo pianeta governatore, congiunto con l’Ascendente nel segno zodiacale del Toro, mentre mio fratello ha ereditato l’Ascendente nel segno zodiacale del Capricorno, la congiunzione tra Sole e Marte nel segno zodiacale della Vergine e l’aspetto angolare di trigono tra Saturno e la Luna nel segno zodiacale dell’Acquario, a dimostrazione che ogni nascita avviene entro finestre temporali che riproducono le configurazioni astrologiche dei genitori.
Riconoscere nei grafici astrologici della mia famiglia le somiglianze per posizione e per aspetti angolari mi confermò la realtà oggettiva dell’astrologia, cosa che chiunque può riscontrare esaminando i temi natali del proprio nucleo familiare, così, stimolato dalle conversazioni in chat con gli astrologi massoni che, allora, nel pieno le mie illusioni associative, credevo fossero davvero miei fratelli, mentre in seguito si rivelarono anche loro dei maestri nell’arte dell’inganno, come peraltro la generalità dei liberi muratori, setacciai la rete in cerca di materiale astrologico che lessi diligentemente per formarmi una visione generale della disciplina, e, nel successivo mese di marzo, compresi il ruolo dei pianeti quali governatori delle case astrologiche nell’interpretazione dei temi natali, ed intanto, nelle librerie, sfogliavo i manuali per leggere i significati attribuiti alle componenti del grafico astrologico della mia genitura, provando una sofferenza lancinante per la presa di consapevolezza del carico karmico che ne scaturiva.
In quel periodo cominciò a manifestarsi l’angoscia esistenziale che mi accompagnò fino all’inizio del 2003, ed io mi ritrovai ad avere sotto mano gli elementi del puzzle senza però riuscire a ricomporli in un quadro organico, così, prossimo ad abbandonare tutto senza sapere cosa fare della mia vita, privo di identità, estraneo ai valori del paradigma corrente, incapace di conferire senso all’esistenza, impossibilitato ad agire secondo la mia natura, vissi la descrizione del significato della congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna come una pugnalata inferta alla totalità del mio essere, tanto calzava con il mio vissuto e tanto sembrava condannarmi alla ripetizione del passato: allora odiavo tutto di me stesso e della mia vita, nome, famiglia, ambienti in cui ero stato costretto dalle burocrazie statali ed aziendali, e rifiutavo tutto ciò che avevo costruito agendo sconsideratamente le energie del mio tema natale.
Eppure, in me, c’erano tutti i presupposti per la riuscita, come compresi oggettivamente quando riscontrai la validità della regola aurea secondo la quale ad un tema natale dotato di forma corrispondono un carattere ed un destino fuori dal comune, e, ripensando al passato ed osservando le mie macerie esistenziali, mi domandai stupito perché il grafico astrologico della mia genitura, così complesso ed articolato, avesse prodotto soltanto il me stesso di allora, e come mi confermò il risultato ottenuto nel test delle matrici progressive avanzate di Raven somministratomi dall’associazione degli individui altamente intelligenti, che mi attribuì un indice QI pari a 160 punti della scala Cattell, equivalente al 99° percentile della distribuzione dell’intelligenza nella popolazione adulta, collocandomi nella fascia ristretta ed elitaria dell’1% degli individui più intelligenti della collettività, cosa che, stando agli scienziati che l’hanno studiata, in cima a tutti Hans Jurgen Eysenck, che dedicò l’esistenza a divulgarne la conoscenza, avrebbe dovuto garantirmi il successo a scuola e nella vita, ma a me, abbandonato nelle mani della Repubblica Italiana, era accaduto l’esatto contrario, e non sapevo spiegarmene la ragione.
In quegli anni non apparivano evidenti i risultati della corsa illusoria ai titoli di studio ed alle carriere burocratiche intrapresa dai miei coetanei, perciò ci si poteva credere e ci si credeva investendoci tempo e denaro, ed a me bruciava particolarmente l’esito delle mie attività lavorative, che avevo abbandonato avendovi riscontrato un odio incomprensibile ma tenace nei confronti della qualità, ancor prima di comprendere che non corrispondevano alla mia vocazione, che, a causa delle pressioni familiari e della pochezza dell’ambiente di nascita, non avevo potuto riconoscere ed assecondare con tutto me stesso, cambiamenti indicati dalla struttura della VI casa natale, con Plutone e la congiunzione tra Giove ed Urano, che simboleggiano insofferenza alla routine quotidiana imposta dall’esterno, frequenti mutamenti lavorativi e necessità di una rigenerazione nell’organizzazione delle attività produttive, cosa che si potrebbe realizzare imparando a selezionare gli uomini per le loro capacità effettive.
E difatti, fin dai primi giorni trascorsi in banca mi ero accorto che, nella formazione dell’organico, non v’era stata altra selezione che quella attuata sulla base dei titoli di studio rilasciati dalla Repubblica Italiana, che, come Iahvè, inverte la valutazione degli uomini per non far risentire gli ultimi, così replicai al vicedirettore del personale della filiale capogruppo, che, per ammonirmi a stare attento a quel che dicevo, minacciò di non confermarmi nell’impiego al termine del periodo di prova, che non avevo nulla di cui preoccuparmi, tanto lì prendevano tutti, ma non solo: i funzionari assegnavano il giudizio ottimo nelle note annuali di merito al 98% del personale, come sottolineò il direttore della scuola di formazione aziendale, riportando lo stupore dell’ABI riguardo al fatto che, con tale eccellenza qualitativa, l’istituto di credito avesse accumulato perdite di bilancio per duemila miliardi di lire, che poi vennero ripianate dai contribuenti, e poiché l’azienda premiava gli ultimi, nei due anni trascorsi lì se ne andarono i migliori, attratti da altre prospettive, e rimasero coloro che non potevano fare altrimenti.
Io me ne andai all’improvviso, sopraffatto dalla nausea per la ripetizione smaccatamente destinica dell’ambiente del servizio militare, avvenuta durante il transito di congiunzione di Plutone con Nettuno retrogrado radix, pianeta responsabile delle frequentazioni peggiori della mia vita, quando Urano transitò in aspetto angolare di quadratura con Saturno radix, pianeta governatore del Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, l’immagine della mia realizzazione, irritato da un collega di mezz’età proveniente da una società del gruppo bancario posta in liquidazione, assunto da poco come impiegato dopo un periodo di mobilità, che, avendo perso la qualifica di funzionario, rifiutava di darmi il cambio nelle mansioni di cassa, e l’azienda non aveva nulla da obiettare, perciò ero costretto a vivere tumulato lì, finché, in occasione di un ponte festivo, la direzione mandò in ferie lui e non me, che abitavo in un’altra regione, così maturai il distacco, che avvenne secondo il mio destino, considerata la serie di eventi che mi portarono nell’organico della banca dei promotori finanziari più importate d’Italia.
La prospettiva indicatami era quella di svolgere una libera professione senza dover soggiacere a particolari vincoli o costrizioni, in realtà si trattava di un’attività analoga al lavoro parasubordinato, con l’aggravante dell’ingerenza indebita della struttura manageriale e dell’assenza di uno stipendio, e mentre in banca c’era un organigramma burocratico nel quale i dipendenti venivano inseriti sulla base dei titoli di studio, nonostante non avessero le qualità personali richieste dalla posizione ricoperta, oppure ne avessero di sovrabbondanti, le società di intermediazione mobiliare raccoglievano il peggio di coloro che erano stati rifiutati dal settore impiegatizio, e poiché non v’era altro criterio di riconoscimento del valore professionale se non quello del mercato, emergevano persone che suscitavano orrore solo a guardarle, per non parlare del fatto che, per sopravvivere, bisognava trasformare ogni relazione interpersonale in un’occasione per guadagnare denaro, un ambiente simile a quello descritto nella Favola delle api di Bernard de Mandeville, operetta morale che illustra come siano la menzogna, la truffa, il furto e l’inganno le molle che rendono vitale l’economia e florida la nazione.
Bastò poco per comprendere che non vi sarei rimasto a lungo, e, dopo aver cambiato intermediario finanziario appena ottenuta l’iscrizione all’albo professionale, ed avendo deciso che non avrei mai ripetuto un’esperienza del genere, nell’aprile 2002 me ne andai disgustato da tutto quel che avevo vissuto, rimanendo senza prospettive, e, finalmente libero da vincoli esterni, cominciai a fare quel che avrei fatto fin da piccolo, se fossi stato libero di seguire me stesso, così, quasi senza avvedermene, finii per ritirarmi nella foresta del Ribelle, provando inizialmente la sensazione che la mia presenza in quel luogo fosse illegittima, e, mentre cercavo risposte alle mie domande di senso, dimenticatomi di me stesso, un giorno, per mettere ordine nella mia esistenza, decisi di cominciare a scriverne, com’ero certo avrei fatto fin da bambino, raccontando del destino beffardo che mi aveva costretto a subire vicinanze intollerabili: nella mia vita erano infatti mutati i fondali, ma tutto era rimasto tragicamente identico a se stesso, essendo stato oppresso ininterrottamente dalla mentalità collettiva nettamente antiqualitativa.
Mi trovai di fronte allo spettacolo raccapricciante delle mie macerie esistenziali, che mi suscitavano odio e ribrezzo per non essere riuscito ad allontanarmi di un passo dalle mie origini, riconoscendovi il prodotto avariato della mia azione nel mondo operata secondo un paradigma egalitario che mi era ostile e che, mediante la razionalizzazione dell’esistenza attuata per mezzo della scuola di massa e del lavoro, omologava ogni differenza di carattere e di capacità intellettive, e, così facendo, aveva soffocato la mia vocazione; cominciai allora a riflettere su me stesso e sulla mia vita basandomi sull’oggettività del mio tema natale e della valutazione scientifica del mio QI, entrambi, questi, indicatori dotati di valore predittivo, capaci, cioè, di determinare a priori la portata delle mie realizzazioni, interrogandomi sulla congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna, che accentuava la sensazione di orfanità indicata dall’angolarità del primo, e poco importa che si trattasse di un aspetto puramente psicologico, gli effetti erano comunque reali: privazione affettiva e macerazione morale, che, nel mio caso, derivava dall’incomprensione delle mie potenzialità intellettive avvenuta nell’infanzia da parte della famiglia, ma, soprattutto, dello stato.
Per lungo tempo ho pensato che il problema fossi io, poi, dopo aver cominciato a scrivere la mia autobiografia in chiave astrologica, come espediente per far emergere alla luce della coscienza le ragioni della rabbia che provavo per il modo in cui si era svolta la mia esistenza, ed aver letto tutti i libri di Eysenck sull’intelligenza e sulla significatività dell’indice QI, e, successivamente, la letteratura scientifica sulla plusdotazione infantile, traendone la conferma oggettiva del fatto che i bambini plusdotati soffrono la vicinanza dei loro compagni più lenti, io, con Mercurio stimolato dall’aspetto angolare di quadratura con la congiunzione tra Giove ed Urano, mi spazientivo facilmente, in classe si annoiano, disturbano gli altri alunni e fanno frequenti assenze, e, poiché superano agevolmente i cicli di studio inferiori, non maturano la disciplina necessaria per affrontare quelli superiori, così finiscono spesso per interromperli, ho compreso che le cose non stavano in questo modo, come attesta il fatto che, dal 2000, non faccio altro che studiare, esattamente quel che mi rifiutavo di fare per la scuola, mentre quando prendevo in prestito i libri dalla biblioteca comunale mia madre me ne distoglieva ripetendomi insistentemente di fare i compiti a casa, perciò non ho potuto soddisfare la mia vocazione alla conoscenza.
Se è certo dunque che la congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna rappresenta il peso karmico delle figure genitoriali, nel senso che, essendo nato qualitativamente differenziato da genitori che non potevano comprendere le mie possibilità, non ho potuto svilupparle adeguatamente e realizzare me stesso, è però altrettanto vero che dalla Repubblica Italiana, che, come ogni moderna società degli eguali, ha adottato l’ascensore sociale dell’istruzione di massa per permettere agli studenti capaci e meritevoli di emergere socialmente grazie all’impiego delle proprie inclinazioni, mi sarei aspettato il dovere istituzionale di riconoscere le mie capacità intellettive, se non nel mio interesse, per quello della nazione, ma ciò non è accaduto, e ne ho compreso i motivi indagando i disastri perpetrati sulla scuola italiana dall’egalitarismo in voga negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, che, con la riforma della scuola media unica, ne ha eliminato la selettività, quindi, aprendo l’università ai diplomati provenienti da qualsiasi corso di studi superiore, ha posto fine alla coerenza dei percorsi scolastici, e, infine, con la pratica livellante del diciotto politico, ha prodotto uno scadimento generale della qualità dei laureati.
Fin da piccolo pativo dunque il tradimento della mia realizzazione da parte della famiglia e della patria, la cui costituzione, scritta con il dito di Iahvè, come le tavole della testimonianza ricevute da Mosè sul monte Sinai, essendo stata concepita da cristiani, socialisti e comunisti, è stata ideata ad immagine e somiglianza degli scarti del genere umano, perciò premia gli ultimi invece dei migliori elementi di natura, ma, cosa sorprendente per il sistema capitalistico, lo stesso facevano le burocrazie aziendali, e tali valutazioni ed atteggiamenti antiqualitativi spiegano appieno il senso di orfanità indicato dalla congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna: nasco complesso dalla mancanza di complessità dei miei genitori, e tale discontinuità, che rende arduo ricongiungermi con le memorie del futuro presentite a sprazzi fin dall’infanzia, è ciò che più mi opprime, così, trovando nemici in casa e fuori casa, non potevo che soffrire l’ostilità nei confronti della qualità e la pressione costante affinché mi uniformassi al livello medio e mediocre dei miei compagni di classe e di lavoro, ma io rifiutavo tale coercizione ed ogni invito a non curarmi dei miei vicini ed a pensare soltanto a fare il mio dovere, trovando che, per il mio senso di giustizia, fosse intollerabile che il premio venisse assegnato agli ultimi anziché ai primi.
Tale criterio di valutazione mi sembrava irrimediabilmente assurdo in ragione del fatto che, se lo sforzo programmato e meccanico al quale venivo sottoposto, a scuola come nel lavoro, doveva essere prodotto unicamente al fine di ricevere una ricompensa, alla stregua della retribuzione che Iahvè concede a coloro che sono giusti ai suoi occhi, considerato chi erano i miei compagni di classe ed i miei colleghi di lavoro, mi sarei aspettato che il premio spettasse a me, che, ovunque sia stato, sono stato riconosciuto universalmente come una persona di valore, ma poi subentrava il pietismo cristiano che obbligava le persone che detenevano l’autorità ad aiutare chi non ce la faceva ad andare avanti da solo e mi invitava a farmi andar bene il fatto di aver compiuto il mio dovere, ma quello non era affatto il mio dovere, il compito che mi sta fitto nel cuore derivante dalla mia legge interiore che mi spinge ad agire per realizzare lo scopo per cui sono nato, ma qualcosa che dovevo fare se volevo essere pagato, così, attraversando la crisi personale implicita nella struttura della VI casa del grafico astrologico della mia genitura, mi arresi all’impossibilità della pretesa moderna di razionalizzare l’esistenza.
Avevo infatti la tendenza a considerare reale la forza coercitiva delle norme astratte emanate per regolare i comportamenti umani, come simboleggia la VI casa natale, la cui cuspide cade nel segno zodiacale modesto e routinario della Vergine e contiene Plutone e la congiunzione tra Giove ed Urano, e difatti mi sembrava che un’organizzazione burocratica vasta ed impersonale fosse in grado di garantire l’efficienza del processo produttivo, qualora tutti si fossero attenuti fedelmente alle disposizioni date, ma, senza tener conto delle capacità effettive e del carattere delle persone coinvolte, era votata inevitabilmente al fallimento, perciò, considerati gli esiti disastrosi di tale modello organizzativo, cominciai a liberarmi del peso karmico del Nodo Lunare Sud congiunto con il Signore di Ade nella VI casa natale e nel sesto segno zodiacale, che ne rafforza il significato per concordanza, che indica un forte orientamento alla razionalizzazione dell’esistenza mediante schemi mentali rigidi fondati sull’eguaglianza, che dovevo abbandonare per seguire il fluire del divenire e trovare in me stesso il senso della mia vita, così, quando lessi il significato dell’asse dei Nodi Lunari nel grafico astrologico della mia genitura, compresi che la strada verso cui tendevo istintivamente si stava materializzando nello studio dell’astrologia, allora abbandonai le certezze illusorie del mondo moderno per seguire il percorso indicato dal Nodo Lunare Nord nel segno zodiacale dei Pesci e nella XII casa natale, che indica la necessità di aprirsi alle influenze spirituali e di lasciare che le cose accadano secondo natura.
Compii dunque un atto di fede nel mio destino, cosa che avevo sempre evitato di fare, nonostante ne sentissi il richiamo, in quanto mi riusciva facile percorrere le vie convenzionali organizzate dalla società, che però non mi portavano l’elevazione sociale indicata dal Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, e, uscito dalla razionalizzazione economica dell’esistenza, ripresi gli studi interrotti sull’I Ching e sulla qualità del tempo e sulla nozione taoista del wu wei delineata nel Tao Tê Ching, che spiega come seguire il fluire della Via ritirando il proprio corpo quando l’azione è compiuta, e, leggendo la Bhagavadgītā, scoprii la nozione indù del dharma e l’azione svolta senza tenerne in conto i frutti, così, ispirandomi a tali modelli di comportamento, dissolsi gradualmente il condizionamento moderno dell’homo œconomicus del pensiero liberale, concepito astrattamente come nato libero da qualsiasi vincolo comunitario ed eguale ai suoi simili, dotato di perfetta razionalità ed orientato al perseguimento del suo miglior interesse economico, e, scomparse le pressioni ostili sulla mia natura, mi accorsi che, per un processo benefico di resilienza, recupero della forma che avrei assunto spontaneamente se fossi stato libero di evolvere secondo il modello archetipico rappresentato nel mio tema natale, stavo finalmente diventando me stesso, un uomo che adempie consapevolmente il compito per cui è nato.
Ritiratomi nella foresta del Ribelle, per recuperare le forze e preparare la vendetta, ho infine delineato un quadro generale oggettivo dell’esistenza dell’uomo concreto capace di ricollegarlo ad un principio di ordine universale, la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, e di conferire senso alla sua vita recuperando le nozioni smarrite di carattere, vocazione e destino, che sfatano l’errore egalitario attestando l’unicità di ogni uomo e rendono vana la razionalizzazione dell’esistenza al fine di eguagliarne le sorti, riconoscendo il fondamento ontologico del carattere, racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della genitura, nell’essere, e quello del destino, le tappe preordinate dell’esistenza riconoscibili nello studio dei transiti planetari rispetto al tema natale, nel divenire, e se il mio disegno in favore della qualità è molto più esteso di quanto non appaia a prima vista, insistendo particolarmente sulla selezione degli elementi migliori della collettività e sull’organizzazione politica fondata sulle élite, nondimeno è essenzialmente pronta l’esposizione della parte astrologica, per cui, qualora incontrassi le salde compagnie smarrite di cui conservo il ricordo nostalgico nella struttura della VII casa del grafico astrologico della mia genitura, potrei cominciare a divulgarla dando senso compiuto alla struttura della III casa natale, con il Sole e Mercurio nel segno zodiacale del Cancro, che indicano la trasmissione di una dottrina in un ambiente comunitario.
Sarebbe impossibile spiegare brevemente il modo in cui sono giunto a definire le linee guida del mio pensiero, come invece faccio diffusamente nella mia autobiografia in chiave astrologica, che, oltre a liberarmi del passato facendomi ricongiungere con le memorie del futuro strappate all’essere durante l’infanzia, consente di piegare su di me il tempo, come vuole la congiunzione alla levata tra Saturno e la Luna, cosa che, quando cominciai a scrivere, non avevo preventivato; quel che rileva sapere è che, in seguito allo choc procuratomi dalla descrizione della problematica fondamentale della mia esistenza, ho compreso di essere inquadrato in un disegno di proporzioni cosmiche che ha dissolto il nichilismo che mi pervadeva, ed ora, dopo aver approfondito i fatti della mia vita, ed averli confrontati con le determinanti astrologiche del mio tema natale, confermate nella loro funzione dalla reazione ai transiti planetari, ed avendo riconosciuto gli impedimenti alla mia realizzazione nel paradigma corrente, di cui tratto nella parte prima nel manoscritto, e nelle origini famigliari, di cui tratto nella parte seconda, ho compreso che la mia natura, che non mi sono dato da me e mi condiziona con la forza incoercibile della necessità, è incomprimibile, ragion per cui non posso far altro che riedificare la mia esistenza secondo il disegno racchiuso nel grafico astrologico della mia genitura, come spiego nella parte terza, prendendo come modello la mappa oggettiva del mio carattere, che illustra il mio dharma.
Oltre un decennio di meditazione sul mio tema natale mi ha portato a conoscerne i singoli elementi e la loro reazione ai transiti planetari, ossia il clima che vivo ed il genere di eventi che mi accadono quando vengono attivati determinati punti sensibili, dimostrandomi così la realtà del destino, per cui, essendo il moto dei pianeti lungo lo zodiaco tropico preordinato ed immutabile, facendoli muovere come le lancette sul quadrante dell’orologio cosmico che scandisce il tempo del destino, e confrontandoli con lo sviluppo della mia esistenza, comprendo che la mia ascesa sarà lenta e che dovrò sopportare il peso delle origini per tutta la vita, per quanto non mi piaccia; mi mancano, però, ed è questa una delle ragioni per le quali scrivo, le salde compagnie smarrite di cui porto il ricordo nostalgico nella struttura della VII casa del grafico astrologico della mia genitura, rappresentate simbolicamente da Plutone, pianeta governatore del Discendente nel segno zodiacale dello Scorpione, che sostiene la mia elevazione mediante l’aspetto angolare di trigono con il Mediocielo nel segno zodiacale del Capricorno, e se tale elemento è presente nel tema natale, devono necessariamente esistere, nella realtà, le persone capaci di incarnarne il significato, disperse dalla mano crudele del destino nell’istante fatale della caduta dei semi nel tempo: anime affini per sensibilità, intelligenza, visione del mondo, né atee né monoteiste, che reputano naturale che il premio debba andare ai migliori e comprendono la necessità delle élite.
Qualora riuscissi a trovarle, e se potessi disporre di un luogo fisico dal quale poter diffondere liberamente la mia influenza, troverebbero riscontro effettivo anche il Sole e Mercurio nel segno zodiacale del Cancro e nella III casa natale, che indicano la possibilità di divenire il centro di emanazione di un nuovo paradigma capace di mutare il volto del mondo, e, con l’espandersi della mia influenza, anche tramite gli scritti, prenderebbe corpo l’aspetto angolare di congiunzione tra Urano, pianeta governatore dell’XI casa nel segno zodiacale dell’Acquario, le amicizie ed i progetti fondati su interessi intellettuali comuni, che, trovandosi nel segno zodiacale della Bilancia, romperebbero le regole sociali consolidate, e Giove, pianeta governatore delle case VIII e IX nel segno zodiacale del Sagittario, i valori condivisi e le dottrine spirituali, che, trovandosi nel segno zodiacale della Vergine, verrebbero esposti con precisione e chiarezza adamantina, congiunzione che, trovandosi nella VI casa natale, indica un’organizzazione che unisca tali caratteristiche e mi aiuti a diffondere il mio pensiero; realizzato questo ambiente comunitario omogeneo per qualità e coeso nella visione del mondo e nei proponimenti, nel quale agirei liberamente senza subire le vicinanze intollerabili impostemi dalle burocrazie statali ed aziendali nelle quali sono stato processato alla stregua di ogni mio simile nel sembiante umano, la veemente congiunzione nella VII casa natale tra Marte nel segno zodiacale del Sagittario e Nettuno retrogrado nel segno zodiacale dello Scorpione, venendo meno le persone che, al primo sguardo, avverto come nemiche, potrebbe infierire apertamente con tutte le proprie forze contro i tre monoteismi abramitici e contro le ideologie egalitarie poste alla base del paradigma corrente, filiazioni secolarizzate del cristianesimo, come fa già da molti anni nella segreta operosità della foresta del Ribelle.
Risulta allora evidente che il grafico astrologico della genitura rappresenta oggettivamente il disegno pre-destinato attorno al quale prende forma l’esistenza dell’uomo concreto di cui parlava Jung nella citazione riportata da Arroyo, che bisogna riconoscere e realizzare coscientemente per adempiere il dovere per cui si è nati, perciò è necessario individuare con esattezza il significato di ogni singolo elemento, e, se non lo si riscontra come realtà effettiva nella propria vita, si deve cercare di identificarne la funzione, per formarsi un’idea di come potrebbe essere e poi realizzarlo concretamente, e ciò si verifica, in modo particolare, quando il pianeta o il punto sensibile viene interessato da transiti di pianeti lenti, soprattutto Urano, Nettuno e Plutone, che, stazionando a lungo sui medesimi gradi di longitudine dello zodiaco tropico, attivano la tendenza indicata mediante aspetti angolari, e, qualora non sia presente nella vita, accentuano la nostalgia per l’assenza che fa sì che ci si attivi per trovarla, com’è accaduto a me con il transito di Urano in aspetto angolare di opposizione con Plutone radix, pianeta che rappresenta simbolicamente i miei alleati, che mi mise di fronte alla necessità di tracciarne chiaramente il profilo, che però, allora, mi lasciò attonito in un vuoto afasico, tanto non riuscivo a scorgerne l’immagine, e, quando ruppe per la prima volta l’orbita, il 15 marzo 2009, emersero nella mia mente le categorie di persone elencate nella pagina contatti del mio sito Internet, dopodiché, il modello che ne sono andato sviluppando nel corso degli anni, durante il transito di Plutone in aspetto angolare di trigono con Saturno radix, pianeta governatore della mia realizzazione, ha influito modificando la mia visione del mondo, affinché, orientandomi verso di loro, potessi finalmente incontrarli.
Il grafico astrologico della genitura, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita, mandala personale modellato dall’essere quale supporto oggettivo per la meditazione su se stessi e sul proprio destino, aiuta dunque a guarire dalla ferita originaria individuata dalla configurazione astrologica più problematica ed a riedificare l’esistenza secondo il modello rappresentato da quella mappa oggettiva del carattere che, non essendocelo dato da soli, non si può far altro che agire con la massima consapevolezza, ed allora si comprende perfettamente che l’astrologia può davvero scardinare lo sterile razionalismo impadronitosi della mentalità degli uomini moderni, in quanto illustra oggettivamente come vivere seguendo soltanto se stessi, per realizzare così il proprio dharma, ma per farlo occorre ribellarsi alla razionalizzazione dell’esistenza operata dalla modernità, che, tramite la scuola di massa ed il lavoro retribuito, riduce tutti al livello dell’ultimo uomo di nietzschiana memoria per eguagliarne le sorti; ne discende che seguire solo se stessi è una sfida per uomini liberi che si lasciano guidare unicamente dalla propria stella polare, e, pertanto, hanno un proprio destino, uomini talmente audaci da pensarsi capaci di spezzare in due parti il corso dei millenni e fondare una civiltà normale in cui prevalgano valori di spiritualità e gerarchia.

La chiave del destino

Mandala ruota del tempo

Il mandala, figura archetipica composta dal cerchio e dal quadrato (o dalla croce), costituisce un simbolo della totalità psichica che sorge spontaneamente nella coscienza nei periodi di disgregazione della personalità, rappresentando il centro attorno al quale ricostruirla secondo il proprio disegno interiore

Carl Gustav Jung mostrò particolare interesse nei confronti dell’astrologia fin dagli esordi della sua vita professionale, come testimonia la lettera del 12.VI.1911 indirizzata al professor Sigmund Freud, contenuta nell’epistolario curato da Aniela Jaffé in collaborazione con Gerhard Adler e pubblicato in tre volumi dalle Edizioni Scientifiche Ma.Gi. Srl con il titolo Lettere, nella quale scrisse che impegnava le serate facendo calcoli oroscopici, per scoprirne il contenuto psicologico di verità, e che, fino a quel momento, aveva trovato alcune cose notevoli, che certamente sarebbero sembrate incredibili al suo maestro, come il caso di una signora della quale aveva delineato un quadro caratteriale nettissimo, con alcuni eventi precisi del suo destino, che però non apparteneva a lei, bensì alla madre, deducendo dalle configurazioni astrali caratteristiche che le andavano a pennello, in quanto soffriva di uno straordinario complesso materno, concludendone che in tale disciplina un giorno si sarebbe potuta scoprire un bel po’ di scienza giunta in cielo per via di intuizione.
Diciannove anni dopo, nel discorso commemorativo in memoria di Richard Wilhelm tenuto il 10 maggio 1930 e pubblicato nel volume tredicesimo delle sue opere complete, edite in Italia da Bollati Boringhieri, intitolato Studi sull’alchimia, Jung definì l’astrologia come la summa di tutte le conoscenze psicologiche dell’antichità, della quale lo psicologo doveva per forza di cose interessarsi, e, trentasei anni dopo la testimonianza datane a Freud, nella lettera del 6.IX.1947 indirizzata al professor Raman, che gli aveva scritto da Bangalore in India, confidò che erano più di trent’anni che se ne interessava, l’appassionava soprattutto la questione di come determinate complicazioni caratteriali potessero essere spiegate ricorrendo all’oroscopo, tanto che, in caso di diagnosi psicologiche difficili, faceva sempre redigere il tema natale del paziente, in modo da acquisire un nuovo punto di vista, ricavandone spesso una spiegazione per fatti che altrimenti non avrebbe potuto comprendere, e ne trasse quindi la conclusione che l’astrologia rivestiva un particolare interesse per gli psicologi.
Essa, proseguì Jung, si fonda su una realtà psichica di tipo empirico denominata proiezione: si tratta cioè di contenuti per così dire psichici che si ritrovano poi nelle costellazioni, da qui derivò l’idea che tali contenuti provenissero dalle stelle, con le quali invece sono semplicemente in rapporto sincronico, considerazione già espressa nella lettera inviata il 29.I.1934 al professor Baur di Zurigo, nella quale spiegò che lo studio accurato dell’inconscio mostra una strana coincidenza con il tempo, ne discende che gli antichi furono in grado di proiettare una serie di contenuti interiori, percepiti inconsciamente, nelle determinanti esterne di natura astronomica del tempo, e questo fatto è il fondamento della correlazione degli avvenimenti psichici con le determinanti cronologiche, ossia della corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo attestata oggettivamente dall’astrologia, che, nello zodiaco tropico, riconosce il quadrante di un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino.
Infine, cinquant’anni dopo la lettera indirizzata a Freud, Jung ribadì, poco prima di morire, in una conversazione intercorsa il 23 gennaio 1961 tra lui ed il diplomatico e scrittore cileno Miguel Serrano riportata nel libro Jung parla, Interviste e incontri a cura di William Mc Guire e R.F.C. Hull, edito da Adelphi, che è talmente forte la corrispondenza tra l’universo e la psiche, che potrebbe perfino darsi che le invenzioni e le idee di un tempo a tre dimensioni siano semplicemente il riflesso della nostra struttura mentale, e, dopo aver raccomandato all’ambasciatore di fare quel che gli aveva consigliato l’I Ching, perché quel libro non sbaglia mai, sentenziò che esiste senz’altro un nesso preciso tra la psiche individuale e l’universo, e che quando gli riusciva difficile classificare un paziente lo mandava a farsi fare l’oroscopo, che corrispondeva sempre al suo carattere, che poi interpretava psicologicamente.
Da queste brevi note, tratte dal suo epistolario, si comprende che Jung si interessò di astrologia perlomeno per mezzo secolo, affascinato dalla questione di come determinate complicazioni caratteriali potessero essere spiegate ricorrendo al tema natale, problematica affrontata da André Barbault nel libro Dalla psicoanalisi all’astrologia, edito da Nuovi Orizzonti, che presi in lettura il 25 gennaio 2005 nella foresta del Ribelle, nel quale l’astrologo francese accostò psicoanalisi ed astrologia, ritenendo che nel Novecento quest’ultima dovesse rivestirsi di un linguaggio psicologico, distinguendo così un determinismo psichico ed un determinismo cosmico: il cielo di nascita sarebbe il testimone del piano strutturale dell’individuo e la personalità che a quest’ultimo spetta di sviluppare nel corso della vita sarebbe conforme alla sua formula astrale, considerazione che, esposta in questi termini, ignora completamente il fondamento ontologico del carattere, racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della genitura, e del destino, rivelato nello svolgimento preordinato dei transiti planetari.
La psicoanalisi, argomentava Barbault, rivela che la psiche è spinta a realizzare il proprio destino da un dinamismo interiore, pertanto l’uomo si indirizza istintivamente verso ciò che è in lui sotto forma di immagini o simboli, perciò il suo divenire non dipende in misura così marcata dalle circostanze esterne, in quanto egli sceglie, fra le occasioni che gli si offrono, quelle più conformi alla propria natura, e questo perché nessuna forza esterna può agire stabilmente ed intensamente sull’animo senza avere la complicità di una forza interiore; carattere e destino sono dunque due aspetti di uno stesso determinismo naturale, nella vita non incontriamo altri che noi stessi, ed il destino è ineluttabile solo nella misura in cui è impossibile sfuggire a se stessi: ne consegue che l’esistenza non si compie a dispetto degli sforzi e delle aspirazioni umane, ma piuttosto a causa di questi sforzi e di queste aspirazioni, e che per l’uomo non c’è nulla di più salutare che riconoscere ed accettare questo destino interiore.
Barbault collegava poi il fenomeno psicologico dell’automatismo di ripetizione alle posizioni planetarie ed alle configurazioni astrali del tema natale, in quanto ogni pianeta, nel settore astrologico in cui si trova, si presenta come un fattore sul quale si edificano una serie indefinita di costruzioni dello stesso tipo: esso rappresenta un principio da cui si sviluppa la costante espressione di uno stato che resta invariato per tutta la vita e che si traduce in una serie di situazioni apparentemente diverse ma sostanzialmente identiche; sotto questa luce, il destino appare come una potenza evolutiva che ciascuno porta dentro di sé, da qui il termine destino interiore: a seconda che l’uomo persegua un’immagine di successo o insuccesso, fortuna o disgrazia, viene attratto in direzione di tutto ciò che è misteriosamente legato alla felicità o all’infelicità e si costruisce da sé il proprio paradiso o il proprio inferno.
Barbault, riprendendo l’ipotesi secondo la quale gli astri inclinerebbero in quanto immanenti alla natura umana, affermava, conformemente al vero, che nella carta del cielo non sono inscritti gli avvenimenti del destino, malattia, matrimonio, fortuna, viaggi e via enumerando, ma le forze profonde che li determinano e li condizionano, anche se, nella mia esperienza personale, ho riscontrato accadimenti segnati inequivocabilmente da transiti planetari eccezionali per intensità e precisione rispetto ai punti transitati, i quali, com’è noto, discendono rigidamente dalle posizioni radicali dei pianeti, essendo fissati una volta per tutte nell’atto d’esser nati, scandendo così lo svolgersi preordinato del tempo del destino individuale; l’ipotesi dell’astrologo francese riguardo il determinismo psichico appare dunque insufficiente ad illustrare la totalità del destino dell’uomo concreto, non potendo spiegare psicologicamente eventi le cui determinanti sono estranee alla sua volontà e non si sarebbero potuti produrre in alcun modo ricorrendo ad azioni consce o inconsce, essendo stabiliti da soverchianti cause esteriori.
Secondo Barbault, l’interpretazione astrologica pone l’osservatore di fronte alla configurazione di una condizione umana, sia essa una tendenza psichica, un tratto caratteriale oppure il dinamismo del comportamento, ottenuta considerando l’aspetto planetario come un rapporto ben definito che si stabilisce fra due pianeti, la cui rappresentazione tipo è data dalla Luna nelle sue differenti fasi di allontanamento dal Sole, e, solo secondariamente, dinnanzi ad un destino possibile e probabile, in quanto conseguente, essendo strettamente connesso a quell’interno umano che è la replica dell’esterno astronomico; però, e qui, per l’autore, interviene un margine di azione consapevole, più ci si innalza nella scala umana più si sfugge al determinismo cosmico, poiché questo determinismo esiste allo stato inferiore dello psichismo, nell’inconscio, alla radice degli istinti, per quanto, a livello metafisico, esso sia riconducibile all’essere, che contiene simultaneamente lo sviluppo preordinato di tutto ciò che, riversandosi nel tempo e nello spazio, dà luogo al divenire, argomento che l’astrologo francese non considera affatto.
La psicoanalisi, proseguiva Barbault, ci ha aperto gli occhi non solo su quella specie di complicità che si stabilisce fra le nostre più recondite aspirazioni e le opportunità che l’ambiente esterno ci offre, ma anche sulla contabilità della nostra economia affettiva, la quale decide tutta la gamma di soluzioni possibili, dal trionfo alla catastrofe: tutto ciò che ci capita porta infatti l’impronta caratteristica della nostra personalità; tuttavia essa ha affrontato solo in modo occasionale i problemi intersoggettivi, e quindi non è ancora in grado di darci una soluzione di insieme al problema, anche se, sulla base di un’ampia ricerca statistica e con il sostegno del calcolo delle probabilità, Michel Gauquelin è in grado di affermare che i bambini nascono, con maggiore frequenza rispetto alla media, alla levata o al culmine di quello stesso astro che si levava o culminava alla nascita del padre o della madre, per cui si può ammettere che in una certa misura le astralità dei genitori determinano i figli a subire talune avversità.
Barbault, riprendendo il concetto psicologico della proiezione, spiegava che ciò di cui non si è preso coscienza viene trasferito su un oggetto esterno ed interpretato come fatto esteriore, pur trattandosi in realtà di una condizione interna, perciò, nella misura in cui l’uomo concreto si rifiuta di riconoscere questi fattori soggettivi e li esclude dal suo mondo cosciente, essi continuano ad insinuarsi ed a frapporsi fra lui e gli oggetti che esamina, che risultano modificati dall’immagine deformante proveniente dal suo inconscio, costringendolo alla ripetizione dei suoi errori; ne discende il riconoscimento implicito dell’utilità di una mappa oggettiva del proprio carattere, racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della genitura, e della conoscenza dello sviluppo prestabilito delle tappe fondamentali dell’esistenza indicato dallo svolgimento preordinato dei transiti planetari rispetto al tema natale, dal quale discendono rigorosamente essendone lo spiegamento nel tempo, che dimostrano l’oggettività del destino.
Barbault, invece, nel libro L’astrologia e la previsione dell’avvenire, edito da Armenia, che presi in lettura il 23 settembre 2005, non concependo il destino come qualcosa di definito nella sua compiutezza ed ignorando la sostanza del tempo ed il particolare rapporto che lo lega all’eternità, di cui costituisce un’immagine come il divenire rappresenta un’immagine in movimento dell’essere in cui tutto coesiste simultaneamente in un istante eterno, dava una lettura puramente psicologica anche dei transiti planetari, i quali, stabilendo un rapporto fra la posizione di un pianeta nel circuito celeste ed un punto sensibile della carta del cielo natale, mettono in relazione l’essere con l’attuale, costituendo la condizione del passaggio attraverso il quale l’essere sbocca nel divenire: in quest’ottica il pianeta transitato rappresenta una tendenza che si esprime attivamente o passivamente, passando dallo stato latente allo stato manifesto, come se uscisse da una pausa o si risvegliasse, trasformando così quel che sei in quel che divieni.
Si verifica perciò l’attualizzazione di una potenzialità della natura intrinseca dell’essere che diviene oggetto di attivazione o di riattivazione di una corrente interiore, che si manifesta comunemente, a livello elementare di un potenziale inferiore, sotto l’aspetto di uno stato d’animo, un sentimento si anima e contraddistingue il clima, o di uno stato di coscienza, un pensiero contribuisce a tonalizzare l’umore, anche se la cosa più frequente è un insieme dell’uno e dell’altro che viene vissuto sotto forma di emotività cerebralizzata, ma, fintantoché si esprime in tal modo, la tendenza resta contenuta; ad un livello più elevato, però, questo fermento interiore sfocia nell’atto, per cui il soggetto tende a manifestare attivamente questo stato onde soddisfare positivamente il bisogno sorto dentro di lui.
Soltanto ad un livello superiore, e qui l’autore francese non spiega come ciò avvenga, in cui il transito prende una certa corposità, l’attivazione della tendenza comporta un evento, generando una data situazione o un avvenimento propriamente detto, ossia un accadimento non dipendente da azioni consce o inconsce dell’uomo concreto, che, per così dire, lo vive come assolutamente esterno, come il clima che si trova a vivere ogni giorno, pioggia o bel tempo, freddo o caldo, non dipende in alcun modo dalla sua volontà, dimostrando l’insufficienza dell’interpretazione puramente psicologica del tema natale e dei transiti planetari; Barbault precisava poi, sotto il profilo tecnico, che, dato che quanto accade ad ogni uomo in un qualsiasi momento della sua esistenza è conforme alla sua natura, e proviene da lui stesso, l’azione di un pianeta nel suo transito non può differire da quella di nascita.
Tradotto in termini più comprensibili, il pianeta transitante assume, nell’interpretazione astrologica, lo stesso significato che ha nel tema natale, governando una o più case e trovandosi in una di esse, e poiché ogni avvenimento dell’esistenza è espressione di una composizione originale in cui interviene una data formula, il fenomeno del transito planetario è tanto più importante quanto più si accresce la concomitanza dei suoi partecipanti, sia per il numero dei pianeti transitanti sia per quello dei punti sensibili transitati: più è grande il connubio dell’uomo con il cielo, più è alta l’onda di Universo che lo sostiene; per Barbault, dunque, la previsione astrologica è essenzialmente una previsione psicologica insieme ad una psicologia previsiva, punto di vista che rinuncia fatalmente a spiegare la dimensione destinica degli eventi.
Il fatto che si possano individuare i periodi in cui si verificheranno eventi futuri di una data specie, con tanta più precisione quanto più è stato sviscerato il passato dell’uomo concreto mediante lo studio dei transiti planetari rispetto ai medesimi punti sensibili transitati del suo tema natale, scoprendone così il comportamento effettivo ogni qual volta vengono sottoposti a sollecitazione, attesta invece la realtà del destino, inteso letteralmente come lo sviluppo prestabilito delle tappe fondamentali dell’esistenza, riconoscibile nella corrispondenza tra eventi esteriori ed interiori e moto preordinato dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, che dimostra altresì che il tempo scorre come un fiume lungo un alveo predeterminato portando con sé l’insieme concorde degli eventi fisici e psichici dell’esistenza, ma questo Barbault, con la sua interpretazione puramente psicologica dell’astrologia, non può considerarlo.
L’autore francese affermava infine che ogni previsione è informazione, ed ogni informazione servizio, perciò il miglior passaporto per superare una prova è quello di avere un destino, di vivere per uno scopo superiore o di mettersi al riparo nella fede, e l’astrologo deve aiutare coloro che gli si rivolgono a scoprire questo genere di risorse attraverso un approccio che punti a provocare una luce nuova, ma per farlo occorrerebbe disporre di un quadro generale oggettivo dell’esistenza nel quale inserire l’uomo concreto, conferendo senso alla sua vita, cosa che Barbault, con il suo razionalismo, rinuncia a fare, in quanto la sua concezione dell’astrologia fornisce soltanto la chiave di lettura del destino interiore, mancando di spiegare quegli accadimenti che, pur fondamentali nell’esistenza umana, non dipendono in alcun modo dalla volontà conscia o inconscia di chi li vive, limitandone così la portata conoscitiva.
Considerando invece che l’astrologia ricollega oggettivamente l’uomo concreto ad un principio di ordine universale, la corrispondenza effettiva tra Macrocosmo e Microcosmo e la fondamentale unità del Tutto, ed il particolare rapporto evidenziato dalla metafisica tra essere e divenire, per il quale ogni cosa coesiste simultaneamente nell’essere in un istante eterno e si svolge diacronicamente nel divenire precipitando nel tempo, che ha natura di un flusso continuo che scorre come un fiume lungo un alveo prestabilito portando con sé l’insieme concorde degli eventi fisici e psichici dell’esistenza, la cui mutevole qualità si disvela nell’interpretazione astrologica del moto preordinato dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, sistema convenzionale di misurazione del tempo e quadrante di un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino, la sua esistenza acquista allora una chiarezza cristallina, trovando la sua collocazione naturale nel cosmo e la definizione oggettiva del compito per cui è nato.
Nell’essere, infatti, esiste, già perfettamente compiuto in un’immagine eterna, lo svolgimento prestabilito dell’esistenza dell’uomo concreto, il quale, non essendo egli causa sufficiente di se stesso, in quanto non si è creato da solo, agisce sempre secondo il proprio carattere, che non si è dato da sé ma lo determina in maniera incoercibile, racchiuso simbolicamente nel grafico astrologico della sua genitura, immagine archetipica del dovere assegnatogli dall’essere, che rivela inoltre la qualità della sua nascita ed il compito che gli sta fitto nel cuore, mentre lo studio dei transiti planetari, che discendono rigidamente dalle posizioni radicali dei pianeti, illustra lo sviluppo prestabilito delle tappe fondamentali della sua esistenza, ossia il modo in cui si svolge effettivamente il suo destino, avvolgendolo così in un quadro generale oggettivo dell’esistenza che conferisce senso al suo esserci nel mondo e, rispecchiando l’ordine armonioso del cielo, l’aiuta ad orientarsi nel caos apparente che lo circonda.
In quest’ottica, il grafico astrologico della genitura rappresenta un mandala personale, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita, simbolo della totalità psichica, supporto oggettivo per la meditazione su se stessi che consente dapprima di riconoscere le singole componenti del carattere nelle configurazioni planetarie che lo compongono, dopodiché, scavando dentro di sé per mezzo dell’acquisita consapevolezza, di sviscerare le zone d’ombra del proprio essere, per aderire così al disegno complessivo rappresentato in esso, e, infine, dopo aver ricostruito la propria biografia ed averla messa in relazione con i transiti planetari del passato, di attuare consapevolmente il proprio destino, delineato nello sviluppo preordinato dei transiti planetari rispetto al tema natale, che illustrano la sequenza prestabilita dei climi futuri della propria vita.
Riconosciuta la configurazione astrologica che indica il punto dolente dell’esistenza, vedendola in azione ogni qual volta venga stimolata da transiti planetari, si possono erigere difese tali da impedire la ripetizione di comportamenti nocivi e migliorare la propria vita, sconfiggendo così i fenomeni psicologici della proiezione e dell’automatismo di ripetizione; conoscendo il proprio tema natale, sentendone la corrispondenza delle singole componenti con le proprie azioni e reazioni, è possibile, determinando in anticipo, mediante lo studio dei transiti planetari, i periodi più insidiosi per la propria sicurezza, erigere difese adeguate contro i pericoli derivanti da cedimenti interiori riguardo i propri punti deboli, com’è accaduto a me con le mie illusioni associative e come accade a chiunque si riconosca in esso, sappia leggere la qualità del tempo e ne tragga insegnamenti utili per stabilire come comportarsi.
L’astrologia, dunque, oltre a far riconoscere se stessi nel proprio tema natale, per raggiungere così un livello più elevato di consapevolezza, consente, per quel che riguarda il fluire del tempo, di individuare i periodi favorevoli o sfavorevoli dell’esistenza, coniugando necessità cosmica e decisione umana, quanto di esterno è già stabilito che accada ed il modo in cui l’uomo concreto reagisce agli eventi, per alzare la guardia quando è in gioco la propria incolumità; emerge allora l’utilità dell’interpretazione psicologica datane da Barbault: se conosco me stesso e le mie debolezze, e so che vivrò giorni nei quali potrei cedere, come ho ceduto in passato guastandomi l’esistenza, allora posso elevare l’attenzione ed erigere difese contro me stesso e le mie tendenze nocive, mentre per quel che riguarda gli accadimenti esterni, totalmente indipendenti dalla mia volontà conscia o inconscia, essa, riscontrandoli oggettivamente nella corrispondenza sincronica con transiti planetari eccezionali, attesta la realtà del destino.
Inquadrata la propria esistenza nello svolgersi qualitativamente preordinato del tempo, illustrato oggettivamente dal moto prestabilito dei pianeti lungo lo zodiaco tropico, quadrante di un orologio cosmico che scandisce il tempo del destino, riconosciuta la corrispondenza degli eventi fondamentali della propria vita con i transiti planetari rispetto ai medesimi punti sensibili transitati, si può vivere in base alla conoscenza della qualità del tempo presente e futura, seguendo così il libretto di istruzioni personale rappresentato dal grafico astrologico della genitura, che, fissato una volta per tutte nell’atto d’esser nati, come lo sono i transiti planetari che ne discendono rigidamente, essendone lo sviluppo progressivo nel tempo, consente di agire secondo l’insegnamento esposto nella Bhagavadgītā, nella quale sono illustrate la nozione indù del dharma e l’azione svolta senza tenerne in conto i frutti.
Il grafico astrologico della genitura rappresenta dunque un autentico mandala personale, unione del cerchio celeste dello zodiaco tropico e della croce terrestre degli assi della verticale e dell’orizzonte del luogo di nascita, supporto oggettivo per la meditazione su se stessi e sul proprio destino, figura archetipica composta dal cerchio e dal quadrato (o dalla croce), che Jung, oltre a riscontrarne la presenza in ogni cultura, constatò sorgere spontaneamente nei casi di disgregazione della personalità, presentandosi come un fattore unificante, centro a partire dal quale ricostruirla secondo il proprio disegno interiore; il mandala, termine che in sanscrito significa cerchio magico, simboleggia infatti il centro, la meta ed il Sé come totalità psichica, costituendo l’autorappresentazione di un processo centripeto, della creazione di un nuovo centro della personalità a partire dalla dispersione del soggetto.
Secondo l’esperienza professionale di Jung, il mandala sorge per lo più in situazioni caratterizzate da disorientamento e perplessità, e l’archetipo che ne è costellato rappresenta uno schema ordinatore che si sovrappone al caos psichico come una trama psicologica, rispettivamente come un cerchio suddiviso in quattro, grazie al quale ogni contenuto riceve il proprio posto ed il tutto che tende a dissolversi nell’indefinito mantiene la sua coesione mediante la circonferenza che lo custodisce e lo protegge, testimonianza che acquista maggior valore se si considera che proviene non tanto da uno scienziato, quanto da uomo che, nella sua autobiografia Ricordi, Sogni, Riflessioni raccolti ed editi da Aniela Jaffé, pubblicata da BUR saggi, affermava: “La mia vita è la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio”, in quanto egli viveva concretamente le proprie scoperte, soprattutto quelle relative agli studi sull’alchimia.
E difatti, nell’introduzione al testo alchemico cinese Il segreto del fiore d’oro, contenuto nel volume tredicesimo delle sue opere complete, intitolato Studi sull’alchimia, Jung spiegava di aver imboccato una nuova via, nell’ambito delle pratiche di guarigione, ricorrendo a discipline poste al di fuori del paradigma corrente, quali l’alchimia, che, nel processo di trasmutazione dei metalli, illustra simbolicamente come ottenere un mutamento interiore e realizzare la Grande Opera, avendo spesso constatato quanto facilmente alcuni individui riuscivano a superare un problema nel quale altri fallivano completamente, e questo superamento risultava, se ne accorse poi, da un innalzamento del livello della coscienza: quando, cioè, nell’orizzonte del paziente compariva un qualsiasi interesse più elevato e più ampio, il problema insolubile perdeva tutta la sua urgenza; non veniva risolto in modo logico, ma sbiadiva di fronte ad un nuovo e più forte orientamento dell’esistenza, e neppure veniva rimosso e reso inconscio, ma appariva semplicemente sotto un’altra luce, diventando così realmente diverso.
Il paziente riusciva a superare se stesso grazie a potenzialità a lui sconosciute, e Jung, interrogandosi su cosa avesse fatto per provocare tale processo risolutivo, citando la nozione taoista del wu wei, l’azione nella non-azione, concludeva che non aveva fatto proprio niente, aveva semplicemente lasciato accadere, come insegnava il maestro Lao-tze, poiché, se non si abbandonano le proprie occupazioni abituali, la luce circola secondo le sue leggi, e, come ammoniva il vecchio saggio: « Se ci capitano degli affari, dobbiamo accettarli; se ci attendono cose, dobbiamo conoscerle a fondo »; il lasciare agire, il fare nel non-fare, l’abbandonarsi del Maestro Eckhart diventò allora, per lo psicologo svizzero, la chiave che dischiude la porta verso la via: bisogna essere psichicamente in grado di lasciare accadere, questa è un’arte che quasi nessuno conosce, perché la coscienza interviene continuamente ad aiutare, correggere e negare, e non è capace di lasciare che il processo psichico si svolga indisturbato.
Nell’osservare il processo di sviluppo dei pazienti che tacitamente, quasi senza rendersene conto, erano riusciti a superare se stessi, Jung constatò che i loro destini avevano tutti un elemento comune, in quanto il nuovo giungeva loro dalla sfera delle potenzialità nascoste, o dall’esterno o dall’interno, ed essi l’accettavano e crescevano con il suo aiuto, e gli parve tipico che gli uni lo ricevessero dall’esterno e gli altri dall’interno, o meglio che agli uni esso si sviluppasse dall’esterno ed agli altri dall’interno, pur non essendo mai il nuovo una cosa soltanto esterna o soltanto interna: se proveniva da fuori, diventava una profonda esperienza interiore, se invece proveniva dall’interno si trasformava in un evento esterno, però in nessun caso era stato procurato intenzionalmente e consciamente, ma sembrava piuttosto essere generato dal fluire del tempo, come il mio incontro con l’astrologia, avvenuto nell’anno 2000, punto di svolta della mia esistenza.
A questo punto, proseguiva Jung, le vie percorse dai due tipi menzionati prima parevano dividersi; entrambi avevano imparato ad accettare ciò che capitava loro, ed il rovesciamento della loro natura comportava un ampliamento, un’elevazione ed un arricchimento della personalità, purché venissero conservati i valori precedenti, a patto che non fossero delle semplici illusioni, ma la via non è priva di pericoli, ogni bene ha un prezzo, e lo sviluppo della personalità è tra le cose più preziose, si tratta di dire di sì a se stessi, di porsi dinanzi a se stessi come il compito più grave, un compito che richiede un impegno totale, ma mentre il cinese può appellarsi all’autorità di tutta la sua cultura, e, se si incammina sulla lunga via, compie la migliore tra le cose che potrebbe fare, l’occidentale che voglia veramente imboccare questa via ha invece contro di sé ogni autorità intellettuale, morale e religiosa, e, considerato che l’accedere ad una coscienza superiore ci priva di ogni copertura e di ogni sicurezza, l’individuo deve impegnarsi totalmente, in quanto solo in virtù della sua integrità può procedere oltre, e soltanto la sua integrità può essergli garanzia che la sua vita non si tramuti in un’avventura assurda.
Per Jung il principio di individuazione, consistente essenzialmente nel differenziarsi dalla massa per seguire la propria legge interiore, processo che crea un “individuo” psicologico, vale a dire un’unità separata ed indivisibile capace di diventare se stessa e di realizzare il proprio Sé, e, oltrepassando l’angusto orizzonte scientifico, se possiede le capacità intellettive, di forzare il passo al guardiano della soglia per divenire come l’essere, per identificazione tra soggetto conoscente ed oggetto conosciuto ottenuta mediante l’intuizione intellettuale, organo della conoscenza metafisica, costituiva un’esperienza concreta, e difatti, nel saggio Il divenire della personalità, contenuto nel volume diciassettesimo delle sue opere complete, intitolato Lo sviluppo della personalità, che, originariamente, costituiva il testo di una conferenza intitolata Die Stimme des Inners (La voce interiore), tenuta nel novembre 1932 al Kulturbund di Vienna, lo psicologo svizzero se ne occupò estesamente, intendendolo come il fine supremo dell’esistenza.
In quel saggio, che si apriva con la considerazione che, allora, sembrava che il fine ultimo ed il supremo desiderio di ognuno fosse sviluppare quella totalità della natura umana che si definisce personalità, tanto che educare alla personalità era diventato un ideale pedagogico alla moda, contrapposto a quello dell’uomo-massa o uomo-medio standardizzato richiesto dalla generale massificazione, Jung ricordava che, secondo una giusta valutazione del dato storico, le grandi gesta di riscatto della storia del mondo hanno avuto costantemente origine da personalità eminenti, e mai dalla massa inerte e sempre subordinata, che anche per il minimo gesto ha bisogno del demagogo, e, polemizzando contro l’abuso di pedagogia, spiegava che ciò che comunemente si intende con personalità è una totalità psichica definita, salda e vigorosa, e che senza fermezza, integrità e maturità non si rivela personalità alcuna: tale arduo compito, pertanto, può riguardare gli adulti, non i bambini.
Nessuno può aiutare ad acquisire una personalità se non la possiede egli stesso, ma per riuscirvi è necessaria una vita intera, in tutti i suoi aspetti biologici, sociali e psicologici, in quanto essa è la suprema realizzazione dell’indole innata al singolo essere vivente, è l’atto di supremo coraggio di fronte alla vita, l’affermazione assoluta dell’essere individuale ed il più riuscito adattamento alle condizioni universali dell’esistenza, unito alla maggiore libertà possibile di autodeterminazione: educare qualcuno a questo non è cosa da poco; oltretutto la personalità si sviluppa nel corso della vita da tendenze in nuce che è difficile o addirittura impossibile decifrare, e solo le nostre azioni riveleranno chi siamo: dapprima non sappiamo quali atti o misfatti, quale destino, quale bene e quale male sia racchiuso in noi, soltanto l’autunno mostrerà cosa ha generato la primavera, e solo a sera si vedrà cosa ha inaugurato il mattino.
Lo sviluppo della personalità non ubbidisce a nessun desiderio, a nessun ordine, a nessuna considerazione, ma solo alla necessità, gli è infatti indispensabile la spinta motivante di eventi interni o esterni; lo sviluppo della personalità, dalle sue tendenze in nuce fino alla completa consapevolezza, è al tempo stesso un dono ed una disgrazia: la sua prima conseguenza è il consapevole ed inevitabile distacco dell’individuo dalla dimensione indifferenziata ed inconsapevole della massa, e ciò significa patire un isolamento che neppure il più riuscito adattamento, né il più felice inserimento nel proprio ambiente, né la famiglia, né la società, né la posizione possono evitare: lo sviluppo della personalità è una fortuna che si può pagare solo a caro prezzo, chi ne parla a sproposito pensa pochissimo alle sue conseguenze, che bastano a destare il più profondo sgomento in spiriti indubbiamente più deboli.
Sviluppo della personalità significa fedeltà alla propria legge, bisogna dunque avere fiducia in essa, provare per essa una leale perseveranza ed una fiduciosa speranza; la personalità non può mai svilupparsi senza che l’individuo scelga, coscientemente e con una decisione morale consapevole, di seguire la propria strada, perciò non solo la motivazione causale, cioè la necessità, ma anche la decisione morale consapevole deve dare il proprio impulso: senza la necessità, il cosiddetto sviluppo sarebbe una pura e semplice acrobazia della volontà, senza la decisione consapevole, lo sviluppo finirebbe per arenarsi in un ottuso, inconsapevole automatismo, ma si può decidere intimamente di seguire la propria strada solo quando la si ritenga la migliore, le altre strade essendo rappresentate dalle convenzioni di natura morale, sociale, politica, filosofica e religiosa, che dimostrano che la stragrande maggioranza degli uomini sceglie di seguire un metodo, e quindi una dimensione collettiva, a spese della propria interezza.
Le convenzioni sono una necessità collettiva, un espediente, non un ideale in senso etico e religioso: accettarle significa sempre rinunciare alla propria integrità e sfuggire alle conseguenze ultime del proprio essere; sviluppare la propria personalità, pertanto, è un’impresa impopolare che dal di fuori sembra un irritante rifiuto della strada maestra, un’eccentricità da eremiti, non c’è da meravigliarsi perciò che fin dai tempi più remoti solo pochi si siano votati a questa straordinaria avventura: se fossero stati tutti pazzi potremmo liquidarli come idiotai, come menti particolari che esulano dall’ambito del nostro interesse, sfortunatamente, però, in genere le personalità sono degli eroi leggendari dell’umanità, ammirati, amati, venerati, la vera prole divina, il cui nome dura in eterno, i fiori ed i frutti, i semi fecondi dell’albero dell’umanità, e questo accenno alle personalità storiche è sufficiente a chiarire perché lo sviluppo della personalità è un ideale, e perché l’accusa di individualismo è un’ingiuria.
La grandezza delle personalità storiche non è mai consistita nella loro incondizionata sottomissione alle convenzioni, ma al contrario nella loro capacità di affrancarsi dalle convenzioni; esse si sono stagliate come vette al di sopra della massa, che si aggrappava a paure, convenzioni, leggi e metodi collettivi, hanno scelto la propria strada ed all’uomo comune è sempre parso sorprendente che a vie già battute e con destinazioni note qualcuno sia destinato a preferire un sentiero erto e stretto che conduce verso l’ignoto, perciò si è sempre ritenuto che un individuo del genere, se non è matto, sia posseduto da un demone o da un dio, perché questo evento prodigioso, il fatto che un uomo sia capace di agire altrimenti da come ha sempre agito l’umanità, poteva essere spiegato solo con il dono di un potere demoniaco o di uno spirito divino: chi altro poteva in fondo controbilanciare il peso schiacciante dell’umanità intera e dell’eterna abitudine se non un dio?
Questo dimostra che per l’uomo comune la personalità d’eccezione costituisce sempre un fenomeno soprannaturale, e difatti quel che fa pendere inesorabilmente la bilancia a favore dell’inconsueto è ciò che comunemente si definisce vocazione, un fattore irrazionale che, fatalmente, spinge ad emanciparsi dalla massa e dalle strade già battute: la personalità autentica ha sempre una vocazione, ed ha fede, ha fiducia (pistis) in lei come in un dio, benché, come direbbe l’uomo comune, sia soltanto un suo modo di sentire; questa vocazione tuttavia opera come una legge divina cui non c’è deroga, ed il fatto che moltissimi, seguendo la propria strada, finiscano in rovina, non significa nulla per chi ha una vocazione: egli deve ubbidire alla propria legge come se fosse un demone a suggerirgli nuove straordinarie strade, perché chi ha una vocazione sente la voce della sua interiorità, è chiamato, perciò la tradizione vuole che egli abbia un proprio demone, da cui riceve consiglio ed ai cui ordini deve ubbidire.
Solo chi è in grado di assentire consapevolmente alla forza della vocazione che gli si fa incontro dal suo più intimo essere diventa una personalità, chi invece le soggiace diventa preda del cieco corso degli eventi e ne viene annientato, ed è proprio questo il tratto grandioso e liberatorio di ogni personalità autentica, decidere spontaneamente di consacrarsi alla propria vocazione e tradurre consapevolmente nella propria realtà individuale ciò che, vissuto inconsapevolmente dal gruppo, porterebbe solo alla rovina; l’uomo che, tradendo la propria legge, non sviluppa la personalità, si è lasciato sfuggire il senso della propria vita, ma la natura, fortunatamente, benevola ed indulgente, alla maggior parte degli uomini non ha mai messo in bocca la fatale domanda sul senso della loro vita, e quando nessuno domanda non occorre che qualcuno risponda.
Così come la grande personalità influisce sulla società e la libera, la redime, la trasforma e la rigenera, anche la nascita della propria personalità ha un effetto terapeutico sull’individuo; la voce interiore porta alla coscienza il male che affligge il tutto, cioè il popolo cui apparteniamo o l’umanità di cui siamo parte, ma presenta questo male in forma individuale, sicché in un primo momento si potrebbe pensare che tutto questo male sia solo una caratteristica dell’individuo: per farci cadere in tentazione la voce interiore ci mostra il male in modo allettante e suasivo, e se non gli si cede neppure in parte nulla di questo male apparente entra dentro di noi, ma non può esserci neppure alcun rinnovamento, né alcuna rigenerazione, se invece l’Io ubbidisce totalmente alla voce interiore allora i suoi contenuti agiscono come se fossero altrettanti demoni e succede una catastrofe.
Soltanto se l’Io ubbidisce solo parzialmente, ed è in grado di affermare se stesso evitando di essere completamente fagocitato, allora può rendere propria la voce, e ne risulterà che il male era solo apparentemente tale, mentre in realtà reca salute ed illuminazione, e ciò si spiega con il fatto che il carattere della voce interiore è luciferino nel senso più proprio e più inequivocabile del termine, perciò pone l’uomo davanti alle decisioni morali ultime, senza le quali non potrebbe mai giungere alla coscienza di sé ed acquisire la personalità; nella voce interiore l’infimo ed il sommo, l’eccelso e l’abietto, verità e menzogna spesso si mescolano imperscrutabilmente, aprendo in noi un abisso di confusione, smarrimento e disperazione, ecco perché ci sono epoche nella storia del mondo in cui il bene deve tramontare, ed ecco perché ciò che è destinato a diventare il meglio appare dapprima un male.
La problematica della voce interiore è piena di insidie segrete, è un terreno estremamente pericoloso e sdrucciolevole, proprio com’è pericolosa ed incerta la vita stessa quando abbandoni i binari consueti, ma chi non è disposto a perdere la propria vita non saprà neppure conquistarsela: lo sviluppo della personalità è un azzardo, ed è tragico che proprio il demone della voce interiore sia al tempo stesso il pericolo estremo e l’aiuto indispensabile, è tragico ma logico, è nella natura delle cose che sia così; la strada che si cela dentro di noi è come un elemento vivente della psiche, che la filosofia classica cinese chiama Tao e paragona ad un corso d’acqua che scorre inesorabilmente verso la propria meta: essere nel Tao significa compimento, integrità, vocazione pienamente realizzata, principio e fine, e completa realizzazione del significato dell’esistenza intrinseco a tutte le cose: la personalità è il Tao.
Teorizzando il principio di individuazione, esponendo le linee guida del divenire della personalità, Jung poneva l’uomo di fronte ad un abisso: rifiutare il richiamo della propria voce interiore, rimanendo confuso nella massa e vivendo la frustrazione di non essere riuscito a realizzarsi compiutamente, oppure assecondarlo rischiando di perdersi, in quanto il percorso prospettato, oltre ad essere arduo, appariva privo di guida, essendo il daimon, o demone interiore, esso stesso fonte di pericolo; avrebbe potuto soccorrerlo con l’astrologia, ma, per quanto lo stregone svizzero facesse erigere l’oroscopo dei pazienti dei quali gli riusciva difficile fare una diagnosi, che poi interpretava in senso psicologico, non essendo un astrologo, e non disponendo di un quadro generale dell’esistenza in grado di inquadrare l’uomo concreto in un disegno di proporzioni cosmiche capace di sfatarne il nichilismo, non poteva aiutarlo nel cammino che porta all’individuazione, non conoscendone in anticipo il tracciato ed i periodi più pericolosi.
Nonostante il mezzo secolo di familiarità con l’astrologia documentato dal suo epistolario, Jung, se riuscì a vedere nel grafico astrologico della genitura la mappa oggettiva del carattere, non conoscendo la sostanza del tempo ed il particolare rapporto che lo lega all’eternità, di cui costituisce un’immagine come il divenire rappresenta un’immagine in movimento dell’essere in cui tutto coesiste simultaneamente in un istante eterno, mancò di coglierne il ricollegamento metafisico con l’essere, e, nello sviluppo preordinato delle tappe fondamentali dell’esistenza, quello con il divenire, ossia con il destino individuato determinando la qualità del tempo passata, presente e futura mediante lo studio dei transiti planetari, pertanto non poté afferrare la chiave del destino che apre lo scrigno della conoscenza della propria personalità, dei lati luminosi e delle zone d’ombra sulle quali lavorare per esprimere pienamente se stessi e realizzare il compito per cui si è nati; egli, dunque, muoveva alla cieca.